Remo Bassini, Il quaderno delle voci rubate.

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Remo Bassini, Il quaderno delle voci rubate, Vercelli, La Sesia, 2002.
Recensione di Elena F. Ricciardi

Un bar sotto i portici, nel cuore del paese fra Chiesa e Municipio, al crocevia di incontri e scontri delle piccoli grandi vite che fanno la storia di ciascuno di noi, di quelle storie che spesso, troppo spesso, in un piccolo paese, ma forse anche nei grandi condomini di città, diventano pettegolezzo; voci che girano incontrollate e che possono ferire fino ad uccidere. A Luca Baldelli però non interessa il pettegolezzo che pure il suo amico, il toscanaccio Lorenzini, di tanto in tanto ama gettare come le monetine tinnanti sul tappeto davanti al suonatore di fisarmonica nel freddo inverno, quasi un regalo “confidenziale” agli avventori e che pure ferisce la sensibile anima del taverniere dei nostri giorni. Ha riaperto il locale che fu di suo nonno, dopo una vita passata lontana dal paese. Operaio, portiere di notte dopo aver cominciato a quindici anni come garzone del
panettiere a Torino città dove, bambino, era andato a vivere con gli zii, da quando, cioè, gli dissero che il padre era andato a lavorare in America , mentre era stato rinchiuso in manicomio, vittima innocente di un grande
dolore d’amore . Luca, sebbene sia un uomo in cerca di voci, non le cerca con lo sguardo torvo del voyeur, con la sete di chi può dire male, con l’opportunismo di chi aumenta l’audience e il numero degli avventori, perchè si sa, paese e chiacchiera sono un binomio inscindibile. No, Luca è un uomo timido e riservato, padrone del bar per nostalgia e non per venalità. Uomo di poche parole, forse troppo poche. “Ho 60 anni e frotte di rimpianti che come api mi sciamano nella testa,
qualche nostalgia e una sola certezza: che questo lavoro è il lavoro che fa per me” L’occasione di diventare un “collezionista” di voci, fa la parte della provvidenza :

“Ho iniziato per gioco , in quel quaderno vuoto , con la copertina nera e lucida, a quadretti – dimenticato una mattina da una studentessa impaurita perchè , sola e rintanata goffamente nel bar, aveva fatto taglia da scuola – inizialmente avevo cominciato a scrivere le barzellette più divertenti che ascoltavo: le riscrivevo per non dimenticarle e, all’ occorrenza,
raccontarle. Ma questo non è mai avvenuto. Passai ad altro.”

Questo altro, Luca vorrebbe che fossero le voci furbe di chi trova risposte intelligenti alla domanda di rito :” Come va?”. Ma presto deve fare i conti con l’ostacolo che c’è fra quella domanda, che potrebbe aprire spazi di dialogo e condivisione umana, e la superficialità delle solite risposte. “Bene, così-così, insomma” che tendono a lasciare l’interlocutore nel limbo della distanza interumana.

“Era destino che in quella pagina, sotto quel titolo, dovesse restare solo dello spazio bianco. Del resto anch’io una risposta furba non l’ho ancora trovata. Faccio parte della categoria di chi dice -insomma-. Insomma , dico una balla.”

Già, dice una balla. Ma allora cosa cerca il taverniere? Perchè ascolta con attenzione le voci di quelli che passano dentro il bar? L’espediente scrittorio non è facile da cogliere; si fatica a ricordare quante voci Luca abbia davvero riportato in quel quaderno, ma è proprio in questa difficoltà che il lettore è chiamato a porsi in ascolto del flusso narrativo in cui le
voci s’intrecciano senza sosta dentro il racconto del protagonista, nel suo discendere per brevi e intensi tratti nelle profondità della memoria, nel suo riflettere sul presente ponendosi domande sul passato, nel suo cercare in fondo a se stesso quella voce primigenia che come un sasso caduto nello stagno genera via via l’increspatura del lago e produce le mille voci che fanno la sua storia personale, la quale non può essere che la storia degli intrecci di voci che lo raggiungono ridiscendendogli nel profondo.

“Avevo tre anni. L’episodio della Maria Giuliana, negli anni che seguirono lo sentii raccontare più volte dagli avventori della taverna, e non tutte le versioni coincidevano. L’immagine del babbo che singhiozza chinato sul cane è il primo vero ricordo che mi si è scolpito nella memoria”.

Se la nostra storia non si nutrisse di memoria saremmo degli automi senza cuore, invece gli eventi vissuti sono le tracce, i segni, i cerchi nel tronco che si dilatano facendo crescere il nostro sentire e nutrendo via via il cammino della nostra esistenza. La coscienza che si desta lo fa su un dettaglio che rimarrà indelebile e sarà radice del futuro sentire, dice la
sensibilità di quel padre che in paese tutti consideravano una femminuccia perchè non andava a caccia e non mangiava con la bocca aperta e non diceva parolacce, ma dice anche che quella medesima sensibilità a suo tempo ripudiata

-“Mio padre invece mi accarezzava in continuazione cercavo di non dimostrarglielo, ma sono convinto che lui un giorno si rese conto di quanto mi infastidisse il contatto delle sue dita bianche e sottili sulla mia testa. Quelle mani erano mani da donna”-

si è insinuata nel cuore di Luca lasciandogli la dolorosa eredità di chi è capace di soffrire. Quella coscienza abita la segreta verità di quel figlio prodigo, di quell’uomo che non si è mai chiesto fino ai vent’anni che fine avesse fatto suo padre, che scoprì la verità perchè la voce di un amico lo rincorse prima che prendesse il treno che lo avrebbe riportato a casa, a
Torino, dopo il funerale del nonno. L’amico fidato del padre che poi diventerà suo confidente aiutante nel bar gli svelerà quella verità . Ma cos’è la verità? Questa cosa che pare sempre sfuggire al nostro Luca, e a noi con lui, perennemente fuori tempo massimo. Sì perchè Luca non dice la verità in tempo, soprattutto a se stesso e così perde l’amore e finisce sempre che i suoi silenzi e i gesti mancati scavino voragini fra lui e il mondo. Il mondo infatti e con esso l’amore per una donna, sembra rimanere al di là del bancone del bar, tranne quando Teresa, l’estremo ritardo sul tempo massimo della vita, una notte guardando il cielo gli dice

” La vita è bastarda- Luca- scappa via mentre noi guardiamo le stelle cadenti”.

E’ un attimo che squarcia il velo dietro cui si rifugia il nostro timido taverniere, e in cui si illumina la vita del protagonista ripiegato su di sè forse per non soffrire la solitudine di questa nostra vita troppo spesso apparentemente assurda, in cui si muore per amore o per incapacità di vivere, in cui superficialità e indifferenza si legano in strane alchimie ad attenzione e profondità di condivisione, di questa vita in cui l’altra voce di Teresa, suo grande amore segreto, dice:

“Ci vorrebbe che Dio esistesse: darebbe un senso a tutto”.

5 pensieri su “Remo Bassini, Il quaderno delle voci rubate.

  1. Davvero bella questa trama suggestiva che svela sottili risvolti psicologici e familiari degni di riflessione perchè parte di una realtà che ancora non riesce a ‘sentire’.
    Complimenti!

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