Noi siamo abituati al male…

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Noi siamo abituati al male. Il male conferma la nostra superiorità o conforta la nostra debolezza. Ci è così familiare che il bene ci sconcerta e cerchiamo di ridurlo al male, commutandolo di segno e assimilandolo ai modelli negativi che ci sono noti.
L’ho osservato nelle reazioni più comuni, compresa la mia, di fronte al volontariato. La tendenza è di interpretare l’altruismo come controfigura dell’egoismo, la generosità come gratificazione di chi la esercita, la solidarietà come aiuto provvidenziale a se stessi, il sacrificio dell’Io come ricatto di un Super-io tirannico. Non si impara neppure dalla etologia, saccheggiata per spiegare l’aggressività, ma mai il suo contrario. Gli animali che si sacrificano per la prole o per gli altri sono anche loro vittime di un Super-io? No, dell’istinto, risponde l’etologia. Ma all’uomo si nega questo istinto positivo, per dotarlo invece di tutti gli altri.
Il male – contrariamente a quanto si pensa – è rassicurante, o veneriamo nei mostri, giustifica le vendette mobilita le difese, rafforza la durezza del cuore. Il bene è un esempio inimitabile (vogliamo confrontarlo con il male?), supera fossati e mura che approntiamo contro il nemico, elude gli infiniti cavilli della intelligenza, disorienta l’astuzia perché la ignora, è disarmato e semplice. Il male ci incuriosisce e ci eccita, stimola l’investigazione, si cela nell’ultima stanza, quella del segreto infame. Il bene apre porte, non nasconde nulla, si apparta solamente per non farsi notare. Il male promette misteri, il bene è un mistero luminoso, una presenza inaccettabile.
|…|Nel male, fingendo di non riconoscerlo, ci si rispecchia, nel bene un po’ meno. Per un narratore il male è la salvezza, il bene la perdizione. L’elogio del bene ha inquietato perfino il sonno dei classici ed è stato l’incubo della loro veglia. Manzoni, per farselo perdonare, ricorre all’ironia, Cervantes alla follia, Dickens alla stupidità, Dostoevskij alla idiozia, Melville alla innocenza. Solo Hugo non esita a edificare al bene una cattedrale, ma a lui, ahimè, si perdona tutto.
Parlar bene del bene è imperdonabile. Infatti non me lo perdono |…|

Da: nati due volte – Giuseppe PONTIGGIA (Mondadori 2000)

66 pensieri su “Noi siamo abituati al male…

  1. Ottima analisi, attenta diagnosi.
    L’unica cosa che manca, secondo me, in questo scritto è il reale vissuto che possa distinguere il bene dal male.
    L’errore comune, porre una distinzione tra due Parole.
    Così facendo si crea una ricerca continua della Risposta che solo Unendo, invece di Dividere, potrà essere udita.
    La fusione del bene che è buono, e del male, che è cattivo, potrebbe essere l’ennesima conferma dell’Uomo e la (sua)Natura.
    Buona giornata

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  2. Giovanni, grazie di averlo pubblicato. C’è da riflettere… soprattutto su questa frase: “Il male conferma la nostra superiorità o conforta la nostra debolezza. Ci è così familiare che il bene ci sconcerta e cerchiamo di ridurlo al male”. Lo trovo verissimo. Così come è vero che per uno scrittore il bene è quasi “banale”, poco “affascinante”, se mi passi gli aggettivi un po’ forti. Secondo le parole di Pontiggia, quindi, il male per il narratore sarebbe la via da percorrere, il bene una sorta di vicolo cieco. Ribadisco, concetti potenti e condivisibili, a mio parere.

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  3. Questa è una delle pagine più belle di un libro imperdibile.
    Alla luce di quello che dice qui Pontiggia, i decantati “maestri del sospetto” Marx Freud e Nietzsche, che ci hanno insegnato a ridurre sistematicamente il nobile gesto all’ignobile motivazione, si svelano per quello che sono: gli alibi ideologici di una civiltà in declino.

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  4. “Tu vuoi andare e vai al mondo con le mani vuote, con non so quale promessa di una libertà che gli uomini, nella semplicità e nella innata intemperanza loro, non possono neppur concepire, che essi temono e fuggono, giacché nulla mai è stato per l’uomo e per la società umana piú intollerabile della libertà! Vedi Tu invece queste pietre in questo nudo e infocato deserto? Mutale in pani e l’umanità sorgerà dietro a Te come un riconoscente e docile gregge, con l’eterna paura di vederti ritirare la Tua mano, e di rimanere senza i Tuoi pani”. Ma Tu non volesti privar l’uomo della libertà e respingesti l’invito, perché, cosí ragionasti, che libertà può mai esserci, se la ubbidienza è comprata coi pani? Tu obiettasti che l’uomo non vive di solo pane, ma sai Tu che nel nome di questo stesso pane terreno, insorgerà contro di Te lo spirito della terra e lotterà con Te e Ti vincerà, e tutti lo seguiranno, esclamando: “Chi è comparabile, a questa bestia? Essa ci ha dato il fuoco del cielo!”. Sai Tu che passeranno i secoli e l’umanità proclamerà per bocca della sua sapienza e della sua scienza che non esiste il delitto, e quindi nemmeno il peccato, ma che ci sono soltanto degli affamati? “Nutrili e poi chiedi loro la virtú!”, ecco quello che scriveranno sulla bandiera che si leverà contro di Te e che abbatterà il Tuo tempio. Al posto del Tuo tempio sorgerà un nuovo edificio, sorgerà una nuova spaventosa torre di Babele, e, quand’anche essa restasse, come la prima, incompiuta, Tu avresti però potuto evitare questa nuova torre e abbreviare di mille anni le sofferenze degli uomini, giacché essi verranno a noi, dopo essersi arrovellati per mille anni intorno alla loro torre! Essi torneranno allora a cercarci sotto terra, nelle catacombe, dove ci nasconderemo (perché saremo di nuovi perseguitati e torturati), ci troveranno e ci grideranno: “Nutriteci, perché quelli che ci avevano promesso il fuoco del cielo non ce l’han dato”. E allora saremo noi a ultimare la loro torre, giacché la ultimerà chi li sfamerà e noi soli li sfameremo, in nome Tuo, facendo credere di farlo in nome Tuo. Oh, mai, mai essi potrebbero sfamarsi senza di noi! Nessuna scienza darà loro il pane, finché rimarranno liberi, ma essi finiranno per deporre la loro libertà ai nostri piedi e per dirci: “Riduceteci piuttosto in schiavitú ma sfamateci!”. Comprenderanno infine essi stessi che libertà e pane terreno a discrezione per tutti sono fra loro inconciliabili, giacché mai, mai essi sapranno ripartirlo fra loro! Si convinceranno pure che non potranno mai nemmeno esser liberi, perché sono deboli, viziosi, inetti e ribelli. Tu promettevi loro il pane celeste, ma, lo ripeto ancora, può esso, agli occhi della debole razza umana, eternamente viziosa ed eternamente abietta, paragonarsi a quello terreno? ” (Dostoevskij)

    bene e male sono il prezzo della nostra libertà.

    buona giornata

    elena f

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  5. Cari amici,
    per una volta faccio l’avvocato del diavolo.
    La presunzione d’innocenza, conquista di civiltà giuridica già non priva d’inconvenienti (sotto gli occhi di tutti), nelle scelte della vita quotidiana individuale è pressoché impraticabile, a meno di non essere degli eroi o dei santi, disposti a pagarne gli altissimi prezzi.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  6. Pontiggia è uno dei pochi grandi che hanno “resistito” – seppur annaspando – in questo periodo sciatto e insignificante, segnato da una lunga e dolorosa agonia della cultura e dell’arte. Anche lui entra a pieno titolo nella sparuta minoranza di scrittori veri, quelli che ancora riescono a parlare “dal di dentro”, senza perder tempo a gingillarsi con inutili arabeschi e immagini sconnesse. E lui lo fa in maniera secca, risoluta, determinata. Non ha bisogno di ricorrere a orpelli e sovrastrutture, il suo messaggio è forte e profondo e arriva dritto al cuore ma pure al cervello. Occorre soffermarsi su alcuni passaggi chiave: “Noi siamo abituati al male. Il male conferma la nostra superiorità o conforta la nostra debolezza. Ci è così familiare che il bene ci sconcerta e cerchiamo di ridurlo al male […] La tendenza è di interpretare l’altruismo come controfigura dell’egoismo, la generosità come gratificazione di chi la esercita”. Ebbene, questa tendenza appare oggi non solo diffusa, ma reputo anche fondata. Conosco molte persone deluse, amareggiate, stressate da questo nostro vivere a velocità vieppiù forsennate e disumane, che si rifugiano nel volontariato come ultima chance di salvarsi da ritmi insostenibili, che altrimenti le condurrebbero in maniera lenta e inesorabile verso il baratro della nevrosi. È questo il punto signori, è inutile girarci intorno: siamo a un passo dalla nevrosi. Negli artisti il pericolo è ancora più grave, lo si vede talvolta anche dai toni spropositati di questo blog, che dovrebbe essere un cenacolo di persone sensibili e colte e invece cadiamo spesso nella trappola di cedere il passo all’anima deteriore – quella che in definitiva tradisce la nostra componente impulsiva e ferina – anziché lasciarci guidare dal buon senso, dalla cultura… dalla ragione. Il trovare sollievo dai propri fallimenti e insoddisfazioni dedicandosi ad attività benefiche è in molti casi l’altra faccia di un egoismo e un individualismo ipertrofici. Lo facciamo anzitutto per stare bene con noi stessi e non già per consentire agli altri di stare bene. Forse questo non capita anche con la persona amata? È più facile dire: “Cara/caro con te sto bene”, piuttosto che: “Ti voglio bene!”. Fra di voi c’è qualche psicologo? Lo invito a contraddirmi: se riesce a dimostrare che ho torto gli offro da bere… Lo stesso atteggiamento caratterizza molti zelanti e ferventi cattolici: dalla vecchina del sud che non si perde neanche una messa e partecipa stoicamente a tutte le novene e a interminabili processioni nonostante la canicola e gli acciacchi dell’età avanzata, e affronta tutto ciò perché sente approssimarsi la propria fine, alla donna e all’uomo di mezza età che a un certo momento fanno il bilancio della propria vita e si accorgono che i conti non tornano, e allora si lanciano a tutto spiano in una militanza cieca e assoluta – cattolica o settaria poco importa – la predisposizione d’animo è la stessa. Non è così per i giovanissimi, intendo dire gli adolescenti o poco più, quelli che ancora non sono stati corrotti dalle beghe e ipocrisie degli adulti, quelli che ancora hanno le palle e il cuore di credere in un ideale, che militino nelle file dei disobbedienti o dei papaboys o dell’oratorio non ha nessuna importanza. Ciò che conta è la passione e la “purezza” che li animano. Peccato che il mondo sia pieno di cattivi maestri…

    Cordialmente.
    Pasquale

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  7. Mi trovo molto d’accordo con questa riflessione di Pasquale!In effetti Pontiaggia era scrittore e uomo vero. Doti ormai rare in questa epoca. Pontiggia era anche uno straordinario bibliofilo. Scusate la digressione.

    Sì, penso anche io che stiamo lentamente scivolando verso la nevrosi e l’alienazione totale. Sono di Vigevano; in questi anni ho letto sulle cronache decine di delitti ma il “fattaccio” di Garlasco mi ha colpito molto. Sarà perchè è lì dietro casa mia. Luoghi e volti visti, intravisti, rivisti. Questa acmè di violenza penso sia solo la punta dell’iceberg. Ci stiamo autodistruggendo con una disarmente semplicità. E’ sotto gli occhi di tutti eppure si va avanti imperterriti, come se fosse la normalità. Chi lo sa: che sia destino che l’uomo si estingua? Forse si arriverà a questo e se sarà questa la fine ce ne faremo una ragione. Ci sarebbero mille altre cose da dire, forse in altre sedi. Scusate se ho semplificato al massimo.

    Un caro saluto

    P.S. Complimenti Giovanni per i tuoi post sempre stimolanti

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  8. Ecco, sono d’accordo con Luca: i post di Giovanni sono stimolanti. Fanno riflettere. Quindi, di nuovo, grazie. (E ciao, Luca! Sei tornato?)

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  9. Sì Gaja: “a volte ritornano”! 🙂 Tutto ha un inizio ed una fine, anche le vacanze…

    Un caro saluto

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  10. Male e Bene sono due demoni che ci abitano e ci attraversano ogni giorno. Sono gemelli. I loro volti sono due gocce d’acqua, le loro voci identiche. Sono furbi e maliziosi, sanno di essere difficilmente distinguibili e così si divertono a sostituirsi l’uno all’altro. Così Male passa delle ore a parlarmi fingendo di essere suo fratello Bene e viceversa. E giocandomi. A volte riesco ad accorgermi dell’inganno, altre sono loro a svelarmisi, all’improvviso: non li avrei mai riconosciuti.

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  11. Guarda caso c’è un thread partito similmente su NI.
    Metto qui la stessa cosa che ho messo di là, perchè merita.

    Satanismo romantico (che piace tanto all’intellettuale progressista)

    “La moderna teosofia degli opposti, fondata sulla dottrina ermetica della coincidentia oppositorum, porta ad un connubio, inquietante, tra divino e diabolico, porta all’idea del Diavolo in Dio. ‘È ovunque operante’, scriveva Romano Guardini nel 1964, ‘l’idea fondamentale gnostica che le contraddizioni sono polarità: Goethe, Gide, C. G. Jung, Th. Mann, H. Hesse… Tutti vedono il male, il negativo […] come elementi dialettici nella totalità della vita, della natura’. Questo atteggiamento, per Guardini, ’si manifesta già in tutto quello che si chiama gnosi, nell’alchimia, nella teosofia. Si presenta in forma programmatica con Goethe, per il quale il satanico entra persino in Dio, il male è forza originaria dell’universo necessaria quanto il bene, la morte solo un altro elemento di quel tutto, il cui polo opposto si chiama vita. Questa opinione è stata proclamata in tutte le forme e concretata in campo terapeutico da C. G. Jung’.
    L’idea di fondo è che la redenzione passa attraverso la degradazione, la grazia tramite il peccato, la vita attraverso la morte, il piacere mediante il dolore, l’estasi per opera della perversione, il divino mediante il diabolico. Il fascino che il negativo — metafora del demoniaco — esercita sulla cultura contemporanea dipende da questa singolare idea: che le vie del paradiso passino attraverso l’inferno, che ‘Discesa all’Ade e resurrezione’ siano uno.
    Consegnarsi al demonio, in una singolare trasposizione gnostica dell’idea per cui perdersi è ritrovarsi, è aprirsi a Dio. In questo ’sacro’ connubio Satana e Dio si uniscono nell’uomo. È ‘l’identità di de Sade e dei mistici’ auspicata da Georges Bataille. Per essa la via all’ingiù coincide con la via all’insù. Faust, ora, non può più pentirsi, nemmeno in punto di morte. L’Avversario è diventato complice, ‘parte’ di Dio. È la via per divenire dio. Il brivido del nulla, della discesa agli Inferi, accompagna la scoperta dell’Essere, di Abraxas, il pleroma senza volto che permane, immobile, nel divenire del mondo”.
    (Da: Massimo Borghesi, Il patto con il serpente)

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  12. E’ un bello scritto; sicuramente dice anche cose in cui credo.
    Ma esiste il “bene” che è un male per altri.
    Non è facilmente misurabile la proporzione in ogni azione che compiamo tra bene e male.
    Una donna occidentale che veste normalmente può essere molto mal giudicata da un musulmano ortodosso, e compie corrotta e mala azione, per lui, e da pessimo esempio e viola un’antica legge.
    I confini etici sono labili e cambiano coi tempi, è inutile dirlo.
    Tuttavia una legge attendibile è che procurare dolore al prossimo è male, o dovrebbe esserlo, credo: è una regola buddhista che io condivido.

    MarioB.

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  13. credo che l’unica via d’uscita sia la convinzione che il bene esiste. se il bene esiste, posso lasciarlo scorrere nelle vene, farne impregnare la vita. sento come mio compito quello di far cadere le false immagini di bene; ma altrettanto impegnativo è quello di testimoniare la convinzione che il bene c’è, e dobbiamo riceverlo come acqua e cibo, altrimenti ogni procedimento tossico può prendere piede. la collaborazione, nella società della comunicazione, è possibile solo se questa convinzione comincia ad essere condivisa. se il bene esiste, possiamo cominciare ad ascoltarci, a confrontarci su quale sia questo bene. l’alternativa è la distruzione e l’autodistruzione, il nulla che ci attrae con il suo fascino indefinibile, proprio perché non può essere definito: può essere solo subìto. il bene, che esiste, ti consente di non subire la vita, ti consente finalmente di scegliere, di essere libero.

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  14. Certo Fabry, il bene esiste, eccome se esiste! Suggerisco ai tuoi ospiti una ricetta “miracolosa” per combattere talune riacutizzazioni malefiche del nostro tempo, particolarmente efficace contro satanismi, irrazionalismi, esoterismi, fanatismi e cretinismi di ogni genere:

    Bertrand Russell – La conquista della felicità
    Bertrand Russell – Perché non sono cristiano
    Voltaire – Dizionario Filosofico

    Effetti indesiderati: crisi mistiche improvvise e violente; non si registrano a tutt’oggi casi di morte.

    Un caro saluto.
    Pasquale

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  15. @Mario
    Il bene è oggettivo, il costume opinabile.
    Quello che può essere positivo per me e non per un altro è l’utile, non il bene.

    @Pasquale
    Voltaire ha sistematicamente confuso il bene con l’utile, e la felicità col comfort: è uno degli uomini più ciechi e in malafede che mi sia mai capitato di leggere. Non lo consiglierei al mio peggior nemico.

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  16. Valter, forse il bene per te coincide con l’inutile? E la felicità con lo “sconfort”? Illuminaci.

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  17. @Pasquale
    Il bene umano è la piena realizzazione della persona. Quindi, come avevano già visto i filosofi greci, non può coincidere con soddisfazioni sensibili o vantaggi sociali, che appagano solo la base animale (piacere individuale e istinto gregario) ma con la libertà e la conoscenza. Aristotelicamente, con le virtù dianoetiche: sapienza e saggezza soprattutto.
    Socrate nel Gorgia di Platone dimostra che è meglio patire un torto che subirlo: nel primo caso si è offesi nel corpo, nel secondo è l’anima che si corrompe e il danno è maggiore.
    Direi che la differenza tra bene e utile è qui molto evidente.
    Cito apposta filosofi greci e non teologi cristiani per restare su un piano più laico e condiviso.

    @Mario
    Dimostrare senza teorizzare è come nuotare senza entrare in acqua. Il bene è oggettivo proprio perchè non è l’utile: è oggetto di un desiderio illimitato, non se ne dà un concetto ma una nozione metafisica. In ultima analisi coincide con Dio.

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  18. Chissà se l’uomo, scampati i pericoli dell’autodistruzione (per guerre e sopraffazioni), evolverà nei millenni fino a maturare un “istinto” del bene?:-) In questa o in altre civiltà, cuore e intelligenza (anche sociale) in felice sintesi. Darwinianamente, lo si può forse escludere?:-)

    Grazie per i vostri interventi.

    Giovanni

    (E grato a voi, Gaia e Luca, per le vostre parole di apprezzamento:-)

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  19. Credo che si possa dire: per far evolvere l’uomo verso un istinto del bene sia necessario un vantaggio selettivo conferito dal comportamento virtuoso, dal bene insomma. Ad oggi, nulla di più distante, sia nella natura dell’uomo che nelle condizioni sociali e natuarali. Che il bene sia concetto relativo, ad uso e consumo di altri, be’, forse è un altro discorso. Binaghi dice che in ultima analisi coincide con Dio, il che mi sembra troppo perentorio ed escludente (gli atei).

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  20. @domenico

    il bene coincidente con Dio non necessariamente esclude gli atei. i primi apologisti cristiani per esempio affermavano che ogni volta che un uomo è rivolto al bene sia che sia credente sia che non lo sia in qualche modo è mosso da Dio (nella lettera a diogneto si parla di logoi spermaticoi, semi del Verbo che sono seminati in ogni uomo). per il credente, l’ateo, sebbene tale per scelta è, in quanto essere umano, creatura di Dio dunque immagine egli stesso del Dio vivente, ciò comporta un richiamo al bene dato da quella immagine di cui è portatore. nessun uomo è escluso dal bene nonostante scelte di vita diverse e cammini differenti. il cristiano dice dov’è amore lì è Dio. la differenza fra ateo e cristiano sta in questo riconoscimento , l’ateo dice: l’uomo compie il bene, quando lo compie, con le proprie forze, il cristiano vi scorge la presenza del Dio amore. nell’uno non vi è riconoscimento di una forza superiore alle deboli forze umane (amare come dono di sè, come rinuncia al’egoismo e all’egocentrismo sono atteggiamenti contrari alle pulsioni naturali che spingono all’utile per sè anche a scapito del bene del prossimo)nell’altro vi è un atteggiamento di umile accettazione del fatto che l’uomo da solo non sarebbe in grado di amare. la fede non è un idea, è un atteggiamento nei riguardi di sè stessi della vita e di Dio. a partire dalla propria insufficienza si giunge a sentire qualcosa di più grande , e quel qualcosa è l’amore che si dona, per il credente Dio stesso.

    buona giornata

    elena f

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  21. L’amore a comando, ancorché formula alternativa e attraente, è una follia grossa quanto una casa. Il Cristo disse: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Venti secoli di storia hanno sancito l’utopia delle sue parole, allo stesso modo in cui settant’anni di comunismo hanno decretato l’impossibilità di realizzare il sogno vagheggiato per anni dalle masse povere e vilipese. Detto questo, Valter, tu sostieni che il bene umano è la piena realizzazione della persona. Io ti rispondo che in questa tua asserzione ho la riprova della base fondamentalmente egoistica e individualistica che caratterizza certo cattolicesimo militante. Non mi riferisco ovviamente a don Ciotti, che fra le altre cose accoglie – con amorevole altruismo – nella propria dimora anche le coppie gay, non mi riferisco ai tanti preti di strada che salvano decine di giovani donne dalla schiavitù del marciapiede, non mi riferisco ai tanti missionari che sacrificano l’intera esistenza – loro sì, eccome se lo fanno! – per dedicarsi agli ultimi della terra con tutta la forza e l’amore che hanno dentro. Io piuttosto ti dico: il bene umano è la piena realizzazione dell’“umanità” nel suo complesso, è l’“utilità” perseguita per il massimo numero di esseri umani possibile, e non già per il singolo. Ciò è fattibile se e solo se si adotta un approccio “laico” e “scientifico” all’analisi dei problemi e dei bisogni “veri”, quelli più urgenti, quelli che affliggono miliardi di donne e uomini su questo pianeta opulento dove una sparuta minoranza con la pancia piena si gingilla a elaborare teorie astratte anziché agire per il “bene” comune. Attenzione, un tale approccio non esclude la fede, sto parlando del “metodo”. La felicità non coincide con il “comfort”? Beh certo, se il comfort deve essere prerogativa di pochi oligarchi obesi e soffocati dal lusso quando la stragrande maggioranza dei terrestri non ha la possibilità di accedere neanche alle risorse primarie, se comfort vuol dire che il sig. Silvio può scegliere di andare in America a farsi applicare il miglior pace-maker del mondo, quando milioni di africani muoiono tra sofferenze atroci e disumane perché l’impero multinazionale del farmaco non trova “utile” questa clientela di straccioni, dunque nega loro i farmaci che recano “conforto” e sollievo a pochi occidentali ricchi e privilegiati… allora, se è questa la tua idea di comfort ti dico che neanche a me sta bene. Ma se invece conveniamo su un’idea di comfort condiviso dal maggior numero possibile di essere umani, allora io ti dico sì, anche tale cammino può essere “utile” per alleviare l’infelicità di miliardi di donne e uomini che seguitano a crepare di fame e stenti e malattie che a noi fanno oramai ridere, mentre ci trastulliamo a dibattere fra le mura di questo confortevole cenacolo virtuale. Se condividete l’impalcatura della mia riflessione, dovrete convenire sul fatto che l’unico approccio concreto ed efficace è quello pragmatico. L’unico metodo sensato è quello che sfrutti – senza pregiudizi di stampo medioevale e inutili quanto dannosi moralismi – gli strumenti e i mezzi che il progresso tecnico-scientifico ci offre. E sfruttiamolo una volta a fin di bene ‘sto progresso, anziché per ostinarci a creare mostruosi armamenti e insozzare la biosfera con le scorie del profitto! Reputo che sia l’unica strada. Se ne conoscete altre indicatecele, ma cercate di essere pratici per favore.

    Pasquale

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  22. Bene o male d’accordo. Ma sopratutto Bene e Male d’accordo. Mi sovviene la scommessa che s’erano fatti, seconndo quanto riportato dal Testo, in faccia a Giobbe “che si ritraeva dal male…”
    Ma penso: se il bene coincide con Dio, chi può dire di essereLo. E dunque, poiché non è, se non forse in minima parte o tutta, non ci appartiene, come tutto ciò che è oggettivo, ma per contro (siccome ogni parola fa subito venire in mente il suo contrario)nemmeno il male fatto può essere soggettivo. E se il bene è perdersi, allora la colpa davvero non esiste (o non doveva). Noi da sempre e per sempre solo soggetti alla corruzione. E come può in ultimo il male (l’inferno) essere considerato antagonista al bene se lo riteniamo anche il solo passaggio per la resurrezione? Non più esserlo, se non nella forza che noi gli diamo sottraendo o estraendo risorse al creatore. Ma noi oggi di chi abbiamo più paura, del bene o del male?

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  23. Io ho paura della confusione. In tutti gli interventi di Giannino colgo le buone intenzioni della buona persona che mi pare sia, ma nessuno sforzo per comprendere un livello diverso da quello cui si ostina a ridurre tutto. Ho citato Aristotele: lui diceva che una condizione modesta e sufficente (non lusso nè indigenza) è una base fondamentale, per poter aspirare alla piena realizzazione della persona. Io non contesto affatto che la politica debba adoperarsi a garantire questa base a tutti, ma che in questa base si esaurisca il bene umano. Cosa c’è di egoistico nell’affermare che “non di solo pane vive l’uomo”? E soprattutto, credete che l’istinto gregario e possa bastare a fondare la solidarietà di specie o addirittura la carità verso il prossimo? Certo che no. Se l’uomo non fosse oggetto e portatore di un amore che in natura NON ESISTE, niente di tutto questo potrebbe accadere.

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  24. vorrei ricordare la presenza di numerose forme di solidarità sociali in molti animali diversi dall’uomo (non dimentichiamoci che l’uomo è un animale come un altro, forse solo un po’ innaturale), come ad esempio negli animali più evoluti, in special modo mammiferi. quindi l’amore non è un’eslusiva umana, ed è una cosa affatto naturale. l’istinto gregario fa da contraltare all’individualismo, in un gioco di equilibri in cui l’individuo che lotta per la perpetuazione dei suoi geni deve adattarsi comunque all’ambiente sociale. Questo assomiglia al processo di individuazione junghiana, in cui si raggiunge il proprio Se con la differenziazione dagli altri individui (assimilabile a una forma di individualismo) e con l’integrazione nel gruppo sociale. Come si vede, Dio non è escluso, ma l’amore non è innaturale né trascendente.

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  25. In effetti, qui mi trovo almeno in parte in accordo con Valter: uno degli aspetti della cultura contemporanea che mi sembra più grave è la tendenza alla riduzione della differenza tra l’uomo e l’animale. La cosa, nonostante l’apparente “scientificità” presenta degli aspetti abbastanza ingenui. Ad esempio, si insiste molto sul fatto che abbiamo il 99 per cento dei geni in comune col bonobo. La cosa stupefacente non è questa, ma il fatto che in quell’un per cento di differenza ci sia il dato ineliminabile che gli umani parlano, e i bobobo no, gli umani hanno la cultura e i bonobo vivono al livello della pura natura, ovvero totalmente al di fuori del regno trascendente dei segni, ecc. E forse non è quell’1 per cento che può spiegare la differenza qualitativa essenziale tra l’umano e l’animale. Bisogna ricercare l’origine dei segni (parole, ecc.) che ci permettono di comunicare “storie” e “teorie”, e non solo ciò che è esperienza immediatamente presente.

    Cerco di riflettere sulla differenza tra l’animale e l’uomo in uno degli ultimi post del mio blog http://www.brotture.wordpress.com
    ciao

    Fabio

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  26. non si vuole ridurre la distanza fra uomo e animale, e quel minimo 1% di differenza non è una cosa ingenua: quella percentuale riguarda solo i geni, ma il nostro genoma è fatto in grandissima parte di DNA a-genico: qui sta la differenza biologica tra noi e gli animali, che eslusa dal il calcolo di quella percentuale. Noi ci siamo poi ulteriormente differenziati con la cultura e la produzione di idee, divenendo come ho detto un po’ innaturali.

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  27. Finché la differenza non è culturale, non è significativa, perché dove non c’è cultura non c’è l’umano. Noi non siamo “un po’ innaturali”: porla in questo modo è impreciso. Siamo l’unica forma vivente che possiede il segno e la cultura.

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  28. concordo con fabio ma temo che sia più semplice per la riflessione contemporanea il gioco riduzionistico piuttosto che il confronto con quella meraviglia data proprio dal fatto che una differenza infinitesimale a livello del dna abbia generato qualcosa come l’essere umano. perchè è la domanda fondamentale e non soltanto il come, e i perchè sono da sempre domande metafisiche che la scienza non accetta in quanto non falsificabili.

    buona serata

    elena f

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  29. Si parla del bene e salta fuori il DNA. E’come quando mi si dice che il duomo di milano è un bel mucchio di mattoni. Se la bellezza salva il mondo, è proprio perchè è la grazia che eccede il computo e la quantità. Scivolare dall’etica alla biologia è il peggior servizio che si può fare a una discussione sul bene e sul male. La differenza diventa impercepibile, perchè NON E’ NELL’ORDINE DEL MONDO MATERIALE.

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  30. La differenza si pone infatti sul piano del segno: che è solo degli umani. Celiando, si potrebbe dire che il riduzionismo che tenta di scorgere nel comportamento animale le caratteristiche di quello umano (solo meno sviluppate, ma è questione di grado), potrebbe vedere nelle termiti-soldato la possibilità dell’obiezione di coscienza…

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  31. Mi dispiace, ma per me non esistono bene e male teorici,
    esistono azioni qualificanti,
    e anche se non sono cristiano e non amo le religioni del Libro, rivendico la giustezza di certe parole del Cristo, l’invito, il consiglio a soccorrere i deboli, i poveri, ad aiutare chi soffre, e non mi importa un fico se ciò venga fatto per motivi psicologici inconsci.
    Fu “bene”, fu detto, progandato, instillato che fosse un bene per la nazione germanica prima segregare e poi elinimare gli ebrei, perché autori di un complotto maligno, diabolico per domninare il mondo;
    e via così con gli omossesuali, gli zingari, e tanti altri popoli che si opponevano al “bene” della nazione tedesca.
    Era demenza, ma era fatto sembrare il “bene”.
    Più di così….

    MarioB.

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  32. Leggiamo in un passo del Mein Kampf di Adolf Hitler: “L’uomo non deve mai cadere nell’errore di credersi signore e padrone della natura … Sentirà allora che, in un mondo dove i pianeti e i soli seguono traiettorie circolari, dove le lune girano intorno ai pianeti, dove la forza regna ovunque ed è la sola dominatrice della debolezza, costringendola a servire docilmente o a spezzarsi, l’uomo non può richiamarsi a leggi speciali”. Commenta Simone Weil: “Queste righe esprimono in modo perfetto l’unica conclusione che si possa ragionevolmente trarre dalla concezione del mondo quale la si deduce dalla nostra scienza. Tutta la vita di Hitler non è altro che la traduzione pratica di questa conclusione. Chi può rimproverargli di aver realizzato quanto credeva giusto? Coloro i quali, portando in sé medesimi i fondamenti della stessa credenza, non ne sono divenuti coscienti e non l’hanno tradotta in azione, si sono sottratti alla partecipazione al delitto soltanto perché hanno mancato di quella specie di coraggio che Hitler possiede” [La prima radice, SE, Milano 1990, p.215].

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  33. @ Elena, mi verrebbe da dire che comunque le differenze tra noi e gli animali non sono così infinitesimali dal punto di vista biologico, poi che la scienza – lo vogliamo capire? – non vuole falsificare nulla, sarebbe contro la sua stessa natura, perché essa, la scienza o la ricerca scientifica, non parte da un “a priori” (nel nostro caso “il voler falsificare qualcosa”), piuttosto inciampa qua e là, facendo emergere alcune verità empiriche, che non pretendono di essere di certo Verità, ci mancherebbe, ma che a volte si trovano in aperta contradizione con le Verità religiose. Non vedo poi cosa centri il riduzionismo con il comportamemento degli animali: il riduzionismo è altro. Poi, “Scivolare dall’etica alla biologia è il peggior servizio che si può fare a una discussione sul bene e sul male”: io invece credo che le radici del bene e del male siano anche ricercabili nella nostra natura. Scusatemi, ma quando si parla di rapporto con la scienza rilevo che le risposte più violente sono date da persone che dimostrano, con il loro dire, di non saperne un granché.

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  34. Come volevasi dimostrare accademia a tutto spiano, pragmatismo zero. Sorvolo su Hitler… Sei gentile Valter a considerarmi una buona persona, ma non credo di esserlo. Sono uno che cerca di ragionare, in tal senso forse non ti sei sbagliato. Però i miei ragionamenti non si limitano al dato empirico, te lo assicuro. Io guardo con molta attenzione alla filosofia e al problema etico in particolare. Ma tra le mie passioni rientra la storia, che potrebbe insegnarci tanto, ancor più dell’esperienza diretta. Che il periodo in cui comandava la chiesa cattolica abbia ridotto la filosofia a mera teologia e negato ogni forma di progresso e perpetrato disastri sociali e stragi efferate in nome del Signore, questo è un dato acquisito. Ora, il punto è: qui si discute di bene e male, oppure è uno “scontro” fra cattolici e laici? Ecco, direi che per un match del genere potremmo organizzare un post ad hoc, mentre in questa sede converrebbe non perdere di vista gli spunti forniti dall’ottimo brano di Pontiggia intelligentemente proposto da Giovanni. DNA mattoni quantità qualità… Anche su questo ci sarebbe tanto da dire. Chi non vive di scienza difficilmente può cogliere la bellezza oserei dire artistica del DNA, così come non può “sentire” il fascino di una formula semplicissima – apparentemente – come quella che sancisce l’equivalenza tra massa ed energia, e che invece racchiude un intero mondo. Chi reputa lo scienziato indifferente rispetto a questioni che travalicano i confini degli “aridi” calcoli matematici e le mura polverose del laboratorio non sa che l’uomo di scienza è colui che tocca con mano i misteri del “creato”, è colui che più di chiunque altro è consapevole della finitezza dell’uomo dinanzi alla grandiosità dell’universo, e sa che il suo contributo sarà solo un granellino infinitesimo lungo il difficile e irto sentiero della conoscenza. Fra gli scienziati ci sono moltissimi credenti. Un nome per tutti, forse il più grande: Albert Einstein. Ma lo scienziato ha un’arma in più rispetto agli altri: egli ha ben chiaro quali sono i confini tra scienza, filosofia e teologia. Personalmente sono convinto che siano “utili” tutt’e tre in egual misura (e così mi sarò guadagnato un altro plauso di Binaghi…). Ma lo sconfinamento di tali frontiere può essere disastroso, come è accaduto nell’era che citavo dianzi. Le invasioni di campo sono “assolutamente” da evitare. Ecco, questo è l’unico “assoluto” che dovremmo difendere armati fino ai denti. Ma spiegatemi, ‘sto “relativismo etico” di cui si parla tanto cos’è? Non sarà mica una bestemmia? Cos’è il bene assoluto, chi lo stabilisce, e soprattutto chi va dagli indiani d’America a convincerli che il bene è quello stabilito dai “civili” invasori europei e non un altro? Valter, se non sbaglio sei un insegnante. Non credo che abbia mai neanche lontanamente pensato di inchiappettarti un tuo alunno. Eppure ai tempi del tuo collega Socrate era la norma… Come si fa a citare ancora oggi Aristotele – con tutto il rispetto per la sua abnorme e certosina opera di “conservazione” del sapere – è arcinoto, finché si sono considerati indiscutibili la sua logica e il suo approccio deduttivo anziché empirico, non vi è stato progresso alcuno. E son passati molti secoli prima che arrivasse Galileo, che ci stava anche rimettendo la pelle. Potrei andare avanti all’infinito ma data l’ora mi fermo qui, fra l’altro sono reduce da una cena piuttosto impegnativa… Vi lascio alle vostre disquisizioni teoriche.

    Buona notte.
    Pasquale

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  35. credo che il problema della natura, della biologia ecc, vada affrontato dal punto di vista della nostra visione dell’uomo. nella mia prospettiva, la persona è caratterizzata da tre dimensioni: fisica, sensibile e spirituale. il bene è ciò che permette a questa realtà di esprimersi nella complessa unità delle sue articolazioni. la realtà personale è in osmosi continua con l’universo: riceve e trasmette quello che riceve, dopo averlo elaborato. per me il bene è il dinamismo di ricezione e trasmissione: non voler trattenere, non soffocare, non sfogare. il bene, in una parola, è il dono. anche la materia vuole essere donata, partecipa quindi a questo dinamismo. il bene è dinamico, è vivo. ad esempio è bene questo nostro dialogo, perché ci stiamo donando i nostri pensieri, i nostri sentimenti, la nostra cultura. il male sarebbe tenere per sè quello che si pensa, sente ecc, e disprezzare l’altro perché è diverso da me. credo che una via praticabile sia questa onesta e reciproca considerazione.

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  36. Fabrizio, non c’è solo il disprezzo per chi è diverso: c’è anche l’odio per chi è uguale, ed è questo il problema più grave degli umani.

    Valter, mi dispiace, ma non ho il contesto nel computer.

    Mario e Pasquale: ho spesso discusso con un mio amico, fisico delle particelle, e perciò esponente della “regina delle scienze”. Devo dire che per tutto quello che riguarda ciò che non è strettamente “fisico” è di un’ingenuità disarmante, e che la sua scienza non lo dota degli strumenti per capire il mondo (a parte quello delle particelle). Così è, se non vado errato, della stragrande maggioranza degli scienziati contemporanei. La riflessione sulla scienza, in realtà, non è a sua volta scienza.

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  37. sono d’accordo con Fabrizio, e questo dinamismo osmotico di sentimenti e pensieri mi piace assai, ci trovo una certa termodinamica dei sentimenti, i quali tendono a muoversi e ad arricchire zone altrimenti brulle.

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  38. Ma insomma, Fabio, cosa vorresti dimostrare, che gli scienziati sono più aridi e limitati degli umanisti? E poi lasciatelo dire, qui in Italia facciamo pena, ci vantiamo di sprizzare cultura da tutti i pori quando di scienza gran parte dei nostri “intellettuali” non sa un fico secco. Mi citi questo tuo amico fisico e poi attribuisci la sua presunta “pochezza” alla maggioranza degli scienziati contemporanei. Fammi capire: sulla base di quali dati, quale statistica hai consultato? Potrei dire lo stesso di tanti professori di lettere e filosofia che ho conosciuto e ne sapevano né più né meno quanto una capra. Per contro, cosa mi dici di Leonardo, Galileo, Leibniz, Newton, Einstein, Bertrand Russell (premio Nobel per la letteratura)… fra i contemporanei: Murray-Gell Mann, Stephen W. Hawking (credente), Tullio Regge, Antonino Zichichi (credente)… oppure, uomini di scienza che si dedicarono alla scrittura (e a che livelli!): Musil, Dostoevskij, Céline, Gadda, Carlo e Primo Levi…? E allora, Brotto, temo che tu sia fuori strada.

    Riguardo a certe vostre posizioni che farebbero rabbrividire il fondamentalista islamico più incallito, leggete il # 41 di Fabry, please, e prendete appunti: avete ancora molto da apprendere.

    Mario, ti ringrazio della vicinanza, però sappi che ho un brutto carattere 😉

    Vi saluto, amici, sarò via per un po’.
    Pasquale

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  39. #45
    mi sa che se c’è uno che deve leggere attentamente non solo il #41 di fabry ma tutto quello che dice o scrive quello sei proprio tu.

    buon approfondimento

    elena f

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  40. “Che il periodo in cui comandava la chiesa cattolica abbia ridotto la filosofia a mera teologia e negato ogni forma di progresso e perpetrato disastri sociali e stragi efferate in nome del Signore, questo è un dato acquisito”.

    Questa non è la storia, caro Giannino, ma la sua falsificazione massonica e voltairriana. Nessuno più di San Tommaso (massimo teologo medioevale) ha avuto chiara la distinzione tra ragione e fede. Per quanto riguarda le stragi efferate, non mi pare che gli scontri di civiltà perpetrati dall’esportazione democratica di Bush e dei suoi predecessori abbiano prodotto meno vittime delle crociate.

    Il bene e il Male devono avere un referente che li misura, e questo referente è la dignità dell’uomo. Quindi la questione si sposta su cosa sia l’uomo, se specie animale o altro. E’ qui che la scienza si mostra insufficiente: non perchè dice sbagliato, ma perchè non dice abbastanza.

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  41. ma la scienza non deve discriminare tra bene e male: per questo c’è l’etica. Binaghi, la biologia dice ad esempio che l’uomo è una specie animale derivata da ominidi che hanno antenati comuni con le attuali scimmie. Questo lo accetti? (No, perché non entriamo mai nel merito delle teorie della biologia moderna, e se siamo in regime creazionista è inutile cercare un contatto). Dice anche che abbiamo geni simili, nel funzionamento e nella struttura, a quelli del moscerino, geni che regolano in maniera deterministica e ingegneristica la compartimentazione corporea. Questi geni sono conservati in TUTTI gli esseri viventi, dall’insetto a me. Darwin quando pubblicò nel 1859 il suo lavoro confidò a un amico che con la sua teoria aveva commesso un deicidio. Io non lo credo, ma perché i credenti si sentono così minacciati da una scienza che espone ciò che sa, e basta? L’ultima frontiera delle scienze biologiche è probabilmente lo studio dei meccanismi alla base della coscienza, la vera essenza che ci differenzia dagli altri animali: forse qui scopriremo veramente ciò che ci rende uomini e non quasi-scimmie.

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  42. Lombardini, che stress.
    Accetto la scienza quando è scienza, cioè quando descrive ciò che è rilevabile dai suoi strumenti di misura, senza pretendere di spiegare ciò che non rileva. Dire che una casa è fqatta di mattoni è giusto, dire che una casa è un mucchio di mattoni è una stronzata. Contento?

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  43. Caro Giannino, io mi esprimo sempre in modo piuttosto rigoroso. Non ho detto che lo scienziato in quanto tale al di fuori della sua scienza è un ingenuo. Tra l’altro sono estremamente (e direi vitalmente, avendo un figlio autistico) interessato ai progressi delle neuroscienze, e ho seguito con estrema attenzione tutta l’elaborazione teorica intorno ai neuroni-specchio, ecc. Quindi sappilo: io non sono affatto un critico “umanista” della ragione scientifica occidentale moderna. Tutt’al contrario (sapessi che battaglie ho condotto contro i neuropsichiatri di impostazione psicoanalista per combattere le loro interpretazioni anti-scientifiche e fantasiose dell’autismo – de hoc satis). Sono un sostenitore del metodo sperimentale in molti campi. Credo che la mia affermazione che “la stragrande maggioranza degli scienziati contemporanei” non sia dotata dalla scienza che praticano (sempre molto settoriale) degli strumenti per comprendere la realtà nel suo insieme sia un fatto indubitabile. O pensi che se discutessi di politica o di linguistica con Zichichi sarei sconfitto dalla sua logica superiore?

    Ed è vero che gli “umanisti” sono spesso dei coglioni (Autodafe’ di Canetti è un romanzo che meglio di qualunque altro espone, ad esempio,il “beotismo dei filologi”). Come disse Qualcuno: “infinitus stultorum est numerus”.

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  44. @Lombardini
    “leggersi qualcosa di filosofia della scienza, no?”

    Magari uno come Carnap, che definiva la metafisica una “malattia del linguaggio”? Grazie, abbiamo già dato.
    Se invece si vuol ritornare a pensare alle cose anzichè alle teorie, si torna a riflettere sulla differenza tra cose, misure, descrizioni e spiegazioni.

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  45. Per fabio Brotto. Le ricerche più avanzate sul mondo animale mostrano che anche alcuni di loro hanno un mondo di segni, di simboli e rappresentazioni simboliche. Le ricerche sugli animali rivelano ogni giorno sorprese inaspettate. L’unica cosa certa è che ancora non leggono, non scrivono e non stampano libri.
    Bene e male separati appartengono al peccato originale. Tolto quello la prospettiva cambia. Il problema è comprendere cosa sarà mai un peccato originale.

    Per Binaghi. Le teorie di quel genio di aristotile da qualche parte devono fare difetto se dopotutto nessuno le segue nella pratica. Se è vero che non si può non teorizzare (Dimostrare senza teorizzare è come nuotare senza entrare in acqua)è anche vero che senza un riscontro pratico la teoria è debole (come avere l’acqua senza che ci sia chi nuota. In questo caso nuotare è solo potenza e non atto)

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  46. Primusque, ne riparliamo dopo che avrai esposto la differenza tra “segnale” e “segno”. Per quanto abbia letto di primati, delfini e altri animali non ho mai trovato nulla che si possa paragonare ad un segno umano, ma solo segnali che, per quanto numerosi e complessi, si riferiscono sempre all’ambiente mondano attuale in cui gli animali vivono, e mai al futuro o al passato. In altre parole, nessun animale emette segni che veicolando, ad esempio, una sua esperienza passata, raccontino ad un altro animale della sua specie una “storia”. Una scimmia non “parla di banane” se le banane non ci sono qui e ora. E se alcuni primati sono stati addestrati ad usare simboli (dall’uomo) si sono dimostrati anche assolutamente incapaci di trasmettere spontaneamente questa capacità ad altri della loro specie: in altre parole sono incapaci di cultura.
    Resto convinto, poi, che vogliamo salvare l’umano dobbiamo mantenere – o restaurare là dove è stata recentemente compromessa – la differenza tra la vita animale e la vita umana.

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  47. Mi dispiace per te ma sei male informato (e in buona compagnia).
    Quando parlo di segni parlo di segni, di rappresentazione simbolica, di mente e linguaggio negli animali e non ho parlato di addestramento.
    Non nego che ci siano differenze tra uomo e animale ma bisogna vedere quali sono e non quali noi supponiamo.
    Cmq per un’introduzione all’argomento posso indicarti: “Mente e Linguaggio negli animali, Introduzione alla zoosemiotica cognitiva, di Felice Cimatti, Editore Carocci.

    Il futuro rivelerà molte sorprese. L’ultimo lavoro scientifico pubblicato sul mondo dei segni nel mondo animale è recentissimo e non è frutto di addestramenti e dimostra che alcuni animali hanno dentro il cervello rappresentazioni simboliche.

    Ma ancora il livello di informazione su questi temi è debole e poco penetrante, c’è resistenza culturale a una nuova comprensione e relazione con un mondo carico di pregiudizi.

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  48. Si dà il caso, amico mio, che io il libro di Cimatti lo abbia letto. E con una certa attenzione, perché, pur essendo io un filosofo, la primatologia e le neuroscienze sono tra i miei interessi. Ho letto anche di lui “La scimmia che si parla”. Non sono dunque male informato, semmai la mia interpretazione non coincide con la tua. Vale sempre l’avvertenza di partire dal considerare l’interlocutore un diversamente interpretante, non un ignorante che si fonda su pregiudizi.

    Secondo me, Cimatti nega propriamente l’esistenza di un linguaggio degli animali, se per linguaggio si intende una realtà analoga a quella umana, cioè un linguaggio-pensiero. O meglio, evidenzia la natura radicalmente differente del linguaggio umano. Secondo Cimatti, il pensiero umano nasce dalla parola, e la nostra mente è una “mente parlante”, differente dalla “mente silenziosa” degli animali (scimmie comprese).

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  49. Mi sembra invece che hai solo pregiudizi sugli animali (anche questa è un’interpretazione).
    In quanto ad ignorare ignoriamo tutti.
    E tu ignori il libro di Cimatti, deduco.
    E raffreddati con una bella doccia, io ho solo detto poco informato, come mi hai confermato (e c’è poco da intepretare dato che la parola usata era proprio questa. Ammazza che suscettibilità! Per fortuna che per te è importante la differenza tra animale e uomo…!)

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  50. “Raffreddati con una bella doccia” è un’espressione scortese che io non userei mai nei tuoi confronti. C’è della violenza in essa, e anche nell’insinuazione finale, ma forse non la vedi. Ripeto: interpretazioni diverse si possono confrontare, anche duramente, se c’è rispetto dell’altro. Dimmi, Primusque, in che ti ho mancato di rispetto. Io poi il libro di Cimatti non lo ignoro (ho detto che di Cimatti ne ho letti due), anzi ho molto apprezzato in esso l’affermazione del nesso tra parola e pensiero. Un tema fondamentale. Per me, comunque, la discussione finisce qui.

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  51. Invocherei, se è possibile, un po’ di umiltà in duscussioni tra persone di diverse culture: avere “interessi” in neuroscienze, ad esempio, non significa essere skilled in the art, come si dice. Quando si parla di cose che esulano da ciò che io “so”, ascolto con attenzione e non avanzo teorie. Grazie,

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  52. @Lombardini
    Visto che qui si va a suon di citazioni libresche, (ri?)leggersi
    T. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche (Einaudi)
    e domandarsi quanto nel Darwinismo ci sia di teoria scientifica e quanto di paradigma culturale, indiscutibile non in quanto inoppugnabile, ma in quanto implicito come orizzonte di un’intera epoca.

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  53. Io infatti non sono “skilled” in neuroscienze, e non dibatto certo con Rizzolatti sui neuroni-specchio. Mi limito a cercare di capire. Né voglio dare lezioni a te, Lombardini, che sei così skilled in tutte le scienze, e lezioni le vuoi dare a me e a tutti gli altri. Tuttavia, se uno dovesse formulare teorie solo su ciò in cui è strtettamente “skilled” (ma temo che tu non usi il termine nel senso proprio in questo contesto)potrebbe accadere solo questo: discussioni scientifiche totalmente parcellizzate, perché un astrofisico ed un neuroscienziato avranno in comune solo il metodo sperimentale, che non è sufficiente a sostenere alcuna discussione, così come non lo è il principio di non contraddizione, che garantisce (fino ad un certo punto) la nostra.
    Quanto alla filosofia della scienza, era un mio pallino all’università, ci ho fatto pure la tesi. Ma è mai possibile che in LPELS non si risponda alle altrui argomentazioni ma si cerchi sempre di attaccare la persona? Nel tuo caso parlando di mancanza di umiltà. Sono proprio stufo: ho già rinunciato a far parte della redazione. Questo è il mio ultimo commento. Un caro saluto a quest’accolita di sapienti e poeti.

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  54. io voglio dare lezione agli altri? me ne guardo bene, e di certo non attacco te, ma quello che tu affermi. figurati se poi sono esperto in tutte le scienze… sicuramente più di chi è laureato in filosofia o simili, ma è del tutto normale.
    E ripeto: parlare di scienze per un “profano” è molto difficile, e una persona un poco più esperta sente subito l’approssimazione dove invece ci vorrebbe rigore. Io ho comunque e sempre cercato l’incontro e non lo scontro, e se non ci sono riuscito è anche colpa mia.
    con sincera cordialità

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  55. e tanti cari saluti a brotto, che dà del violento agli altri. questa è buona: stai sempre ad attaccare e spari pure agli uccelli, brOtto cacciatore che non sei altro! pussa via!

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  56. @ Valter (# 47)

    Sì Valter, i roghi li hanno inventati Voltaire e i massoni…

    Poi, con la massima umiltà mi permetto di darti/vi una dritta. Compito della scienza è solo in minima parte quello di misurare. Compito della scienza è soprattutto fare delle predizioni (attraverso modelli scientificamente validi, dunque falsificabili). Einstein, per intenderci, non misurò alcunché, eppure la sua teoria della relatività non è stata a tutt’oggi falsificata. Questo, scientificamente parlando, non vuol dire che sia un “dogma” indiscutibile, ma piuttosto che, qualora ne venga dimostrata empiricamente una qualche falla, il modello dovrà essere perfezionato. Mi dispiace annoiarvi con questi concetti ma devo constatare ancora una volta un’ignoranza diffusa fra i non addetti ai lavori, non tanto sulle nozioncine (neanche io posso conoscerle tutte, mi aiuta internet e la letteratura tecnico-scientifica), quanto sul “metodo”. E lo ribadisco ancora una volta, metodi più efficaci di quello scientifico ancora non ne ho conosciuti, ferma restando l’utilità di filosofia e teologia, purché non travalichino il loro dominio naturale. Purtroppo il pregiudizio ancora radicato da parte di molti umanisti (ma è una prerogativa italiana) nei confronti del metodo scientifico e di una visione scientifica del mondo (con tutti i suoi limiti) genera spesso scontri inutili e sterili, anziché quello scambio “dinamico” e proficuo che auspicava Fabry nel # 41.

    Pasquale

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  57. che palle!

    ma possibile che non vi sapete dare una tregua qui!

    darsi pace, l’unica via per una sana capacità di ascolto dell’altro, miei irascibili signori.
    vi parlate addosso senza tregua e senza speranza che l’uno possa entrare minimamente in sintonia con l’altro.
    tutto questo dopo un po’ è davvero nauseante.

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