Diverse re-interpretazioni

Mimmo Cuticchio
Mimmo Cuticchio è un puparo. Nel suo teatro in via Bara all’Olivella, a Palermo, mette in scena il repertorio tradizionale del teatro dei pupi: Orlando, Rinaldo, Gano di Magonza…
Ma quando è lui a salire sulla scena Mimmo è un Mangiafuoco buono: con la sua barbona grigia ammalia con la dolcezza ironica del dialetto palermitano cuntando e interagendo con i suoi pupi, fuoriusciti dall’anima delle storie, docili emanazioni della sua voce.
Ne “La riscoperta di Troia” Cuticchio torna su un tema che gli è caro, quello dei poemi omerici.
Andato in scena questa estate in una decina di piazze siciliane (fra cui Gibellina, dove l’ho visto io, ai primi di agosto nel bellissimo spazio delle Case di Stefano) qui il grande puparo non si limita a utilizzare il racconto epico e tragediato dell’Iliade come occasione per una rilettura in chiave proto-cavalleresca in salsa siciliana. Attraverso il filo del racconto dell’avventurosa ricerca archeologica di Heinrich Schliemann, che testardamente proietta nella caccia alle rovine della città di Troia la realizzazione di un sogno infantile legato a una memoria familiare (da bambino ascoltava le storie di Ulisse dalla voce del padre), Cuticchio mette in scena l’ecografia di una gestazione meravigliosa, quella della conoscenza di una tecnica, di un’arte artigianale ed evocativa ricevuta a sua volta in eredità dal padre.
Cuticchio racconta e fa agire ipotesi di pupi, schizzi appena abbozzati di marionette allo stato embrionale che i suoi assistenti sulla scena vengono via via assemblando con l’avanzare, da una parte delle vicende omeriche, e dall’altra delle ricerche dell’archeologo tedesco, che nella sua campagna di scavi raggiungerà l’obiettivo della sua ossessione: quello di dare concretezza ai sogni di un bambino.
E così i pupi che, finalmente partoriti dalle mani dei loro gestatori, alla fine dello spettacolo rappresenteranno in scena i duelli fra gli eroi greci e quelli troiani, sono il correlativo di quel sogno: il recupero della memoria di un sapere antico che si sa rinnovare e trovare sempre la forza della fantasia.

Pochi giorni dopo, nell’incanto silenzioso battuto dal vento del teatro antico di Segesta ritrovo Ulisse, Achille, e gli dei del mito che, ad ogni estate, come una compagnia di giro, attraversano la Sicilia e i suoi antichi teatri (fieri, cocciuti testimoni della sua tradizione culturale oramai unicamente compromessa con i calendari turistici ad uso di palermitani colti e frequentatori in cerca di emozioni esotiche: sentite sentite gentile pubblico, stasera teatro sotto le stelle… fra mito e rito e poi tutti a manciàri).
L’occasione è il “Filottete” di Sofocle messo in scena da Vincenzo Pirrotta.
Filottete è l’eroe ferito e abbandonato nell’isola di Lemno, e tuttavia indispensabile alla causa greca perché custode dell’arco miracoloso, unica speranza di successo nella guerra con i troiani. La scena è occupata interamente da una specie di pack artico, venato da strisce di fanghiglia per un forse prematuro scioglimento, dal quale, attraverso due piccoli crateri, fuoriesce dalla sua grotta il povero Filottete, abbandonato lì dai compagni ferito, ormai inutile per l’ardua impresa, che strisciando come ultimo degli ultimi, sofferente a causa di una dolorosa cancrena deve resistere alle manovre subdole di Neottòlemo, il giovane figlio di Achille, che Ulisse (mellifluo genio del raggiro rappresentato come una sorta di Jack Sparrow ancora meno ambiguo – nel senso che le sue movenze lasciano pochi dubbi sulle sue inclinazioni sessuali) manda in sua vece al recupero della preziosa arma. Neottòlemo (il cui interprete fa poco per mascherare il proprio incongruo accento piemontese, o su di lì) porterà a buon fine l’impresa, salvo poi pentirsene e restituire l’arco al suo possessore, sino all’intervento risolutivo del deus ex machina Eracle, che irrompe a dire il vero in modo malinconicamente sobrio, senza l’aiuto di alcun tipo di machina, a convincere Filottete a partire.
Il tutto fra incursioni dei corifei acconciati con drappi e cravatte colorate, pennacchi di cartapesta come creste multicolori (da sciamani d’importazione) che in un balletto etnico si dischiudono divenendo enormi fiori esotici con il compito di sottolineare, accompagnati dal canto (in siciliano), i momenti della manovra di accerchiamento emotiva cui l’eroe ferito viene sottoposto.

Anche Pirrotta dunque rivisita il testo greco originale, miscelandovi intrusioni dialettali e melodie elettroniche. Tuttavia, laddove Cuticchio, ha trovato una sintetica coerenza negli elementi messi in scena (la memoria, la fantasia, il mito), e quindi una motivazione forte e necessaria, in questo caso la rivisitazione sembra rispondere a logiche compositive fini a se stesse, tese a spettacolarizzare, ad ammansire il testo, ad aggirarlo per venire incontro a una presunta domanda di modernizzazione e facile identificazione à la page, già vista, sentita, già cotta e mangiata. Il dramma di Neottòlemo, che a mio parere è il vero portatore dell’istanza tragica, diviso fra il dovere (recuperare l’arco) e il senso morale (farlo senza ingannare Filottete), e il conseguente pentimento, viene soffocato dal tono enfatico, urlato con il quale Pirrotta interpreta Filottete, alternando grida disumane ad acuti falsetti (puro sfoggio di accademico virtuosismo).

Il pubblico ha moderatamente gradito. Critiche (e che critiche: Repubblica, il Manifesto…) entusiastiche (ma questa è un’altra storia… ‘cca la lassamu e n’autra vota ve la cuntamu…)

10 pensieri su “Diverse re-interpretazioni

  1. Ma sai che è vero, Carla? È stata la prima cosa che mi ha colpito… A parte questo, ho letto con grandissimo interesse e ringrazio Ezio per avermi mostrato un orizzonte a me *completamente* sconosciuto: quello del puparo Cuticchio. Volevo chiederti, Ezio: mi è parso che la messa in scena di Cuticchio ti abbia soddisfatto di più di quella di Pirrotta. Sbaglio? Se è così, è curioso che attori in carne e ossa non siano stati in grado di fare ciò che invece è riuscito a dei “pupi”, sia pure aiutati dall’interazione di Cuticchio, non trovi? Abbràccioti!

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  2. …’con la sua barbona grigia ammalia con la dolcezza ironica del dialetto palermitano cuntando e interagendo con i suoi pupi, fuoriusciti dall’anima delle storie, docili emanazioni della sua voce.’

    vorrei essere lì davanti ad osservare, con gli occhi che brillano per la meraviglia!

    conservo ancora un pupo, siciliano puro, appeso alla parete.
    me lo regalarono carissimi amici durante un periodo che non dimenticherò mai, in quel paradiso che è l’isola di Ustica!

    Questa arte dell’improvvisazione, dei miti, di Omero, va sempre gridata…
    e io mi inchino ad essa.

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  3. Anche Pirrotta dunque rivisita il testo greco originale, miscelandovi intrusioni dialettali e melodie elettroniche. Tuttavia, laddove Cuticchio, ha trovato una sintetica coerenza negli elementi messi in scena (la memoria, la fantasia, il mito), e quindi una motivazione forte e necessaria, in questo caso la rivisitazione sembra rispondere a logiche compositive fini a se stesse, tese a spettacolarizzare, ad ammansire il testo, ad aggirarlo per venire incontro a una presunta domanda di modernizzazione e facile identificazione à la page, già vista, sentita, già cotta e mangiata.

    grazie, Ezio, soprattutto qui vedo la finezza del critico.

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  4. tra mimmo cuticchio e albino buticchi. tra paolo il caldo e paolo panelli. grande somiglianza. scusi carla, ma lei ci è o ci fà? (senza offesa).

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  5. molto ammirevole la sua finezza, sig. ..Ruggero Solmi?
    ma la foto almeno l’ha guardata?
    la guardi, la guardi,
    ho rivisto Robert in Mission…

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