PRIMA E DOPO IL ’68: IL PORCELLINO E IL MAIALE

di Valter Binaghi
Pubblicato su “Il Domenicale” numero 30 – 28 luglio 2007
porcellino salvadanaio

Giusto quarant’anni fa ero in quinta elementare. La scuola iniziava in ottobre, allora.
Il primo giorno convenevoli e prolusione del pedagogo incravattato e deamicisiano, il secondo e il terzo vedere i compiti delle vacanze, il 4, san Francesco, era già festa.
Il quinto giorno, puntuale come la morte, entrava in classe il direttore, accolto dal maestro con sussiego: era per distribuirci il solito regalo della Cassa Rurale.
Il porcellino. Il salvadanaio di terracotta, accompagnato dal fervorino con cui il direttore esaltava la virtù civica e privata del risparmio, e avviava alla banca locale nuovi clienti.
I genitori a casa approvavano, posavano l’oggetto in luogo visibile e invitavano il piccolo a mettere lì almeno un’avanzo della mancetta della domenica (non erano previste elargizioni infrasettimanali, per i piscialetto degli anni Sessanta). Avevano patito la fame in guerra, i nostri vecchi, adesso c’era lavoro e paga, si poteva comprare a rate, ma non si fidavano troppo: contadini nell’anima, temevano la grandine dopo il bel tempo.

E neanche si risparmiava per ammucchiare palanche. La casa: la casa di proprietà, via dalla promiscuità dei cortili, del cesso sul ballatoio. Una generazione di coppie di operai che si sono pagati un villino in dieci anni (a pensarci oggi, vien da piangere). Erano tirchi, sì. Tiravano su casa e spesso vivevano in cantina, lasciando la sala bella per le visite e le camere per la notte soltanto. Ma tenevano con sè i nonni, quasi sempre, dalle mie parti l’ospizio era istituzione remota. Come la baby sitter. I nonni badavano ai bambini: avevano allevato i figli rudemente, e compensavano viziando i nipoti.
Era una società coi piedi nel passato: per questo poteva permettersi un futuro.
Poi, alla fine dei ’60, è arrivata una doppia comunicazione.
La prima dalla realtà: la Golden Age del capitalismo, quella dell’economia di scala che portando il frigorifero a tutti gli abitanti del pianeta ci dà una produttività sempre calda e un pianeta fresco, quella propagandata dal sorriso iperdentato dell’American Way of Life per intenderci, la Golden Age era finita: solo un’appendice della dottrina Truman, per convertire alla democrazia del dollaro il resto del mondo. Adesso basta.
Perchè prima di tutto finiva la benzina, cioè la capacità delle Sette Sorelle di tenere artificialmente basso il prezzo del petrolio nonostante le riserve calassero in progressione geometrica: nasceva l’OPEC dei paesi produttori, in maggioranza arabi e incazzati. Inoltre risultava sempre più chiaro a molti che un pianeta fresco con un’economia calda è come il ghiacciaio in fiamme, o la fuga del cavallo morto, falsi titoli di film con cui ci prendevamo per il culo all’oratorio. Prenderne atto, e tornare a concepire il mondo come forma e non solo come slancio, rivalutare la sostenibilità e il limite che proteggono la vita, sarebbe stata la cosa più ragionevole. Ma non andò così.
La seconda comunicazione era esattamente opposta alla prima, e arrivava dall’ideologia dei movimenti giovanili. Diceva: l’ordine è autoritario, la rinuncia è alienante, il sogno è più reale del reale, vietato vietare. Non era il solito scarto generazionale, come accade da che mondo è mondo. Era una nuova religione, nè più nè meno: come ha ben visto Max Weber, solo una religione riesce a trasformare l’aberrazione in rito.
La logica indomabile del capitalismo ne ha mantenuto lo slancio nell’unico modo possibile, cioè scambiando la religione protestante del lavoro con la mistica dell’eros perennemente protestatario, ovvero della spesa perpetua e dell’indebitamento cronico, meccanismo inevitabile quando si rimuove il senso del limite. Se il desiderio è in perenne rilancio, la soddisfazione diviene impossibile, ridotta alla propria rappresentazione immaginaria. Non a caso Imagine di J. Lennon è proclamata la canzone del secolo.
Dopo la Bibbia di Lutero, il profetismo adolescenziale dei Beatles è stato il più grande contributo all’industria culturale dell’età moderna, anche se forniva solo il gergo popolare al nuovo credo alimentato da diversi affluenti teorici.
Negli USA il movimento dei diritti civili e l’anarchismo spicciolo dello studente piccolo borghese si fondevano con le aspirazioni misticheggianti della cultura letteraria (già potenti ben prima della beat generation, vedi Whitman o il vitalismo di Hemingway), dando luogo a una miscela esplosiva, cui si aggiungeva in Europa il marxismo universitario, cioè la sua involuzione speculativa. Se in Marx c’era il pragmatismo dell’azione ad arginare la deriva utopica, nel Marcuse di “Eros e civiltà” dominava lo sforzo del chierico di elaborare una teologia del soggetto rivoluzionario. Il “movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti” tornava ad essere una pedagogia dell’anima: riconoscere all’eros la dignità mistica di un sacro precristiano, il dionisiaco ma senza la misura apollinea, che ai greci aveva dato sostanza etica ed estetica di civiltà. Che c’entrano gli antichi dei con la società dei consumi? C’entrano, c’entrano. La cultura non è mai stata altro che mitologia, come sapeva bene Nietzsche che la filosofia della cultura l’ha quasi inventata.
Bisognava abbattere le difese immunitarie, prima di invadere l’organismo: l’autorità dell’età e dell’esperienza, unico freno alla mistica del Bengodi. Negli anni Settanta la saggezza prudenziale delle comunità tradizionali veniva fatta a pezzi dall’avvento di un nuovo soggetto globale di cui i movimenti giovanili erano l’avanguardia.
L’onda utopica riusciva a legittimare (rubandogli la scena) eventi epocali come la fine degli accordi di Bretton Woods, cioè il radicale divorzio della speculazione finanziaria dall’economia reale e delle strategie produttive dal computo delle risorse disponibili, sinistro retroscena del motto sinistrese: “l’immaginazione al potere”.
Mentre l’intellettuale parigino smetteva di giocare con le figurine dei surrealisti e s’improvvisava retore, i movimenti giovanili infrangevano tutte le barriere che i vecchi valori di sobrietà e pudore avevano eretto intorno all’intimità personale, e consegnavano nuovi territori al mercato: la pornografia diventava subito l’essenza del consumo, perchè il linguaggio del desiderio è quello dello spettacolo, e l’accumulazione di spettacoli è la nuova forma della merce, come scriveva giustamente Debord in quegli anni.
Vecchi slogan? Niente affatto: la teoria rivoluzionaria di una generazione sarebbe diventata il linguaggio pubblicitario della seguente. L’immaginazione oggi è davvero al potere. Naturalmente non parlo delle sofisticate produzioni teoriche degli ultradialettici, ma di ciò che ne resta a livello di senso comune: il dionisismo d’accatto la cui dismisura diventa misura del vivere, il pensiero magico della nuova classe media.
Forse chi nel ’68 ha aperto il vaso di Pandora non sapeva che l’occidente sarebbe precipitato in quello che Girard chiamerebbe l’inferno mimetico: la smania del possesso e dell’esibizione, che accumula frustrazioni come l’escalation militare testate atomiche, e suggerisce la micidiale sinonimia tra progresso e accelerazione. Ma se l’errore dei ventenni di allora era scusabile, oggi perseverare è diabolico.
Eppure è tutta una gara, a destra e sinistra, a rivendicarne il potenziale libertario.
L’esaltazione progressista delle tecnologie, dei profitti e dei consumi è persistente e trasversale, compatta nell’attaccare gli ultimi resti del senso della forma naturale e del limite, difesi per lo più solo dalle religioni tradizionali. Il consumismo sfrenato, l’avidità suina con cui l’uomo occidentale brucia quel che resta del mondo è l’esatto corrispettivo della macchina desiderante che l’ideologia continua a teorizzare in termini democratici. Si finge di credere realizzabili il diritto universale al lusso (che è in sè un’aberrazione sociale: i ricchi di un tempo non esibivano le loro futilità, temevano l’invidia – mentre l’inferno mimetico d’invidia si nutre) e ad un’esistenza singolare, emancipata dai vincoli comunitari (il lusso dei lussi, se pensate a quanto costa una baby sitter o una badante, per ciò che un tempo la famiglia unita dava gratis). Intanto il pianeta brucia.
Le aspettative crescenti del consumatore occidentale, molto più che l’incremento demografico del terzo mondo, sono il principale ostacolo all’adozione di politiche di salvaguardia antropologica ed ecologica, ma questo non fa comodo ricordarlo, nè a sinistra nè a destra, perchè proporre l’austerità non rende popolari.
Altro che porcellino: siamo indebitati fino al collo, prima che con le banche (che fanno a gara ad offrirci mutui o ad arrazzarci col miraggio di investimenti favolosi) con il perenne credito dei nostri desideri ormai ridotti allo spettacolo di se stessi, siamo la generazione dei Future, che si è già venduta il pianeta come se fosse l’ultima, e pianifica geneticamente figli belli e sani, per il Reality Show che è diventata la vita corrente.
In queste condizioni, quando chi dice di voler preservare continua a spendere, bisogna dire con forza insieme a Bruno Arpaia (Per una sinistra reazionaria, Guanda) che una cultura del limite, della sobrietà e dell’autorità è essenziale a qualunque politica che voglia salvaguardare l’essere umano e non una sua pericolosa astrazione.
Dato che il delirio narcisistico non è di destra nè di sinistra (è impolitico per definizione), chiedo ai nostri politici un conservatorismo trasversale, per salvare questo paese.
Un appetito senza forma, uno stomaco che non ha tempo di digerire perchè non si preoccupa di assimilare e tradurre in sostanza e sazietà il cibo (diritti, consumi, immigrazione) è peggio che bulimico: è l’obeso tristemente cantato da Gaber.
Mangi come un maiale, si diceva una volta.
Ridateci il porcellino, dai.

36 pensieri su “PRIMA E DOPO IL ’68: IL PORCELLINO E IL MAIALE

  1. Caro Binaghi, proprio oggi avevo postato nel mio blog “Brotture” un pezzo di A. Bartlett che mi pare abbia a che fare col tuo discorso, e lo riporto.

    Se l’ipotesi di Girard spiega fedelmente una verità biblica – cioè che la cultura umana è generata da una violenza originaria, che l’umanità ha una genetica culturale nella e attraverso la violenza – allora il mondo oggi si trova sul ciglio di una crisi incondizionata. Tutti i meccanismi di contenimento stanno allentando la loro presa; le forze di controllo della religione tradizionale ed il sacro sono progressivamente aboliti. Non vi sono più limiti né confini. Questo è vero nei termini dell’ideologia della democrazia liberale, nei confronti delle identità e dei comportamenti sessuali, familiari e sociali. Ma in realtà è più profondamente e sistematicamente vero nell’inarrestabile flusso globale di oggetti di desiderio; nei media, nella tecnologia dell’informazione, nei grandi supermercati dei ricchi. Questo è il luogo in cui la crisi più pienamente si manifesta. L’abissale distanza tra i ricchi e i poveri, sia entro che tra le nazioni, per un verso smentisce la vantata assenza di confini, e lo fa nel modo più brutale. E tuttavia nello stesso tempo l’onnipresenza della telecomunicazione ogni giorno deride i membri della specie umana con una sensazione immediata di cose che devono essere desiderate, cose che in realtà sono accessibili solo ai pochi privilegiati. Il mondo comincia a ruotare incontrollabilmente in una giostra di desiderio. E la sua rotazione sempre più veloce diviene un vortice entro il quale coloro che sono scagliati al fondo per qualsiasi motivo devono inevitabilmente replicare mediante la violenza, tentando di rovesciare il loro destino. Si possono immaginare degli scenari in cui tale violenza sia imbrigliata da movimenti reazionari che tentino di controllare il vortice, di rallentarlo, conferendogli un senso superficiale di ritmo, ordine e diritto. E’ una soluzione che può sorgere dal disastro (economico, ecologico, frustrazione cumulativa della destra politica), e a sua volta produrre una catastrofe su di una scala tale da eclissare tutte le precedenti esperienze di creazione di capri espiatori e di vittime. Ma una risposta del genere non sarebbe a sua volta mai in grado di fare a meno di un’organizzazione di iper-mercato, ovvero di un’economia globale basata su uno scambio intensificato di beni. Una volta che la storia umana abbia prodotto la casa planetaria come un supermercato del desiderio, e il supermercato come casa planetaria per miliardi di umani, è molto difficile vedere questa stessa storia rinunciarvi mediante un programma politico disciplinare scelto razionalmente.

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  2. Si, a livello diagnostico mi ci ritrovo.
    Una soluzione politica locale è difficile, mondiale è impossibile: è la malattia che cura sè stessa.
    Siamo condannati a sperare nel blackout energetico.

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  3. Wlater, io nel ’68 ero di là da venire, posso ricostruire il periodo come si ricostruiscono i periodi del ‘biennio rosso’ o della ‘marcia su Roma’, vale a dire con letture e testimonianze orali. Ora, negli anni ho imparato che devo guardarmi da coloro che qualcuno ha definito “preti spretati”, ossia i sessantottini delusi, coloro che quaranta anni fa ti davano del fascista se ti permettevi di richiamare al senso (greco) della misura, mentre oggi sogghignano sdegnosamente se alludi al fatto che esistono ancora tecniche pianificabili (progressiste? Perché no) di convivenza sociale. Non voglio dire che fai parte della compagnìa, ma confesso che me la riporti alla mente (non solo in questo pezzo, peraltro molto bello). Se è vero che allora si oltrepassò la misura, è vero che oggi si fa altrettanto quando diventa impossibile pronunciare la parola “progressista”. Io (sebbene non mi ci identifichi del tutto, beninteso) continuo a preferirlo al “conservatore”, sia anche trasversale, che rischia di diventare un termine ombrello sotto cui far rientrare ogni atteggiamento, anche il meno encomiabile. Del resto, a leggere il libro di Arpaia, che giustamente segnali, credo sia preferibile l’ossimoro (figura cara a Pasolini, che mi pare possa incarnarlo) di “progressista reazionario”.

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  4. @Livermore
    Il passato conta solo per quanto può insegnare.
    Le categorie di progressista e reazionario m’importano poco (forse sono una trappola che impedisce di scorgere il problema).
    A me interessa riaffermare il senso del limite, la misura, senza la quale non c’è letteralmente forma di vita che tenga.
    Chi lo fa, mi troverà di sicuro dalla sua parte.

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  5. Caro Binaghi, ho giusto dieci anni più di te e figurati se non sono sensibile ai richiami del salvadanaio, della casa di ringhiera, della solidarietà gratuita di tanti anni fa. Ma non si può andare verso il futuro gridando “Aridatece er maialino!” L’unico modo serio di affrontare il futuro è avere un progetto, crederci e lavorarci. Per questo, sotto ogni regime, la gente ha bisogno di un capo: ci vuole qualcuno che abbia un progetto e il carisma necessario per imporlo. (Naturalmente la cosa presenta fior di rischi, ma non si vive per sotterrare i talenti, bensì per farli fruttare. O almeno per provarci).

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  6. @Merlin Cocai
    Il progetto è importante, ma è solo la componente tecnica e razionale delle cose: la terapia. Chi guarisce veramente è la natura: cose come la terra, la famiglia, un lavoro creativo, un confine che distingua il familiare dall’estraneo, non si possono produrre ma solo ritrovare e quando si crede di averle superate in realtà si è superato l’uomo stesso: se gli togli queste cose l’essere umano trasformato in un automa foderato di diritti individuali e assistito di tutto punto da una burocrazia onnivora muore. Liberaldemocrazia e socialdemocrazia hanno interamente abdicato all’agire tecnico, ed è per questo che non hanno più alcun senso politico. Quando i dinosauri della classe dirigente l’avranno capito, forse sarà troppo tardi. Ma la natura in qualche modo vince sempre: anche con le catastrofi.

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  7. Binaghi, nel ’68 avevo 27 anni,
    l’ho visto, l’ho vissuto, mi è passato dentro, mi ci ripassa,
    e trovo tuttavia che qui d’immaginazione anche non au pouvoir ce n’hai messa parecchia, tu.
    Io sono francamente arcistufo marcio di trattatelli sul ’68, caricando quelli, i “non tanti” italiani che allora lo praticarono di varie demenze e sciocchezze.
    Il ’68 fu variegato, multiplo, sfumato e fu uno straordinario momento e movimento subito e rapidamente represso da le pouvoir au pouvoir.
    Hai scritto un pastiche, e hai messo troppe cose nel calderone, col risultato che ne vien gran minestrone, dal porcellino ai porcelloni governanti di ora e di prima.
    Merlincocai ha detto, ha parlato di programmi, progetti credeci e lavorarci.
    Stiamo lì, per cortesia.

    Mario Bianco

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  8. Mario Bianco, il vissuto personale è una cosa, la teoria della cultura è un’altra. Gli argomenti si confutano con argomenti, non con sbuffi di fastidio. Marcuse è Marcuse, Eros e civiltà era uno dei libri che facevano testo allora, se non l’hai letto e non hai colto il messaggio meglio per te, ma la storia non si scrive con le suggestioni a posteriori, bensì analizzando testi e slogan intorno a cui si è creato movimento.

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  9. Merlin Cocai (e Mario Bianco). Il discorso sul progetto potrebbe anche essere condivisibile: dovrebbe però essere dettagliato in termini più precisi e concreti, altrimenti non mi dice niente.
    Ma non capisco, in ogni caso, come fai a passare così a cuor leggero dal concetto di progetto a quello di “capo”. E’ il capo a rendere possibile la realizzazione del progetto? Spiegherebbe molte cose: ad esempio, perchè una società che non è mai stata capace di rivedere criticamente il sessantotto (la nostra) ha eletto per ben due volte Silvio Berlusconi ed eleggerà Valter Veltroni: entrambi i personaggi si nutrono a piene mani della retorica della “guida” così come quella del “progetto”. Meglio se liberal – globalista.

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  10. Il punto è che non esistono progetti politici. I progetti nascono da istanze che non sono mai ascoltate. C’è sempre troppo “citazionismo” in questa tipologia di post dato l’argomento trattato ma questo non aiuta nessuno.

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  11. Marco, il “volemose bene e facciamo finta di pensarla uguale” aiuta di più? Oppure rifugiarsi nell’oscurità o chiarezza abbacinante (che poi è uguale) e pre-politica del verso, dove tutte le vacche sono nere e non c’è ragione nè torto ma solo la mistica dell’ineffabile, aiuta?

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  12. Valter, il “guaio” è proprio quello che tu hai descritto: “il “volemose bene e facciamo finta di pensarla uguale”. Il popolo narcotizzato, purtroppo, non finge e non è aiutato…,non ha bisogno di una guida ma di autocoscienza, forse diciamo le stessa cose, spero.

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  13. Almeno vogliamo dirle, e questo aiuta. Per prendere coscienza servono anche parole, ma soprattutto diagnosi, giudizi. Il coraggio di andare oltre il vissuto personale e individuare tendenze cui opporsi o da favorire nella storia passata e presente. Anche a costo di amputazioni dolorose. E’ quello che provo a fare.

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  14. Binaghi, leggendo “Guerra e pace” si è portati a dar ragione a Tolstoi. Ma se non ci fosse stato Napoleone non ci sarebbe stato neanche “Guerra e pace”.

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  15. Mi dispiace Binaghi,
    a me Eros e civiltà interessa ben poco,
    nè l’ho mai letto nè mai lo leggerò, credo.
    A me interessa invece un esame concreto degli atti avvenuti e poi, dico poi, delle idee che eventualmente esistevano dietro o, per qualcuno, reggevano gli “acta”.
    Il mio non era uno sbuffo di fastidio, è un rifuto per le generalizzazioni pamphlettistiche che fanno di ogni erba un fascio.
    Qui parliamo di analisi politica, storica e non di favole, sbuffi, o fantasie.
    MarioB.

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  16. Caro Mario, non c’è sapere se non dell’universale.
    Le generalizzazioni, se sono false, bisogna dimostrarle tali, testi e cronache alla mano.
    Io storia la insegno da 25 anni.

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  17. “l’avidità suina con cui l’uomo occidentale brucia quel che resta del mondo”.

    questo mi sembra un dato incontrovertibile. resta da capire quali sono, nel contesto, le persone, i movimenti, i valori, che possono salvare da, o almeno rallentare, questa deriva disastrosa. persino le guerre sono al servizio del consumo spicciolo. i morti sono sacrificati sull’altare della pubblicità. verrebbe da dire: qualunque cosa, ma non questo. la soluzione, secondo me, non sta in un capo, ma nel capo, nella testa, in una ragione ritrovata. una ragione viva, che sappia ripartire dai bisogni veri, quelli degli ultimi, dei poveri. chi è oggi dalla parte dei poveri? chiunque avrà il coraggio di schierarsi in questo senso potrà dire di aver trovato l’antidoto all'”avidità suina” che ci sta conducendo tutti alla catastrofe. essere progressisti oggi non può essere che questo.

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  18. Fabry, non mi basta: qualsiasi demagogo comincia la sua carriera proclamando di essere dalla parte dei poveri. E poi bisogna avere il coraggio di riconoscere che i poveri spesso sono i più facilmente sedotti dai miti del consumo. Ci sono poveri che vendono le sorelle o i figli per smettere di essere poveri.
    Prova a parlare di austerità, di limiti dello sviluppo, di rifiuto delle tecnologie vincolanti, di limitazione al movimento di merci e di uomini, e vedrai che vuoto ti si fa attorno.

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  19. per me la povertà è un fatto oggettivo, Valter. se voglio scardinare l’avidità suina, devo comunque cominciare da lì. costi quel che costi. un progressista lotta per sollevare qualcuno dalla sconfitta cui altri lo condannano. non lo fa per consegnare al consumismo, ma perché il consumismo si consegni al giudizio della storia, sradicato dalle sue vittime predestinate.

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  20. A meno che sia proprio il progressismo a creare povertà, come accade da vent’anni a questa parte nel mondo industrializzato e nel rapporto tra nord e sud del pianeta.
    Conosci gli scritti di Ivan Illich?

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  21. non intendo quel progressismo fabbricatore di illusioni.
    sono più per il progressismo del vangelo.
    ora però, essendo le due meno dieci, progredisco verso il letto.

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  22. Sintetizzando il pensiero di Tzvetan Todorov (in “Memoria del male, tentazione del bene”, Garzanti Elefanti, Milano, 2001 – ed. originale francese 2000): il totalitarismo è una forma di monismo politico anti-democratico, un utopismo millenaristico ateo che si basa sulla presunzione dello scientismo – quindi, riportando una nota frase di Lev (Lejba) Davidovič Bronštejn Trotsky (in “Strategia e tattica nell’epoca imperialistica”, parte del Manifesto “Terza Internazionale dopo Lenin”, del 1928), ‘battuta’ (definiamola così – anche se una buttata, almeno per me, non lo è assolutamete)… frase poi ripresa da Mussolini e rivista, in seguito, anche da Hitler (e da molti altri): “Meglio un sano totalitarismo che una falsa democrazia, maggiore chiarezza meno equlibrismi” – quindi rilanciando uno slogan nato sotto il papato di Pio IX: “Viva il Papa Re!”…

    che dire, a prescindere dal ‘tergiversare’ sulle sfumature, sui ‘possibili sistemi’, quindi dal denunciare, giustamente, gl’innegabili problemi di ordine ecologico e la povertà di nuovo dilagante, nonostante 9 milioni di italiani al mare?

    Un grazie a Binaghi per l’argomento, come a chi finora è intervenuto.

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  23. Ringrazio e saluto tutti.
    Vado qualche giorno in un posto senza telefono e collegamento Internet. So che sopravviverete.

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  24. è vero che anche i poveri vengono sedotti dal mito del consumo ma questo non accadrà perchè si cerca pienezza e sazietà in ciò che non può sfamare?

    buona giornata

    elena f

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  25. @ lapoesiaelospirito (# 21)

    “la soluzione, secondo me, non sta in un capo, ma nel capo, nella testa, in una ragione ritrovata. una ragione viva, che sappia ripartire dai bisogni veri, quelli degli ultimi, dei poveri.”

    Fabry, je t’aime à la folie!

    Un po’ di dati (ISTAT 2001): l’Italia conta 8 milioni di poveri, corrispondenti al 13,9 % della popolazione; il livello di povertà relativa su cui si basa l’indagine è pari a un milione e 569000 lire di spesa mensile per un nucleo di due persone; il 62,7 % delle famiglie povere risiede al sud.

    Naturalmente l’indagine è alquanto inadeguata (per difetto!) rispetto alla situazione attuale che (lo sappiamo sulla nostra pelle) è stata resa abnorme dall’effetto euro, da una perdita massiccia del potere d’acquisto per i lavoratori dipendenti, e dalla introduzione su larga scala del lavoro in affitto che ha negato il futuro a una intera generazione di giovani. Altro che otto milioni di poveri fra qualche anno!

    Ora, vogliamo buttare tutto nel cesso, compreso il miglioramento della qualità della vita dovuto a scienza e tecnologia? Sarebbe da fessi. Personalmente reputo che ogni soluzione di tipo reazionario, per quanto allettante ed efficace possa apparire, non è che l’antitesi di una soluzione di buon senso ancor prima che “razionale” come quella lucidamente sostenuta da Fabry. Non ti basta Valter (# 23)? E da che parte dovremmo schierarci? Non sarà mica quella di Briatore? Potrai rispondermi con calma quando ti sarai “rigenerato”.

    Un caro saluto.
    Pasquale

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  26. interessantissimo, io ci penso e ci ripenso e forse una soluzione c’è. Non comprare, non tutto, non subito, che io avevo -9 anni nel ’68 e non ne vedo che la mitizzazione -o la demonizzazione- e la beata innocenza. Ecco, ma io che non c’ero, che son cresciuto con ideologie a bassissime intensità – Collini mi perdoni il prestito- mi ritrovo solo nella limitazione del desiderio e nella gestione umana della dimensione umana, così alla buona. Sapessi esprimermi meglio sarebbe già un progresso. scusate.

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  27. io nel 68 non ero neppure in in lista d’attesa per la discesa su questa terra… però un maialino per i risparmi mi piacerebbe averlo ( ma se mi compro il maialino- poveretto- sarà il maialino più magro d’europa!) 🙂

    spunti interessanti

    ciao

    francescaromana

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  28. quando ho letto “Ora, vogliamo buttare tutto nel cesso, compreso il miglioramento della qualità della vita dovuto a scienza e tecnologia” una parte razionale di me convenne ma, spontaneamete, emerse l’immagine di Chaplin nella cetena di montaggio. ora, cosa serve una migliore tecnologia se le ore di lavoro non diminuiscono e se il lavoro stesso aliena l’individuo, che nel lavoro vorrebbe mettere tutto se stesso (creatività, personalità, anima). per non parlare di precariato …

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  29. Domenico, fatti furbo. Quella che va assolutamente evitata è la logica binaria: on/off, bianco/nero, dentro/fuori. So benissimo quanto le aspettative, le speranze riposte nel progresso tecnico-scientifico siano state disattese: si continua a stare in ufficio per 8-9 al giorno, a sopportare code chilometriche per raggiungere il posto di lavoro e chi più ne ha più ne metta. D’accordissimo. Ma allora, quale sarebbe la soluzione, ripristinare le catene di montaggio dell’Ottocento? È vero che ancora tanti muoiono di tumore, anzi alcuni tipi di neoplasie sono in continuo aumento grazie ai signori “neoliberisti” che continuano a insozzare l’atmosfera in nome dell’economia globale. Ma è altresì acclarato che l’aspettativa di vita è oggi di circa ottant’anni nei paesi sviluppati, mentre solo qualche lustro fa era di appena settanta. Oggi un settantenne in buona salute non è certo un vecchio (basta guardare l’anagrafe di chi ci “rappresenta” in parlamento, ma questa è un’altra storia…). Il problema va affrontato in termini completamente diversi. Il dramma dell’Italia oggi è che ha fatto propri solo i principi socialmente più scellerati di questo nuovo sistema politico-economico transnazionale. In fatto di ricerca e innovazione siamo agli ultimi posti in Europa. I nostri migliori cervelli, dopo anni di sofferenze e umiliazioni sono costretti a scappare, a farsi la valigia né più né meno come facevano i loro nonni semianalfabeti. Ecco, io questo non riesco ancora a spiegarmelo. Si parla tanto di banda larga, digital divide – e qui subentra il discorso del telelavoro, qualità della vita eccetera eccetera – almeno in questo campo saremo messi bene nel contesto europeo? Col cavolo. Tanto per cambiare siamo agli ultimi posti. Io da tre anni mi sto facendo il culo sul WIMAX nel centro di ricerca dove lavoro, e al ministero della Difesa sono ancora lì a discutere se e in che termini debbono liberare le frequenze necessarie al lancio della tecnologia, che in altri paesi è già una realtà. W l’Italia! come direbbe De Gregori…

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  30. Pasquale, io non volevo rappresentarmi la realtà in modo così manicheo come hai inteso tu dal commento, anzi la penso esattamente come te, soprattutto quando accenni a “ricerca e innovazione” che in Italia non è più che uno slogan svuotato di ogni significato dal momento che la ricerca scientifica universitaria, che in altri paesi produce ricchezza e conoscenza, è un’istituzione logora e gerontocratica che letteralmente tira a campare. Anch’io considero seriamente di andare all’estero, anch’io come fece mio nonno, calabrese che andò in Arabia Saudita a lavore il ferro. Io al compenso so la biologia molecolare … mah!

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