Il testamento del lettore

Testamento. Tratto da www.sahara.itSono un lettore e in questo momento mi trovo presso il notaio che mi aiuterà a redigere il mio testamento. Il notaio mi sta spiegando che l’incipit rituale di queste pratiche mortuarie è una frase del tipo «Io sottoscritto Tal dei Tali (seguono dati anagrafici), nel pieno possesso delle mie facoltà mentali…».

Cominciamo male, vorrei dire al notaio, ma in realtà non apro bocca. Vorrei dirgli che questo incipit un poco mi spaura, perché temo che adottandolo così com’è io corra più d’un rischio di dire il falso. Innanzitutto c’è la questione dei dati anagrafici, che il notaio sembra dare per scontata, ma che per me è alquanto problematica: dove sono nato come lettore, e quando? Dovrei dichiarare il giorno il mese e l’anno in cui aprii il mio primo libro e il luogo in cui mi trovavo, ma proprio non riesco a ricordarlo. D’altronde, siamo seri, chi mai a questo mondo ha ricordi precisi e chiari sul momento della sua nascita? E poi non sono sicuro che sia corretto far corrispondere il parto lettoriale con la lettura del primo libro: prima dei libri ci sarà pur stato un abbecedario e cartelli stradali e insegne di negozi decifrate a fatica.

Inoltre mi si chiede di dichiarare il pieno possesso delle mie facoltà mentali, ma di quali facoltà mentali può mai essere dotato un lettore? Leggere libri è già di per sé un’attività che si svolge sul crinale tra sanità e demenza – spesso scollinando sul versante della demenza – ma tenga conto signor notaio (vorre dire al notaio, ma in realtà lo penso soltanto) che nel mio testamento io dichiaro addirittura di essere lettore proprio come un avvocato direbbe di essere avvocato, assegnando cioè a questa parola il compito di definire la mia essenza e ammettendo così di essere per definizione in bilico fra lucidità e follia e quasi più spesso folle che lucido. Date le facoltà mentali di cui dispongo, insomma, temo che dichiararne il pieno possesso non sia una buona idea.

Poi il notaio illustra le dichiarazioni che dovrebbero comparire subito dopo l’incipit. Si tratterebbe di elencare gli eredi designati, specificando per ciascuno di loro i beni oggetto del lascito. Si dovrà inoltre stabilire con precisione il frazionamento di beni mobili e immobili, per evitare situazioni grottesche in cui, solo per fare un esempio, vengono assegnati i cinque quarti di una casa o di un terreno, o una somma di denari eccedente l’effettiva disponibilità.

Si fa presto a dire beni e si fa presto a dire eredi, signor notaio – direi al notaio, se non fosse che in realtà me ne sto zitto – ma per un lettore non è così semplice. Gli eredi sono tali per via di un qualche tipo di legame, sia esso di parentela o di adozione o di affinità elettiva, ma il lettore è umbratile e schivo, appartato fino alla misantropia, geloso della propria solitudine. Quando si accinge a leggere egli reclama silenzio, rifugge la compagnia, tratta i suoi cari alla stregua di postulanti, si nega a vicini e conoscenti. Il lettore si prefigge come mete ascetiche l’irreperibilità, l’evanescenza, l’incorporeità, l’inesistenza. Può avere eredi costui?

Ma poniamo per assurdo che gli eredi si trovino: resta il problema dei beni. I quali beni, per essere oggetto di lascito testamentario, dovrebbero avere un valore di scambio ben definito, valore che i beni del lettore non hanno. Cosa possiedo, mi domando, dopo una vita spesa a scandagliare i fondali del mare letterario? Mi rispondo: possiedo una sterminata discarica di macerie verbali così vasta e disordinata da essere praticamente inutilizzabile. Milioni di grafismi depositati alla rinfusa dove capita, ormai privi di quei leganti ortografici e sintattici che un tempo davano loro una forma riconoscibile. Parole sparse ovunque, pezzi di frasi, moncherini di antichi aforismi, mucchietti di segni d’interpunzione, margini ormai disfatti, glosse disarticolate. Bisogna essere completamente pazzi e sconsiderati per accettare un’eredità del genere.

Dopo l’assegnazione dei beni agli eredi, spiega il notaio, è possibile inserire nel testamento istruzioni transitorie, desiderata, discorsi di commiato, volontà particolari, clausole vincolanti, minacce di maledizioni eterne, apologhi, o quant’altro il testatore ritenga utile e salutare comunicare ai suoi successori.

Mi ascolti signor notaio, dico tra me e me, lei si sarà già reso conto che per un lettore fare testamento è più complicato del previsto, tuttavia su quest’ultimo punto forse qualcosa si può scrivere. Qualcosa del genere:

«Chiunque tu sia, o mio erede, accetta il mio consiglio: rinuncia, fin che sei in tempo, all’inane accumulo di parole, frasi, paragrafi, capitoli e opere a cui io ho dedicato la vita intera. So quel che cerchi leggendo, perché l’ho cercato prima di te, e per questo ti posso dire con ragionevole certezza che quel che cerchi non si trova nei libri. Ho navigato in mille direzioni, seguendo rotte tracciate da altri o tentandone di nuove; più volte mi sono smarrito e più volte ho ritrovato la via; ho visto isole deserte e porti pieni di gente; mi sono immerso in più punti nel tentativo di strappare agli abissi i segreti che la superficie mi negava; ho sorvolato vasti tratti a volo radente, superato stretti irti di scogli, vinto tempeste e bonacce; mi sono fermato e sono ripartito, ma mai una volta ho potuto dire: sono arrivato. Alla fine del viaggio mi restano solo le macerie che ti lascio in eredità e la gioia d’aver viaggiato, che non posso lasciare a nessuno».

Il notaio mi guarda come se aspettasse qualcosa da me, un cenno di riscontro, una risposta qualsiasi. La sua espressione spazientita fornisce la misura esatta del mio silenzio di fronte ai suoi lodevoli tentativi d’istruirmi nell’arte di testare. Lo guardo per un momento ancora, poi mi faccio forza e dico a voce alta: Quant’è?

***

[Della letteratura mi affascina molto di più il lato della ricezione che non quello della produzione, la lettura più della scrittura. Non a caso ho un blog intitolato alla lettura (lenta) e non a caso, quando ho aderito all’avventura di vibrisselibri, l’ho fatto entrando nel comitato di lettura. Per questo vorrei dedicare qualche post a questa attività umana molto diffusa e non del tutto razionale. Non credo che riuscirò a farlo con metodo e regolarità, ma intanto comincio, poi si vedrà. (l.t.)]

9 pensieri su “Il testamento del lettore

  1. Post bellissimo che conferma, malgrado le proteste in contrario,che il “vizio solitario” della lettura è paradossalmente e misteriosamente vitalissimo. Perché, certo, “quel che cerchi non si trova nei libri”, ma lo si può raggiungere anche grazie ad essi:e non è il modo meno pericoloso, ma nemmeno il più sgradevole per farlo.
    Un saluto complice,
    Roberto
    P.S.: per carità lasciamo fuori i notai, con quello che costano; con il risparmiato potremo sempre comprarci una paccata di libri.

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  2. Il finale ci rimanda al grande Kostantino Kavafis

    […]
    Itaca tieni sempre nella mente
    La tua sorte ti segna quell’approdo.
    Me non precipitare il tuo viaggio.
    Meglio che duri molti anni, che vecchio
    tu finalmente attracchi all’isoletta,
    ricco di quanto guadagnasti in via,
    senza aspettare che ti dia ricchezze.

    Itaca t’ha donato il bel viaggio.
    Senza di lei non ti mettevi in via.
    Nulla ha da darti di più.

    E se la trovi povera, Itaca non t’ha illuso
    Reduce così saggio, così esperto,
    avrai capito che vuol dire un’Itaca.

    e come sempre una lenta lettura di gran pregio

    grazie

    elena f

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  3. ci tocca da vicino, in quanto lettori. ma forse ancora di più in quanto scrittori. ci mette davanti la responsabilità agghiacciante di ogni testo pubblicato, di ogni parola scritta, sia pure in rete.
    grazie, Luca.

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  4. E’ un evidente plagio da “Il testamento del capitano”:

    El capitano de la compagnia
    è l’è ferito sta per morir,
    el manda a dire ai suoi Alpini
    perché lo vengano a ritrovar.
    I suoi Alpini ghè manda a dire,
    che non a scarpe per camminar;
    o con le scarpe o senza scarpe,
    i miei Alpini li voglio qua.
    Cosa comanda, siòr capitano,
    che noi adesso semo arrivà?
    E io comando che il mio corpo,
    in cinque pezzi sia taglià:
    e io comando che il mio corpo
    in cinque pezzi sia taglià.
    Il primo pezzo alla mia Patria,
    secondo pezzo al Battaglion,
    il terzo alla mia Mamma
    che si ricordi del suo figliol.
    Il quarto pezzo alla mia bella,
    che si ricordi del suo primo amor;
    l’ultimo pezzo alle montagne,
    che lo fioriscano di rose e fior,
    l’ultimo pezzo alle montagne,
    che lo fioriscano di rose e fior.”

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  5. Sarà anche un bravo lettore, ma Luca è indiscutibilmente uno scrittore finissimo. Non a caso l’ho raccolto dal fango e ne ho fatto il mio vice-decone (in Vibrisselibri). Un giorno “tutto questo” sarà suo:- )

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  6. Noto a margine che, leggendo un lettore, diventiamo lettori elevati al quadrato (con tutti gli annessi paurosissimi pericoli!). Aggiungo che essere letto, per un lettore, è un’esperienza alquanto straniante… (grazie a tutti).

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  7. indubbiamente, anche io trovo più affascinante il fatto della ricezione nella lettura, perchè l’elaborazione che avviene è così personale e al contempo, legata al patrimonio culturale soggettivo…
    il risultato è un cocktail, più o meno stimolante, dipende dagli ingredienti.

    Auguri per questa tua nuova ‘lettura’.

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