Presenza virtuale e reale

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Presenza reale e virtuale
Contributo al Workshop del 28 aprile 2007 – Bazzano (BO)
Adam Vaccaro

Parto richiamando qualche passaggio della Parte introduttiva del mio libro Ricerche e forme di Adiacenza (Asefi, Milano 2001), che considerando il panorama complessivo della poesia in atto iniziava così: “Avvertivo, circa 20 anni fa, alcune insofferenze ed esigenze, rimaste pressoché intatte…”. Mi riferivo da un lato e in primo luogo alla capacità di dire il mondo con efficacia (quale intesa dalla fisica), “dopo le forti caratterizzazioni identitarie di movimenti e soggetti (dal simbolismo al realismo, dall’avanguardia all’ermetismo, ecc., alcune poi replicate in neo)”. Aggiungevo in proposito che sembrava “non fosse rimasto spazio che per faticose e confuse rimasticazioni…immerse nello specifico e ornate di autocelebrazioni, ma sempre più staccate dal resto, con una forbice non esaltante: crescita della quantità di carta stampata, diminuzione di quella capace di influire sul costituirsi, attivarsi e procedere non supino delle identità singole e collettive, nell’incessante, sempre più veloce e violento, flusso dell’accadere.
Dall’altro lato, “per quanto riguardava l’esercizio critico, altri interrogativi e disagi.” Se “la linguistica, la semiotica, lo strutturalismo, e a latere la psicoanalisi, ci avevano consentito di penetrare ben più a fondo nel corpo e nei modi operativi dei linguaggi, pochi erano gli esempi che traducevano in metodo l’enorme aumento di strumenti. Le migliori analisi testuali erano spesso più frutto di acume e sensibilità che di una metodologia, senza cioè alcuna ripetibilità di tipo scientifico, affidate solo all’autorevolezza dell’estensore.”
A partire da tali insofferenze, mi ponevo domande sulle “(im)possibilità di una epistemologia e…una metodologia minimamente ripetibile applicata alla poesia”, pur “dando per scontato la sua interminabilità e la sua fruizione soggettiva”. Ma la ricerca “anche in campi come la matematica, la biologia, la fisica ecc.(cioè sia nelle discipline a carattere formale che in quelle di natura empirica) ha subito e subisce continui travagli e radicali revisioni dei principi di volta in volta accolti e definiti. Il concetto di scientificità tende in sostanza, in ogni campo e proprio per merito delle scienze moderne, a qualificarsi sempre più come un territorio anch’esso irraggiungibile e metafisico”, sia pure “alonato di ideologia della verità.”
Il problema di quale concetto di realtà abbiamo, implica in sostanza domande sul concetto di conoscenza e del soggetto che si misura, sviluppa o costituisce la sua identità, con le lingue dei sensi e algoritmiche che continua a inventare, tramite media di interazione che tendono poi ad apparire la realtà tout-court (sin dalla parola o scrittura e ora, televisione o Internet). Ne deriva che se la realtà è concepita come una molteplicità di piani e universi, talché il modello più reale è quello quantistico, tale modello si trasferisce a quello dell’identità soggettiva e a tutti i linguaggi che essa utilizza, sia sul versante delle discipline speculative o scientifiche che su quello espressivo e artistico, della poesia in particolare intesa nel senso più ampio.

Questo arricchisce e complica il lavoro mentale autopoietico; si tratta infatti di entrare e uscire continuamente, in e da, innumerevoli campi di forza…che si trasferiscono dal soggetto al testo da questi costruito. Il soggetto (e dunque il testo) si trova così a misurarsi, oggi, con una potenza centuplicata rispetto a ogni epoca passata; è una condizione che da un lato tende a produrre effetti laceranti e contraddittori (tra esaltazione e depressione dell’autonomia individuale), dall’altro riempie i vuoti angosciosi creati, con sensi di onnipotenza e di mancanza di limiti. Questo processo di falsificazione (depauperamento umano effettivo compensato ideologicamente) avviene in forme particolari attraverso oggetti, messaggi mediatici e mezzi tecnologici. Più che la scienza, è l’intreccio tra banalizzazione scientifica e incessante flusso di nuove tecnologie che trasmette un senso di sviluppo senza fine. Televisione (con il suo carnevale perenne), Internet (un suo portale non a caso si chiama Infinito) e pubblicità sono i canali privilegiati.
A fronte di questo affollato e veloce bombardamento tendente a disegnare un orizzonte di onnipotenza, l’individualità misura invece quotidianamente, col corpo singolo e collettivo, limiti e disastri di ogni genere: ambientali e/o sociali. È questa miscela che produce nel soggetto (e nel testo) un’esperienza di continuo sconcerto e spiazzamento, fino a sensi di vuoto impotente e assenza di punti di riferimento. Ma il vuoto non esiste, non solo nel potere.
Ogni mancanza viene occupata da un pieno, vero o falso che sia. Senza un superamento effettivo, provvede l’illusione ideologica. La quale, mentre attribuisce al soggetto diritti e poteri irreali, bilancia il disegno di un universo favoloso re-istituendo limiti e punti di riferimento, spesso esterni e distruttivi. Nemici irriducibili incarnati da altre razze, o ideologie e diversità varie diventano essenziali per demonizzare qualche fattore monstrum su cui scaricare tutti i guai, sanando così la contraddizione tra sviluppo trionfante di magnifiche sorti e progressive e incessanti terribili debacles: una sindrome da Ballo Excelsior con continue interruzioni pubblicitarie.

Questa matassa di problemi, con i loro vuoti e pieni, le insofferenze, gli sconcerti, le illusioni e le impotenze, ma anche le acquisizioni di spazi di azione, si ripropongono forse amplificate dalle mancanze e chiusure del c.d. mondo reale, anche nel c.d. mondo virtuale o della Rete.
Tanto da far porre la domanda: il sociale più reale ora è virtuale? La rivista Time, dedicata al personaggio dell’anno 2006, tende a cancellare ogni dubbio, mettendo in copertina un computer con uno specchio al posto del monitor e una scritta gigantesca: YOU. Il personaggio dell’anno secondo il Time siamo noi. Ma quanto c’è di ideologia da magnifiche sorti e progressive in questo e quanto di nuova realtà?
Le risposte non possono essere univoche e semplici. In questo tentativo di articolarle e raccordarle al mio percorso di ricerca, sono interessato ad attingere elementi e considerazioni da chi frequenta la Rete più di quanto non riesca a fare io – a cominciare da mio figlio Claudio (che ha curato per professione e passione vari progetti in rete, compreso il sito di Milanocosa) ai partecipanti a questo workshop, di cui apprezzo e condivido l’impostazione di ricerca aperta.
È in atto una indubbia rivoluzione della comunicazione digitale, che nel suo vertice è giunta a un nuovo livello: ora siamo (o possiamo essere) noi a produrre i contenuti veicolati in rete, non più (o non solo) una casta di addetti ai lavori. Possiamo creare e non subire, o subire meno. È il cosiddetto Web 2.0: ora possiamo produrre contenuti multimediali (testi, foto, musica, video…) e comunicarli condividendoli istantaneamente con il resto del mondo, attraverso una miriade di siti Internet.
Che io sia un fotografo, un musicista, uno scrittore o un semplice appassionato di qualunque materia o disciplina, posso veicolare le mie produzioni e i miei pensieri alla comunità internettiana. Il vuoto di comunità nella vita reale, tende a essere riempito dall’ambito virtuale, che crea gruppi (una della parole più diffuse, e forse abusate, in Internet) di condivisione, sotto-comunità spontanee attorno a una passione, un tema, un’area geografica, una forma comunicativa. La logica del mercato è ovviamente presente: quanto più un Sito crea comunità, con accessi e persone che vi partecipano, genera raccolta pubblicitaria e fatturato.
Sintetizzando, del Social Network in atto, abbiamo cominciato a intravedere effetti sul piano sociale e individuale, di cui non è facile prevederne gli sviluppi a lungo termine:
1)L’aggregazione spontanea passionale centralizza il gruppo e a suo modo contrasta la tendenza disgregatrice degli individualismi non-comunicanti del capitalismo avanzato, dà corpo a forme associative e tensione all’aggregazione, al mutamento sociale e all’unità universale, come teorizzata da Fourier nel suo Falansterio;
2)La scomparsa del privato, nella misura in cui vengono condivisi in Rete anche pensieri minimi o vicende personali (foto di matrimonio o video sexy girati con la fidanzata), in un intreccio di sete di essere e di comunità, grottesco, nevrosi e pornografia, quale quello messo in scena dall’invasione dei reality-show: fenomeni reali che spostano i limiti tra pubblico e privato e ci chiedono di ripensare i nostri termini etici;
3)L’azzeramento dello spazio e del tempo, per i caratteri istantanei, sincronici e senza ostacoli posti dalla distanza; una dimensione nuova, mai esplorata prima, di socializzazione;
4)La condivisione della conoscenza, che tende a contrastare la monopolizzazione dell’informazione nella società post-moderna. Vedi Wikipedia: un’enciclopedia globale, multilingua, interamente scritta e aggiornata quotidianamente da un gruppo di persone autocostituito e non prescelto da qualcuno, che mette a disposizione di tutti le proprie competenze specifiche, creando definizioni dinamiche e quanto mai reali. Si può parlare di albori della Società della Conoscenza e di una utopica democrazia della cultura, o sarà solo un’altra forma di controllo più raffinato?

Alla luce di quanto sopra, occorre chiedersi: cos’è oggi reale? Sia la vita reale che quella in Rete possono essere entrambi virtuali o reali, nella misura in cui producono alienazioni o incontri profondi con l’altro. Ha perciò ancora senso questa divisione? Forse no, anche se occorre vedere la cosa in termini complessi, considerando in primo luogo la quantità e qualità di tempo mentale investito in ogni ambito.
Internet è un luogo, un territorio, una dimensione reale, se reale è il coinvolgimento dei soggetti e l’impatto sulle coscienze, sulle conoscenze e sui diversi aspetti della quotidianità. Ma è bene tener presenti tutte le implicazioni di un pieno virtuale che riempie un vuoto di fruizione e di comunicazione “dal vivo”: restiamo esseri sociali che si nutrono di sensazioni ed emozioni che possono essere vissute solo mediante relazioni col corpo. La nostra totalità è nel corpo, senza il quale si possono produrre forme varie di alienazione, ma occorre ricordare che tutta la cultura, l’arte e la letteratura è una rete di relazioni virtuali che diventano reali entro una comunità (ri)nascente e diacronica. È chiaro però che siamo a un passaggio epocale, a una trasformazione dei modi in cui comunichiamo e ci rapportiamo all’altro: è vero che oggi spesso (soprattutto i più giovani) avviano relazioni in rete, per poi svilupparle e concretizzarle fuori di essa.
La Rete e il virtuale sono dunque una nuova propaggine che amplia i nostri modi di essere, la nostra natura e la vita reale. Vanno superati sia il rifiuto che l’esaltazione acritica e fanciullesca, evitando cadute ideologiche pro o contro. Occorre però essere consci del problema di una metabolizzazione matura del moltiplicarsi di possibilità, per farne arricchimento di conoscenza e di scambio sociale, altrimenti si producono solo nuove forme di alienazione.
Credo che siano in atto entrambe le tendenze, di qui la necessaria complessità di analisi, sia delle spinte disgreganti (per es. tra chi utilizza la realtà virtuale e chi la subisce), sia delle sollecitazioni aggregative. Tutto questo riguarda anche la poesia. Sulla carta o in rete, le nuove potenti macchine tecno-economiche non cancellano, anzi esaltano a mio avviso ancora di più, la necessità di una poesia capace di dire la verità del mondo attuale, di essere cioè presente e parte di questo e non mondo a parte, il che è impossibile senza una visione e un pensiero critico su di esso. Pensiero che si estende al fare poesia e alle poesie che, sulla carta e in rete, ci servono per sentirci più vivi e presenti, qui e ora.
Molta poesia circolante e a caccia di visibilità tende invece a dividersi tra una riva bassa (minimalista e intimista) e una alta (di ipersimbolismi, cerebralismi, o sovraccarichi ideologici). Sulla carta e in rete va cercata e promossa quella che ho chiamato terza riva, capace di coniugare complessità e transitività dell’esperienza viva e del corpo, quali veicoli di presenza, condivisione e rifiuto di ruoli ancillari/ornamentali chiusi nel letterario. Sono risultati che, se non sono garantiti, sono sicuramente favoriti quanto più la poesia prova (almeno) ad accogliere in sé i termini in cui è oggi costretta e resiste la vita, e che per questo pone all’ordine del giorno del proprio fare il bisogno di ripensare il mondo entro nuove prospettive. Tensione inscindibile da una poesia che tende a ricongiungere soggetto e totalità, medium capace di incarnare le parole di Walt Whitman: “nessuno parla da solo. Tutto è detto…da un numero immenso”.

7 pensieri su “Presenza virtuale e reale

  1. “Va fatto così”, “va fatto cosà”, “occorre”, “serve”, “è necessario”: non è un po’ troppo prescrittivo l’articolo di Adam Vaccaro? La poesia soprattutto è un bel mistero, fa quello che le pare come ha sempre fatto!

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  2. porsi domande anche sul proprio fare( poiein-poesia è e resta un fare umano che dovrebbe o, se piace di più, potrebbe umanizzare sia coloro che “poiesan-fanno” che coloro che leggono) è una delle prerogative che rendono l’uomo diverso dall’animale che agisce senza porsi questioni che siano etiche o operative in senso tecnico.
    l’articolo mi è piaciuto molto, soprattutto nell’articolazione relativa alla domanda sulla capacità della poesia contemporana di leggere la realtà e la conseguente e urgente domanda sulla trasformazione che il reale sta subendo, dovuta anche al cosiddetto “virtuale”, mezzo che se facilita comunicazioni e velocizza contatti rende sempre più rarefatte, o rischia di rendere sempre più rarefatte le relazioni umane. se come dice l’autore :

    “è bene tener presenti tutte le implicazioni di un pieno virtuale che riempie un vuoto di fruizione e di comunicazione “dal vivo”: restiamo esseri sociali che si nutrono di sensazioni ed emozioni che possono essere vissute solo mediante relazioni col corpo. La nostra totalità è nel corpo, senza il quale si possono produrre forme varie di alienazione, ma occorre ricordare che tutta la cultura, l’arte e la letteratura è una rete di relazioni virtuali che diventano reali entro una comunità (ri)nascente e diacronica.

    la domanda mi pare diventare questa: non si rischia di scrivere a vuoto sul vuoto e del vuoto che lo schermo , così come relazioni carenti dal punto di vista propriamente umano nasconde?

    la riflessione è aperta. il mezzo è potente ma essendo virtuale esso assomma in sè possibilità (virtualità )positive e negative, sulle quali è giusto confrontarsi e riflettere. in fondo esso è e rimane un mezzo uno strumento, e come tale passibile di un uso umanante o disumanizzante.

    buona giornata

    elena f

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  3. Caro Adam, le tue riflessioni meritano seria considerazione. Ho preparato un post con un testo di ivan Illich, che riguarda proprio il senso del reale e la possibilità di un mondo nell’epoca di internet. E’ in programma per domani.

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  4. Non è l’epoca di internet! E’ una bufala, cari amici. La maggior parte dell’umanità – contiamoli! – ha davvero tutt’altri problemi. L’idea che sia l’epoca di internet, o che sia l’epoca del postmoderno in generale, serve a fare fare seghe mentali e virtuali alla gente, che così si distoglie dal resto. Il problema sono potere fame guerre e malattie, come sempre, con in più la catastrofe ambientale. Internet è una gran cagata. Siamo in quattro gatti che si divertono con internet, e ciao.

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  5. Anna di fondo hai ragione, però con questa logica non dovremmo nemmeno discutere di Poesia, Letteratura, Musica o Cinema che sono comunque per una ristretta minoranza del pianeta. Internet c’è e penso se ne discuta come di mille altre cose. Se pensi che in Italia ci sono TG che parlano solo di veline, calciatori e flirt dei vip….Che tristezza!
    Un caro saluto

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  6. Infatti, poesia letteratura cinema e musica è anche più bello farli e/o fruirne… E’ il “discutere” che è un terreno un po’ sdrucciolo. Baci.

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  7. Grazie dei vari commenti, in particolare Elena, Valter, Luca e Anna, che hanno colto o toccato punti e intenti del mio scritto.

    Adam

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