80anni fa in Romania… com’è ancora presente un certo passato, non trovate?

La Legione Arcangelo Michele – verso la Guardia di Ferro

… di fronte a tale situazione decisi di non stare né con l’uno né con l’altro gruppo, di non rassegnarmi, ma di iniziare l’organizzazione della gioventù sotto la mia responsabilità, secondo il mio sentimento e il mio criterio, e di continuare la lotta, non di capitolare.

In mezzo a queste ansie, a queste incertezze, ci ricordammo dell’Icona che ci aveva protetti nella prigione di Vacaresti, e decidemmo di serrare le file e di continuare la lotta sotto la protezione della stessa Santa Icona. A questo scopo, essa fu trasportata nel nostro «camin» di Iasi, dall’altare della chiesa di S. Spiridone dove l’avevamo lasciata tre anni prima. Il gruppo di «Vacaresti» aderì subito alla mia idea. Alcuni giorni dopo, convocai a Iasi per venerdì 24 giugno 1927, alle 10 di sera, nella mia camera di Via dei Fiori 20, quelli di Vacaresti e i pochi studenti ch’erano rimasti ancora legati a noi. In un registro avevo scritto alcuni minuti prima il seguente ordine del giorno contrassegnato col numero 1:

«Oggi, venerdì 24 giugno 1927 (San Giovanni Battista) ore 10 di sera, viene fondata la “Legione Arcangelo Michele” sotto la mia direzione. Venga in queste file chi crede senza riserve. Resti fuori chi ha dei dubbi. Scelgo, come capo della guardia dell’Icona, Radu Mironovici».

Corneliu Zelea-Codreanu

 

(prosegue Codreanu) Questa prima seduta durò un minuto, cioè il tempo necessario per leggere l’ordine di cui sopra, dopo di che gli intervenuti si ritirarono, dovendo riflettere se si sentissero abbastanza decisi e forti spiritualmente per entrare in una simile organizzazione, dove non c’era nessun programma: unico programma essendo la vita di lotta, vissuta fino allora da me e dai miei compagni di prigione. Anche a quelli del gruppo di «Vacaresti» volli lasciare il tempo di riflettere e di esaminare la loro coscienza, per vedere se nutrissero qualche dubbio o ponessero qualche riserva, perché una volta entrati nella Legione essi avrebbero dovuto andare avanti per tutta la vita senza esitazioni. Lo stato d’animo dal quale è sorta la Legione è stato questo: non ci interessava se avessimo vinto, se fossimo caduti sconfitti o se fossimo morti, il nostro scopo era quello di andare avanti uniti. Procedendo così, con la visione di Dio e col diritto della stirpe romena, qualunque sorte ci fosse toccata, la sconfitta o la morte, l’avremmo benedetta ed essa avrebbe recato i suoi frutti per la nostra stirpe. Vi sono sconfitte e vi sono morti che risvegliano una stirpe alla vita, così come vi sono vittorie che addormentano – disse una volta il professor Iorga. Nella stessa notte e sullo stesso registro, redassi una lettera diretta al prof. Cuza e un’altra al prof. Sumuleanu. La mattina seguente tutti noi di «Vacaresti» andammo dal prof. Cuza, a casa sua, in via Codrescu, n. 3. Dopo tanti anni di lotte e di difficili prove, andavamo ora ad accomiatarci da lui e a chiedergli che ci sciogliesse dal nostro giuramento. Il prof. Cuza ci ricevette nella stessa stanza nella quale mi aveva tenuto a battesimo 28 anni prima. Qui, mentre lui rimaneva in piedi da una parte della scrivania e noi dall’altra, gli lessi la seguente lettera: «Signor professore, siamo venuti per l’ultima volta da lei per accomiatarci e per pregarla di scioglierci da ogni giuramento. Sulla via per la quale lei ora cammina, noi non possiamo seguirla, perché non crediamo più in essa. Andare senza fede non possiamo perché è la fede che ci ha dato tutto il nostro slancio nella lotta. Pregandola di scioglierci dal giuramento, noi rimaniamo a lottare da soli, secondo i dettami della nostra mente e del nostro cuore». Il prof. Cuza ci parlò poi nel modo seguente: «Miei cari, vi sciolgo da ogni giuramento e vi raccomando, ora che camminate ormai da soli nella vita, di non commettere errori. Perché, specialmente in politica, gli errori si pagano cari. Ecco, avete l’esempio degli errori commessi in politica da Petre Carpi e di come gli siano stati fatali. Io, da parte mia, vi auguro ogni bene». Dopo di che stese la mano a ciascuno di noi e ce ne andammo.

* * *

Ci parve corretto procedere in questo modo, ritenendo che questa fosse la via dell’onore indicataci dalla nostra qualità di militanti. Ci recammo dopo dal prof. Sumuleanu, in via Saulescu, e leggemmo anche a lui un’altra lettera, redatta quasi negli stessi termini, con la quale annunciammo agli «Statutari» che non potevamo seguire nemmeno loro e che intendevamo tracciarci d’ora in poi la nostra strada. Andandocene da lui, sentivamo in cuore una gran solitudine. Eravamo ormai soli come in un deserto; dovevamo aprirci con le nostre sole forze la strada nella vita. Ci stringemmo ancor più intorno all’Icona. E quanto maggiori fossero state le difficoltà e più forti e pesanti i colpi su di noi, tanto più avremmo trovato riparo sotto lo scudo del Santo Arcangelo Michele e all’ombra della sua spada. Egli non era più per noi un’immagine, ma lo sentivamo vivo e all’icona montavamo la guardia a turno, giorno e notte, con la candela accesa. (da “Guardia di Ferro” di Corneliu Z. Codreanu, Edizioni di Ar, Padova, 1972 – Traduzione e cura di Claudio Mutti).

NB. Lo scrittore e filosofo Emil Cioran (Răşinari, Romania, 8 aprile 1911 – Parigi, 20 giugno 1995) entrò nella Guardia di Ferro nel 1930, a 19 anni, e ad essa rimase legato fino al 1937, quando giunse a Parigi, ma mai chiuse il rapporto epistolare con Corneliu Zelea-Codreanu, ucciso nelle carceri rumene il 30 novembre del 1938. Cioran prese distanza dalla Guardia di Ferro solo nel 1990. Assieme a lui aderirono alla Guardia di Codreanu filosofi, poeti e scrittori come Nae Ionescu, Radu Gyr, lo stesso Mircea Eliade, Constantin Noica e Vasile Lovinescu, nonché intellettuali europei di origine slava o latina.

31 pensieri su “80anni fa in Romania… com’è ancora presente un certo passato, non trovate?

  1. Interessante questo post!Non conoscevo nei particolari questa situazione. Grazie Gian Ruggero per avercela fatta conoscere!
    Franz io direi: tutto il mondo è paese! 😉
    Un caro saluto

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  2. Ma pensate che sia possibile, amici miei, che ciò si possa ripetere alla luce di come stanno andando le cose a livello politico ed economico? Questo è il quesito che vi pongo. Mi interessa conoscere, sebbene in sunto-sintesi, quale può essere la vostra analisi del contemporaneo, e non solo, ovviamente, a livello italiano, ma europeo in genere. Cosa rischia l’Europa? ‘Fantapoliticamente’ parlando (mettiamola così), cosa dice la vostra sfera di cristallo?

    Grazie a chi è finora intevenuto…

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  3. Io penso che oggi il controllo è molto più subdolo attraverso la tecnologia. Non so se esisterà ancora una polizia così però siamo fortemente plagiati dai mass-media, teleguidati, influenzati, seguiti, costretti (per paradosso ovvio) a comprare, comprare fino a strozzarci. I modelli sono gli ultra ricchi, gli ultra belli: vietato invecchiare, essere medi, poveri e non farcela. Altro che selezione darwiniana, il falso mito del self made man ad ogni costo, con ogni mezzo ha, secondo me, in realtà ucciso l’indiduo, la creatività, il particolare, le tradizioni. L’arrendevolezza della sinistra mondiale è disarmante…
    Un caro saluto

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  4. Sull’internet, cifra suprema della globalizzazione e della società del libero scambio, fioriscono i siti fascistoidi, nazistoidi, islamisti, arcaico-comunisti, tutti uniti nell’odio per l’America, Israele, e il Mercato. E’, visto con gli occhi di un vulcaniano, uno dei più interessanti fenomeni di contagio culturale dell’ultimo millennio.
    Quanto alla domanda di Manzoni, non trovo che la situazione odierna abbia molto a che fare con la Guardia di Ferro, se non nel senso che ovunque la caccia all’ebreo può sempre riaprirsi.

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  5. (Dall’analisi linkata sopra da Binaghi – molto interessante, ma fattibile?)…l’effetto finale: una grande crisi con insolvenze a catena – i piccoli debitori che fanno fallire le banche e i fondi d’investimento perché non pagano – e tutto il castello di carte che crolla con deflazione, disoccupazione, mancanza di capitali e di liquidità. La crisi del 1929.
    «Ma la situazione oggi è peggio che nel ’29», avverte Cook, «perché il peso degli interessi rispetto all’economia reale è oggi molto più grave. Negli anni ’20, l’economia USA era in miglior forma, per il solo fatto che tanta parte della popolazione era produttivamente impiegata nelle fabbriche e nei campi». Oggi, invece, la gran parte della popolazione non produce merci né oggetti né derrate. L’America importa, indebitandosi con la Cina. Che il processo sia già cominciato lo dimostra il fatto che, in base ai dati della stessa Federal Reserve, «la moneta M1, la parte del circolante più liquido e disponibile per gli acquisti dei consumatori, non solo cresce meno dell’inflazione, ma è di fatto calato in undici degli ultimi dodici mesi. Ciò significa che l’economia produttiva è già entrata in recessione profonda». Naturalmente il sistema finanziario sta attivando tutti i suoi trucchi perché il pubblico non prenda subitanea coscienza del disastro. Il «President’s Working Group in Financial Market», l’organo segreto chiamato anche «plunge protection team» (squadra di protezione dai crolli azionari, composta di banchieri ed esperti del Tesoro) sta iniettando capitali moltiplicati col «leverage», attraverso i derivati, per far salire la Borsa. La speranza è di rendere l’atterraggio non troppo «duro».
    Ma ogni trucco per rendere l’atterraggio morbido peggiora il male. Si risolverà in una «degrado a lungo termine degli standard di vita» di USA e dell’Occidente. In USA, i peggio colpiti saranno i pensionati o coloro che si stanno facendo la pensione «privata», depositando i risparmi in fondi d’investimento i cui portafogli azionari cadranno di colpo o si deprezzeranno lentamente, ma ineluttabilmente, anche perché sono strapieni di «coriandoli» rappresentanti i debiti dei debitori che hanno contratto mutui e che non stanno pagando. Ma la rovina dei molti non trascinerà con sè gli speculatori. Non c’è giustizia immanente nella finanza globale. Spiega Cook: «Le banche, insieme ai ‘private equity’ e agli hedge funds finanziati a leva della banche, si stanno già preparando. Questi, che sanno, si mantengono liquidi per prepararsi».

    A Cosa?

    «Alla grande svendita di attivi» che avverrà. Case e terreni sequestrati ai debitori insolventi, fabbriche sane ma ridotte al fallimento dagli interessi e dal crollo dei consumi, verranno via per un boccone di pane. In aste deserte, dove solo i pochi con «i liquidi» concorreranno, mentre i più non avranno liquidi né prestiti a basso costo. Che fare? «Una immediata riforma monetaria» che tolga «il controllo dell’economia mondiale dalle mani dei banchieri privati e lo restituisca ai governi democraticamente eletti». Sulla credibilità dei governi democratici – così profondamente corrotti oltre ogni terapia, così adusi a violare il bene comune per obbedire alle lobby – è lecito porre qualche dubbio. Ma ciò che conta è che Cook, un personaggio che ha avuto incarichi ufficiali, esprima alcune verità «proibite» sulla moneta. «Nei miei vent’anni al Tesoro», dice, «ho studiato la storia monetaria Usa. E per la maggior parte della nostra storia siamo stati un laboratorio di sistemi monetari diversi». «Durante e dopo la Guerra Civile (1861-5) abbiamo avuto, per alimentare la nostra economia, cinque diverse fonti di liquidità».
    1) I «greenback», ossia i dollari di Stato, che il governo Lincoln creò dal nulla per pagare stipendi e forniture. Questi dollari di Stato differiscono dai dollari emessi dalla Federal Reserve perché non sono gravati da interesse. Sono stati demonizzati (e Lincoln ucciso) con il motivo che «creavano inflazione». Cook lo nega: non creavano inflazione, anzi «fu una divisa di estremo successo» (purché, s’intende, emessa con oculatezza). 2) Le monete d’oro e d’argento e le banconote emesse dal Tesoro coperte dai metalli. 3) Le banconote messe in circolazione dalle banche nazionali, ad interesse. 4) La quarta forma: i guadagni non spesi, ossia i risparmi degli individui e i profitti reinvestiti dalle imprese: «Questa era la fonte primaria di capitali per l’industria». E la sola forma sana, perché il denaro risparmiato per essere investito non è inflazionario, essendo contemporaneamente sottratto ai consumi. 5) Il mercato azionario e obbligazionario. Solo dopo il 1913, quando il Congresso varò il fatale «Federal Reserve Act», le banche diventarono la prima e praticamente unica fonte di pseudo-capitale. «Attraverso il debito di guerra inflazionarono il circolante, distruggendo così il valore dei greenbacks e dei conii». Molto più tempo è occorso alle banche per marginalizzare il mercato azionario: di fatto, anziché marginalizzarlo, «se ne sono impadronite nell’epoca attuale a forza di fusioni, acquisizioni e buy-out leveraged» (ossia prestando denaro ad interesse per queste operazioni in ultima analisi distruttive: con le fusioni-acquisizioni nessuna nuova impresa viene creata, ma imprese esistenti vengono inglobate; coi buy-outs, imprese esistenti vengono smantellate e rivendute a pezzi, per pagare i debiti). Così è stata creata – con la complicità della Federal Reserve posseduta dalle banche, che creava e sgonfiava «bolle speculative» per far funzionare la giostra – l’attuale schiacciante piramide di debiti. Dunque, si deve restaurare la sovranità monetaria dello Stato.
    Eliminata la Federal Reserve privata, la creazione di moneta deve tornare al popolo attraverso i suoi rappresentanti: «E’ ciò che dice la Costituzione» americana, ed è il sistema che esisteva prima del 1913. L’obbiettivo della nuova politica monetaria sarà quello di «assicurare una economia sanamente produttiva e fornire un reddito sufficiente agli individui», non già di «produrre enormi profitti per le banche, liquidità per i trucchi di Wall Street e spese incontrollate per il governo». Cook sottolinea: «Ho parlato di creare ‘reddito’ per gli individui, non ‘lavoro’». L’idea di superare le crisi creando lavoro è propria di Keynes, che consigliava di porre i disoccupati a scavare buche e riempirle di bottiglie vecchie – un lavoro qualunque, inutile, pur di pagare salari; la sua ultima, maligna incarnazione è lo stato USA che spende enormi somme (prese a prestito) per alimentare l’enorme espansione del complesso militare-industriale, che «crea lavori militari, burocratici e mercenari»: assolutamente improduttivi come le buche di Keynes. Anzi peggio: perché ogni nuova portaerei, ogni nuovo F-16 e ogni nuovo missile è denaro sottratto a nuove scuole, case, assistenza sanitaria. L’enormità stellare, mai vista nella storia mondiale, delle spese militari rivela che l’economia è nel complesso tanto produttiva da potersi permettere questo tipo di spese malvagie. Perché allora non potrebbe permettersi un «reddito personale», diciamo 10 mila dollari annui, dato a ciascun cittadino che lavori o no? Cook dipinge un’utopia rosea. Madri che possono, se vogliono, stare a casa ad allevare i figli, «come si faceva una generazione fa». Gente che per scelta si occupa di cura degli anziani. O che può scegliere occupazioni mal pagate, come insegnare o «darsi all’arte». Giovani che possono decidere di passare qualche anno viaggiando, o imparare qualche nuova tecnica o aprire una loro attività «senza essere schiacciati dalla rovina finanziaria». O pensionati che possono godersi la libertà, anziché stare fino a 70 anni sul «mercato del lavoro».
    Utopia troppo rosea, si dirà. Forse è vero. Ma il lato utopico non è nella mancanza di denaro: una volta che l’economia moderna, prodigiosamente produttiva, sia liberata dal peso degli interessi bancari e dalle spese militari immani, avrà abbastanza risorse per pagarsi la civiltà sognata da Cook. L’utopia, piuttosto, sta nel credere possibile che una società profondamente corrotta dal prestito di moneta creata dal nulla – la società assatanata di consumi superflui, vogliosa di telefonini, affamata di gadget che la pubblicità ha reso «status symbols» – si adegui a questo ritmo di vita dove il superfluo (a credito) sparirà. Il cambiamento spirituale dovrebbe essere epocale: lavorare per senso di responsabilità e non per sete di guadagno, ridurre l’egoismo privato, ridefinire le proprie priorità personali in base a una autentica volontà di «essere» inaudita e insolita nel mondo d’oggi. In ogni caso, Cook stila tutto un programma per la sua riforma: 1) Generale cancellazione dei debiti. 2) Un introito individuale di 10 mila dollari a ciascuna persona, che lavori o no. 3) In aggiunta, un «Dividendo Nazionale, variabile con la produttività nazionale per distribuire ad ogni cittadino la sua giusta quota dei benefici della nostra economia, incredibilmente produttiva». 4) Spesa diretta dello Stato che crea la sua moneta per pagare infrastrutture ed altri costi necessari «senza ricorrere alla tassazione o all’indebitamento». 5) Creazione di un nuovo sistema di prestiti privati alle imprese e alle famiglie a tassi non usurari. 6) Rimessa sotto severo controllo e regolamentazione della finanza, con divieto alle banche di «creare credito da prestare alla speculazione, come l’acquisto di azioni ‘on margin’ (a prestito), fusioni, derivati». 7) Abolizione della Banca Centrale privata come istituto d’emissione, mantenendola come camera di compensazione nazionale delle transazioni finanziarie. Come Cook riconosce, «il sistema proposto è così diverso da quello odierno controllato dai finanzieri» che «capire esattamente come funzionerà richiede attento studio e oculato controllo». In ogni caso, secondo lui, avrà questi effetti: «Sul piano immediato farà passare le basi della nostra economia dalle banche indebitatrici a un sistema misto di credito creato direttamente dallo Stato e a livello di popolazione. Il governo sarebbe meno grosso, costoso e invadente, l’economia produttiva rinascerebbe, la democrazia economica diverrebbe realtà, il settore finanziario sarebbe raddrizzato. E la situazione internazionale sarebbe stabilizzata, perché non avremmo bisogno di uno stato di guerra permanente per accaparrarci le risorse delle altre nazioni (come in Iraq) allo scopo di tenere a galla il dollaro come moneta di riserva internazionale». Ciò che Cook propone è in fondo un grandioso sistema di auto-finanziamento nazionale: «consistente nel creare fonti di credito interne (indigenous) per mobilitare la ricchezza e produttività naturale della nazione». Come appunto fa il risparmio impiegato per investimenti, e come appunto erano i greenbacks, un prestito che la nazione fa a se stessa, fidando nella sua capacità di creare abbastanza ricchezza reale da poterlo ripagare. Facile? No. Ma il fatto è che il sistema attuale sta per scoppiare, dopo aver devastato e distorto l’economia globale da cui risucchia immensi profitti usurari. Il cambiamento è necessario. Che non sia facile lo crede anche Cook, perché conclude: «Come finirà dipende, in fondo, dal fatto se ci sia un Jefferson, un Lincoln, un Roosevelt in attesa dietro le quinte. La gloria di questi leader è dovuta ad un fattore critico: la loro capacità di applicare riforme monetarie nel momento della emergenza nazionale». E’ questo il problema: ci sono personalità, «caratteri», leader di coraggio e chiara visione? Li voteremmo, se apparissero? (Maurizio Blondet)… ma esistono? (Io aggiungo).

    @ Luca. Analisi ineccepibile, ma come risolvere la questione?

    @ Fabio. Non ne sono così convinto, anzi, se non si trovano soluzioni nell’immediato temo che gradatamente si slitterà, di nuovo, verso sistemi totalitario-nazionalisti, ovviamente non più strutturati come Codreanu teorizzava, ma pur sistemi con governi forti al potere o ‘stati di polizia’… con tutto ciò che ne può derivare (governi eletti-voluti direttamente dal popolo: vedi repubblica di Weimar e post Repubblica di Weimar – non dimentichiamoci la ciclicità storica e come il formicaio occidentale è totalmento impazzito e sempre più impazzirà, se procediamo a questo ritmo e con le infinite problematiche che sono sul tappeto, non ultime le questioni legate allo snaturamento progressivo dell’ecosistema con il progressivo cambiamento dei ritmi produttivi agricoli etc. – quest’anno, ad esempio, la mietitura del grano è avvenuta 10 giorni prima del solito, e così sarà anche in futuro, fino a giungere, in certe zone del mondo, anche a 2 raccolti l’anno… ciò potrebbe essere un toccasano per la fame del mondo, ma certo verrebbe a squilibrare le logiche di mercato… e via così).

    A voi, amici miei…

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  6. A scanso di equivoci, la mia “soluzione” era un post intitolato “Tornare alla moneta di Stato”, dove si riportano ampie citazioni dell’economista americano Cook, già impiegato dall’amministrazione Clinton. Il resto del sito EFFEDIEFFE non impegna qui il mio giudizio. Dopo di che, mi limito a osservare che reagire con anatemi anzichè entrare nel merito dei contenziosi, è proprio di chi non è interessato a conoscere ma solo a classificare.

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  7. Gian Ruggero non sono riuscito a leggere la tua risposta perchè lunghissima, me la salverò, stamperò e leggerò con calma, ergo non so se lo hai già detto: non ho la soluzione, sennò non sarei qui ma magari Capo di stato o di qualche Movimento o di qualche Onlus ( 🙂 ) però penso che il rischio sia la deriva a regimi totalitari (che non è una soluzione naturalmente) e dopo magari periodi di regime e guerre nuove democrazie più democratiche? Scusate la tautologia. Ma che prezzo per il pianeta e la razza umana? Vero è che anche in tempi di pace il pianena è stato guastato irrimediabilmente…per cui? Francamente non ho la soluzione. Leggerò il tuo intervento con calma. Hai tu una soluzione?

    Un caro saluto

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  8. @ Gian Ruggero (# 9)

    Sono temi che sento e condivido l’analisi Gian Ruggero, ma il fatto che più mi rattrista sai qual è? È che il “sistema” ha cancellato ogni forma di opposizione “democratica”. E non a caso ho scelto il termine “sistema”. Roberto Saviano nel suo “Gomorra” lo impiega per additare un mondo dai confini sempre più labili, dove il distinguo tra leggi di mercato e industria del crimine appare tutt’altro che scontato. Ebbene, quel sistema affaristico assolutamente rovinoso per la stragrande maggioranza dei cittadini – ammesso che abbia ancora un senso essere chiamati “cittadini” – quella fonte inesauribile di ricchezza e potere per pochi faccendieri senza scrupoli che investono nelle speculazioni di borsa la loro incontenibile brama di successo e danaro anziché nel rischio di impresa… quel sistema è diventato il “Verbo” del terzo millennio. E non si discute! Guai a parlare di giustizia sociale! Sei un comunista… Guai a parlare di interessi nazionali! Sei un nazifascista… Allora vedi che l’opposizione è demandata ai “disobbedienti” ai localisti ai neofascisti ai neostalinisti… ai fanatismi. Ma è chiaro, è giusto che sia così… Dove sono i socialdemocratici, quelli che una volta sostenevano che i lavoratori dovrebbero partecipare agli utili della ditta? Non indicatemi i “democratici” compagni di merenda di confindustria ché me la rido per un mese… Dove sono i liberali? Non saranno mica gli ex repubblichini o peggio ancora i leccaculo di quel bassotto con la faccia di plastica e dal sorriso a comando? Non è il momento di scherzare, la situazione è drammatica. Ma soprattutto dove sono gli intellettuali? Ovviamente non mi riferisco a te Gian Ruggero. Mi riferisco ai tanti intellettuali laureati, quelli che hanno spazio e risonanza e pontificano dalle pagine dei giornali con aria saccente e boriosa. Quelli che avviliscono la categoria, perché hanno rinunciato alla loro missione.

    Un caro saluto.
    Pasquale

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  9. Pasquale concordo completamante su questa tua visione sugli intelletuali contemporanei. Sai come la penso e sfondi una porta aperta, anzi decrepita…

    Un caro saluto

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  10. ah, il fasci-no(-smo) segreto dell'(anti)borghesia…

    battute a parte, condivido il commento n.14 (di Giannino)

    cmq. il problema dei problemi resta da un alto quello, sollevato negli ultimi anni di vita da Norberto Bobbio, di una democrazia reale a livello planetario, sul terreno economico ed ambientale, il tema del governo mondiale, superando le strutture giuridico-formali mod.ONU o Banca Mondiale, basate sulla cooptazione, e dall’altro la valorizzazione di modelli di democrazia fondata su modelli diversi dall’occidentale (v. Amartya Sen, La democrazia degli altri), ergo non necessitanti l'”esportazione” per via bellica…

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  11. @ Enrico. “ah, il fasci-no(-smo) segreto dell’(anti)borghesia…” la trovo una frase stupenda!

    @ Pasquale. Ineccepibile. Hai messo il dito nella piaga: “Dove gl’intellettuali italiani (e non solo)?

    Ancora grazie a tutti voi e a quello che mi-ci state dando. Avanti, amici miei, il discorso sull’ ‘intellighenzia’ è fondamentale (… così come lo è riguardo il come, oggi, gl’ ‘intellettuali’ si vendono al miglior offerente, oppure tacciono, oppure fanno minuetti televisivi o mediati e nulla più… vergogna! Sempre più temo che non ci possa essere soluzione indolore… e voi?).

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  12. Caro Gian Ruggero, il problema è che molti intellettuali o presunti tali della tua generazione si sono seduti. Dopo il ’77(che tu conosci bene) c’è stato una burocratizzazione degli intelletuali. Hanno preso il loro piccolo posticino di potere e da lì non sono più scesi…non li si schioda nemmeno con le cannonate. E la mia generazione? A volte penso che sia anche peggio visto che sono cresciuti nello strabenessere (che per altro una volta morti i padri finirà drammaticamente, altro che ’29) e non hanno “fame” di lottare, di cambiare, ma solo di successo di prendere il posto di altri burocrati di avere il loro posticino. Bisogna anche calcolare che nelle nuovissime generazioni l’interesse verso la cultura sta scemando sempre di più a scapito della tecnologia, ergo, dove si andrà? Chi saranno – se ci saranno – gli intelletuali del futuro? Ho paura che non sono verrà meno l’impegno ma l’intelletuale sarà sempre più un colletto bianco dell’editoria, della letteratura, dell’editing…

    Un caro saluto

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  13. Caro Luca, concordo. Ma ora urge la ri-difinizione di intellettuale, del suo ruolo nelle attuali società. vi segnalo un libro che disamina tutto questo: “La decadenza degli intellettuali. Da legislatori a interpreti” di
    Bauman Zygmunt (Boringhieri). è pesantino, ma serve, se non questo discorso lascia un po’ il tempo che trova.

    @Gian Ruggero: ho apprezzato molto il tuo lungo commento, complimenti (l’ho stampato pure di nascosto in ufficio ..;).

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  14. Una crisi globale come quella del 1929 è nascosta, per ora, nella “cantina” delle paure, ma segnali di un possibile tracollo a catena dello “status quo” (penso alle famiglie italiane che vivono una dinamica ad elastico + indebitamento / + povertà, che non può dilatarsi all’ infinito) non mancano certo. Se malauguratamente succedesse, si aprirebbero gli spazi a nuove “guardie di ferro”, i volontari certo non mancherebbero.
    Quale sarebbe la situazione degli intellettuali ? Sarebbero nei guai come tutti noi, divisi tra obbedire e mettere in gioco, e non metaforicamente, la pelle.
    Ci sarebbero meno poeti sinceri(vivi)e più poeti mediocri (venduti) di quanto già ce ne siano ora. Speriamo che la crisi resti in “cantina”, se no, personalmente, cercherei di nascondermi in qualche villaggio di montagna svizzero, a cercare conforto nel morbido sguardo di una mucca. BRRRRRRR…

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  15. @ Luca. In effetti hai ragione, molti della mia generazione hanno ‘tradito’, lo si disse anche di Tondelli quando decise di scrivere per Il Carlino (si vedano commenti al post di Binaghi: TONDELLI? PERCHE’, HA MAI SCRITTO QUALCOSA? inserito un paio di schermate fa). Sono pienamento d’accordo quando definisci ‘burocrati’ molti di coloro che ricoprono ruoli-sedie di prestigio nei media o nelle case editrici… nulla più che ‘faccendieri’ che ben poco hanno a cuore il destino della nostra cultura, poco (se non nulla) capiscono dove il ‘genio’ (oopure, se ‘arguti’, fanno finta di niente se ci s’imbattono), esclusivamente pronti a prestarsi al do ut des etc.etc.etc “già sappiamo”. Difficile, però, schiodarli da quegli scranni, se non con “un’azione di forza” che, forse, come dice Piandelli, metterebbe al loro posto un’altra “classe di obbedienti” a libro paga di questo o quel balivo.

    @ Lombardini. Ricambio i complimenti… ho preso visione del vostro blog e lo trovo molto interessante. Che dire? Grazie, anche, della ‘dritta’ libraria… non mancherò di leggere Zygmunt. In effetti, ora, bisognerebbe, qui, ri-definire cosa intende, ognuno di noi, per intellettuale (nel 2007)… seppure in sintesi, perché non cercare di tracciarne il profilo?

    @ Piandelli. Non dimentichiamoci che la rateizzazione selvaggia all’americana ha colpito anche la nostra penisola. I vari ‘governi’, quando fanno i conti o indicano il PIL, dimenticano, volutamente, che molte merci sono state pagate al produttore e al commerciante tramite finanziamento, ma che i ‘finanziati’ devono ancora pagare tale finanziamento avuto… perciò il ‘bilancio’… o, meglio, i bilanci sono, infine, tutti falsati. Restano fuori milioni e milioni di Euro (soggetti ad interessi) ancora da incassare da banche, finanziarie, strozzini etc. (vedi mio commento #9), inoltre, chi s’invischia nel gorgo della rateizzazione, spesso, poi, si ritrova a fine mese che quasi tutto lo stipendio è andato per pagare rate… e via così. Come dice Ariano al #5: “siamo fortemente plagiati dai mass-media, teleguidati, influenzati, seguiti, costretti (per paradosso ovvio) a comprare, comprare fino a strozzarci.” Detto questo temo che una recessione sia inevitabile, anche a seguito della Cindia avanzante, così come economie finora definite da terzo-quarto mondo stanno via via livellandosi alla pari dei paesi più evoluti (molti economisti concordano che ciò avverrà entro 15-20anni), con quello che ne deriverà. I ‘nuovi’ industrializzati partono favoriti, infatti, costruendo ex novo le catene di produzione, non devono gestirsi, come noi occidentali, la riconversione delle stesse a fonti di energia alternative al petrolio (ecco il perché, anche, del come si stia combattendo in Eurasia: l’occidente deve darsi tempo per la riconversione e quindi cerca di mettere le mani su quelli che sono considerati i giacimenti ancora più logevi: si parla di 50-60anni di ancora possibile estrazione di greggio, quando, invece, sia il centro-sud America, l’Asia, l’Africa e le fosse oceaniche possono essere spremuti per non più di 20-30).

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  16. Caro Gian Ruggero é un post importante, il tuo. Commenti come quelli aggiuntisi all’estratto del libro di Codreanu meritano un’attenzione corale, da parte nostra, e ampi spazi di riflessione e di elaborazione.

    Tu scrivi: “Il cambiamento spirituale dovrebbe essere epocale: lavorare per senso di responsabilità e non per sete di guadagno, ridurre l’egoismo privato, ridefinire le proprie priorità personali in base a una autentica volontà di «essere» inaudita e insolita nel mondo d’oggi. In ogni caso, Cook stila tutto un programma per la sua riforma…” Non sono in grado di dire se il programma di riforma che propone Cook sia giusto e fattibile, ma sono invece d’accordo con te sulla radicalità del cambiamento. Le difficoltà sono intuibili, e lo sforzo richiesto non può che essere individuale (“ridefinire le proprie priorità personali…”) e istituzionale: pretendendolo, da cittadini. Partirei da un problema che reputo prioritario, quello abitativo: chi può permettersi l’acquisto di appartamenti che costano anche 7000 euro il metro quadro? Questa “necessità” costringe i singoli e le famiglie a sforzi inauditi, assumendosi per buona parte della loro vita terrena il pesante giogo di un mutuo bancario che ne vampirizza stipendio e salario; andando anche a rafforzare, in questo modo, l’inarrestabile crescita del valore degli immobili con conseguente, ulteriore arricchimento di chi detiene la gestione e il controllo del settore.
    Bisognerebbe riattivare l’edilizia pubblica dando case ai singoli e alle famiglie: e non definendole più (offensivamente) “popolari”, all’interno, spesse volte, di “ghetti”. Devono essere case dignitose costruite non necessariamente nelle periferie estreme delle città; per le quali far pagare canoni adeguati. Molte famiglie, abbandonate ormai a sè stesse dalle istituzioni, riprenderebbero così a respirare. Mi sembra un intervento “pratico” ma efficace.

    L’unico modo di liberarsi di “uomini senza qualità”, all’interno delle istituzioni, è tagliare loro stipendi ed emolumenti. Prevedere per i politici solo rimborsi spese rapportati agli introiti “reali” avuti negli ultimi cinque anni di “lavoro reale” (da dipendente, da libero professionista ect). Favorire così la propensione all’impegno pubblico per vocazione autentica, e non per altri interessi.
    (Inutile dire che si tratta di semplici proposte – non nuove – formulate in termini generali, tanto per fare un esempio di cose fattibili anche al di fuori di ideologie o di interventi sistemici)

    Giovanni

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  17. Caro Gian Ruggero la tua risposta a Piandelli sarebbe materia per un post dedicato o per un bel libro-denuncia di quelli rumorosi. A me pare cruciale il discorso dei falsi bisogni che ti inculca l’indiscutibile governo liberal-democratico-imperial-consumistico. Ti fanno credere che se a dieci anni non hai il videofonino o la playstation sei un coglione, e non importa se i tuoi fanno i salti mortali per arrivare a fine mese e sono indebitati da non dormirci la notte. E poi parlano di bullismo… Ma parlate della violenza inaudita che subiscono i ragazzi da parte dei “professori” in cattedra e non solo! Personalmente non credo nelle guardie di ferro o d’acciaio o di bronzo, sebbene derive pressoché fisiologiche. Penso che gli intellettuali dovrebbero tornare a fare il loro mestiere. Anche imbracciando le “armi” se necessario.

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  18. ho letto da poco una breve storia del neoliberalismo, autore David Harvey, e il quadro offerto è molto negativo, soprattutto guardando al futuro. quello di cui ho più paura è che dietro il neoliberalismo c’è un’ideologia la cui ortodossia è spesso fouorviata dagli stessi epigoni; e qui mi viene in mente Salò di Pasolini in cui si dice che i veri anarchici sono coloro che detengono il Potere. è giusto il richiamo di Nuscis all’aspetto più spicciolo della vita: la casa, il lavoro, la previdenza. come si vede, ognuno di questi elementi è sotto assedio. solo con una buona dose di incoscienza io riesco a vedere con ottimismo la mia vita futura.

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  19. Cari Gian Ruggero e Pasquale, l’ argomento è di quelli tosti.
    I ragazzi (e sopratutto i bambini) di oggi, avranno gatte da pelare che non oso neppure immaginare, e saranno regali NOSTRI.
    Già la generazione dei trentenni campa di saltuario e non garantito – compresi alcuni amici di cui non faccio il nome… – ma temo che possano considerarsi fortunati rispetto a chi verrà dopo di loro.
    Ci sono in giro mutui il cui debito è trasferibile agli eredi: ma vi rendete conto della follia di una cosa simile ?
    Non so se gli intellettuali debbano ritenersi pronti a imbracciare le armi vere (ho detto non so, non ho detto no), forse per il momento basterebbe che imbracciassero la penna per scrivere più cose serie.

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  20. Temo, amici miei, che di intellettuali pronti a imbracciare se non le armi ma, almeno, la penna (di nuovo) per denunciare e prendere posizione non ce ne siano, se non tra le pieghe di questi nostri blog. Quello che dite è più che giusto. L’analisi di Nuscis e le proposte che ne derivano sono ineccepibili. Vere le parole di Pasquale, Lombardini, Piandelli. Brotto cita Marx, ovviamente… e chi altro resta quando le arie si fanno pesanti economicamente parlando? Con tale formula, estremamente concisa (“dalle armi della critica alla critica delle armi”), Marx spiega perché la parola ‘critica’ esprime una categoria suprema del suo pensiero (di tutto il suo pensiero): e il motivo è chiaramente che si tratta di un pensiero rivoluzionario che implica una critica radicale dell’esistente (umano, sociale, storico). Circa la genesi di questo elemento critico, che costituisce un leitmotiv dell’intero sviluppo del pensiero di Marx, anche nelle sue fasi ed espressioni più sistematiche, va ricordato che la formula citata (“critica dell’esistente”) non era nuova: c’era già sia nella sinistra hegeliana (e lo stesso Marx l’aveva satireggiata nella “Sacra famiglia”, in cui Ruge, Bauer e Stirner, a causa del loro astratto radicalismo e del loro spirito elitario, furono qualificati come gli esponenti della “critica critica”), sia nei “comunismi” e “socialismi” precedenti il socialismo scientifico, correnti dottrinali che, infatti, nel “Manifesto”, Marx ed Engels definiscono “critico-utopistiche” e sottopongono a critica (in entrambi i casi abbiamo a che fare con un esempio di anticritica, ossia di critica della critica). La ragione di questa anticritica va ricercata nel fatto che, secondo Marx ed Engels, la critica dell’esistente non deve opporre un ideale all’esistente stesso, ma identificare in esso le potenzialità della sua trasformazione e indicare le vie reali per liberare queste potenzialità. Ciò, come tutti sanno, significava per essi la individuazione del soggetto rivoluzionario nel moderno proletariato… e il neo-proletariato e il neo-sottoproletariato sono di nuovo nostri vicini di casa.

    Grazie degli interventi. Possiamo, se volete, continuare.

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  21. recentemente, caro Gian Ruggero, cari tutti, penso che inisieme a una parte più pulsionale e magmatica da cui ha origine la mia voglia di scrivere, in una relazione di contiguità e anzi di continuità è immanente forse la mia “vera ragione”: la scrittura come sublimazione della voglia di partecipare, di incidere, soprattutto politicamente. niente di nuovo, comunque. ma come “incidere”? come può, e io per ragioni di preparazione e di età mi chiamo fuori, un intellettuale incidere sulla realtà se non ha i mezzi (di comunicazione), se l’intellettuale moderno assomiglirebbe sempre più all’uomo in primo piano nel Quarto stato di Giuseppe Pellizza, un uomo che vive di lavoro saltuario, di fatica fisica e intellettuale, che si sente escluso in un mondo in cui il consumo è ANCORA e nonostante tutto la forma delle cose e della vita per la gran parte delle persone?

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  22. Domenico hai usato un verbo sublime: partecipare! E proprio qui risiede l’inganno. Morto e sepolto il Novecento e i suoi genocidi ammantati di ideologia (in realtà, anche il motore di quei massacri era economico-finanziario come avviene sempre, in ogni conflitto e in ogni epoca, laddove l’ideologia e la religione sono il mezzo e non il fine come vorrebbero farci credere gli storici revisionisti…), cosa rimane del sogno di “partecipazione” democratica? Qui non solo siamo ben lungi dall’ideale di democrazia diretta – a stento si applicava nelle polis, figuriamoci nell’impero globale – ma neanche quella rappresentativa ha onorato la sua missione. Ditemi voi sulle questioni sostanziali, che sono poi quelle che vivono sulla loro pelle milioni di famiglie (come siamo bravi a magnificare tale istituto! a parole…): precariato, prezzi delle case impossibili, estensione abnorme delle fasce di povertà (basta che lui/lei per un periodo perda il lavoro e nelle nostre coppie indebitate fino al collo per l’induzione consumistico-mediatica che sappiamo il rischio di bancarotta è reale… per fortuna, fra mille difetti, in questo nostro paese la vocazione al volontariato è ancora forte)… ebbene, su argomenti così vitali ditemi cosa cambia tra un governo delle “libertà” e uno “democratico” (per di più, quest’ultimo, pungolato dalla sinistra cosiddetta “radicale”). Intendo dire, che margine di autonomia può ancora difendere un governo che si dica attento a tali questioni rispetto alle indiscutibili direttive globali? Ecco, è questo il fulcro del problema. Ed è questo che non mi fa dormire la notte quando penso alla resa degli intellettuali. Se provi soltanto a criticare tale “sistema” – che ci hanno raccontato essere il migliore possibile – se provi solo ad affacciare qualche dubbio che sia davvero il più efficace, ecco puntualmente insorgere schiere di neoliberisti al passo coi tempi: ah! il solito marxista-leninista… oppure: ah! il solito reazionario… Ma signori miei, avete ancora qualche neurone acceso nel vostro cervello globalizzato? Io per sicurezza un elettroencefalogramma lo farei.

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  23. Ho sempre più l’ impressione che è stato lanciato un sasso in uno stagno da cui si alzano miasmi difficili da sopportare.
    Si tratta di avere il coraggio di non ritirare la mano, anzi utilizzarla per impugnare la penna (per ora, per carità, la penna) ed allargare l’area della coscienza (un ricordo di gioventù…)
    Intanto è già consolante poter colloquiare liberamente (!) con altre teste pensanti (!) di argomenti non banali (!), cosa che non è poi così scontata.
    Io sono contro il buoni e bravi tutti, sono per la libertà di dire a un cretino che è un cretino, a un disonesto che è un disonesto, a un incapace che sarebbe meglio si desse da fare per migliorare.
    Se devo dire una cosa positiva del web rispetto alla carta stampata, è la maggior quantità di “serietà” che ci trovo rispetto alla carta stampata, nella quale la funzione critica si identifica troppo spesso con un particolare tipo di prestazione orale (degna della massima stima, ci mancherebbe, ma non quando è esercitata a sproposito). Una maggiore serietà e coerenza degli intellettuali non risolverebbe certo i mali del mondo, ma aiuterebbe – cito un efficace verso della poetessa Quintavalla – “a ritardare la barbarie”.

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