“Una nuova cultura” Franco FORTINI

franco-fortini.jpg

Quando si pronuncia la parola cultura, viene fatto di pensare ai libri e allo studio; perché per i più, infatti, cultura equivale a sistema più o meno organizzato di conoscenze intellettuali. Per altri, e per noi, cultura è invece il modo nel quale gli uomini producono quanto è necessario alla loro esistenza, la particolare maniera, mutevole per il mutare dei mezzi di produzione, con la quale essi entrano in rapporto con gli altri uomini e con le cose. Cultura è la forma nella quale gli uomini, nella loro storia, si sono scambiati i prodotti del lavoro, costruite capanne e cattedrali, scelte le parole dell’amore; è la forma varia nella quale hanno fissato i costumi, i riti, le leggi; nella quale hanno arati i campi, esplorato il mare, condotto gli eserciti, speculato i cieli, composto i poemi. Queste forme noi sappiamo che non soltanto non sono eterne ma che anzi si mutano più o meno visibilmente nel tempo secondo una legge necessaria che l’uomo deve cercare di conoscere per potere efficacemente agire.
Mutano i mezzi della produzione e poi, lentamente, penosamente, muteranno di conseguenza leggi, costumi e filosofie degli uomini. Un’antica popolazione ne rese schiava un’altra; e il lavoro dei vinti lasciò respiro ai vincitori, non più costretti all’aratro, per scolpire le statue di Atene o dettare le leggi di Roma. La scoperta del vapore creò, con la grande industria, gli enormi proletari del secolo passato; e il lavoro dell’operaio moderno poté lanciare le transiberiane che recarono all’artista occidentale le opere d’arte della cultura giapponese e a quella le meraviglie della meccanica europea. Questi modi, queste forme costituiscono dunque la cultura (o la civiltà) di una determinata nazione o popolo o classe o individuo, in un dato tempo o periodo.
Ma il tempo odierno, per essere quello d’una profondissima trasformazione dei mezzi e dei rapporti di produzione, vede anche una crisi rivoluzionaria della sua cultura. E questo si scorge appunto nel concetto di cultura; che è ancora, per molti, legato a un’erronea distinzione fra spirito e materia, fra arte e scienza, tra lavoro dell’intelletto e lavoro delle mani. La rivoluzione industriale che dovunque, ora è un secolo, portò al potere la borghesia del capitale provocò un modo di produzione – la grande fabbrica – che era destinato ad alterare profondamente tutta la cultura della società; ma sopravvivevano intanto, come tutt’oggi sopravvivono, leggi costumi arti e filosofie dell’epoca precedente, modi di produzione intellettuale che, per antichissima tradizione, godevano d’una considerazione privilegiata.
Avvenne così la distinzione della quale oggi soffriamo: i filosofi, gli artisti, gli studiosi furono “industrializzati” e usati come merce qualsiasi, oppure furono onorati tanto più quanto il loro “aroma spirituale” si sostituiva a quello delle screditate religioni ufficiali. Ma furono, al tempo stesso, accuratamente invitati ad astenersi dalla vita reale della società; invito che, in generale, fu largamente seguito. Si finì col chiamar cultura solo quella degli studiosi e dei pensatori e fin quella delle scuole, cioè la cultura dei libri, l’erudizione o l’informazione invece dell’azione formatrice. Oggi anche noi siamo costretti a usare in questo senso la parola cultura, per poterci intendere. E così continuiamo a chiamare, per comodità, uomini di cultura tutti gli intellettuali che abbiano un certo grado di informazione e di letture. Quelli insomma che dovrebbero avere nella società contemporanea la funzione di una coscienza vigile.
Ma noi sappiamo che una coscienza senza presa sul reale è illusoria, è vera incoscienza. Né v’è possibilità di presa sulla realtà per gli intellettuali della cosiddetta cultura se non nella relazione, nel flusso e nel riflusso, nello scambio fra i modi e le forme della produzione intellettuale (la Cultura con la C maiuscola) e i modi e le forme della produzione tecnica (agricola, industriale). Queste culture hanno divorziato fra loro, nel mondo moderno, riflettendo la violenza della divisione in classi della società. Ecco che il poeta scrive i suoi versi come se i suoi lettori fossero venti o cinquanta; e l’editore ne abbandona il delicato fascicolo sulle bancarelle mobili di tutte le stazioni, fra i pacchi di prosa dei quotidiani. L’architetto disegna le sue case come vogliono scienza e arte; e le leggi della proprietà privata gliene impediscono la realizzazione. Lo scienziato elabora per lunghi anni rimedi contro la tubercolosi finché il suo governo sferra migliaia di bombardieri sulle città e sui sanatori. Rendersi conto di questo divorzio è già muoversi per superarlo; perché, come nell’individuo lo squilibrio fra intelletto e volontà paralizza l’azione, così nella società le varie forme di cultura dovrebbero tendere non a elidersi o a ignorarsi ma a entrare in rapporto dialettico tra loro. Per ciò appunto chiamiamo alta o esemplare quella civiltà o quella cultura nella quale le varie produzioni sono compiute secondo un certo comune modo, ubbidienti ognuna a una comune misura. Così è alta ed esemplare la cultura di certo medioevo perché nella sua produzione, sia agricola che artigiana, architettonica o scientifica, nelle ideologie politiche come in quelle religiose, si rivela una singolare unità, superiore ai contrasti: che è quella del concetto feudale di proprietà o del nascente diritto comunale.
Noi diciamo che la “cultura intellettuale” del nostro tempo è stata sconfitta e da tempo. Quella che si era fatta titolo d’onore della propria assoluta indipendenza e irresponsabilità di fronte alla produzione della volontà politica della classe dominante (le false democrazie e le dittature) e all’anarchia della produzione industriale (autarchia e imperialismo economico) sin da prima della guerra del 1914 era stata ottimismo idealistico o progressista, e fu incapace di disarmare gli eserciti. Fra le due guerre fu angosciato irrazionalismo che rese possibile tutte le mitologie che hanno vagato e forse ancora vagano sui continenti.
Sappiamo che è un antico sogno assurdo chiedere agli uomini che producono arti, filosofia e scienza, di esercitare sulla società le funzioni proprie del politico o del tecnico; tra uomo di stato e filosofo che lo consiglia, sappiamo che uno dei due ha sempre la peggio: lo stato o la filosofia. Ma sappiamo anche che cosa ha permesso e favorito la scissione delle culture della società moderna: la formazione cioè della grande industria e la conseguente creazione di una minoranza dominante di privilegiati. Essi hanno fatto sì che i modi e le forme della produzione industriale favorissero e accrescessero i loro privilegi – e sappiamo bene come. Così la cultura del capitalismo è scritta sulle facciate delle metropoli moderne: è la grande officina, la produzione cronometrata, l’esercito motorizzato, la grande stampa, il cinema.
Ma, al tempo stesso, essi avevano ereditato dalla società precedente l’ossequio superstizioso per l’intelligenza: “Studi dunque tranquillamente lo scienziato nei suoi laboratori il modo migliore di far progredire la scienza, l’architetto il modo più sano e più bello di abitare; e dipinga pure, nel suo studio, il pittore” dissero allora gli uomini che detenevano il potere economico. “Ma io delle invenzioni scientifiche userò solo quelle che rafforzeranno i miei privilegi e la potenza dei miei eserciti; piuttosto che comode case per tutti sarà meglio costruisca archi e monumenti a testimonianza della mia potenza. E, quanto al pittore, egli dovrà allietare, con lo scrittore, i miei riposi o morire di fame nelle sue soffitte.”
La cultura intellettuale si trovò così senza mani o con deboli mani asservite; e le mani della cultura industriale e contadina si trovarono cieche, senza mente, o con deboli menti asservite.
Questa è la ragione per la quale le più grandi intelligenze della grande cultura mondiale, per quanto abbiano sostenuto il rispetto della dignità e della libertà umana, della democrazie e della ragione, nulla hanno potuto fare davanti allo scatenarsi della barbarie. Ma noi non rimproveriamo a quelle ideologie di essere impotenti a mutare certi modi e rapporti di produzione o a evitarne le conseguenze distruttrici. Noi rimproveriamo a quelle ideologie di non rendersi sufficientemente conto di essere appunto le ideologie di quei certi modi e rapporti di produzione e precisamente di quelli della cultura borghese e non piuttosto di quei modi e forme della produzione che già, entro la società di oggi, hanno disegnato quella di domani. Rimproveriamo quindi all’idealismo di Croce, all’umanesimo di Mann e allo “spirito non prevenuto” di Gide (o meglio agli idealismi, umanesimi, spiritualismi, esistenzialismi di oggi; almeno per quella parte di essi che vorrebbero farci credere di aver trionfato con la carta Atlantica e la bomba atomica) di essere cultura insufficientemente critica verso se stessa e perciò sterile e regressiva.
Ma sappiamo anche che non esiste possibilità di separare l’uomo di ieri da quello di oggi e di domani. Quella cultura intellettuale sussiste e agisce tuttora come, separate da quella, sussistono tutte le forme della produzione industriale e contadina. E la cultura degli sfruttatori. Che possiamo giudicare dunque, tranquillamente, barbarie.
Sappiamo perciò che agire per una nuova cultura intellettuale – vale a dire per una nuova filosofia e per una nuova sociologia ed economia e arte e teatro e scuola – equivale a lottare per una nuova società e quindi anche per la modificazione della sua struttura economica, premessa di ogni altra. Parallelamente dunque e non indipendentemente dall’azione sociale e politica corre la nostra via, che attua nuove forme di produzione intellettuale (di “servizi” intellettuali) a quel modo stesso che i ricostruttori sociali e politici attuano forme nuove di produzione e di distribuzione dei beni. Solo la coscienza e la volontà di questa interdipendenza può far sì che opposte culture, nel seno d’una medesima società, si integrino in una unità che convien dire dialettica. Così che il ritmo di lavoro dell’operaio, la struttura dell’ambiente in cui vive, le leggi che lo governano, il suo modo di divertirsi, di parlare, eccetera, rechino il segno d’una possibile perfezione dettata dall’intelletto; e che, inversamente, le produzioni dell’intelletto non siano dettate dal privilegio.
Tracciare le linee di questa cultura unitaria vorrebbe dire ripetere inutilmente i temi della polemica politica e sociale che la società nuova conduce da decenni dentro la vecchia e a cui l’ultima guerra dei tiranni ha dato così tragica risonanza. E vorrebbe dire anche rischiare il generico di un programma che, in sé per sé, non può esistere. Possiamo solo ripetere che alla meta della nostra opera sta anzitutto il superamento del dualismo, generato dalle classi, fra cultura intellettuale e cultura della produzione o tecnica che dir si voglia; e al suo inizio vi sta il concetto di “persona umana” o di “uomo”, obiettivo e origine di ogni cultura, inteso come l’individuo nella coscienza della propria correlazione col prossimo e delle proprie determinazioni storiche. Che è come dire, con esclusione di quanto tende a distruggere la persona o nella direzione dei miti sotterranei e collettivi della razza, del sangue e della natura (massa indifferenziata) o in quella dei miti celesti di un astratto Spirito o di un astratto Io (individualismo anarchico).

Settembre 1945

Franco FORTINI – Una nuova cultura – da Saggi ed epigrammi (Mondadori 2003)(I meridiani)

22 pensieri su ““Una nuova cultura” Franco FORTINI

  1. Bon soir, Giovanni,
    mi sovviene questa citazione:

    Un uomo saggio non ha una vasta cultura; chi ha una vasta cultura non è un saggio.

    Lao Tzu, Tao Te Ching

    Mi piace

  2. Conosco, Carla, Il Tao-Te-Ching. Le sentenze non hanno un senso univoco, inquanto erano destinate a servire come temi di meditazione. A ben riflettere, sarebbe ingeneroso ritenere a priori “non saggia” una persona di vasta cultura; altrettanto ingeneroso sarebbe escludere a priori saggezza in una persona priva di “vasta cultura”. Il dizionario (De Mauro) distingue infatti le due cose, definendo saggezza: la “capacità di valutare esattamente e di affrontare in modo lucido ed equilibrato eventi e situazioni, di seguire la retta ragione nella condotta di vita e di consigliare secondo un criterio di prudenza, come qualità derivante dall’esperienza passata e dal proprio equilibrio interiore”; e cultura il “complesso delle conoscenze intellettuali e delle nozioni che contribuisce alla formazione della personalità;” o le “pratiche e conoscenze collettive di una società o di un gruppo sociale; civiltà: la c. rinascimentale, la c. occidentale, la c. contadina, la c. borghese; culture preistoriche; culture scritte e culture orali”

    Ciò che Fortini auspica – con sorprendente acutezza e lungimiranza rispetto ai tempi del suo scritto (1945!) – è il “superamento del dualismo, generato dalle classi, fra cultura intellettuale e cultura della produzione o tecnica”; indicando quale presupposto “il concetto di “persona umana” o di “uomo”.

    Grazie, Carla, un caro saluto.

    Giovanni

    Mi piace

  3. “Queste forme noi sappiamo che non soltanto non sono eterne ma che anzi si mutano più o meno visibilmente nel tempo secondo una legge necessaria che l’uomo deve cercare di conoscere per potere efficacemente agire”.
    Questa è una certezza intellettuale. Al di là di tutte le questioni che il ricco testo fortiniano pone, la questione per eccellenza è proprio questa: se vi sia davvero quella “legge necessaria”. Lenin, Stalin, Trotszkij e tutti gli intellettuali marxisti ne sono stati convinti. Il possesso del “senso della storia” che ne derivava era qualcosa che si respirava anche negli ambienti del PCI italiano,ben lo ricordo, e dava ai militanti tutti una notevole sicurezza anche psicologica, che si riverberava fin nel più umile degli operai iscritti al partito.
    L’incarnazione volgare dell’idea che vediamo qui in Fortini, del superamento del dualismo tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, si è avuta al tempo dell’idealizzazione della Rivoluzione Culturale cinese (in Italia nel 1969 – 70). “Faremo – in Italia – come hanno fatto in Cina: – operai – a scuola – studenti in officina!

    Mi piace

  4. Credo che parlare di Fortini non sia interessante tanto per confutare quella parte di eredità del pensiero marxiano associabile, che qui appare, oltre che complessa e difficoltosa, pe r la mole dei molti exempla storici da vagliare, bensì: e il bello del regalo di Giovanni credo sia il fuoco sulla modernità di una definizione di cultura. Che riparta (anche)dalla vita (e dai bisogni) delle persone, nonché dalla generatività della stessa sua definizione,capace di riverbersi in altri nessi più “sovramateriali”, come le visioni del mondo, etc, ma da rileggersi alla prova del futuro, qui inclusa la rischiosa mutazione antropologica intorno al forgiarsi dell’impero della tecnica, se non iscritta culturalmente , se non resa cosciente ..
    Ma quei nessi nuovi potrebbero ripartire da una progettazione degli uomini s e ne fossero avvertiti..e qui si naviga in tante escatologie(l’ebraismo ne ha forgiate moltissime: da Marx a Freud..se ne ricorda la Arendt).

    Poi, lo sappiamo bene, quanto il nero della storia abbia inghiottito profeti, profezie, come “Le mani di Karl Radek, illustrano”(Su quelle cancellazioni violente della storia, i suoi fallimenti ci si può leggere anche Simone Weil. oltre il bellissimo saggio di Jakobson, ma si va nel di già noto).
    Ma io oggi: assaporo la bellezza di quella definizione, questa intuizione di un modo diverso di essere e fare cultura, al di là dei singoli fallimenti..la speranza non estirpata, la coscienza sottile non ammutolita)

    Maria Pia Q.
    Io, a quegli “invisibili” della storia, pescatori che credevano e non poterono, ho dedicato le mie moradas, ed altro.

    Mi piace

  5. condivido l’idea di fondo di Fortini: la letteratura deve incidere nella storia e nella società.
    senza il sostegno di questa utopia in cerca di un luogo, nasce già morta.

    Mi piace

  6. Il testo di Fortini appare abbastanza logoro e datato. L’integrazione fra il mondo degli “intellettuali” e quello della produzione e della tecnica – inevitabilmente connesso ai concetti di attività ripetitiva e alienante, omologazione etc. etc. – non è un fatto del nostro tempo, basta scorrere le note biografiche di Gadda Quasimodo Volponi Guerrazzi e altri maestri che hanno maturato il loro percorso non attraverso le sale compite e ordinate delle biblioteche, ma respirando la polvere di pratiche e scartoffie che soffocavano la scrivania, e sopportando stoicamente il rumore assordante di frese trapani capi capetti ed esauriti di ogni risma. Questa era la realtà che a partire degli anni del boom si diffuse – mi correggo – si concentrò in poche e ristrette aree di una “Padania” che si trovava sì, per motivi storici, più avanti rispetto al “Regno delle Due Sicilie”, ma che era ben lungi dall’essere una regione sviluppata. In quello stesso periodo la Stazione Centrale a Milano, di Porta Nuova a Torino, Piazza Principe a Genova brulicavano di “buzzurri” chiassosi e coperti di stracci, che non sapevano dire una parola in italiano. Li chiamavano “terroni”, ma erano donne e uomini che avevano alle spalle “culture” millenarie: quella araba, quella greca, quella normanno-sveva e quella bizantina, tanto per citarne alcune. Oggi l’Italia è cambiata. Il mondo è cambiato. Gli “straccioni” oggi sono gli arabi… Siamo stati “invasi” dai transistor e dalla microelettronica, la digitalizzazione ha avuto il sopravvento e tutto è diventato soft e silenzioso. Le vecchie centrali di commutazione elettromeccanica non se le ricordano più neanche i tecnici anziani. Le scrivanie sono sgombre di carte e adornate di ammennicoli. Ora ci sono i database, molto più comodi e pratici. A parte il fatto che ogni tanto sono in manutenzione, e non riesci ad accedere ai documenti che ti servono neanche se ti metti a pregare. E puntualmente ti capita quando devi andare a rapporto da un tuo superiore… “Le fabbriche… ma come fai a parlare ancora di fabbriche? Sei proprio un troglodita: siamo nell’era globale!” “Ma in pratica, cosa vuol dire? Io conosco molti operai, alcuni hanno moglie e figli a carico, altri debbono pagare il mutuo e sono disperati.” “Per quale motivo?” “La multinazionale ha annunciato migliaia di spin-off, non so bene di che si tratti ma dev’essere una cosa tremenda: un mio amico, poverino, appena gliel’hanno comunicato si è tolto la vita.” “Uh, che ignorante! Non si può mai fare una discussione seria con te. Aggiornati: si chiama globalizzazione…”

    Pasquale

    Mi piace

  7. Giudico questo testo di Fortini estremamente attuale nonostante la sua datazione.
    I concetti cardine del processo di produzione della cultura e delle dinamiche con cui questa si relaziona con il singolo individuo sono tutti chiaramente identificabili nella società contemporanea. E amplificati. Oserei dire portati alle estreme conseguenze dai potenti mezzi di distribuzione (o distruzione? o distrazione?) di massa della cultura.

    >[…]il superamento del dualismo, generato dalle classi, fra cultura intellettuale e cultura >della produzione o tecnica che dir si voglia […]

    Direi che il superamento di tale dualismo sia intermente compiuto: nel totale ed incondizionato asservimento della prima alla seconda, la cultura della produzione, senza la quale la cultura intellettuale nemmeno potrebbe esistere. Proprio in virtù dei suddetti canali di distribuzione.

    Complimenti a Giovanni Nuscis per la proposta, davvero interessante

    Mi piace

  8. Non c’è traccia di ideologia o di propaganda in questo scritto di Fortini (per rispondere a Fabio): egli era poeta, studioso e intellettuale, non certo un funzionario di partito; e non è questo l’aspetto principale della sua riflessione, e del mio interesse, rileggendo, come ha perfettamente colto Maria Pia; Fortini ragionava con gli occhi sbarrati, ancora, sulle macerie della guerra e di una dittatura in cui nulla di consistente era stato fatto per evitarle; in cui gli intellettuali – i superstiti non al soldo del regime, non espatriati, confinati, imprigionati, trucidati – avevano palesemente fallito come “sensori” e guide naturali della società. Gli italiani non li avevano ascoltati, forse anche perchè essi non avevano possibilità di farsi ascoltare (da quali pulpiti mediatici, del resto, se tutto era sotto controllo?) e capire, in quella civiltà prevalentemente contadina. Rispondendo a Pasquale, Fortini non poteva, certo, non ragionare che dall’interno della realtà socio-economica in cui viveva; eppure, allora come ora, c’era incomunicabilità tra culture, incapacità di ascoltarsi, vicendevolmente, ancor meno di operare coese nel bene comune. Né allora come ora – prima dell’Assemblea Costituente – s’era avvertita l’esigenza di chiarirsi quale fosse il bene comune, i valori minimali su cui cementare un patto sociale credibile; il coraggio di un’utopia dentro la letteratura, come dice Fabrizio, capace di “incidere nella storia e nella società”. Una deriva, quella attuale, accanto a cui solo la politica partitica (e, sullo sfondo, gli immancabili poteri forti) ha scafo e remi per galleggiare e auto conservarsi nel mare della precarietà e della complessità crescente del mondo, coi suoi mutamenti e rivolgimenti, repentini ed incalzanti. E ora come allora si avverte un senso di impotenza, consapevoli di non poter incidere su quei meccanismi sociali, economici e istituzionali generativi di aberranti anomie.

    La parola “intellettuale”, nel mondo così strutturato, evoca noia, distanza, avulsione dai problemi reali della gente; di sopravvivenza, innanzitutto, ma anche di bisogno quotidiano di risposte chiare e immediate sui non pochi problemi individuali, o che derivano dal semplice far parte di una società organizzata (vedi gli adempimenti burocratici e fiscali).
    Un intellettuale, tradizionalmente inteso, non andrà in fabbrica così come un qualunque operario o impiegato non lo troveremo in cattedra. Ma è anche vero quanto sostiene Stefano, e cioè che il superamento del dualismo di cui parla Fortini “sia intermente compiuto: nel totale ed incondizionato asservimento della prima alla seconda, la cultura della produzione, senza la quale la cultura intellettuale nemmeno potrebbe esistere.”
    E’ comunque necessario, per la crescita di tutti, costituire o ricostituire contesti più efficaci di ascolto e di comprensione dell’intera realtà sociale d’impatto più immediato (ci sono infatti già i quotidiani, i settimanali, i libri, che pochi però leggono fino in fondo, per mancanza di tempo) (chi ricorda, ad es., TV Sette, e certe interviste a poeti e ad intellettuali? Non le banali comparsate nei vari salotti televisivi tra veline e politici à la page), nel suo mutare; per ascoltarne bisogni e sogni; attraverso i media, e la Rai, in particolare, fuori da logiche di bilancio emulative dei peggiori esempi di spazzatura televisiva; fuori, soprattutto, dalla strategia – voluta o assecondata – dell’”inconsapevolezza” deflattiva di possibili attriti sociali: informazione limitata al sensazionalismo delle notizie-flash, mitragliate sugli schermi ad ogni ora del giorno su cronaca, politica, società, per generare senso di ineluttabilità e voglia di rinuncia all’approfondimento e al cambiamento, presi per stanchezza, favorendo così il consolidamento dei poteri egemonizzanti.
    Nei lavoratori e nei consociati in genere andrebbe valorizzato l’impegno e la partecipazione, con idonei strumenti (minori tasse, gratifiche, agevolazioni); così la fantasia, la generosità e le buone idee a vantaggio di tutti, che trovano di rado, invece, il giusto riconoscimento. L’”intellettualizzazione” in varia misura della società, e la corretta contestualizzazione e valorizzazione del contributo del singolo nei settori in cui opera (mondo del lavoro, del volontariato, dell’arte etc) creerebbe nel tempo il tessuto connettivo di una nuova società, più consapevole e meglio organizzata, più incline ad operare correttamente anche a sostegno dei più bisognosi; il problema, al riguardo, è solo culturale (non mancano infatti – e non mi soffermo nel dettaglio – né i beni in sovrappiù, considerati gli sprechi, né spazi, materiali e mano d’opera per sfamare e dare un tetto ai bisognosi.
    Concludo sostenendo che il semplice ragionare e discutere assieme, in un contesto letterario come questo – anche partendo da piccole cose, da piccoli progetti ed obiettivi – è il principio di ogni cambiamento, a patto che si abbia già dentro, o lo si voglia andare definire, un sogno o un’utopia nutrite di bellezza e di immaginazione, per una società più giusta ed armoniosa.

    Ringrazio e saluto tutti
    (Un abbraccio particolare a Maria Pia)

    Mi piace

  9. mettere la persona come essere relazionale al centro della riflessione e della ricerca delle soluzioni potrebbe salvarci dalla schizofrenia della cultura.

    elena f

    Mi piace

  10. Giovanni, chi sono oggi gli “intellettuali”? I signori che pontificano dalle pagine de “Il Corriere della Sera”, “La Repubblica”, “Il Giornale”? Fino a qualche tempo fa c’era una voce “fuori dal coro”, un “fustigatore” che amava parlar chiaro e senza sconti per nessuno. Un uomo di destra, onesto e coerente per tutta la sua lunga esistenza, pure quando il “nuovo” leader – quello con un passato da barzellettiere prima, palazzinaro e amico di Craxi dopo – lo accusava di essere diventato comunista. Il vecchio Indro aveva fatto centro, aveva capito che la destra e la sinistra non esistevano più, e anche da che parte questa volta conveniva “turarsi il naso”. Io ne sento la mancanza, non so voi. Quanti altri fustigatori hanno ancora spazio e risonanza nel paese? Fra i giornalisti “resiste” Massimo Fini, ma lo si vede poco. Vogliamo parlare degli scrittori? Ah, dimenticavo, sono una razza in via d’estinzione… Li ho cercati a lungo nelle vetrine delle librerie, ma ho trovato solo cannibali, postcannibali, postmoderni che non sanno neanche loro quello che dicono… postscrittori. Qualche anno fa ero disperato, per poco non telefonai a “Chi lo ha visto?”. Poi conobbi un signore d’altri tempi, un romagnolo verace, di quelli che ti parlano ancora fissandoti negli occhi. Lessi un suo romanzo e inizialmente pensai di essermi imbattuto in un nazista. Poi capii che è uno con le palle, che aveva avuto il coraggio di raccontare i protagonisti de “La Banda della Croce”, non dipingendoli come criminali efferati, ma immedesimandosi nell’“eroico” idealismo romantico che li animava. Mi sciroppai tutto l’archivio del suo blog dove dissertava, con acuminata perizia e disinvoltura, di società politica arte filosofia e scienza, fra le altre cose. Nello stesso periodo incontrai un ex operaio dell’Ansaldo di Genova, calabrese d’origine, omonimo di un celebre scrittore e patriota toscano che avrei scoperto in seguito essere un suo avo. Non avevo mai visto un suo libro nelle librerie, un giorno ne trovai uno in cui raccontava di essere stato, nei primi anni Sessanta, “L’Aiutante di S. B. Presidente Operaio”. Pensai alla solita operazione commerciale ma dovetti ricredermi: scoprii un romanziere sagace e di spessore, uno che sa raccontare la realtà infarcendola di flashback e visioni oniriche, mai fini a se stessi ma utili a illuminare le sfumature più impercettibili del tempo che viviamo; un raffinato “pittore” di atmosfere e stati d’animo. Mi chiesi perché non lo avessi incontrato prima. Lo capii leggendo la ristampa di un suo classico: “Gli intelligenti”, dove metteva alla sbarra l’intera classe degli intellettuali… Per fortuna oggi si è ripreso lo spazio che gli avevano tolto, e ha potuto sferrare un altro attacco frontale attraverso un’opera dura e “violenta”: “Il compagno sbagliato”. Parla degli anni di piombo, però alla sua maniera: i personaggi del romanzo non sono “terroristi” ma ragazzi che credevano ingenuamente in un ideale; insomma, una storia di sconfitti. Due intellettuali che agiscono “dal di dentro”: Gian Ruggero Manzoni e Vincenzo Guerrazzi. E gli altri?

    Pasquale

    Mi piace

  11. Domanda difficle, e aperta, questa di Pasquale: un’eredità da riaccendere in nuovi corpi, cambiati i soggetti, e mutato tutto..
    Fortini “predicava” davvero in totalmente altro tempo, ma molte matrici e incipit sono del tutto moderni, e ancora pungono.. eccome.
    Ecco che l’era informatica ha intanto prodotto fiori come questi, il dibattito in rete, di questo livello; ed è terreno fertilissimo per verifiche(non solo dei poteri), ma degli antagonisti alla ricerca di parole e di pensiero liberi..(li vorremo chiamare diversamente, può essere). pensiero che necessita di rifondazioni forti, e comunque contemporanee ( al nostro tempo)!
    Ricambio l’abbraccio, Giovanni! che dalle tue terre, bellissime, dell’adolescenza ho ripensato, nei tuoi versi..
    Maria Pia

    Mi piace

  12. Italia. Paese in differita. Agosto 1944. Galleria di Roma. L’Unità organizza L’arte contro la barbarie. Espongono, fuori tempo massimo, Guttuso, Mafai, Turcato, Leoncillo. Quattro anni prima moriva a Zurigo Paul Klee. Non la sua arte degenerata. Solo nel 1949 a Milano Lucio Fontana infrange per la prima volta la tela con buchi e tagli.

    Mi piace

  13. Il mio interesse di lettore per questo scritto di Fortini, Fabio, ribadisco, non va oltre i temi che reputo oggi come ieri attuali, quelli cioè riguardanti la necessità di un superamento del concetto di intellettuale così com’era inteso e come lo è ancora, almeno in parte. E’ fuor di dubbio che altri approcci siano possibili, con diversa finalità scientifica: per un’analisi storica, storiografica, filosofica, sociologica etc.. A quel punto anche la riconduzione delle sue riflessioni ad un quadro sistemico coerente di idee è senz’altro possibile, purché non si dica, come tu hai detto più sopra: “L’incarnazione volgare dell’idea che vediamo qui in Fortini, del superamento del dualismo tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, si è avuta al tempo dell’idealizzazione della Rivoluzione Culturale cinese (in Italia nel 1969 – 70). “Faremo – in Italia – come hanno fatto in Cina: – operai – a scuola – studenti in officina!” Per il semplice motivo, Fabio, che il suo scritto è del 1945, e cioè 20-25 anni prima della Rivoluzione Culturale cinese! Per il resto, è nota la sua fede socialista e i suoi trascorsi di antifascista.
    Come per un testo letterario, soprattutto nella sua valenza oggettiva uno scritto del genere andrebbe giudicato e meditato, e nel suo rapporto con la letteratura, e col senso etico di chi la pratica, da autore e lettore.

    Pasquale domanda chi siano gli intellettuali. Io ne porrei un’altra, invece, di domanda: di chi abbiamo veramente bisogno per vivere meglio. Sappiamo” come dice Maria Pia “quanto il nero della storia abbia inghiottito profeti, profezie”. Si deve dunque partire dai “bisogni reali” delle persone, sapendo cosa s’insinua, spesso, tra il bisogno e la sua percezione. Se molte delle nostre azioni sono poste in essere, da ultimo, come in tanti sostengono, “per essere ascoltati, considerati, accettati e, in sintesi, amati” (compreso lo scrivere), è probabile allora che un intervento sui bisogni non possa prescindere dalla connotazione sottesamente sociale di esse. D’altro canto, è impensabile una società senza un ideale di “uomo”; da un tale modello bisognerà partire, per confrontarlo e condividerlo . Comprendere/e far capire agli altri come è fatto il mondo – nel suo incessante divenire – come funziona, come soddisfare dal suo interno le nostre esigenze – è compito storico della cultura – diventata, però cosa “museale” (vedi intervista a Hans Georg Gadamer del 1999 http://www.emsf.rai.it/scripts/interviste.asp?d=505 ) e degli intellettuali. Ma più che mai servono sguardi di sintesi sul mondo e su noi stessi, tempestivi più che mai, ed efficaci. Che provengano da letterati, filosofi, scienziati, studiosi in genere o da altri poco conta. Purché siano credibili, e ci arrivino nel profondo. Non contano i nomi, ma la memoria di avere ricevuto concretamente qualcosa, da loro, in qualche tempo. Proprio Gadamer riteneva i poeti delle avanguardie nel decrittare la complessità del mondo, forse più dei filosofi stessi.

    Giovanni

    Mi piace

  14. Errata Corrige. Paul Klee muore nel 1940 a Muralto (Locarno).

    Nel 1945 Franco Fortini finisce Fogli di via. Renato Guttuso dipinge Muratori in riposo. L’Italia vive in un mondo tutto suo… Non privo di fascino. Drammaticamente bucolico! Lo stesso anno, a Long Island, Jackson Pollock, senza pubblico, è sostentato moralmente da Peggy Guggenheim. Ah, la ggente!

    Mi piace

  15. Giovanni: io non dicevo che Fortini facesse propaganda. Assolutamente no. Ma l’ideologia è una cosa seria, non solo cosa propria dei funzionari di partito. L’ideologia è visione del mondo e dei rapporti umani e della storia. Da questo punto di vista, la posizione fortiniana è indubbiamente ideologica, e il suo fondamento è in quella convinzione che sottolineavo nel mio commento: la convinzione che esista una “legge necessaria” del mutamento storico. Necessaria e conoscibile. Le parole di Fortini vanno ben pesate e comprese. Fortini non è un intellettualucolo di basso conio, che parla così “più o meno”. Quello che dice lo dice in un ragionamento che è rigoroso, e che poggia tutto su quell’idea fondamentale. E’ chiaro che ben differenti saranno le conseguenze che deriveranno dall’aver posto un “mutamento secondo legge necessaria” (e perciò conoscibile), o dal pensare invece, come penso io, che la storia proceda in modo sostanzialmente caotico e imprevedibile, e senza alcuna legge (se non quella per cui “noi crediamo che per necessità di natura chi è più forte comandi; che lo faccia la divinità lo crediamo per convinzione, che lo facciano gli uomini lo crediamo perché è palese” come pensava Tucidide).

    Mi piace

  16. Aggiungo, Giovanni, a proposito di quello che mi attribuisci erroneamente nel tuo 25, che io dal canto mio non intendevo attribuire a Fortini la “volgarità” dell’incarnazione di un’idea di “superamento” che non era solo sua, e che non aveva formulato lui per primo. Che poi fossero passati 25 anni da quel testo alla Rivoluzione Culturale recepita in Italia storicamente non significa nulla: non vi è un rapporto di immediatezza in queste cose. La “volgarità” sta in coloro che riducevano a slogan una problematica che in Fortini di slogan non aveva nulla. Fortini era un grande: lo riconosco, pur essendo assai lontano dalle sue posizioni (non in tutto). Infine, mi pare di aver preso il testo fortiniano estremamente sul serio, proprio perché vi scorgo una radice filosofica poderosa. Se altri quella radice non colgono o non ritengono con me che valga la pena discuterne, non sono però autorizzati da questo a darmi lezioni di lettura di un testo, ma semmai possono discutere argomentando.Le letture sono plurali, grazie a Dio.

    un caro saluto a tutti

    Fabio B.

    Mi piace

  17. Franco Fortini nel 1945 non aveva ancora capito che il Bauhaus non aveva fabbricato solo prototipi di oggetti, ma aveva anche sintetizzato in nuove forme mentali le urgenze espressive della vita moderna. Walter Gropius è stato soprattutto un grande architetto dell’anima. Occhio. In una sedia di quegli anni può esserci tutto Goethe. A prezzi spesso accessibili.

    Mi piace

  18. Fabio, ho riletto, scusami. Usare questa forma di comunicazione comporta, purtroppo, il rischio di malintesi. Non ho mai amato nemmeno io gli slogan, e ritengo la pluralità delle letture salutare, condizione per un confronto ricco e non omologante.

    Saluto e ringrazio Fabrizio, Elena, Maria Pia, Pasquale, Alessandro:-) e Fabio

    Giovanni

    Mi piace

  19. Già, chi sono oggi gli intellettuali? Ma forse dovremmo domandarci, piuttosto, cosa ci aspettiamo oggi dagli intellettuali. Personalmente non mi sono mai chiesto di chi abbia bisogno per vivere meglio, sarà colpa della mia indole libertaria, ma il vivere meglio l’ho sempre cercato e lo cerco dentro di me. Dagli altri non mi sono mai aspettato nulla, men che meno in questo tempo di individualismo “coglione” in cui ci hanno inculcato l’idea che dobbiamo competere a tutti i costi gli uni contro gli altri, in maniera vieppiù forsennata e selvaggia. Appartengo a una generazione di sfigati, i miei primi ricordi d’infanzia sono quelli della strage di via Fani, e poi è stato tutto un florilegio di bombe, segreti di Stato, corruzione e baci mafiosi… Ho frequentato le superiori negli anni del riflusso, nel comune che diede i natali a Gian Vincenzo Gravina, ma a quei tempi era solo un paesotto del profondo sud gremito di guappi, e noi ragazzi “bene” del liceo dovevamo stare attenti a non incrociare i loro sguardi se no erano cazzi amari. Monotonia assoluta. Eccetto quando trovavano qualche giovane steso a terra con una pera nelle vene o una saracinesca divelta dall’esplosivo. Non ho conosciuto neanche lo “sballo” degli insegnanti sessantottini. Quello di storia e filosofia ero uno snob che si credeva dandy, e impiegava gran parte delle ore a decantare le sue imprese da “latin lover”. Al terzo anno, quando lo vedemmo entrare in aula il primo giorno di scuola, esordì ordinando a noi maschietti di spostarci agli ultimi banchi, ché nelle prime file voleva solo ragazze… Ogni tanto commentava qualche paragrafo di filosofia sul Lamanna. La storia non la spiegava quasi mai, perché il manuale del prof. Villari che egli stesso aveva scelto, era fuorviante per la nostra formazione “liberale”… Mi ero appena innamorato di Whitman che avevo scoperto grazie a un prof. lontano anni luce da lui – quello de “L’attimo fuggente” – quando assistemmo in diretta alla caduta del muro, e ci fu un’assemblea studentesca in cui il “dongiovanni” tenne banco per tutto il tempo con la sua prosopopea, e nessuno di quei piccoli leader pieni di brufoli riuscì a tenergli testa, neanche i comunisti più incalliti. Le ore più divertenti erano quelle di matematica. Il prof. era un signore attempato dall’aspetto autoritario. In realtà ci lasciava liberi di fare quel che volevamo. Si poteva uscire dall’aula senza chiedere il permesso e soprattutto non c’era alcun obbligo di svolgere i compiti a casa né tanto meno giustificarsi quando non si era preparati. E le sue lezioni in dialetto calabrese erano uno spasso. Dopo la maturità mi iscrissi al politecnico di Torino, e mentre mi scervellavo su equilibrismi di analisi matematica e algebra lineare, in quelle aule colme di meridionali, capii il significato del termine “alienazione”. Nel ’92 lasciai il mio primo segno su una scheda elettorale, non ricordo esattamente il simbolo, credo fosse la quercia. Ricordo che è stato anche l’ultimo. Volete sapere cosa mi aspetto oggi dagli intellettuali? Che mi facciano ridere.

    Pasquale

    Mi piace

  20. Chi pensa a sè stesso, Pasquale, si prende cura di una parte (non trascurabile:-) della società, ed è già qualcosa, di questi tempi; purchè non lo faccia a scapito degli altri, con lo spirito competitivo di cui accenni.
    Non sei il solo che dice di appartenere a una “generazione di sfigati”. Credo che proprio per questo si debba uscire da un certo individualismo fatalista. I sentimenti, le idee, le azioni non organizzati in un confronto e in un’azione collettiva ci muoiono dentro. I poteri forti, del resto, sono organizzati e fortemente motivati; confidano nell’oblio sui misfatti e sull’inerzia sociale, preceduta, tutt’al più, da uno sbotto di rabbia e di polemica, finanche di satira “umanizzante” su sè stessa. Non sarà per ciò pericoloso che gli intellettuali – in qualunque accezione li vogliamo intendere – “ci facciano ridere”?

    Ciao

    Giovanni

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.