POETAS – Racconto a puntate di un viaggio poetico – V

di Alessandro Seri

C’è una pausa da sfruttare per far cadere sul pavimento un po’ di poesia ma non faccio in tempo ad alzarmi che Irene Ramahlo Santos arriva diretta verso di me dicendomi che quest’anno a Poetas la poesia italiana è stata molto amata. Con lei c’è Alberto Pimenta, che mi viene presentato come uno tra i più importanti poeti portoghesi, e si complimenta in italiano con me, mi dice che ha molto apprezzato il ritmo dei miei versi. Poi faccio qualche passo e altre tre o quattro persone mi chiedono di firmare l’antologia del meeting; assolvo al piacevole compito sorridendo, cercando di inventare frasi appena meno che banali. Subito dopo arriva uno dei ragazzi del laboratorio di scrittura creativa dell’università, si chiama Nuno, e faccio una dedica anche a lui, poi è la volta del poeta brasiliano Màrcio-André, che mi lascia il suo biglietto e con uno spagnolo malfermo (non parla inglese) mi invita a spedirgli i miei testi. Sono frastornato,  e pur parlando con tutta questa gente mi scopro a buttare sguardi a destra e a manca cercando analiticamente tre persone: Cristina che sorride e parla con poeti e pubblico, Stephen che si appresta al suo terzo whisky  e Claudia Roquette-Pinto che parla fitto con alcuni bambini, scoprirò poi essere i suoi figli. Passati gli entusiasmi mi affaccio dalla terrazza per qualche istante poi rientro e insieme a tutti gli altri mi siedo ad ascoltare una nuova serie di letture. Comincia Myriam Diaz-Diocaretz, rivela che leggerà delle poesie erotiche, dal pubblico sale qualche suono di approvazione. Ha una lettura monocorde, lenta però comprensibile, quindi tocca a Macdara Woods, forse secondo in Irlanda solo a Seamus Heaney. Macdara legge in modo ineccepibile, con ritmo, con passione, le sue poesie catturano immediatamente la mia attenzione perché molte parlano del suo amore per l’Umbria, dove ha una casa, e di molti luoghi che conosco dato che sono a pochissima distanza da dove vivo io. La poesia di Macdara Woods è di grandissimo spessore, viva come la vita stessa, saggia, con una prospettiva continua. Il terzo poeta di questa sessione è Jesus Munariz e con lui c’è la conferma di questa poesia spagnola così forte, evidente, focosa persino un po’ troppo enfatica. La lettura di Munariz è un continuo rilancio e non a tutti piace. Per ultimo legge Forrest Gander, poeta americano dall’aria più americana che mai. Con una certa sorpresa nella sua presentazione cita la mia precedente battuta sugli attori di teatro che tentano di rubare le fidanzate dei poeti e di nuovo la sala sorride. Gander legge utilizzando un ritmo che diremmo da poetry slam: i suoi testi pur se colti e impegnati sembrano un rap non musicato, ancora a riprova che in larga parte la poesia americana è ancora influenzata dall’ondata beat e dal suo stile performativo. Terminata questa serie di letture i poeti e il pubblico si disperdono. Ognuno sceglie qualcosa da fare, alcuni fanno capannello, altri si siedono nei divani della hall al piano terra, io opto per una passeggiata verso il faro di Figueira do Foz. Mentre cammino lungo il molo con l’oceano a destra e a manca, mi giungono le urla dei lavoratori che stanno sistemando la spiaggia per l’estate imminente, hanno un suono diverso da quelle a cui sono abituato, sembrano di legno, sembrano meno guascone e al tempo stesso più tristi, come se la gente che vive in riva all’oceano sapesse che la sfida se pur reiterata nel tempo è, e resterà, comunque impari. Comincia a piovere e a gambe svelte faccio il percorso contrario. Arrivo appena in tempo, perché la carovana si sta spostando per andare a cena e sarà una cena particolare, al Casinò. Entriamo tutti impacciati, non sappiamo dove andare, poi l’organizzazione del casinò ci obbliga a lasciare nel guardaroba praticamente ogni cosa e ci introducono in un’enorme sala circolare rossa che sembra un set di un film di Fellini, qualcosa a metà tra La città delle donne e La voce della luna, praticamente una cena onirica. Io e Cristina capitiamo in un tavolo un po’ ai margini e rimaniamo soli io e lei finché non si siede al nostro tavolo anche Regina Giumaraes. E ancora prima di cominciare a sorseggiare un bianco da aperitivo, Regina ci rivela il suo amore per l’Italia e per l’italiano, infatti lo parla correttamente e racconta delle sue estati italiane passate in una cascina della bassa padana in una specie di fattoria/comune di suoi amici comunisti. Dice che quando si sente triste viene in Italia a trovarli e lì si rigenera. Dentro di me penso che la sua è una visione davvero parziale, anche se romantica, e mi torna in mente il Novecento di Bertolucci, tanto per fare un’altra associazione cinematografica. Dietro di noi c’è il tavolo degli studenti, che dopo qualche minuto di relativo silenzio inizia ad animarsi di gridolini e brindisi; mi volto e sorridendo scopro che Stephen Rodefer si è seduto tra loro e si divertono da matti. La cena è ottima nonostante il posto così sopra le righe e tra un racconto e l’altro di Regina si fa l’ora di ripartire per l’ultima lettura della giornata. Usciamo evidentemente stanchi e appesantiti. Appena fuori ci aspettano automobili e pullman per portarci in un altro posto magnifico: Palacio Sotto-Mayor, una splendida palazzina liberty ricoperta di marmo bianco e con degli interni da brivido. La lettura si svolgerà nel grande corridoio del piano terra. Ai lati del corridoio, dove sono disposte le sedie per il pubblico e il tavolo dei poeti, ci sono stanze arredate con mobili tardo Ottocento e alle pareti degli oli di buona fattura compresa qualche non proprio riuscita copia di capolavori dell’arte. Tutto è davvero bello, peccato solo la stanchezza che alle dieci e mezza di sera comincia a farsi sentire nonostante la voglia di ascoltare ed imparare quanto più possibile. Seduto nelle ultime file, quasi disperso sulla sedia sento da lontano cominciare a leggere con voce bassa, emozionato, il poeta spagnolo Xesus Rabade Parede. Purtroppo l’intonazione non coinvolge la platea e sinceramente anche io faccio fatica a seguirlo. Di fianco a me c’è una scalinata che porta al piano superiore e Ytzhak Laor si siede sbuffando sugli scalini, Mr. Taggart invece esce dalla sala mentre sua moglie fa foto ad ogni cosa. La lettura termina con un applauso pacato; qualcuno esce in giardino. Anche io sto per alzarmi quando mi accorgo che il prossimo poeta, il brasiliano Màrcio-André si siede sul pavimento davanti al pubblico, si toglie i sandali, imbraccia un violino e a piedi nudi, mortificando le corde dello strumento, inizia una performance, magari non raffinata ma di sicuro impatto. Tanto che molti rientrano in sala e ascoltano la confusione poetica di questo originale poeta brasiliano. Al termine dell’esibizione di Marcio-André mi alzo e faccio qualche giro per le stanze laterali del palazzo, mi piace l’arredamento e mi incuriosiscono i quadri alle pareti. Mentre passeggio sento che la poetessa palestinese Faiha Abdulhadi ha iniziato a leggere le sue poesie. C’è subito un contrasto fortissimo tra lei e chi l’ha preceduta. Questa bella signora palestinese, ha una voce limpida e il suono dei suoi versi mi suggerisce un connubio particolare tra tenerezza e rivendicazione. Mi viene in mente il titolo della biografia di Guevara scritta da Paco Ignacio Taibo: Senza perdere la tenerezza. Appena terminata questa lettura, Ytzhak mi prende sottobraccio e mi accompagna sul terrazzo che guarda sul giardino, e comincia a parlare di come lui viva male, con una specie di senso di colpa, il suo essere un intellettuale militante in Israele.  Dice che le poesie di Faiha Abdulhadi parlavano dei campi profughi palestinesi e dei bambini, del riscatto di un popolo e della quotidianità. E mi si aprono gli occhi, più di quanto fossero già aperti, su questo dramma inflazionato dei nostri tempi; a regalarmi questa consapevolezza è un uomo speciale, capace di fare alta cultura con idee totalmente opposte a quelle del governo del suo Paese. Di nuovo però dall’interno si sente una voce che modula poesia come fosse un richiamo e stavolta è il turno di Regina Guimaraes, io e Ytazhak ci guardiamo stupiti e optiamo per rientrare. Inaspettatamente la Guimaraes esprime una gran forza, talento interpretativo, ritmo e militanza. Non la solita poesia civile ma qualcosa di nuovo e piacevole, soprattutto, ripeto, inaspettato. Una bella sorpresa dovuta forse all’esperienza teatrale di Regina. Al termine esplode davvero un’ovazione di applausi compiacenti. Lei ringrazia e le porte del passato liberty portoghese si chiudono dietro le spalle dei poetas che più normalmente risalgono sui pullman e sulle auto per tornare a Coimbra. Il viaggio di ritorno è più calmo rispetto all’andata nonostante qualche canto brasiliano o africano. La superstrada sembra scivolare fino alle luci collinari di Coimbra che vista da sotto, di notte, somiglia persino a Macerata e scatta quella malinconia tra partire e tornare tipica dei viaggiatori che fanno del moto perenne la loro religione.

nella foto: Palazzo Sotto-Mayor, Figuiera da Foz (Coimbra)

5 pensieri su “POETAS – Racconto a puntate di un viaggio poetico – V

  1. Grazie per questo racconto. Confesso che quando ho visto il nome di Macdara Woods il mio cuore ha avuto un sobbalzo… Grazie davvero a Cristina e ad Alessandro.

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  2. Sì cara Gaja, hai ragione, Mcdara è un grandissimo poeta e una persona squisita al contrario della maggior parte dei poeti italiani, è estremamente simpatico e disponibile.
    Coimbra è stato un evento straordinario ed io dal mio estremamente modesto punto di vista non potevo non raccontarlo.

    P.s. stasera vado a vedere Maria Stuarda allo Sferisterio con Mcdara e sua moglie Eiléan. (piccoli privilegi del vivere in provincia)

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  3. Alessandro, ho conosciuto personalmente Seamus Heaney, Brian Friel e Tom Murphy (questi ultimi i due più grandi drammaturghi irlandesi contemporanei). Del terzo ho anche tradotto il suo unico romanzo e conservo gelosamente uno scambio di lettere (cartacee!) che ho avuto con lui per un’intervista che gli ho fatto e che è stata pubblicata in appendice al libro. Posso garantire che – sarà l’aria che si respira in Irlanda, sarà l’innata grandezza del popolo di Erin che preferisce il low profile, sarà che gli irlandesi sono inimitabili – ebbene, sono tutte persone adorabili, alla mano… Ti ringrazio ancora per avermi dato la possibilità di “essere con voi” sia pure leggendo, e pensatemi un poco, stasera allo Sferisterio (non so se si è capito, ma *adoro* le Marche: sono un po’ l’altro mio luogo dell’anima, insieme all’Irlanda)… Un abbraccio a te e un bacio grandissimo a Cristina!

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