Lettera di un lettore a Biagio Cepollaro

Le stagioni arrivano gradatamente, si fanno precedere da cauti messaggi, secondo leggi immutabili. Sono prima brevi annunci, che poi si definiscono in caratteri ben distinti, e pur mantengono aspetti diversi secondo l’ambiente e lo stato d’animo di chi le contempla.

Così come le stagioni naturali, anche quelle letterarie che ci sono state proposte dalla rete sono fondamentali per la crescita dell’individuo, perché, anche attraverso esempi letterari come quello di Biagio Cepollaro, impariamo come si guarda e si interpreta il lavoro poetico e critico, non solo in internet. E la stagione arriva, dà i suoi frutti e poi si spegne, a volte improvvisamente come la luce elettrica e i gesti si interrompono, i colloqui silenziosi si troncano. Il fatto, semplice ma significativo, della conclusione della prima fase di POESIA ITALIANA E-BOOK è l’occasione, rara e preziosa, per accogliere in me il cammino silenzioso che io ho percorso in compagnia dell’intelligenza di Biagio Cepollaro.

In questi tre anni, osservando da lontano Biagio Cepollaro lavorare in rete, studiando le sue ristampe, imparando a conoscere il poeta- e i poeti da lui proposti- e a riconoscere nel suo comportamento di intellettuale appartato qualche cosa che appartiene anche a me, si stabilì così, attraverso questo studio, un legame più profondo e più ampio di una cruda relazione lettore-autore, bensì una tensione viva verso aspetti non solo esteriori e letterari del fare poesia, ma anche umani.

Tuttavia, pur non conoscendo l’uomo Cepollaro e avendo appreso mezz’ora fa che Poesia Italiana E-Book a ottobre sospende le sue pubblicazioni, al poeta silenzioso e laborioso non può mancare, nella conclusione di questa lunga fase culturale, il mio “grazie Biagio per il lavoro fatto!”

A grande richiesta… / Dicono che posi

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di Lucio Angelini 

Alcuni
dicono
che posi
solo perché
qualche volta
mi hanno visto
trasfigurare
il volto
imporre
alle narici
travagli
estenuanti
roteare
gli occhi
digrignare
i denti
urlare
e mandare
la voce
fuori registro
aggrapparmi
a cuscini
e tendaggi
scivolare
fremente
lungo
i muri
e
infine
arruffarmi
i capelli
con inorridite
mani…

(Nella foto: l’Autore)

Luca Baldoni – Calde Latitudini

La scrittura di Luca Baldoni è un calzante esempio di work in progress applicato a un canzoniere contemporaneo. Esiste in un’assenza di progettualità strutturale eppure è ideologicamente ed e(ste)ticamente definita, riconoscibile. Sembra quasi che l’intento sia produrre un testo/testimonianza perennemente in fieri (avulso cioè da sistematizzazioni a posteriori). Si potrebbe parlare di rinnovamento o ripresa del diario lirico, di una scrittura per la memoria che si nutre di pop e tradizione per esplicitarsi. Ma così facendo correremo il rischio di non notarne gli aspetti più interessanti: il rigore di una mappatura precisa che ingloba illuminazioni mistico-civili (come in Apparizione di Gandhi a Roma), epigrammi di un’Antologia Palatina anglo-italiana, minimalismo “mediterraneo” e la ricerca di una coincidenza umana che superi (senza rimuoverle) le differenze culturali. [Marco Simonelli]

*
Roma 2004

La gatta grida nella notte

non so neanche se sia una gatta,
voglio dire una femmina

ma si lamenta come se avesse le doglie,
come se desse vita a un figlio senza
sonno straziandosi sotto stelle
bellissime e placate.

Così sorge il paesaggio
di quest’anno fuori tempo.

* Continua a leggere

La Madonna del latte – di Lucio Angelini

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 (illustrazioni di Sandra Moldi)   
            
                         
                            (Infanzia di un mistico)

In principio era il Verbo, poi ci fu una grossa esplosione: il Big Bang.
La testa di Dio (la ‘D’) volò da una parte, tutto il resto da un’altra, sbriciolandosi in una miriade di piccoli, affannati ‘io’ condannati alla ricerca dell’Unità perduta. Continua a leggere

BENE di Francesco De Gregori

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Bene, se mi dici che ci trovi anche dei fiori in questa storia, sono tuoi
ma è inutile cercarmi sotto il tavolo,
ormai non ci sto più
ho preso qualche treno, qualche nave,
qualche sogno, qualche tempo fa
Ricordi che giocavo coi tuoi occhi nella stanza, e ti chiamavo mia,
ed oltre la coperta all’uncinetto, c’era il soffio della tua pazzia
e allora la tua faccia vietnamita ricordava tutto quel che ho.
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Cinque poesie di Rossano Astremo

Scava con le dita, con le unghie,
posa falangi nel tuo cranio,
cerca i pori, sfangali, distruggili,
a te la magia del sesso
che trasforma la carne in luce.
Dopo nulla. Parentesi. Il sacro.
Muovi le gambe, salta, rovente,
caldo bagno è la tua pelle,
scalcia, toccati, amati,
a te la testa esplosa di immagini
che sogna da sveglia. Trema.
Dopo il nulla: suona il silenzio.
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GianCarlo Onorato, “Il più dolce delitto”, Sironi Editore, 2007

“Era stato in primavera, Alina mi aveva detto d’aver incontrato questo ragazzo dalla bellezza inaudita, e che anzi no, forse si trattava di una ragazza. Che la Casa di cura che l’ospitava si trovava a ovest di San Gallo, sulla sponda di un lago minimo ma profondo, di quelli sbucati tra le montagne, quasi invisibile sulla cartina.

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Laspeziasouvenir

Questo racconto fa parte di una antologia uscita in questi giorni – Tutto il nero dell’Italia/Ed.Noubs – ed è una storia vera.
Purtroppo.

Laspeziasouvenir
di Merisi

Il rumore dell’auto entra dalla finestra socchiusa, immagino di sentire puzza di benzina e olio bruciato, allora apro la bocca a dismisura perché mi manca l’aria. Siedo sulla sponda del letto, tossisco, allungo la mano sul comodino e prendo la bottiglia dell’acqua, mi ci attacco e la finisco tutta. Qualche goccia scivola dal mento e mi bagna il petto nudo, e mi viene voglia di ficcarmi le unghie nella carne e squartarlo, aprirlo per bene e versarci tutta l’acqua che serve per riuscire a spegnere il fuoco che mi divora. Continua a leggere

Lettera ai cristiani di un anarchico francese

[E così ho deciso di esordire su La poesia e lo spirito trascrivendo l’unica poesia presente ne La falsa parola e scritti scelti di Armand Robin, Edizioni l’Affranchi, 1995. Il volume è composto da un saggio e, in un certo senso, da lettere “indesiderabili”. In questo libro, Robin svela il meccanismo di falsificazione del linguaggio, in modo particolare l’utilizzo della menzogna da parte dei mezzi di comunicazione. “Si sono dimenticati- insiste l’autore- che la parola serve a dire il vero”. f.s.]

Lettera ai cristiani

di Armand Robin

Voi andate a spasso la domenica
al braccio delle vostre donne,
Gli fate fare
il giro del vostro regno terrestre
Che è fatto di CONSENSO.
Per piacere al CONSENSO
Voi mettete sulle vostre donne oro,
diamanti e perfino croci
Rubati,

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Tradotti dal silenzio # 4 – Wallace STEVENS (parte prima)

Wallace Stevens
(1879 – 1955)

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Il critico più severo ed ostile di Wallace Stevens, Yvor Winters, che ha espresso un’opinione quasi totalmente sfavorevole dell’opera di quell’autore (con la parziale eccezione di Harmonium), è stato pur costretto a riconoscere in lui “il massimo poeta della sua generazione”, ed a vedere in Mattino Domenicale “ la più bella poesia americana del secolo XX”. Continua a leggere

Da: Marzo aprile maggio quasi fine giugno – di Victor Cavallo

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Roma Piazza Vittorio 1999

MARZO 1999

Isole Tremiti. Una febbretta dentro il nuovo sole – una malcerta ferrovia

di campagna. un tram storto dietro i portici. un cuore che guarda sempre

vecchi film.

I fantasmi sono i primi a gioire della ventura primavera

dell’erba che spacca i sanpietrini respirare mostri col cuore ingordo di dolcezza. Continua a leggere

CHI HA UCCISO LO SCRITTORE ALL’AUTOGRILL?

di Valter Binaghi

autogrill

Bastardi maledetti, vi ucciderò uno a uno, schifose chiaviche incartate in recensioni di terza pagina, le marchette che elargite a chi vi nominerà come becchini strapagati al prossimo funerale della letteratura, dove sceglierete come finalisti i libercoli degli amici degli amici proprio come avete fatto stasera, rottinculo: Il feto nella bottiglia, Pantecane a colazione, La mano destra di Azazel, e via così a spalmare merda in copertina per nascondere scritture insulse da liceali, mentre chi intinge la penna nel sangue della lingua viva è condannato alla fame, voglio vedervi morti e pisciare sul vostro cadavere, cornuti.
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Minima poetica

Mi domandavo, l’altra sera, come e se una poetica potesse poggiare le proprie fondamenta su concetti come caos, anarchia, incoscienza e odio. E cercavo esempi in proposito.
Ho pensato a certi modelli di letteratura d’avanguardia, a poeti (artisti in genere) maledetti, alla cultura underground. Ho pensato a un certo tipo di teatro, a poeti più o meno etilisti o dediti all’assunzione (creativa, ça va sans dire) di sostanze allucinogene di varia natura…

Il punto è che – più ci penso – e più trovo invece una totale sintonia, empatica e razionale, con quanto dice Oscar Ekdhal, a proposito della sua più che ventennale attività di direttore del piccolo teatro di famiglia (cito dalla traduzione in inglese): “Or perhaps, we give the people who come here a chance to forget for a while, for a few short moments, the harsh world outside. Our theater is a little room of orderliness, routine, care and love.”
Nella versione italiana: ordine, disciplina, coscienza e amore.
Il teatro degli Ekdhal è un rifugio elusivo: è un mondo piccolo che mette al riparo, almeno per un po’, dalla durezza del mondo grande, ma che aiuta anche (forse soprattutto) “a rifletterlo e a capirlo meglio”.
E’ una concezione dell’arte puramente consolatoria e borghese?
Forse. Forse no.
Quale arte, nel nome di una impossibile riconciliazione con le dinamiche strutturali e sovrastrutturali della società che rappresenta, può permettersi di essere (oltre che manifestare) caos, anarchia, incoscienza e odio? Il mondo è caos, anarchia, incoscienza e odio, ma quale forma d’arte può essere così autolesionista da accettare nelle forme, nei contenuti ma anche nei propri presupposti, nel proprio giustificarsi, quindi nella propria poetica, una così radicale riduzione mimetica? Quale arte può porsi al di fuori di una regola, di un severo apprendistato, dalla fatica del fare?

A me pare che la dichiarazione di poetica di Oscar Ekdhal sia universale e condivisibile da chiunque metta mano a una penna, dita su una tastiera, si sporchi con il pennello. Con chiunque si esprima, urlando un disagio, coltivando la propria reazione folle al mondo grande. In ogni libro, in ogni quadro, in ogni verso disperato non può che esserci, dietro, che ordine, disciplina, coscienza e amore. A me questa sintesi suona necessaria, e profondamente consolatoria, sì, direi spiritualmente consolatoria.
La dedizione di una filodrammatica borghese alla tradizione culturale benigna e solo apparentemente rassicurante, non può essere visceralmente diversa dalle prove sperimentali di un poeta che si vuole maudit. E chi dovesse chiamarsi fuori penso corra il rischio di trasformare il proprio messaggio in un macigno lanciato da un cavalcavia dell’autostrada, non in uno strumento di comprensione.

(Per chi non lo ricordasse: Oscar Ekdhal è una creatura di Ingmar Bergman, che gli fa pronunciare questo straordinario discorso la notte di Natale, poco prima di morire, nel suo ultimo film per il cinema, Fanny e Alexander).