Mario Luzi

luzi-mario.jpg

a cura di Elena F. Ricciardi

FIRENZE – La sua ultima poesia, battuta al computer da Caterina Trombetti,
sua assistente e amica, domenica sera, poche ore prima della morte. Gli
ultimi versi di Mario Luzi, grande poeta del Novecento. Eccoli.

Il termine, la vetta
di quella scoscesa serpentina
ecco, si approssimava,
ormai era vicina,
ne davano un chiaro avvertimento
i magri rimasugli
di una tappa pellegrina
su alla celestiale cima.

Poco sopra
alla vista
che spazio si sarebbe aperto
dal culmine raggiunto…
immaginarlo
già era beatitudine
concessa
più che al suo desiderio al suo tormento.
Sì, l’immensità, la luce
ma quiete vera ci sarebbe stata?
Lì avrebbe la sua impresa
avuto il luminoso assolvimento
da se stessa nella trasparente spera
o nasceva una nuova impossibile scalata…
Questo temeva, questo desiderava

(1 marzo 2005)

***

Natura

La terra e a lei concorde il mare
e sopra ovunque un mare più giocondo
per la veloce fiamma dei passeri
e la via
della riposante luna e del sonno
dei dolci corpi socchiusi alla vita
e alla morte su un campo;
e per quelle voci che scendono
sfuggendo a misteriose porte e balzano
sopra noi come uccelli folli di tornare
sopra le isole originali cantando:
qui si prepara
un giaciglio di porpora e un canto che culla
per chi non ha potuto dormire
sì dura era la pietra,
sì acuminato l’amore.

***

L’immensità dell’attimo

L’immensità dell’attimo
quando tra estreme ombre profonda
in aperti paesi l’estate
rapisce il canto agli armenti
e la memoria dei pastori e ovunque tace
la segreta alacrità della specie,
i nascituri avvallano
nella dolce volontà delle madri
e preme i rami dei colli e le pianure
aride il progressivo esser dei frutti.
Sulla terra accadono senza luogo,
senza perchè le indelebili
verità, in quel soffio ove affondan
leggere il peso le fronde
le navi inclinano il fianco
e l’ansia de’ naviganti a strane coste,
il suono d’ogni voce
perde sè nel suo grembo, al mare al vento

***

L’alta, la cupa fiamma…

L’alta , la cupa fiamma ricade su di te,
figura non ancora conosciuta,
ah di già tanto a lungo sospirata
dietro quel velo d’anni e di stagioni
che un dio forse s’accinge a lacerare.

L’incolume delizia, la penosa ansietà
d’esistere ci brucia incenerisce
ugualmente ambedue. Ma quando tace
la musica fra i nostri visi ignoti
si leva un vento carico d’offerte.

Pari a due stelle opache nella lenta vigilia
cui un pianeta ravviva intimamente
il luminoso spirito notturno
ora noi ci leviamo acuminarti,
febbrili d’un futuro senza fine.

Così spira ed aleggia nell’anima veemente
un desiderio prossimo a sgomento,
una speranza simile a paura,
ma lo sguardo si tende, entra nel sangue
più fertile il respiro della terra.

Assunto nella gelida misura delle statue
tutto ciò che appariva ormai perfetto
si scioglie e si rianima, la luce
vibra, tremano i rivi fruttuosi
e ronzano augurali città.

L’immagine fedele non serba più colore
e io mi levo, mi libro e mi tormento
a far di me un Mario irragiungibile
da me stesso, nell’essere incessante
un fuoco che il suo ardore rigenera.

***

da Monologo
I

Vita che non osai chiedere e fu,
mite, incredula d’essere sgorgata
dal sasso impenetrabile del tempo,
sorpresa, poi sicura della terra,
tu vita ininterrotta nelle fibre
vibranti, tese al vento della notte…

Era, donde scendesse, un salto d’acque
silenziose, frenetiche, affluenti
da una febbrile trasparenza d’astri
ove di giorno ero travolto in giorno,
da me profondamente entro di me
e l’angoscia d’esistere tra rocce
perdevo e ritrovavo sempre intatta.

Tempo di consentire sei venuto,
giorno in cui mi maturo, ripetevo,
e mormora la crescita del grano,
ronza il miele futuro. Senza pausa
una ventilazione oscura errava
tra gli alberi, sfiorava nubi e lande;
correva, ove tendesse, vento astrale,
deserto tra le prime fredde foglie,
portava una germinazione oscura
negli alberi, turbava pietre e stelle.

Con lo sgomento d’una porta
che s’apra sotto un peso ignoto, entrava
nel cuore una vertigine d’eventi,
moveva il delirio e la pietà.
Le immagini possibili di me,
passi uditi nel sogno ed inseguiti,
svanivano, con che tremenda forza
ti fu dato di cogliere, dicevo,
tra le vane la forma destinata!
Quest’ora ti edifica e ti schianta.
L’uno ancora implacato, l’altro urgeva –
con insulto di linfa chiusa i giorni
vorticosi nascevano da me,
rapidi, colmi fino al segno, ansiosi,
senza riparo n’ero trascinato.
Fosti, quanto puoi chiedere, reale,
la contesa col nulla era finita,
spirava un tempo lucido e furente,
senza fine perivi e rinascevi,
ne sentivi la forza e la paura.
Una disperazione antica usciva
dagli alberi, passava sulle tempie.
Vita, ne misuravi la pienezza.

***

Questa felicità

Questa felicità promessa o data
m’è dolore, dolore senza causa
o la causa se esiste è questo brivido
che sommuove il molteplice nell’unico
come il liquido scosso nella sfera
di vetro che interpreta il fachiro.
Eppure dico: salva anche per oggi.
Torno torno le fanno guerra cose
e immagini su cui cala o si leva
o la notte o la neve.

***

La notte lava la mente

La notte lava la mente.

Poco dopo si è qui come sai bene,
file d’anime lungo la cornice,
chi pronto al balzo, chi quasi in catene.

Qualcuno sulla pagina del mare
traccia un segno di vita, figge un punto.
Raramente qualche gabbiano appare.

***

Ridotto a me stesso

Ridotto a me stesso?
Morto l’interlocutore?
O morto io,
l’altro su di me
padrone del campo, l’altro,
universo, parificatore…
o no,
niente di questo:
il silenzio raggiante
dell’amore pieno,
della piena incarnazione
anticipato da un lampo? –
penso
se è pensare questo
e non opera di sonno
nella pausa solare
del tumulto di adesso…

***

In due

«Aiutami» e si copre con le mani il viso
tirato, roso da una gelosia senile,
che non muove a pietà come vorrebbe ma a sgomento e a [orrore.
«Solo tu puoi farlo» insistono di là da quello schermo
le sue labbra dure
e secche, compresse dalle palme, farfugliando.
Non trovo risposta, la guardo
offeso dalla mia freddezza vibrare a tratti
dai gomiti puntati sui ginocchi alla nuca scialba.
«L’amore snaturato, l’amore infedele al suo principio»
rifletto, e aduno le potenze della mente
in un punto solo tra desiderio e ricordo
e penso non a lei
ma al viaggio con lei tra cielo e terra
per una strada d’altipiano che taglia
la coltre d’erba brucata da pochi armenti.
«Vedi, non trovi in fondo a te una parola»
gemono quelle labbra tormentose
schiacciate contro i denti, mentre taccio
e cerco sopra la sua testa la centina di fuoco dei monti.
Lei aspetta e intanto non sfugge alle sue antenne
quanto le sia lontano in questo momento
che m’apre le sue piaghe e io la desidero e la penso
com’era in altri tempi, in altri versanti.
«Perché difendere un amore distorto dal suo fine,
quando non è più crescita
né moltiplicazione gioiosa d’ogni bene,
ma limite possessivo e basta» vorrei chiedere
ma non a lei che ora dietro le sue mani piange scossa da
[un brivido,
a me che forse indulgo alla menzogna per viltà o per
[comodo.
«Anche questo è amore, quando avrai imparato a [ravvisarlo
in questa specie dimessa,
in questo aspetto avvilito» mi rispondono, e un poco ne ho [paura
e un po’ vergogna, quelle mani ossute
e tese da cui scende qualche lacrima tra dito e dito
[spicciando.

***

Accordo

– Il corso d’una vita deciso in nostra vece chi sa come e
[quando
ripara nel bene e nel male altre esistenze,
offre cause di gioia e di dolore alle future –
Lei che soffre ma pronunzia il suo credo
ben ferma nel suo aspetto di angelo o deva
m’accoglie nella parte viva della casa,
mi dà questo saluto o questo viatico.

Non per caso ero lì comparso dall’oscurità del bosco al
[suo cospetto
macinando pensieri senza costrutto
pel sentiero battuto dall’artiglieria da campo.
Né spero né desidero sorprenderle
questa volta il lampo che sprizza
sospetto della mia incredulità e insieme dolcezza.
In silenzio raccolgo sotto il fuoco delle sue pupille
[questo messaggio
ben deciso a credere contenga la sanzione e il crisma.

Che importa la materia della fede quando è così grande,
mi dico mentre scruta se m’arriva
la luce delle sue parole nel punto esatto;
e posso anche pensarle
come un canto di prigionia,
sia pure il canto udito
trillare nella voliera più alto di tutti e fermo.

***

Senior

Ai vecchi
tutto è troppo.
Una lacrima nella fenditura
della roccia può vincere
la sete quando è così scarsa. Fine
e vigilia della fine chiedono
poco, parlano basso.
Ma noi, nel pieno dell’età,
nella fornace dei tempi, noi? Pensaci.

Mario Luzi (Firenze, 20 ottobre 1914 – Firenze, 28 febbraio 2005) è stato un
poeta e scrittore italiano. In occasione del suo novantesimo compleanno era
stato nominato senatore a vita della Repubblica italiana.
Nato da genitori originari della zona dell’Amiata, trascorre l’infanzia a
Castello, allora frazione del comune di Sesto Fiorentino, frequentando i
primi cicli di scuola. In seguito, si trasferisce a Siena dove rimane per
tre anni e nel 1929 ritorna nella sua città natale e a Firenze compie gli
studi presso il liceo classico “Galileo”.Sempre a Firenze si laurea in
letteratura francese con una tesi su François Mauriac..
Sono questi anni importanti per l’esordio poetico del giovane Luzi che, a
Firenze, stringe amicizie coi giovani impegnati della cultura ermetica, come
Piero Bigongiari, Alessandro Parronchi, Carlo Bo, Leone Traverso, nonché l’
importante e instancabile critico Oreste Macrì
Collabora alle riviste d’avanguardia come Il Frontespizio, Campo di Marte,
Paragone e Letteratura.
Esce nel 1935 la sua prima raccolta poetica La barca. Nel 1938 inizia
l’insegnamento alle scuole superiori che lo porterà a Parma, a San Miniato e
infine a Roma dove lavorerà alla Sovrintendenza bibliografica.
Pubblica nel frattempo (1940) Avvento notturno. Nel 1945 ritorna a Firenze e
in questa città insegna al liceo scientifico. Sono di questo periodo alcune
importanti raccolte poetiche: nel 1946 Un brindisi e Quaderno gotico, nel n.
1 di Inventario, nel 1952 Onore del vero, Principe del deserto e Studio su Mallarmé. Nel 1955 gli viene assegnata la cattedra di letteratura francese
alla Facoltà di Scienze Politiche di Firenze.
Nel 1963 pubblica Nel magma, nel 1965 Dal fondo delle campagne e nel 1971 Su fondamenti invisibili ai quali fa seguito Al fuoco della controversia nel
1978, Semiserie nel 1979, Reportage, un poemetto seguito dal Taccuino di viaggio in Cina nel 1985 e nello stesso anno Per il battesimo dei nostri frammenti.
Nel 1978, per l’opera Al fuoco della controversia, gli è stato assegnato il
Premio Viareggio. Il 1983 vede la pubblicazione de La cordigliera delle Ande
e altri versi tradotti. È inoltre autore di importanti saggi e curatore di
numerose antologie (tra cui L’idea simbolista).
Il 14 ottobre 2004, in occasione del suo novantesimo compleanno è stato
nominato Senatore a vita dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi.
Si spegne a Firenze pochi mesi dopo, il 28 febbraio 2005. Ai funerali
solenni, il 2 marzo dello stesso anno, ha partecipato il Presidente Ciampi.
Alla memoria di Luzi è stata posta una lapide nella basilica di Santa Croce
di Firenze, tra le spoglie di Michelangelo Buonarroti, Vittorio Alfieri,
Galileo Galilei e il cenotafio di Dante Alighieri.

(tratto da Wikipedia)

L’opera poetica di Mario Luzi è stata raccolta in un volume dei ‘Meridiani’,
la prestigiosa collana di letteratura della casa editrice Mondadori. Curato
da Stefano Verdino, il ‘Meridiano’ comprende tutte le poesie del grande
autore fiorentino.

24 pensieri su “Mario Luzi

  1. @marco

    per fortuna le “stranezze d’agosto” non tolgono nulla allo splendore di certi versi 🙂

    “o nasceva una nuova impossibile scalata…
    Questo temeva, questo desiderava”

    gli ultimi due versi che ci ha lasciato, così pieni di vita a un passo dalla fine…

    grazie d’esserti fermato un po’ qui

    buona domenica

    elena f

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  2. Tanti si fermano, Elena, anche senza lasciare traccia.

    Perché, a volte, la vera “traccia” è quella che non si fa parola. Quella che nasce dalla riflesione silenziosa che ci accompagna dopo aver letto, o riletto, certi testi.

    Ciao.

    Una buona giornata a tutti.

    fm

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  3. @francesco

    hai regione, anch’io amo le tacce invisibili, il solco sull’acqua, ma è anche bella la condivisione delle riflessioni che ne genera altre e così all’infinito.per me il bello della parola è nel suo spezzarsi come pane.

    grazie anche a te

    buona domenica

    elena f

    Mi piace

  4. effettivamente dalla prima raccolta del ’35 al 2005 sono settant’anni di poesia.
    c’è un articolo interessante di Asor Rsa nel suo “novecento primo secondo e terzo” edizioni Sansoni, in cui si pone la domanda se non sia “cambiato qualcosa nella condizione della poesia, nel suo rapporto con lo svolgimento e le conseguenze del tempo” visto che:
    “nella tradizione, tanto antica quanto recente (romantica, decadente) il poeta ha sempre, o quasi sempre, il volto di un giovanetto. Agli antipodi sta il Tempo, vecchio canuto e solenne. Il giovanetto strappa al Tempo brandelli della propria esistenza; ma, alla lunga,è costretto ad arrenderglisi. Un poeta adulto sembra già un’anomalia; un vecchio un’eccezione” (P.384)

    buona domenica

    elena f

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  5. una traccia viva di vita

    “Vita che non osai chiedere e fu,
    mite, incredula d’essere sgorgata
    dal sasso impenetrabile del tempo,
    sorpresa, poi sicura della terra,
    tu vita ininterrotta nelle fibre
    vibranti, tese al vento della notte…”

    Mi piace

  6. @elena

    al 4 dici “per me il bello della parola è nel suo spezzarsi come pane”.

    Mi permetto di dedicarti questa poesia tratta dal mio libro L’equilibrio nell’ombra.

    Che universo
    di senso,
    spezzare le parole
    a questo pane.
    Un arcaico oscillare
    di gioia
    e materia,
    sull’acqua di un gesto
    esemplare.

    Ordine preciso
    delle mani
    Il pane.
    Il pane si divide,
    per unire.

    Un abbraccio. N.P.

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  7. Mi unisco al grazie di Nicola a Elena. E al grazie di Elena a Nicola.

    p.s.

    @ Elena

    Il testo che ha postato Nicola è un “piccolo” antipasto. Non hai idea (ma solo per il momento) di cosa sia il resto del banchetto!

    frncscmrtt

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  8. francesco e nicola… un ottimo antipasto 🙂 !

    marco scusa non avevo visto la tua domanda, ti rispondo con s. paolo che, credenti o no, diceva una grande verità: alla fine di tutto solo l’amore rimane.

    buona serata

    elena f

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  9. Ti ringrazio, Elena, ma io non c’entro affatto. Alludevo all’ultimo banchetto “imbandito” da Nicola. Mi si stanno consumando gli occhi, solo a guardare i cibi presenti sulla tavola.

    Lo padre Dante mi perdonerà sicuramente per questo saccheggio della sua dispensa, ma sono sicuro che anche lui gradirebbe molto. Eccome, se gradirebbe.

    p.s.

    Ncl, m dv lmn n bvnd ghcct. Cm mnm. 😉

    fm

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  10. Come vedi il caldo fa davvero brutti scherzi, comunque, se potessi, nch n vcnz ai trpc.

    Un abbraccio

    N.P.

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  11. Sei molto generoso, Nicola, grazie del pensiero.

    Per mia fortuna, non ho bisogno di andare lontano per godere di “sontuose” vacanze, mi basta rimanere a casa: ho Villa con Fontana, e Colli intorno.

    fm

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  12. Molto belli i testi presentati.

    I suoi ultimi versi:

    “Il termine, la vetta
    di quella scoscesa serpentina
    ecco, si approssimava,
    ormai era vicina,…

    la prova che un poeta è tale fino alla fine dei suoi giorni. Rare le eccezioni (Rimbaud mi viene in mente).

    Grazie, Elena, un saluto.

    Giovanni

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