Giuseppe Prezzolini (1882-1982) – a 25 anni dalla morte

prezzolini.jpg

In Italia nulla è stabile fuorchè il provvisorio.

Gli aforismi sono vasi che il lettore riempie con il suo vino.

Una donna che si ama, non si sposa; il peggior insulto che possiate farle e’ di trasformarla da amante in moglie.

La vita e’ una partita a scacchi con la realta’ che cambia ogni giorno e nella quale si trova ogni di’ un nuovo avversario che usa una tattica differente.

Non è vero che in Italia non esiste giustizia. E’ invece vero che non bisogna mai chiederla al giudice, bensì al deputato, al ministro, al giornalista, all’avvocato influente. La cosa si può trovare: l’indirizzo è sbagliato.

L’Italia sarebbe un Paese magnifico senza gli italiani.

La moglie ha una sua posizione sociale segnata fra la serva e l’amante. Un po’ più in su della serva e un po’ più in giù dell’amante

La vita e’ una partita a scacchi con la realta’ che cambia ogni giorno e nella quale si trova ogni di’ un nuovo avversario che usa una tattica differente.

La cultura sta alla scuola come l’amore sta al matrimonio.

(tratto da: Il meglio di Giuseppe Prezzolini, Milano, Longanesi, 1984.)

Giuseppe Prezzolini (Perugia, 27 gennaio 1882 – Lugano, 14 luglio 1982)
Nato per caso (come lui amava dire) a Perugia da genitori senesi, Prezzolini si trova, a causa del mestiere del padre Luigi (era Prefetto del Regno) a viaggiare molto. Persa la madre ancora bambino, Prezzolini cresce studiando nella fornita biblioteca del padre.
Perso anche il padre in giovane età, inizia la sua attività di giornalista ed editore ad appena 21 anni. Nel 1903 fonda infatti insieme a Giovanni Papini la rivista Leonardo, pubblicata fino al 1908. Nello stesso anno fonda La Voce, prestigiosa rivista che durante il suo periodo di esistenza (verrà pubblicata fino al 1916) spazierà su temi legati alla letteratura, politica e società, e avrà tra i suoi collaboratori numerose personalità di spicco dell’Italia del tempo.
Partecipa alla Prima guerra mondiale come capitano dell’Esercito italiano.
Si trasferisce negli Stati Uniti nel 1929 dove insegna alla Columbia University di New York.
Dopo oltre 25 anni di permanenza negli Stati Uniti, torna in Italia e si stabilisce sulla costiera amalfitana.
Continuando la sua attività di scrittore e di articolista per Il Resto del Carlino, si trasferisce nel 1968 a Lugano dove muore, centenario, nel 1982.
Tra le opere maggiori: i memoriali Dopo Caporetto (1919) e Vittorio Veneto (1920); diversi saggi come La cultura italiana (scritto con G. Papini, 1906), biografie, come Benito Mussolini (1924), Vita di Niccolò Machiavelli fiorentino (1927) e altre opere (America in pantofole, 1950; L’italiano inutile, 1953; Diario 1942-1968, 1980) e il Manifesto dei conservatori.

(tratta da: http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Prezzolini)

27 pensieri su “Giuseppe Prezzolini (1882-1982) – a 25 anni dalla morte

  1. “La cultura sta alla scuola come l’ amore sta al matrimonio.”
    Triste, ma vero…
    La cultura enciclopedica di Luca Ariano comincia a preoccuparmi, data la giovane età: cosa diventerà mai tra 15/20 anni ?
    In attesa di saperlo lo ringrazio un’ altra volta.

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  2. per uno che si è sposato (pare) due volte(la seconda moglie si chiamava Jakie, della prima non so) curiosa posizione aforistica nei confronti della donna e del matrimonio 😉

    ma la contraddittorietà è parte integrante del percorso intellettuale e spirituale dei grandi.

    grazie luca

    buona giornata

    elena f

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  3. Complessivamente un sopravvalutato. Forse perchè la destra esprimeva poca cosa. Molto meglio Leo Longanesi, lui sì grande intellettuale di destra.
    Dopo Prezzolini Roberto Gervaso, i cui aforismi sono “pirla” di saggezza.

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  4. @Grazie Paola per l’attenzione.

    @Berto ne devo ancora leggere di capolavori: ci sono mille cose che mi sfuggono. Ci vorrebbero 10 vite per leggere tutto… 😉 Grazie per come segui i miei post.

    @Eh sì Elena, Prezzolini, come tutti gli italiani, gli artisti, era pieno di contraddizioni, uomo d’un altro secolo che è stato comunque molto importante nella cultura italiana. Alcune sue opere, o meglio il suo lavoro, andrebbe riscoperto. Grazie

    @Valter al bar se ne sentono di ogni. E’ spesso una palestra di vita e di ispirazione: tra Benni e Prezzolini però ce ne corre, in tutti i sensi…

    Un caro saluto

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  5. Franz anche io preferisco Longanesi. Altra tempra e altro genio però il lavoro della Voce e di redattore di Prezzolini non va oggi sottovalutato, anzi adrebbe riscoperto perchè è alla basa di certa poesia del Novecento. Grazie per essere passato!
    Un caro saluto

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  6. Chissà se alcuni aforismi sono semplici boutade, che esprimono il comune, italico sentire, o il suo pensiero/sentimento reale (l’amicizia con Papini mi insospettisce:-). Alcune sono davvero sarebbero ingenerose.

    Ricordo che al compimento dei cento anni, prima di morire, l’avevano intervistato domandandogli qual’era il segreto della sua longevità; e lui aveva risposto: “non avere mai fatto sport”
    Grande Prezzolini!

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  7. (Chiedo scusa per la lunghezza. Se è davvero troppo lungo chiedo a Luca il piacere di cancellarlo)

    Credo che la vicenda di Prezzolini sia sempre intrisa di contraddizioni, ma per lui ciò non è un “male”: è il senso stesso della sua vita, perché nessuno più di lui ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza di uomo, di intellettuale, «fuori di chiave». L’impossibilità di attestarsi saldamente in una posizione determinata, il bisogno di una certezza (interiore, fideistica, storica), la trepidazione nella ricerca di un maestro o di un’idea alla quale votarsi, l’esercizio ossessivo del dubbio, segnalano di un’esperienza continuamente in bilico fra l’Assoluto e il Nulla, fra l’entusiasmo della scoperta e l’implacabile critica su questa.
    Veicolata dall’incontro con Papini, l’esperienza prezzoliniana comincia dal cardine del «negativismo antinomico che ha come substratum il principio di contraddizione del pensiero». È la stagione dei Piani di conoscenza, caratterizzata dal primato dell’azione e dall’attitudine creativa dello spirito:

    “Se date dei postulati e accettate delle regole, si ottengono verità, le verità raggiunte partendo da certi postulati e seguendo certe regole saranno false secondo altri postulati e altre regole. Questa è l’idea fondamentale dei piani di conoscenza.”

    Alle origini del «Leonardo» Prezzolini si muove in quella corrente contingentista che se da un lato sembra inclinare ad un radicale scetticismo dall’altro, mediante l’esaltazione della supremazia della vita interiore, guarda con fiducia alla mistica dell’Uomo-Dio. Siamo col più fecondo misticismo primonovecentesco, in esso il principio della relatività della conoscenza si affianca ad un solipsismo a matrice messianica che, memore dello Stirner, pretende di rifondare nell’azione un principio di sicurezza.
    Prezzolini si dimostra al suo solito problematico e già alla fine del 1902 compare nel Diario l’ombra lunga di un’inquietudine religiosa:

    “Il mio problema è questo: vorrei diventar cattolico, senza essere cristiano. Acquistare la virtù dell’obbedienza senza quella della carità.”

    Ma per ora indossato l’abito di Giuliano il Sofista, procede nella sua opera di decostruzione del mondo esterno. Nel 1903 pubblica Vita intima. Esperienza di contatto con la proteiforme varietà dell’io, il testo, nel suo gioco continuo di moltiplicazione della personalità fa riferimento ad «una sorta di relativismo gnoseologico radicale» che proclamando la molteplicità dei punti di vista esalta la possibilità di creazione di verità sempre alternative.
    Del 1904 è il lungimirante saggio su Bergson intitolato Il linguaggio come causa d’errore. La condanna del mondo esterno come inautentico è qui portata a conseguenze estreme: nei rapporti umani domina un principio di falsificazione, il linguaggio è opposto alla vita interiore, è il tentativo coatto di immobilizzare quest’ultima in forme. Lo spirito ha un ritmo cangiante che la parola non può cogliere, questa è dunque, in ultima analisi, «un impoverimento del pensiero». I rapporti fra gli uomini si strutturano allora su una mera base di convenzionalità, impossibilitati, per lo strumento col quale comunicano, ad intendersi realmente. In questo universo contingente i temi del gioco, dell’ironia, del paradosso, fanno il loro trionfale ingresso. Lo stesso tema acquisirà poi una valenza pratica nel 1907 con la pubblicazione de L’arte di persuadere. La capacità di con-vincere gli altri se da un lato si configura effettivamente, come sostiene Asor Rosa, come possibilità di dominio delle masse (demolita la possibilità di una comunicazione fondata su verità e oggettività, decadute le valenze morali legate al processo conoscitivo, la parola può divenire strumento di potere per chi è in grado di usarla), dall’altro lato però il proclamare il valore della menzogna nell’assenza di presupposti apre anche la strada al gioco swiftiano e paradossale di una critica continua e a tutto campo, all’interno della quale la stessa scrittura «tende a irridere se stessa».
    Impediti ad un’esistenza autentica nel mondo, la modificazione continua di regole e assiomi permessa dalla vita intima si pone come unica realtà attingibile, al di là di questa però l’ansia del fondamento continua a tormentare il sofista.
    Annota sul Diario nel febbraio del 1905:

    “Vorrei un miracolo. Un miracolo fatto per me. Prego. Mi ci vuole un miracolo. Accendo una candela alla Madonna del Duomo. Ho bisogno di un miracolo. Un vero miracolo. Non mi contento d’un piccolo miracolo. Soprattutto voglio un miracolo evidente, di cui non si posso dubitare.”

    «Ma il miracolo atteso è sempre impossibile»: gli fa eco la voce di un altro diario, quello del Lukács del 1910. Ma, nel 1905, un Prezzolini probabilmente ancora fiducioso nel Will to believe jamesiano, si appresta, nell’isolamento perugino, a tentare di abbracciare il Cristianesimo con un atto volontaristico. Sulla scorta della Volontà di credere di Gian Falco, confidente nel «agire per credere» pascaliano, esercitata un’epochè anche sul progetto dell’Uomo-Dio, il sofista tenta la via della religione.
    Il profondo dissidio interiore viene ben visualizzato con la composizione de Il sarto spirituale. I cinque «racconti» che compongono l’opera, tutti non a caso legati dal tema della maschera, sono giocati sui motivi del dissidio e della contesa. Ma l’ultimo dei cinque «resoconti» modifica il punto di vista giungendo ad identificare la predisposizione alla problematizzazione, l’attitudine al dubbio e alla critica, come una vera e propria malattia, un «intossicamento». La moltiplicazione del sé, vero e proprio punto di forza dell’iconoclasta leonardiano, sfugge di mano al protagonista. Il proposito del suo «gioco», il tentativo di rendere «più svariato» il mondo, si rovescia prima in una spaventosa attitudine a vedersi (perno centrale, come è ampiamente noto, dell’inettitudine) e poi in una continua e incontrollabile moltiplicazione dell’anima che blocca chi ne è affetto in uno stato perenne di contemplazione.
    L’idealismo, il continuo rivolgersi verso l’interno rinnegando il mondo, viene allora messo sotto accusa: «Ho negato il mondo esterno ed ora si vendica di me».
    Nei due anni trascorsi a Perugia, Prezzolini scrive anche i saggi che poi confluiranno nel 1912 nel libro Studi e capricci sui mistici tedeschi. Il testo si apre con la convinzione pragmatista secondo cui la razionalità sistematica propria della filosofia altro non sarebbe che l’adattamento del reale ad un principio aprioristico:

    “La ragione è la grande ripetitrice del mondo, quando è creativa ossia sistematica. Un sistema di filosofo non è che la ripetizione d’un motivo per l’universalità dei fenomeni […], si tratta sempre di un ritorno allo stesso principio per ogni questione. Una povertà che ripetendosi diventa ricchezza: ecco la filosofia. Se un uomo ha molti modi di spiegare il mondo, esso è un pensatore, non un filosofo. Il filosofo non ne ha che uno solo. Egli è l’aspirante alla chiave universale, al cifrario mondiale.”

    «Attraverso il misticismo dell’io, il pragmatismo prezzoliniano si definiva categoricamente nel 1905 rispetto a quello di Calderoni e Vailati». La volontà di certezze e di pace, il tentativo di fare esperienza dell’Assoluto, non si configura però come ritorno alla Metafisica tradizionale, «l’esigenza di ricomporre in un moto centripeto il frammentismo della coscienza moderna» non si dimostra affatto immemore della precedente avventura contingentista:

    “Se il Cristianesimo vive ancora lo deve alle numerose contraddizioni che erano nel suo seno. Le idee non si spargono e non continuano che grazie alle loro interne contraddizioni.”

    Ma «pure quest’anima giovine era angosciata da un desiderio di primo principio». L’intossicamento idealista, tradotto in termini di solipsismo, mostra ancora una volta alle sue spalle il ghigno dell’inettitudine, della chiusura nella contemplazione pura. «Come infatti ammettere l’azione, se non si ammette l’esistenza di altre cose e persone fuori dell’io?».
    Al fallimento idealistico segue quello cattolico: il perfetto mistico, Giovanni von Hooghens, che chiude gli Studi e capricci annullandosi nel eterno fluire della vita e con ciò in Dio, non esiste: «soglia estrema del misticismo prezzoliniano», l’esperienza di Dio non trova appagamento se non nell’invenzione.
    Dove non poté Dio poté Croce:

    “Dunque: rimettere tutto in forse, riveder tutto con mutato occhio, ricostringere l’universo ad assumere la forma del reale corrente e vivente, multiplo e variato […]. Schivare la fatica che porta una seria partecipazione all’assoluto, è la ragione più profonda degli errori. Abbiamo veduto che l’errore non è che stanchezza o fiacchezza dello spirito […]. L’adagiarsi nella comoda negazione non è che irrisione o fiacchezza.”

    Il contatto col Croce e con la sua filosofia del divenire dello Spirito segnala di una fase nuova. L’esigenza fondativa, avvertita sin dal 1905, trova nell’idealismo crociano anche i presupposti teorici per un’azione di trasformazione della realtà che si compirà con l’esperienza de «La Voce». Prezzolini, recuperato il patronimico, abbandona l’individualismo e si arma di un’istanza morale:

    “Sono diversi i motivi di convergenza e confluenza del pensiero prezzoliniano sotto l’ala crociana, ma il principale e più evidente è […] quello che delinea una sorta di continuità con la pratica religiosa, una religiosità laica, che sostituisce la preghiera con il lavoro e la verità con la serietà.”

    Prezzolini si aggrappa al crocianesimo con la fedeltà di un integralista (si guardi la polemica con Boine). Croce è visto come colui che, pur coltivando senza sosta il dubbio scettico, si fa forte delle verità faticosamente conquistate. Il suo magistero si caratterizza allora come «impegno e fiduciosa possibilità della ragione di comprendere l’indistinto della vita». Col tramite del pensiero hegeliano Prezzolini varca la porta della Storia e rifonda nel principio del «lavoro» un postulato di sicurezza.
    Ma le valenze psicologiche di questa scelta si sveleranno negli anni a venire. Prima la guerra e poi il fascismo riconsegneranno a Prezzolini la maschera disincantata dello scettico:

    “Vita e Labirinto trovano il loro ultimo referente nel Caso, che come attestato ampiamente in Dio è un rischio, risulta essere la stazione finale a cui Prezzolini e l’uomo sembrano destinati”.

    Anche la scelta crociana cadrà allora sotto il conflitto fra la tensione all’Assoluto e la presa d’atto dei limiti umani:

    “Le filosofie costruttive come quella di Croce, non son che sostitutivi della religione e della teologia e intendono consolare l’uomo. Nella filosofia del Croce, la Storia non è altro che Domine Iddio, che ci conduce dove sa lei, e noi dobbiamo essere contenti di assecondarla e di far il nostro compito che ci è assegnato”.

    (Chiedo nuovamente scusa se mi sono dilungato ma ciò che “il Sofista” odiava di più era la semplificazione. Le citazioni sono tratte dalle opere giovanili di Prezzolini, da Finotti (1992), da Salek (2002), da Biondi (2005), da Santucci (1963) e da Casini (2003).

    Mimmo Cangiano

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  8. @Grazie Giovanni per il tuo interessante aneddoto.

    @Ringrazio Mimmo, che si sta specializzando sulla Letteratura e la cultura del primo Novecento, per il suo esauriente commento. Concordo con lui nel dire che Prezzolini non può essere semplificato nè liquidato con una battuta (anche se forse lui stesso lo avrebbe fatto con un aforisma) per la complessità della sua opera nel dibattio primonovecentesco e non solo.

    Un caro saluto

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  9. Chiedo (ma non critico):

    “Una donna che si ama, non si sposa; il peggior insulto che possiate farle e’ di trasformarla da amante in moglie.”

    E’ una perla di saggezza? Lo chiedo soprattutto alle lettrici e in particolare a Paola Castagna.

    Lo stesso per questa:

    “La moglie ha una sua posizione sociale segnata fra la serva e l’amante. Un po’ più in su della serva e un po’ più in giù dell’amante”.

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  10. Nel manifesto che appare sul primo numero della rivista, il 27 dicembre 1908, l’editoriale prezzoliniano dichiara:
    “Non promettiamo di essere dei geni, di sviscerare il mistero del mondo e di determinare il preciso e quotidiano menu delle azioni che occorrono per diventare grandi uomini. Ma promettiamo di essere ONESTI e SINCERI. Noi sentiamo fortemente l’eticità della vita intellettuale, e ci muove il vomito a vedere la miseria e l’angustia e il rivoltante traffico che si fa delle cose dello spirito. Sono queste le infinite forme d’arbitrio che intendiamo DENUNCIARE e COMBATTERE. Tutti le conoscono, molti ne parlano; nessuno le addita pubblicamente. Sono i giudizi leggeri e avventati senza possibilità di discussione, la ciarlataneria di artisti deficienti e di pensatori senza reni, il lucro e il mestiere dei fabbricanti di letteratura, la vuota formulistica che risolve automaticamente ogni problema. Di LAVORARE abbiamo voglia. Già ci proponiamo di tener dietro a certi movimenti sociali che si complicano di ideologie, come il modernismo e il sindacalismo; di INFORMARE, senza troppa smania di novità, di quel che meglio si fa all’estero; di PROPORRE riforme e miglioramenti alle biblioteche pubbliche, di OCCUPARCI della crisi morale delle università italiane; di SEGNALARE le opere degne di lettura e di COMMENTARE le viltà della vita contemporanea”.

    Tale programma verrà realizzato in tutta la prima fase della rivista grazie alla collaborazione di validi pensatori, come Croce, Amendola, Salvemini, Cecchi, Murri, Einaudi, che rendono la rivista uno dei più vivaci e validi organi culturali di quegli anni.

    La Voce aprirà le sue colonne come finora non aveva mai fatto, alla creazione artistica dei suoi collaboratori. Essa pubblicherà non soltanto novelle, racconti, versi, non soltanto disegni originali e riproduzioni di quadri e di sculture, ma ogni forma di lirica, dal diario al frammento, dallo schizzo all’impressione. Purché ci sia VITA”.

    da http://it.wikipedia.org/wiki/la_Voce_(rivista)

    buona giornata

    elena f

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  11. @ Mauro Baldrati
    le perle di saggezza è riferito proprio a queste uscite sulla donna.
    Si Paola Castagna considera le sopra citate parole, parole importanti e vere.
    La traformazione nei ruoli prestabiliti spesso ammazza anche le passioni più grandi.

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  12. luca, scusami, c’è un mio commento in moderazione, eppure ho semplicemente riportato l’editoriale di prezzolini sul primo numero de la Voce, se non va bene, meglio cancellare quello e questo 🙂

    buona giornata

    elena f

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  13. Elena a volte WordPress manda in moderazione commenti secondo una sua logica. So che non scrivi cose volgari o offensive. Attendo che si sblocchi il commento. Nel caso riscrivilo. Grazie per la partecipazione!

    Buona giornata anche a te

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  14. Grazie Metafisico!Beh, Papini andrebbe anche lui riscoperto!”Un uomo finito” è un capolavoro.

    Un caro saluto

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  15. Luca, Papini era “anche” uno che scriveva cose come queste:

    “L’avvenire, come gli antichi Dei delle foreste, ha bisogno di vittime umane, di carneficine… Il sangue è il vino dei popoli forti, il sangue è l’olio di cui hanno bisogno le ruote di questa macchina enorme che vola dal passato al futuro – perchè il futuro diventi più presto passato… Abbiamo bisogno di cadaveri per lastricare le strade di tutti i trionfi… In verità siamo troppi al mondo. A dispetto del malthusianismo la marmaglia trabocca e gli imbecilli si moltiplicano… Per diminuire il numero di codeste bocche dannose qualunque cosa è buona: eruzioni, convulsioni di terra, pestilenze. E siccome tali fortune son rare e non bastano ben venga l’assassinio generale collettivo.”

    (è tratto dal programma elettorale pubblicato da Papini su “Lacerba” nel 1913 (aveva dunque 31 anni).

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  16. Lo so anche Marinetti esaltava lo stupro durante la guerra sulle popolazioni conquistate, eppure alcune sue pagine sono interessanti.
    Anche Pirandello e Ungaretti e Saba sostennero apertamente il Fascismo che in quel periodo mandava al confino altri intelletuali e condannava a morte i fratelli Rosselli, ecc…
    Con questo non ho detto che Papini è il più grande scrittore sulla terra e che le sue opere sono Vangelo, solo che andrebbe riscoperto, analizzato a distanza di anni con la giusta obiettività, ma si sa in questo Paese per certi scrittori è stato impossibile.
    Anche Bontempelli e Malaparte furono fascisti ma sia il primo che il secondo hanno scritto dei capolavori. “La pelle” è un ritratto di Napoli allo sfascio del dopoguerra sublime eppure Malaparte disprezza apertamente i “poveracci” e il suo sguardo è snob e aristocratico…

    Grazie Giovanni!

    Un caro saluto

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  17. Peccato GIovanni che “l’amiamo la guerra” che citi risale appunto al 1913, poi Papini si pentì della sua posizione interventista, fece bruciare anche le copie rimanenti de “Le memorie d’Iddio”.
    Era ancora nella fase atea e nichilista, un “altro “Papini che in quanto altro non può essere giudicato solo per una fase, disgiunta da quella post conversione.

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  18. Grazie Metafisisco per la precisazione. In effetti esiste un Papini I e un Papini II così come per Rebora e per tanti altri fino ai giorni nostri.

    Un caro saluto

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  19. Grazie a te e complimenti per l’eccellente blog, sono difficili da trovare quelli belli e interessanti come il tuo.
    Se vuoi fare un salto dai neofuturisti per dibattere ancora sui vari Papini, Prezzolini e Co. sei il benvenuto:

    neofuturistiitaliani.splinder.com

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  20. Caro Metafisico, grazie ma il merito è della squadra: un blog così funziona proprio perchè collettivo. Verrò sicuramente a visitare il vostro blog, sebbene io non sia un esperto del futurismo. Mi sono dedicato più ad altro nel Novecento!

    Un caro saluto

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  21. non credere che io sia un fan sfegatato del futurismo. nè codivido qualche punto, altri per niente.
    Papini è il mio scitttore preferito ma il Papini futurista è forse quello che mi piace meno.

    a presto

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