Tralicci, di Francesca E. Magni

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Giganti spaziali ferrificati nell’atto del pescare, nell’attimo prima di gettare le reti, eccoli lì, a futura memoria.
I gonnelloni da soldato orientale, ormai solo a maglie, a formare una piramide vuota, le braccia aperte a tirare le fila, il cappello elmato e imponente, ma anch’esso solo scheletro d’acciaio pieno d’aria.
A migliaia immobili sul territorio nazionale, con nelle mani centinaia di KiloVolt, si specchiano sui fiumi, stendono ombre olimpiche sopra i campi. Costeggiano la ferrovia sorella minore, accudita dai cugini Hertziani che assumono la forma di tanti paletti con la testa piegata a sostenere i viaggi intercontinentali. Anche quelli subacquei.
Loro invece campeggiano alti, uniti dai cavi, che a volte si divertono a far diventare bracciali, intercalati da grosse perle rosse. Fili sottili, invisibili da lontano, si stendono e oscillano al vento. Quanto sarà alto quel traliccio, forse cresce un po’ ogni mattina, come se fosse vivo. Forse affonda e  si allunga con fredde radici. Irradia attorno onde invisibili, in un fruscio costante, un leggero ronzio, forse sta dormendo. Se si sveglia potrebbe distruggere Milano con una pedata.
La pioggia non lo turba. Io invece mi sento a disagio, mi disturbano, vorrei farli saltare quasi come voleva G. Vorrei cancellarli con le mani, con un gesto lieve, se fossi un mago.
E se invece bastasse un po’ di musica per annientarli, quell’accordo in minore che ha la frequenza giusta per farli tremare di risonanza. Con un mazzetto di note li renderei polvere.

Invece sfilano come torme di schiavi sottomessi ai cittadini, in pianura come in altitudine.
Bisbigliano in un linguaggio fin troppo noto e si indispongono quasi a offendersi. Dinosauri ancora in piedi, se li ricorderanno i posteri, ma quelli artificiali, non certo noi, fatti ancora intorno al Dna.
L’impressione notturna è di cavallette pronte all’assalto, di linee nere che nascondono il paesaggio, di luci senza opportunità. Delirio metallico piramidale, legato al suo simile distanziato con precisione e senza spreco.
Ecco il traliccio bianco e rosso che calpesta lo stretto di Messina; la banda dei quattro a guardia del casello di Milano Nord. E quelli a dissetarsi vicino alle centrali elettriche, dove i fili si riallacciano senza passione. Il carosello che a volte si incontra in pianura, al quale partecipano decine di loro, di tutte le specie e fattezze, dalle basse e legnose, alle monche, ai trampolieri sublimi.
Si passano il segnale, ma sembrano tessere tele e poligoni, sembrano aspettare qualcosa al loro livello che viva al loro stesso tempo, che li possa capire.

4 pensieri su “Tralicci, di Francesca E. Magni

  1. Forse la musica giusta per annientarli esiste, forse esiste anche il mantra giusto per ridurli in polvere.
    C’è un suono che mi ronza in testa, ci sono un paio di versi che non riesco a staccare dalla punta della lingua.
    Saranno quelli giusti? Non lo so. Voi comunque tenete d’occhio i tralicci, non si sa mai.
    Non sono certo molto più vecchi di noi, e neanche poi così sciaguratamente alti.
    Io adesso ci provo con questa poesia di Federico Garcia Lorca musicata da Charo Cofré.
    Fatemi sapere se qualche cosa è successo. Vuoi proprio che non riesca a farne fuori neanche una mezza dozzina?

    EL LAGARTO ESTA LLORANDO

    El lagarto esta llorando.
    La lagarta esta llorando.

    El lagarto y la lagarta
    con delantalitos blancos.

    Han perdido sin querer
    su anillo de desposados.

    Ay, su anillito de plomo,
    ay, su anillito plomado!

    Un cielo grande y sin gente
    monta en su globo a un canario.

    El sol capitan redondo,
    lleva un chaleco de raso.

    Miradlos que viejos son!
    Qué viejos son los lagartos!

    Ay, como lloran y lloran!
    Ay! Ay! como estàn llorando!

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  2. Anche a me ispirano disagio,da piccolo ne ero terrorizzato,troppo scheletrici, incombenti con i fili neri contro il cielo e quei frutti vetrosi a cui sono appesi.Conosco bene la banda dei quattro,so dove finisce, fra Rho e Arese passando fra graziose villette, e quanto ronzano di cattiveria compressa,conosco quelli che spaccano tutta Cologno Monzese,funghi velenosi fra un palazzo e l’altro,conosco quello che dà elettricità a Milano e passa a Pioltello fra le casette del boom economico e troneggia arrogante proprio sullo striminzito parco giochi dei bambini,fantasia demente di chi non progetta città ma allucinanti non-luoghi. Ne ricordo uno mostruoso a Oriago,vicino Venezia a ridosso,(metri o centimetri?) di una casetta antica che sembra rannicchiarsi angosciata sotto di lui.

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  3. A me invece piacciono quelli di via Quaranta, a Milano, quella via col nome biblico che poi si arriva nel nulla fra le rogge putride e senza nome e i leghisti maledetti danno fuoco ai campi degli zingari. Dove c’era la fabbrica dello Yomo ma non c’è più.

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