Con le spalle rivolte alle immagini

Accattone_giugno_04di Elena Stancanelli

[Questo articolo è stato pubblicato nel giugno 2004 sulla rivista «Accattone. Cronache romane»]

Andiamo, tu e io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente addormentato sul lettino.
Andiamo, per certe strade mezze vuote,
bisbiglianti ricoveri
Di notti insonni in alberghi diurni a poco prezzo
E ristoranti coperti di segatura e gusci d’ostriche;
Strade che si susseguono come noiose chiacchiere
viscidamente tese
a spingerti verso domande maledette…
Oh, non chiedere «Cos’è?»
Andiamo a fare il nostro giro.

Nel 1967 Nico D’Alessandria gira un corto, col quale si diploma al centro sperimentale di cinematografia. Si intitola Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock, come l’omonima poesia di Eliot, che inizia appunto con questo spintone contro la schiena che ci butta a vagare nella notte.
Andiamo, tu e io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente addormentato sul lettino.

Nel film, la voce recitante è di Carmelo Bene. Lui, che diventerà la macchina attoriale dell’immobilita’, un meccanismo perfetto di interpretazione e riproduzione, inchiavardato a troni amplificati, scenografie incarceranti, costumi inamovibili che mimavano amputazioni, bloccavano i movimenti in gesti da burattino. Strana questa dialettica tra andare e stare, nata nei due artisti da cuccioli, leggibile solo adesso, in fondo alle strade di entrambi.
Non l’ho mai visto questo film, ma non cambia niente. Il senso luccica senza alcuna indecisione già dalla semplice lettura delle parole di Eliot. La precisione doveva essere uno dei demoni di Nico d’Alessandria, un artista che nella sua carriera ha prodotto quattro, cinque opere, congelando in ognuna un’ossessione. Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock appare addirittura come una premonizione, l’oracolo consultato alla nascita che predice l’intero cammino. Un cammino, appunto.
Penso all’Imperatore di Roma. È un film girato con pochissimi mezzi e una troupe di tre persone: il regista, l’operatore, e Giuliana Mancini, la sceneggiatrice. Senza sonoro, tutte le parole sono state aggiunte nel montaggio. Il protagonista è Gerardo Sperandini, che Nico d’Alessandria era andato a pescare all’ospedale psichiatrico di Aversa. Impossibile raccontare e ricordare gli episodi in una sequenza narrativa, ma indimenticabile è la camminata storta, nervosa, implacabile del personaggio. Su e giù per una Roma scassata, dal Tevere ai Fori, dal Colosseo a lettucci di fortuna guadagnati in giro. Senza fermarsi mai, malato di inerzialità. Camminare, camminare, inseguito da chissà quali fantasmi.
Una vocazione condivisa con un altro grande poeta delle passeggiate, Victor Cavallo, che diventerà un compagno di avventure per Nico D’Alessandria. Protagonista de L’amico immaginario, struggente film autobiografico sul tema della morte. Nel documentario Nico d’Alessandria: Un delirante insuccesso, di Marco Venditti e Claudio di Mambro, il regista racconta con pudore e un affetto commovente della loro amicizia. Dice che una settimana prima della sua morte, Victor era andato a trovarlo e gli aveva regalato un’intera giornata e un disegno. Lo mostra. Si vede uno spiritello e un uomo piccolo, una grande tavola e altri segni poco comprensibili. Un festone, sul quale Victor scrive “Havril is the month more cruel”. Scritto proprio così, come la sua memoria aveva tenuto le parole di Eliot. Storpiate, romanizzate. Digerite e risputate senza più il peso della solennità stentorea e incontrovertibile. Quello che passa per la penna di Victor Cavallo si ammala di umanità, diventa pericoloso e provvisorio, come il teatro. Come Stalker, il monologo che aveva tratto dal romanzo dei fratelli Strugatzki, già trasformato in film da Tarkovskij. Un capolavoro, la mitologia del fallimento applicata all’universo.
Poi se n’era andato Victor, lasciando il regista con un progetto per un film sulla povertà che diventa impossibile senza di lui. E questo malgrado Nico d’Alessandria abbia speso tutta la sua esistenza a traversare le impossibilità, comprese quelle pratiche per racimolare i soldi delle produzioni. O la volontà di comprendere il mondo attraverso il delirio, l’esplosione del pensiero razionale.
Ma la morte di Victor ha sparigliato, o forse era la stanchezza che cominciava a farsi sentire. Specie dopo la delusione di Regina Coeli – film con Magali Noel ambientato a Rebibbia, storia d’amore tra una donna adulta, volontaria dentro il carcere, e Graziano, giovane detenuto analfabeta – per la cui realizzazione Nico aveva ipotecato la casa e che fu punito dalla quasi totale assenza di distribuzione.
Spiega Walter Benjamin in Angelus Novus che l’angelo della storia “ha il viso rivolto verso il passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso… e questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso è questa tempesta”. Benjamin, racconta Hannah Arendt, aveva imparato ad amare, nel suo amare Parigi, la figura del flaneur, rubata dai versi di Baudelaire. Col flaneur, dice Benjamin, l’intelligenza si reca sul mercato. “È a lui, che vaga senza meta nelle metropoli, in aperto contrasto con la folla frettolosa e indaffarata, è a lui che le cose si rivelano nel loro significato segreto”. Il flaneur, secondo Benjamin, è l’ultima incarnazione dell’angelo della storia.
L’uomo che cammina disperatamente, col viso rivolto verso il passato. È questo, mi pare, il blasone, la carta dei tarocchi che identifica Nico d’Alessandria. Non una ricerca, perché non c’è più niente da trovare, né da vedere. Ma la disperata e inarrestabile corsa verso qualcos’altro di altrettanto fallimentare e inevitabile.
Perché le ho già conosciute tutte, tutte:
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffé,
Come potrei rischiare?
Ho conosciuto tutti gli occhi, tutti
Gli occhi che ti fissano in una frase dette,
E quando sono detto, appuntato a uno spillo,
Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro
Come potrei allora cominciare
A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e dei miei modi?
Come potrei rischiare?
Ho conosciuto le braccia, tutte
Le braccia ingioiellate e bianche e nude
Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle.
Come potrei rischiare?
Come potrei cominciare?

Dice ancora Eliot nella sua poesia. E mi ricorda, tanto da sentirci una remota paternità, la bellissima canzone che Bjork canta nel film di Lars Von Trier, Dancer in the dark. Quando, ballando su un treno in corsa, spiega al suo innamorato perché ha deciso di non curarsi e abbandonarsi al destino che in poco tempo la porterà alla cecità.
I’ve seen it all, I have seen the trees,
I’ve seen the willow leaves dancing in the breeze
I’ve seen a friend killed by a friend,
And lives that were over before they were spent.
Canta Bjork insieme a Thom Yorke.

Ho visto gli alberi, le foglie danzare nel vento, amici uccisi da amici e vite finite molto prima di arrivare in fondo.
I’ve seen what I was – I know what I’ll be
I’ve seen it all – there is no more to see!

Ho visto quello che sono stata e so cosa diventerò. Ho visto tutto, non c’è più niente da vedere.
Mi piace pensare a Nico d’Alessandria, appassionato del delirio come possibilità di percezione ulteriore, come all’inventore di un bellissimo paradosso: il cinema che volge le spalle alle immagini, che mette in scena la propria raggiunta impossibilità di vedere. Un angelus novus non piu’ di Paul Klee, ma disegnato a penna, su un foglio di quaderno spiegazzato, da Victor Cavallo, ubriaco.

10 pensieri su “Con le spalle rivolte alle immagini

  1. “che mette in scena la propria raggiunta impossibilità di vedere”

    inquietante

    ma bel post, grazie gaja

    elena f

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  2. Chiedo scusa, perché il paziente è “addormentato sul lettino” e non “narcotizzato sul tavolo (operatorio)”? E’ il tono che fa la musica…
    Grazie e cordiali saluti,
    Roberto

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  3. @Elena: grazie mille, ma il merito non è mio, che mi sono limitata a ripubblicarlo. Il plauso va tutto a Elena Stancanelli.

    @Roberto: non so se la traduzione sia della stessa Elena o se l’abbia tratta da un testo italiano (in questo caso non so fornirti il nome del traduttore, possiedo solo la versione inglese). A me la versione italiana proposta dall’autrice di “Like a patient etherized upon a table” non dispiace, quanto a musicalità. E confesso di apprezzare moltissimo anche la tua (dal punto di vista della fedeltà al testo è probabilmente più pertinente). Grazie per l’attenzione, carissimo.

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  4. ‘Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
    Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune
    Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.’

    Ciao Gaja, bel post!

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  5. Grazie mille, Carla! Meritava assolutamente di essere riproposto: ci ho pensato leggendo gli ultimi interventi di Franz. Non potevo non farlo. Grazie di cuore. Un abbraccio.

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  6. Pezzo bellissimo, grazie a Elena e a Gaja. Non ho mai visto nulla di Nico D’Alessandria, purtroppo. Il cinema impossibile e non realizzato. Il flaneur come angelo delle metropoli. Mi ricorda anche i grandi sradicati, come l’ebreo Joseph Roth che cammina per Parigi nei panni del suo “santo bevitore” e vede laddove gli altri non vedono. Gli scrittori in fondo sono dei flaneur, ma solo quelli che non hanno orari fissi, secondo me.

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  7. @Grazie, Franz. Concordo con te. Nell’animo, forse, siamo un po’ tutti flaneur, poi però quando ci sono delle scadenze, e dei ritmi disumani da tenere… (non sto parlando di me, nooooo ^____^)

    @Francescaromana: «Accattone» era splendido. Soffro ancora di nostalgia. Purtroppo ha chiuso, ormai. (E ci scriveva un sacco di gente in gamba. Ovviamente non mi riferisco a me). Grazie mille per l’attenzione.

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  8. bellissimo pezzo, davvero.
    “il cinema che volge le spalle alle immagini, che mette in scena la propria raggiunta impossibilità di vedere. Un angelus novus non piu’ di Paul Klee, ma disegnato a penna, su un foglio di quaderno spiegazzato, da Victor Cavallo, ubriaco”.
    cose da conservare, in qualche angolo della memoria.

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  9. Merito di Elena. Ha scritto un pezzo memorabile. Io ho solo avuto la fortuna di scrivere su «Accattone» e di conoscere lei e la sua scrittura. Grazie, Fabry.

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