Nomadi e monadi

Il senso che manca tra nomadi e monadi
Contributo al convegno: Canone e canoni – Pozzolo (AL), 23 giugno 2007
Adam Vaccaro

È opportuno, negli spazi qui disponibili, dare conto dei punti ritenuti essenziali, lasciando aperti sviluppi per altre occasioni.
Maionese impazzita e specchio rotto sono due metafore di Eugenio Scalfari (Repubblica, 3/6/07) riferite allo stato attuale della società italiana, in cui “si procede a tentoni, animati solo dall’istinto di sopravvivenza …dalla psicologia del branco, dai legami corporativi”. Sono immagini purtroppo riferibili anche all’ambito della cultura e dell’arte, in cui manca un pensiero critico del mondo nel suo complesso. Senza toccare tale nodo credo rimanga esercizio retorico un esame dei canoni in atto – per il passato e il presente – nell’assordante silenzio (di senso) in cui siamo.
Sull’ipotesi di un canone europeo, il 15 e 16 giugno si è svolto alla Sapienza di Roma un convegno. Molte università europee hanno dato contributi ma, da qualche spunto reperito dagli organi che ne hanno parlato, non si esce dal risaputo, con nomi quali Dante, Cervantes, Shakespeare, Goethe, Tolstoj, Flaubert, Proust e altri, riguardanti sia il romanzo moderno che la poesia. Accademici boati, interessanti più per le tendenze a occuparsi anche di filosofia, etica, politica ecc., campi che comportano una visione di idee del mondo e della società nel loro complesso.
Ne consegue anche che ogni discorso sul canone non può ignorare il suo intreccio col potere.
Rispetto al passato, tale intreccio opera nella lunga trafila che storicizza forme e autori, determinata da fruitori non limitati a accademie e gruppi ristretti. Nella contemporaneità il peso di tali gruppi è accentuato, quanto meno pubblico è coinvolto da autori e opere. Non è certo la quantità – insignificante o estesa – di quest’ultimo a determinare la qualità, ma senza un pubblico il dibattito sul canone tende a esercizi chiusi in termini di potere. Le vicende della Neoavanguardia sono un esempio. Altrettanto l’affollata frammentazione odierna: contrapposizioni di gruppi e gruppetti si riducono spesso a logiche di potere, peraltro sempre più ridicolo e inconsistente. Tutto ovviamente in nome della qualità, da ciascuno intesa in modi diversi. Così anche le Grandi Case non generano che piccoli canoni.

A commento delle sue affollate letture dantesche, Vittorio Sermonti ha detto che la loro forza di attrazione sta nella valenza di un testo che (prima di ogni esercizio esplicativo) consente a chi ascolta di incontrare se stesso. Aggiungo che, al tempo stesso, va oltre se stesso e incontra l’Altro. E ciò accade se coinvolge (anche) le lingue dei sensi e attiva una sua forma di “attrazione erotica” (dice Alfonso Berardinelli in un recente articolo sul Sole 24 ore). La magia di un testo poetico sta cioè nella sua capacità di diventare teatro di incontro, in cui si congiungono fruizione soggettiva e funzione sociale, civile, della poesia. Quando succede si può parlare di canone che continua a vivere nel corpo dell’altro, e non solo in specchi autoreferenziali, come spesso accade nella fase attuale.
Nel gremito laghetto degli scriventi poesia, rari i testi che coinvolgono a fondo e fanno pensare a un canone nuovo e vecchio al tempo stesso, potente perché coinvolge testa pancia e cuore e ci offre un luogo in cui ritroviamo noi stessi e l’altro. Molti testi si collocano su due rive: da un lato minimalismi e intimismi con iperdeterminazione del significato, dall’altro iperdeterminazioni del significante, testi di testa e giochi di parole, rimasticazioni di simbolismi astratti e chiusure letterarie che non trasmettono un’esperienza della totalità del corpo. In entrambe le rive avvertiamo somme di empasse di un Io che non esce da sé e dalla sua lingua, e tende a dirci tutto o niente in formule rinnovate di vecchissime radici, oscillanti da un trobar leu o plan a un trobar clus o trobar escur, che contrapposero i trovatori del XII secolo tra un poetare lieve o piano e caras rimas e clusas, parole e forme destinate a pochi, pensando fosse quello il metro della qualità. Chi ne ricorda qualche nome o testo? Gli appassionati ricordano un Marcabrù, ma si può parlare di canoni o solo di tentativi che riguardano più la storia della letteratura che la poesia?
Anche per il passato non basta comunque stilare repertori di autori circolanti in un pubblico non limitato agli addetti. Servirebbero analisi comparative, per capire meglio perché tali presenze di una comunità (ri)nascente, rimangono storia-non-storia, lievito inattuale sempre attuale (in senso nietzschiano) che incarna il bisogno di interrogarsi più che sull’Essere, su senso e piacere (facce della stessa cosa) di essere qui e ora. Canone perché rinnova nel tempo reti mentali e scambi socioculturali.

A partire dall’Adiacenza, idea di scrittura/lettura coinvolgente la totalità di lingue del corpo, cerco di orientarmi nella fase attuale con ipotesi come la Terza riva (vedi Poesia: il futuro cerca il futuro, Atti del convegno di Firenze tra riviste letterarie, Lietocolle 2006), scritture cioè capaci di complessità e transitività. Ciò implica per me anche un rinnovato senso civile della scrittura. È un senso ampio che non ha, non può avere, oggi il senso di impegno come concepito nei decenni scorsi e può legittimare la domanda: perché porlo? Spero che questo scritto ed altri saggi via via pubblicati – vedi nel N° 1-2007 de “La clessidra” sul pensiero poetico di Giampiero Neri, o nel N° 3 di Adiacenze (la rivista telematica scaricabile dal Sito di Milanocosa) sul libro di Tiziano Salari, Sotto il vulcano – diano qualche risposta.
Adiacenza, Terza riva e scrittura civile non sono perciò formulazioni di canoni, ma tentativi di misurarsi con l’attuale caotica esplosione (sulla carta e in rete) di pubblicazioni, che non riesce a contrapporsi, con un’immagine autonoma e unitaria di sé, al vuoto di senso prodotto da un contesto globalizzato e disgregato. Nel quale manca una classe dirigente capace anche solo di limare le follie di una logica di sviluppo infinito (del 20% del mondo), che sta portando al collasso le possibilità di vita sulla Terra. Ugualmente, i vari ambiti della cultura non riescono a costituire autorevoli punti di riferimento e misure eticocritiche rispetto a un pensiero unico onto-teo-egologico, (af)fondato in una visione di idee coerente col Comando originario di dominare sul cielo e la terra. Per il quale la guerra non è un increscioso accidente ma il modo di essere e di rapportarsi all’Altro – cose, natura, persone. Un pensiero che privatizza l’acqua, cioè della vita, e trova nelle logiche del profitto la culla della sua massima esaltazione.

Non mi interessa perciò elaborare ipotesi di canoni in astratto, o parlare di realtà e verità, se si ignora o si rimuove il vestito in cui si nasconde un Io immobile, non ancora raggiunto dalla rivoluzione copernicana. Mi interessano conseguentemente forme-corpo passate/presenti di pensiero critico, senza il quale è difficile evitare, non l’inutile (quale spazio libero dalle logiche mercantili) ma il superfluo di una nicchia ancillare e marginale. Forme che mettano in crisi con la forza delle loro immagini tale Io, spingendolo a rinnovarsi e a costruire un’altra ragione, più civile, fuori dal canone-bara del pensiero occidentale. Forme capaci di ricostruire senso, epifania prodotta solo dall’incontro con l’Altro, dalla magia di unità tra soggetto e oggetto (uno dei capi d’accusa che portò al rogo Giordano Bruno). Isole di resistenza umana cui non compete certo di salvare/cambiare il mondo, ma di incarnarne il dolore e il possibile percorso di gioia, credo di sì. Il che implica non semplici no, ma responsabilità e forme di pensiero tragico, tra polarità irriducibili incarnate da eroi o giganti. Più facile oggi incontrare gitanti.
Nell’attuale circuito spesso affollato e ininfluente, occorre perciò chiedersi: qual è la priorità per chi oggi si occupa di poesia? Fare battaglie rissose tra contrapposte concezioni di qualità o, anche all’interno di una terza riva, prioritario è centralizzare la vita e la sua esperienza? E con tale bussola attivare un proprio nomadismo di ricerca, contro ogni schema tendente a irrigidire e a ridurre a monadi?
Può essere un modo per togliere “la poesia dal ghetto”, come auspica nell’articolo citato Berardinelli. Forse occorre “non specializzare ma mescolare i generi, facendo collane miste”, scegliendo “libri…di qualità”. Non è facile se “Mancano serie di filtri critici e valutativi. Le recensioni…sono spesso cerimoniali” e “l’editoria in mancanza di lettori competenti e di critici schietti è sconcertata. Chi si accorge che un libro di poesia è brutto o inesistente sono si e no cento persone…quelle che lo dicono sono una ventina. Quelle che lo scrivono sono meno di cinque…”. Anche le antologie di “poesia contemporanea sono sempre più voluminose…Si moltiplicano i commenti, le introduzioni, le analisi. Ma chi conosce a memoria un paio di testi scritti dalle ultime generazioni di poeti? Si direbbe che quanto meno…si legge poesia tanto più i critici e gli insegnanti si accaniscono a spiegarcela.”. La poesia sembra così “materia per produrre interpretazioni.”, che anziché avvicinare allontanano dalla “lettura gratuita di puro piacere, la sola da cui può nascere quella familiarità verbale necessaria a creare lettori”.

Ecco, penso occorra partire da uno sguardo non autocelebrativo dell’esistente, anche se non è semplice dare indicazioni e risposte. Perché i problemi dell’ambito della poesia sono parte della Krisis più generale del pensiero occidentale e della sua (in)capacità di produrre senso: una “funesta domanda” (Maria Zambrano), che si pensi di risolverla col solo Logos dell’Io, o di affidarla all’abbandono ai “chiari del bosco” dei sensi. L’adiacenza tra i due ambiti è fondamento della complessità di un progetto ignoto, che richiede una prassi di ricerca interminabile e un Io rinnovato, capace di colloquiare con il buio dei sensi e dell’anima per costruire un’altra ragione, nel centro senza centro della totalità delle lingue del corpo.

Giugno 2007 Adam Vaccaro

3 pensieri su “Nomadi e monadi

  1. Interessante, ed i riferimenti chiamati in causa sono ampi e circostanziati, mi accosto, scegliendo, a questo solo:

    l’impasse di cui si parla, l’evocata mancanza di un canone, sono elementi che appartengono, come viene detto nella chiusa, ad una crisi ben più vasta. Il pensiero occidentale fa i conti con le sue discusse supremazie, Aristotele e la Gaia scienza.

    Non mi pare più possibile tornare indietro, e poi a che gioverebbe, a riproporre una malattia meno grave del rimedio?
    Nell’esplosione (lunga, preventivata, ha analogie con l’attuale stato del clima, a mio vedere) che ci ha prodotti monadi non voglio vederci solo aspetti deleteri.

    Del resto tu fai proposte concrete, e questo ha senso. Un centro senza centro, certo, più centri? Un nomadismo delle idee che sa circolare e mettersi in contatto con più parti differenziate/indifferenziate e produrre sensI?

    Nel panorama testuale che il mezzo-rete propone io vedo anche ricchezza, fertilità, un’anarchia sollecita e sensibile. Talvolta penso che si venga presi da una sorta di agorafobia, troppo spazio, nessun referente, ci si dice “come mai non sto leggendo Woolf, Goethe, invece di essere qui alle prese con questi sgangherati?”.

    Come per i nuovi farmaci: abbiamo bisogno di studi clinici controllati, e conferme. E di filologia e Padri.

    Il laboratorio artistico ha in sé una parte che è fuori da questo conflitto, parli il logo, parlino i sensi, riesca a trovare nuove inedite centralità, civili, come dici tu, conoscitive, questo dico io: anche (o soprattutto?) morti i padri resta integro e generativo.

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  2. “qual è la priorità per chi oggi si occupa di poesia? Fare battaglie rissose tra contrapposte concezioni di qualità o, anche all’interno di una terza riva, prioritario è centralizzare la vita e la sua esperienza? E con tale bussola attivare un proprio nomadismo di ricerca, contro ogni schema tendente a irrigidire e a ridurre a monadi?”

    credo che valga la pena salvare queste domande, portarle dentro i nostri incontri virtuali e reali con la letteratura contemporanea. su Vibrisse, Mozzi s’interroga sulla funzione della letteratura minore e la sua influenza sui così detti grandi. nodi che non si lasciano sciogliere tanto facilmente. lavori in corso, comunque, destinati, forse, a rimanere tali.

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  3. Ringrazio sia Molesini che Fabrizio delle osservazioni acute che fanno…sì il senso del mio intervento è quello di riflettere insieme, cercando risposte insieme, per fare con umiltà qualche passo insieme, fuori dal rimbambimento acritico che viene inoculato costantemente. Certo, è un atteggiamento umile che può finire facilmente tra i rompiballe, in mezzo a tante presunzioni (anche di innocenza)che chiedono solo calorose approvazioni…

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