Vincent – di Davide Racca

Da VINCENT
(dalla 62 alla 78)

autoritrato

Sei tubi grossi giallo cromo, più uno limone.
Sei tubi grossi verde Veronese e tre di blu
di Prussia. Dieci tubi grossi di bianco di zinco

e – folgorazioni – in cinque metri di tela.

*

Le nuvole in alto sono fumetti senza parole.

*

Dalla terra raccogli i movimenti dell’onda
e coi bicchieri innaffi il deserto dei giorni.

Se entri nel paesaggio ti scopri nomade.
Se bevi, sei due volte nello stesso fiume.

*

La vita scritta nelle lettere
non è quella taciuta vivendola.
Non scrivi lettere per esperienza
o ragione. Scrivi perché sei
in una stanza angusta. Perché
le visioni squallide hanno bisogno
di parole chiare. Scrivi
per chiedere dei soldi, e perché
è più facile pulirsi l’anima
scrivendola. Scrivi
per non andare nei bordelli
quando fai pensieri sporchi.
Scrivi per non restare solo,
pericolosamente solo,
con la tua figura in piedi
davanti al tuo letto.

*

Il tempo non ha curato le ferite,
non ha arginato gli errori. Ha decimato
soldi nello spazio battuto dai brividi
e ha spinto di più in più l’oblio
nelle bottiglie… bruciando nella calotta
le carte da lettera dei neuroni.

*

Due bambini con volti da canaglia ridono
senza mostrare i denti (eppure mordono).

Dai grembiulini ricamati escono mani
che si sfregano senza alcuna innocenza.
Con aria minacciosa si fanno bruni
per venirti incontro…

Senza scendere a patti – li imbrattavi di colore.

*

Da estraneo ami le distanze. Nelle vicinanze
coltivi insonnie. Sogni manie di grandezza
senza possessi. Con una barba vinaccia
ti accompagni a indocili abissi.

*

Dagli escrementi del tubetto venivano forme fino ad allora neanche intraviste.

*

Nero, grigio, bianco sfumato e con riflessi carminio che volgono vagamente al verde oliva…

Si chiama testa di morto la farfalla notturna che non hai dipinto per non ucciderla.

*

Se le stelle cadono dal firmamento, aumentano i digiuni.
Se immagini finalmente la calma, il mare si agita.
Se ami la tua donna, lei sparisce in una colpa collettiva.
Se qualcuno ride di te, tu ridi e ti incupisci.
Se il dr Gachet lo vuole, tu lo vuoi.
Se a tuo fratello nasce un figlio, dipingi mandorli in fiori.
Ma se il cielo si oscura, voli con i corvi.

*

Nel gioco delle casualità tutto è in ordine.

*

Servo fedele, infedele ribelle.

Prigioniero penitente di te stesso…
(Di più, di più… ancor meglio!).

Da carceriere ti sei liberato
nell’attimo stesso
che ti hanno rinchiuso.

*

… e non una convenzione dai tuoi iris strampalati. La pazzia germogliava ordinaria nel cortile d’ospedale.

*

Da suicida ti rassegnavi senza conto in banca.
La povertà ti incitava a un’opera di spirito
più rigorosa. Per la bellezza, le tasche vuote,
i vasi storti… eri un figlio come tanti.

*

Un grido della civetta… e la notte –
lasciata di lato – depone le stelle
per un nodo di sangue. Tutta la vita
si annuncia in orizzonti di fuga
quando il chiarore indietreggia
verso qualcosa di duro – come di nulla.

*

Uno sparo ti accompagnò fuori della libertà.
La perfezione ti raggiunse poco dopo. Gridasti
– Pace! – tu che credevi ancora nell’al di là.

*

Lavoro, lavoro ecc. La resistenza delle scarpe
e dello stomaco… Tentativi fino all’ultimo sangue
per cercare il calibro nascosto dell’anima
e trovare i lucchetti serrati del presente… Era
in un torrido luglio, il sole infiammava, il corpo
raggiungeva lo zero… Cominciava il futuro.

*

René Char – Le vicinanze di Van Gogh
(Les voisinages de Van Gogh, 1985)

Mi sono sempre sentito, appena un po’ al di là della mia accerchiante esistenza, il vicino di Van Gogh, un pittore esaltato se non poco fidato come mi avevano assicurato parecchi abitanti di Saint-Rémy. Stava fuori a lungo la notte, scompariva tra fitti cipressi facilmente abbordati da rapide stelle, oppure scatenava la furia del mistral con l’ingombrante presenza del suo cavalletto, della tavolozza e delle tele legate alla peggio. Così carico, si dirigeva dalle parti di Montmajour, rovina segnalata come pericolosa. Arles e Les Baux, la campagna che si snoda verso il Rodano erano i luoghi di quell’errare e, tutt’a un tratto, del lavoro di un pittore strano a causa dei suoi occhi e del colore rosso del pelo, ma realmente inaccessibile.
Fu solo più tardi che gli gettarono addosso una cortina di spiegazioni: quel frequentatore del bordello di Arles era infatti un giusto che il manicomio di Saint-Paul-de-Mausole raccolse demente a un centinaio di metri da Glanum non ancora dissotterrata, e tuttavia già indicata da un arco naturale a botte nella montagna, che Van Gogh aveva dipinto con la più grande finezza in uno dei suoi quadri. Guardando i suoi disegni, seppi che fino a quel momento egli aveva lavorato per noi soli. Come non attingere allo spazio-tempo la cui fonte resta in disparte dal racconto?
Quel paese dal ventre di cicala ci veniva pienamente rivelato da una mano e da un polso. Da quale fornace e da quale paradiso spuntava Van Gogh? E con quale sovrana sofferenza possedeva quei ciottoli, quegli iris e quelle paludi, quei sentieri stretti, quelle masserie, quelle messi, quelle vigne e quel fiume? Disegni sublimi! Molto tempo dopo, la mia vita rinchiusa tra le sbarre di tante sventure mi braccava in una natura simile! La riconoscevo e ne tentavo lo scambio al fondo degli occhi di Vincent mentre essi con la loro verità, con i loro fiori recenti, arricchivano i miei, i miei occhi straziati dalla neve che si scioglieva senza più replica. Un cane che mi fu caro scompariva per sempre per indebitarsi di nuovo con la mia voce. La terra non finiva di esitare sul prossimo destino degli uomini.

(Traduzione di Cosimo Ortesta)

24 pensieri su “Vincent – di Davide Racca

  1. Emozionata da questo post, come da tutti i tuoi, Francesco. Ho notato che il traduttore del brano finale è Cosimo Ortesta, di cui segnalo la raffinatissima raccolta di poesie intitolata «Serraglio Primaverile», Edizioni Empirìa, Roma. Un abbraccio.

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  2. “La vita scritta nelle lettere
    non è quella taciuta vivendola.”

    Belle poesie. Ne avevo lette altre su liberinversi qualche mese fa, tratte dal medesimo poema dedicato a Vincent. E poi so che Davide è anche un artista! Bene. Grazie ad entrambe.

    N.P.

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  3. “Vincent” appartiene al novero delle opere di poesia, e sono parecchie, tra quelle che conosco per averle lette, che solo in un paese come l’Italia non trovano un editore, se non a pagamento.

    Davide Racca, inoltre, e con lui altri poeti, per fortuna, appartiene alla schiera degli autori che si rifiutano a questa logica perversa. Ed ha ragione. I libri a pagamento li devono pubblicare solo quegli autori che hanno “amici” ben precisi nei premi letterari (sono un’infinità: amici e premi): basta vincerne (sic!) uno, e ti sei ripagato le spese.

    Che bella chiàvica!

    p.s.

    D’accordo con te, Gaja: Cosimo Ortesta è poeta eccellente.

    fm

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  4. Bellissime! Leggerle e sentirsi come nel sogno di Kurosawa.

    Ho trovato anche le altre poesie di LiberInVersi e ho visto che c’è un altro post qui del 10 febbraio.

    Leggo con gli occhi, bella scoperta, ma adesso vedo quadri. E vedo un uomo: “Tutta la vita
    si annuncia in orizzonti di fuga”

    folgorazioni

    fem

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  5. Grazie, Francesca. “Vincent” è un’opera composta da una novantina di testi, andrebbe letta integralmente: un viaggio fino alle profondità dove si genera tutto ciò che, emergendo alla luce, attraverso il colore si fa voce.

    Magari l’autore, attualmente “in esilio”, riuscirà anche a collegarsi e ci dirà qualcosa in più.

    fm

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  6. Caro Francesco, questo tuo accostamento del mio Vincent con il testo di Char (perdipiú tradotto da Ortesta) é una delle coincidenze che fa parte del gioco dei casi che in qualche modo lo ha composto…

    Les voisinages de Van Gogh, di Char, l´ho trovato in libreria qualche giorno dopo aver finito il “Vincent”, piú di un anno fa… ero a Napoli, avevo la testa vuota. Poi Char stesso mi rimbalzava nella testa con una delle sue folgorazioni… che tradotta suona cosí:

    DI COSA SOFFRI TU?
    DELL´IRREALE INTATTO NELLA REALTÁ DEVASTATA.

    Il fare stesso dell´arte si dichiara in questo grumo di parole. Non abbiamo bisogno di altri commenti… Dove “Vincent” si ritrova, nel suo punto senza coordinate. Dove l´arte non é essere, ma sua lacerazione.

    Penso ad Artaud, quando dice che l´arte é scavare “la cacca dell´essere”…

    “Guardando i suoi disegni, seppi che fino a quel momento egli aveva lavorato per noi soli”… questa frase tocca il nervo sensibile dell´”aver fatto” di Van Gogh. Di pittori buoni, la francia di quegli anni abbondava. Pittori “di Corte”, di accademia. Bravi. Ma lui era altro, lui si considerava un pittore di quart´ordine. Era poca cosa. Un errore in constante errare. Un errore premuto fino alla spezzatura.

    Ma quanto ha dato questo errore all´arte futura? L´imperfezione, l´handicap, sono segni di forza, una forza che declina la volontá di potenza verso l´essere radicale, radicalmente sensibile.

    Aveva lavorato per noi, perché per se non aveva messo niente da parte… non si era risparmiato. Poi, sono giunti i riconoscimenti, e questi sono sempre il frutto di cattiva coscienza, in qualche modo. Il fenomeno Van Gogh si é trasformato in baracca di meraviglie, di bellezze… in luogo di un terreno disastrato…

    d

    Ps

    mi faró vivo piú tardi, il tassametro dell´i-point scorre… é uno degli inconvenienti dell´”esilio”…

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  7. Il problema, caro Davide, è che nessuno, tranne noi due, crederà mai alla assoluta spontaneità del mio accostamento del testo di Char ai tuoi versi. Ma poco importa. Rimane lo “stupore”, la madre di ogni ricerca e di ogni “improbabile”, e me lo tengo ben stretto.

    @ Francesca

    Sono sicuro che, se glielo chiedi, Davide sarà ben felice di farti avere una copia dell’opera.

    E, visto che ci sono, ci aggiungo di mio una profezia (tanto non costa niente, e, magari, un giorno qualcuno se ne ricorderà pure!): Davide Racca fa parte di una bella schiera (non è una scuola, né un’etichetta) di poeti che viaggiano sui/verso/intorno/poco oltre i trent’anni (il dato anagrafico è solo una constatazione, non un “bollino” generazionale) che sono destinati a produrre pagine e opere (diversissime, per fortuna) di grande letteratura, in particolare di poesia, nei prossimi tempi. L’importante è che si tengano lontani dall’editoria di regime (un cadavere in putrefazione che si alimenta, salvo pochissime eccezioni, dei suoi stessi resti) e dalla voglia di pubblicare comunque e a tutti i costi.

    Credo di aver riposto anche alla tua domanda. Ma credo che la risposta la conoscessi già molto bene anche tu.

    fm

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  8. Grazie Francesco

    dici cose molto giuste!

    Con Davide come faccio? Voi avete la mia e-mail. Se lui è disposto a farmi avere il testo potete spedirmelo direttamente voi.

    Mi sono scaricata anche la raccolta di Luigi Di Ruscio che mi avevi consigliato: coincidenza, c’è una poesia su van Gogh! (non l’ho ancora letto tutto però)

    fem

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  9. “Sei tubi grossi giallo cromo, più uno limone.
    Sei tubi grossi verde Veronese e tre di blu
    di Prussia. Dieci tubi grossi di bianco di zinco…”

    Sarei lieto di sapere se le parole precendenti,
    scritte in corsivo, siano parte di un inventario o elenco di beni di Vincent.

    Sono contento di vedere una poesia su Van Gogh scritta da un poeta/pittore, essendo che sono pittore anch’io.
    Temo i letterati puri come critici d’Arte,
    perché nella maggior parte lavorano solo di testa e sovente non conoscono l’abbandono, la concentrazione, la dedizione che
    si applicano e si vivono nel lavorare manualmente, nel dipingere, e dico anche, nel costruire una sedia, nel saldare una ringhiera in ferro, nel restaurare una vecchia cornice.

    Mario Bianco

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  10. Mario, provo a darti una risposta mia, che può benissimo essere completamente diversa da quella dell’autore. Si tratta, comunque, di un testo dell’opera, no di una epigrafe, secondo me di uno dei “prodotti notevoli”: l’elenco, che si riferisce molto probabilmente a una delle tante liste preparate da Vincent, è tutto funzionale a quelle “folgorazioni”: l’effetto del lampo, che parla “la lingua che l’occhio non sa dire”, mentre ancora si osserva solo un cumulo casuale di oggetti e di colori.

    Credo contenga anche “qualcosa” di relativo alla tua considerazione finale, tutta incentrata sulla complessità strutturale del “poiein”, comunque si configuri, laddove, come dici bene, è spesso ridotto a lavoro esclusivamente “di testa”. In “Vincent”, la “fisicità” dell’atto, che strappa alla “natura-paesaggio” oggetto di osservazione (con tutto ciò che “natura” e “paesaggio” contengono o richiamano) l’immagine-parola (“l’irreale nel reale” di chariana memoria), la prima e l’ultima, è restituita in quasi tutti i versi in una sorta di sostanziale travaso che dalla “testa” passa alla “mano” attraverso l’ “occhio”: in un processo dove i tre elementi, alla fine, sono paticamente indistinguibili.

    Ecco un esempio che, forse va nella direzione che tu intendi:

    “Bisognava prendere le tele, spremere i tubetti
    campire a rilievo… con istinto. L’Accademia
    aiuta solo i nati salvi (e cercavi di salvarti fuori
    della ragione)… Ancora tele, tubetti, istinto.

    Nella luce, la più solare, lasciavi sempre la tua ombra.”

    *

    fm

    "Mi piace"

  11. La risposta è mia, sicuramente, così come la quantità industriale di refusi che contiene. Il mordi e fuggi al computer è più allucinogeno di tanti post che si leggono tra le maglie infinite della rete.

    Amen.

    fm

    p.s.

    Ciao, Carla.

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  12. Scrivi per non restare solo,
    pericolosamente solo,
    con la tua figura in piedi
    davanti al tuo letto.

    questi versi mi hanno ricordato una pagina della zambrano, eccola qui:
    “ma le parole dicono qualcosa. che vuol dire lo scrittore e a quale scopo? perchè e per chi? Vuole dire il segreto, ciò che non si può dire a voce perchè troppo vero; le grandi verità non si è soliti dirle parlando.la verità di ciò che accade nel seno nascosto del tempo è il silenzio delle vite, e che non può essere detto. “ci sono cose che non si possono dire” ed è indubitabile. ma è proprio ciò che non si può dire che bisogna scrivere”

    grazie francesco

    elena f

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  13. a Mario Bianco,

    l´innesto degli elementi in grassetto, quindi anche la lista dei colori che tu citi, cosí come quel riferimento alla farfalla – testa di morto – sono esattamente dei punti del suo diario.

    Il diario di Vincent a Theo contiene una scrittura tutta carica del lavoro di Van Gogh. è un libro tra i piú dolorosi che abbia mai letto. é il punto di partenza del mio lavoro. un punto saldo, ma anche di non ritorno…

    La fusione di testa mano e parola – come dice Francesco – ne é comunque l´esito.

    Ma é fusione che é fuga… nel senso che so quanta testa-parola-occhio ci vogliono ad una mano… per non essere semplicemente mano.

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  14. Rigrazio voi delle precise risposte,
    concordo sulle lettere a Theo, che ho,
    in effetti è un libro molto doloroso,
    tormentato, tuttavia pieno di grandissimo affetto.

    Uno volta, parecchi anni fa, ho comprato in un mercatino una scatola metallica portatile da pittore, scassata e sverniciata, con almeno centanni di storia; contiene ancora alcuni tubetti di colore ad olio singolarmente funzionati, efficienti.
    L’ho restaurata e me la tengo cara come atto d’amore, puramente simbolico, per un pittore che non saprò mai chi fu.
    Avendo avuto difficoltà a conquistarmi i miei primi “tubetti” ogni tanto me la rimiro…..

    MarioB.

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  15. vedo questa poesia nello snodo incandescente che unisce i due poeti: la poesia come resistenza, che per Char fu anche esperienza drammaticamente reale. arte come salvezza del quotidiano, finché è dato lottare.
    grazie anche per questo, Francesco.

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  16. Grazie del passaggio, Dominica. Sono perfettamente d’accordo con te nel merito dei due aggettivi usati per questi versi.

    Ciao.

    fm

    "Mi piace"

  17. “La mente, malata, scopre
    la sua malattia come una scalata che
    vale la discesa nei precipizi.”

    Non so se posso permettermi, chiedo scusa a Davide Racca e a Francesco Marotta, ma vi incollo qui di seguito altri stralci di “Vincent”… lo so che non si fa, come ha ben detto prima FM, è un’opera che va letta integralmente, però ho avuto la fortuna di leggerla tutta adesso e voglio rubare almeno altre quattro poesie per farle leggere a chi le apprezza (cioè a tutti!)

    fem

    10
    Se la polvere e i moscerini
    si attaccano alle vernici
    e il ramo striscia il quadro
    lacerando il sottobosco
    dove ti sei rintanato…

    Si apre la bocca della natura:
    parla al plurale.

    54
    Tra una Bibbia aperta e
    l’interno di un Caffè notturno
    nessuna differenza. Entrambi
    ubriacano, danno luce, portano
    alla follia e indicano solitudini…
    Entrambi con una vita propria
    anche senza la tua.

    55
    Appena notte. Fuori il cielo con le stelle
    appese sul lungofiume ha una forza elettrica.
    Niente di naturale o rassicurante. Troppo
    blu di Prussia, troppo sintetico… da rifare!

    È mezzanotte, le lampadine ancora tutte
    accese. Due passanti si dirigono timorosi
    nell’oscurità del fondo… si accendono
    a pochi passi dal cosmo.

    59
    Ogni cosa che trema medita un’angoscia.

    "Mi piace"

  18. Pingback: Davide RACCA nella lettura di Massimo ORGIAZZI « La dimora del tempo sospeso

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