Incontri, di Pamela Canali

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Aprii gli occhi, appena una spiraglio, per vedere chi mi stava coprendo il sole. La mia pelle già abbronzata si animava sotto i raggi brucianti, anche a quest’ora della mattina. Mi ero svegliata insolitamente presto e avevo disertato la spiaggia troppo silenziosa e ordinata.
Dopo un caffè in un bar locale, dove ero stata accolta da sorrisi amichevoli accompagnati da sguardi un po’ troppo insistenti, mi ero seduta su una panchina solitaria nel parco. In giro non c’era nessuno. Ero su una collinetta, da una parte potevo vedere la città che si arrampicava sulla roccia, dall’altra, sotto di me, c’era il mare increspato da piccole onde. Un venticello leggero mi scompigliava i capelli, il sole riscaldava piacevolmente la mia pelle. Un’occhiata ai titoli del mio quotidiano preferito, tanto per assicurarmi che due giorni prima non fosse scoppiata la terza guerra mondiale e poi pigramente avevo chiuso gli occhi per godermi le figure fantastiche si formano dietro le palpebre in un giorno assolato se, nonostante tutto, si riesce ad essere felici.
Irreali immagini di luce erano ancora nei miei occhi e si mescolarono a quest’altra immagine. Passò qualche secondo prima che potessi metterlo a fuoco perfettamente. Mi guardava con espressione grave. Gli occhi neri avevano un’intensità magnetica. Prima ancora che parlasse sapevo già molte cose di lui e sapevo che mi piaceva.
Il suo esame era cominciato quando mi aveva visto da lontano, straniera in shorts e maglietta con generosa scollatura, bruna e conformata come una tunisina. Quando i nostri sguardi si incontrarono, per un attimo fu come se ci toccassimo.
Rimase in piedi e non mi chiese il permesso di sedersi. Rimase in piedi a torreggiare su di me. Vedevo lui e il mare sullo sfondo e le cime delle palme che si agitavano nel vento. La scena aveva assunto una luminosità speciale, che a distanza di anni ancora ricordo come un piccolo miracolo, come se l’aria fosse più leggera e fresca e nuova e la luce potesse penetrarla meglio e riflettersi all’infinito fino a far brillare tutto.
Era un pratico uomo d’affari, molto sbrigativo e andava anche di fretta, perché aveva un appuntamento di lavoro di lì a poco, quindi dopo il solito “Hallo” si preoccupò di capire se avevamo qualche possibilità di comunicare, sapendo per esperienza che le italiane parlano solo italiano, lingua che purtroppo lui ignorava. Appurato che io preferivo parlare inglese, mi disse in pochi minuti tutto di lui: divorziato, età e prodezze dei suoi bambini, enumerò le sue molteplici attività e aggiunse qualche progetto futuro. Infine mi consegnò solennemente il suo biglietto da visita e mi disse:
“Mi piacerebbe conoscerti. Se vuoi, chiamami. Vorrei invitarti a cena, oppure possiamo andare a ballare o dove preferisci.”
Detto questo, se ne andò velocemente e presto la vegetazione rigogliosa nascose al mio sguardo la sua figura atletica ed elegante.

Sono passati dieci anni da quel giorno, dieci anni esatti. Ho prenotato nello stesso albergo e non è stato facile trovare posto, in questo periodo. Ho riempito la valigia di abiti simili a quelli di allora. Durante il volo ho chiuso gli occhi per riaprirli in questo altro mondo, pieno di colori e di gioia solare. Sono arrivata qua, in questo parco, su questa panchina qualsiasi, che solo per me e forse per lui ha un significato speciale. Nella mia città, il ricordo di lui stava svanendo, non riuscivo più a rammentare il suono della sua voce, il suo sguardo su di me, rimaneva solo il rimpianto per qualcosa di prezioso. Solo qui, sotto lo stesso sole, con il vento che mi accarezza la pelle, posso ricordare e fingere che lui stia per arrivare.
Questo era il luogo segreto in cui ci davamo appuntamento, perché gli innamorati hanno bisogno di segreti. Solo da questo giardino incantato potevamo partire alla scoperta del nostro futuro mondo, delle scenario fantastico in cui avremmo vissuto insieme.
Ricordo che trascurava il suo lavoro per condurmi a scoprire spiagge sconosciute ai turisti, ristoranti e locali frequentati solo dai tunisini. Il nostro preferito aveva un nome augurale: “Baraka”. Quando eravamo lì ad ascoltare musica, non potevo fare a meno di pensare che, nonostante fosse più vecchio di me di qualche anno, sembrava un ragazzo, un ragazzo in bermuda dai modi principeschi, che mi colmava di attenzioni e tenerezza, attirandomi freddi sguardi invidiosi da parte delle belle tunisine dagli abiti un po’ troppo ornati.
L’aria della sera era carica del profumo dei gelsomini e di mille altri fiori sconosciuti ed era facile abbandonarsi all’onda della musica e delle sue parole.
Ora sorrido, mi torna in mente la prima volta che ci trovammo a casa sua, la stessa sera del nostro primo incontro. Ancora non sapeva niente di me, solo il nome. Avevo notato il suo stupore alla vista del mio vestito, che forse considerava insolitamente elegante. Quando, dopo avermi spogliato con lentezza esasperante, vide la mia biancheria migliore, una nuvola di pizzo rosa, che mi porto anche in viaggio perché “non si sa mai”, mi chiese candidamente: “Non sarai mica una squillo?” pronto in questo caso a metter mano al portafoglio. La mia risata lo rassicurò, o forse lo deluse, ancora non lo so. Seppi in seguito che a quel tempo in Tunisia non c’era modo di procurarsi biancheria e abiti simili ai miei, per averli bisognava acquistarli in Europa. Il mio abbigliamento intimo gli era sembrato troppo lussuoso per appartenere ad una ragazza qualunque…
Il parco era poco frequentato, la gente preferiva aggirarlo, passando sul lungomare; raramente c’erano bambini a giocare, tuttavia lui non mi abbracciava o baciava, quando eravamo lì perché, se tutto è permesso ai turisti europei, un arabo deve avere un atteggiamento serio, in pubblico. Lui, comunque, trovava sempre il modo di mantenere un contatto fisico, mi prendeva la mano, mi accarezzava il viso. La sua voce risuonava profonda e tenera nell’aria vibrante di desiderio. Il divieto fra noi creava una tensione piacevolmente dolorosa che mi faceva tremare. Il vento della sera rinfrescava la mia pelle ardente. Nel parco ho sentito le sue parole più vere e gli ho detto le mie. All’inglese mescolava parole arabe che non si curava di tradurmi, “ascolta il suono e capirai” diceva.
In questo luogo mi parlava della sua vita di arabo in mezzo agli arabi, dei suoi fallimenti e delle sue speranze “Un uomo deve fare tutto quello che è in suo potere, deve fare del suo meglio”. Voleva che sapessi tutto del suo paese, prima di decidere. A volte un mio comportamento, qualche parola pronunciata quando qualcun altro poteva udirci, per me perfettamente naturale ed innocente, lo contrariava un po’, vedevo una ruga di disappunto apparirgli sulla fronte, ma presto tornava il sorriso.
Molti mesi dopo, quando sono iniziate le nostre incomprensioni, le nostre impossibilità, ripensavo a noi due sulla nostra panchina, cercavo di difendere quell’immagine dai suoi sospetti, dalla mia sfiducia. Se solo fossimo riusciti ad intenderci nelle faticose telefonate intercontinentali, nella confusione delle nostre vite che comunque dovevano andare avanti, se solo per un giorno fossimo riusciti a tornare nel nostro luogo magico, seduti tenendoci per mano tra palme, mare e vento, forse saremmo ancora insieme.
Chiudo gli occhi, ricerco la sensazione di tranquillità di quel primo giorno. Era la stessa ora, al mattino presto, di dieci anni esatti fa. Lui era in città per caso, trattenuto da misteriosi affari. Riesco ad essere per un attimo felice, nonostante tutto. Ascolto il mare e il vento. C’è un’improvvisa diminuzione della luce che filtra dietro le mie palpebre, qualcuno ha coperto il sole. Apro gli occhi. Non riesco a distinguere bene. Un accenno di sorriso, una bocca forte e tenera, il viso abbronzato, irregolare ma piacevole. Sembra avere l’età che aveva lui allora. Mi chiede se sono italiana. I nostri sguardi si incontrano. La luce ci avvolge. Si avvicina ancora, si avvicina molto. “Vorrei invitarla…” Mi porge un biglietto, un biglietto da visita. Non riesco ad ascoltare oltre. Tutto è fermo, la luce si è fermata, in bagliori moltiplicati, sul respiro del mare, sul respiro del vento tra le palme e su di noi.

57 pensieri su “Incontri, di Pamela Canali

  1. Bellissimo, Pamela, bellissimo… mi par quasi di vedere quelle immagini, di sentire la brezza, i profumi. Incantevole la levità delle tue descrizioni, quella sorta di ombra nera che si intravede (e a volte si impone) sempre nelle cose che scrivi. Ti abbraccio. Complimenti per il tuo esordio su LPELS.

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  2. alla fine del tg di oggi ho colto al volo una statistica che diceva che le coppie più felici sono quelle in cui lei e lui vivono lontani. e ora leggo qui, una coincidenza.
    brava Pamela.

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  3. Grazie a tutti.
    Fabry, forse la Tunisia è troppo vicina per garantire una felicità di coppia 😉 Probabilmente l’Australia…

    Lucio, la protagonista coglie rose simili, è un tipo abitudinario.

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  4. Gentile Pamela,
    forse la protagonista tiene un album-erbario che a sera sfoglia in poltrona e sospira?
    O attentamente compara, con spirito linneano?
    Un caro saluto,
    Roberto

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  5. Caro Roberto, forse un album è troppo per soli due esemplari. La mia protagonista si sarebbe volentieri fermata al primo, almeno in questo racconto…

    Ciao Ruggerosolmi, mi sembra che ti sia piaciuto e ne sono contenta.

    Rinnovo saluti e ringraziamenti a tutti, in particolare alla cara Gaja.

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  6. in questo raccontino c’è un profluvio di aggettivi e di orribili avverbi con suffisso in -mente, in più luoghi esecrati da Alberto Savinio, che è maestro di prosa italiana. Anche fatte salve alcune (per così dire) incongruenze nell’intreccio, quelle che per cui Gadda bollava di strafalcionisti poeti come ifFoscolo o icCarducci, magari un lavoro preventivo di editing non sarebbe risultato inutile.

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  7. A proposito di incongruenze, e sono solo quelle riscontrate avendo letto nemmeno un quinto del racconto:
    1. l’uomo torreggia davanti a lei e allo stesso tempo va di fretta
    2. come faceva lei a sapere che lui aveva un appuntamento di lavoro di lì a poco? glielo ha forse letto negli occhi?
    3. Lui, in pochi minuti le dice:
    a) che è divorziato
    b) età e prodezze(prodezze?!) dei suoi bambini
    c)enumera le molteplici attività e progetti futuri (mancano solo i progetti passati per raggiungere la perfezione, ma chi è? se esiste uno così dovrebbe andare a lavorare a radiodeejay).

    Ricordo che i nostri parenti e amici ci dicono bravi e battono le mani anche se ce ne andiamo in giro con un water(ma in questo caso vorrei dire cesso) in testa.

    Per favore. Ma soprattutto, perché?

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  8. Se è consentita la critica, è consentita anche la controcritica. Il racconto a mio avviso “fila liscio”. Qualsiasi cosa che si pubblica in rete avrebbe bisogno di editing. La rete pubblica al 90% materiale grezzo, è questo il suo bello. Ciononostante, nel racconto di Pamela Canali ci sono punti di grande interesse. A me pare addirittura una storia vera o verosimile. Ma evidentemente per voi la vita è stata parca di avvenimenti di un certo peso.
    fk

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  9. Con tutto il rispetto, ho citato i punti esatti proprio perché mi aspettavo reazioni del genere. Allora l’amico Asor ha consigliato un lavoro di editing, non ha detto altro, ha consigliato. I post non sono comment. Si può riguardare, controllare, fare un lavoro di editing che, in un blog serio come questo è doveroso. Quindi non è il caso di prendersela tanto per un consiglio. Allora visto che mi parla direttamente io altrettanto direttamente le risponderò: proprio perché ho avuto una vita ricca di avvenimenti, sentimenti ed emozioni penso di poter distinguere fra la melassa informe dei luoghi comuni e l’esigenza autentica, che qui non vedo, di oggettivare emozioni che, partono come soggettive, ma diventano poetiche nel momento in cui le mettiamo sulla carta per raccontarle al mondo. Se poi cogliamo difendere acriticamente come dfenderemmo una pecorella davanti lupo, beh, allora è diverso, possiamo dire tutto e il contrario di tutto.

    saluti

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  10. Obbiezioni alla controcritica:
    1) in che consiste il bello di materiale pubblicato al 90 per cento grezzo? Chi stabilisce cioè l’equivalenza di grezzo a bello?
    2) in che cosa la verità o verosimiglianza di un testo narrativo incide sulla di lui qualità? Se uno racconta benissimo una fandonia vale meno di uno che racconta malissimo una verità sacrosanta? E peraltro, col Pilato: quid est veritas?
    Grazie delle risposte.

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  11. Mi astengo da commentare il racconto. Vorrei solo osservare che – a mio modesto avviso – l’avere avuto o meno in vita un tot di avvenimenti di peso non c’entra né col saper leggere né col saper scrivere. Banale e arcinoto, si pensi al caso di Emily Dickinson.

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  12. Ha ragione Anna L.B. Ma credo che tutti abbiamo capito che cosa volesse dire Lpels e perché. Si può avere una vita ricca di avvenimenti stando fermi, come si può vivere una vita arida pur buttandosi nelle avventure mondane più travolgenti. La mia era una risposta a un molto poco elegante attacco personale e come hanno già detto altri prima di me, sul personale nei blog non si dovrebbe andare. Ma qualcuno non vuole capirlo. Grave quando questi sia il coordinatore in persona.

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  13. Ascolta: come posso andare sul personale con uno (o una) che si firma Behemot o Asor? Dài, cerca di riavere (se prima l’avevi) il senso delle proporzioni. Cominciate a firmarvi con nome e cognome veri, se volete essere presi sul serio. Io i nick li uso per scherzare. D’accordo?

    FK
    (franz krauspenhaar)

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  14. Dire che evidentemente la nostra vita è stata parca di avvenimenti di un certo peso (sue testuali parole) è andare sul personale. Se lei non è in grado di capire dov’è quel confine, non potrò spiegarglielo certo io adesso qui. Non sono il mio nome e cognome a far di me una persona. Lo sono, anche sotto pseudonimo, e tanto dovrebbe bastarle.

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  15. “Questo era il luogo segreto in cui ci davamo appuntamento, perché gli innamorati hanno bisogno di segreti. Solo da questo giardino incantato potevamo partire alla scoperta del nostro futuro mondo, delle scenario fantastico in cui avremmo vissuto insieme”

    Allora: il luogo segreto, gli innamorati han bisogno di segreti, il giardino incantato, il futuro mondo, lo scenario fantastico. Non la valigetta, ma un tir di luoghi comuni accompagna il lettore.

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  16. Moccia è un quasi cinquantenne che si fa leggere da ragazzini/e: fenomeno ignoto nell’ex paraletteratura italiana, da indagare con più attenzione di quanta si sia fatta sinora. Non si confondano la seta con la corda rotta, vero.

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  17. Caro Behemot, mi getta nell’angoscia apprendere che non le è piaciuto questo racconto, ma credo che alla fine me ne farò una ragione.
    Forse lei non è andato abbastanza avanti nella lettura per apprendere che la protagonista sta ricordando un episodio vecchio di dieci anni. In dieci anni ha avuto modo di sapere che nel giorno del loro incontro il suo amante aveva un appuntamento d’affari.
    Forse lei non è mai stato in un paese arabo, ignora quindi che la fretta tunisina non è uguale alla fretta milanese o torinese. Chi va di fretta in Tunisia può ben permettersi di fermarsi di fronte ad una straniera, aspettare che lei apra gli occhi e consegnarle un biglietto da visita, aggiungendo delle parole di presentazione.
    Le confesso che non mi sento affatto una pecorella davanti al lupo, come a lei piace pensare.
    Aggiungo inoltre che detesto ogni tipo di copricapo, ma forse ne porta lei, della foggia che indica.

    Caro Giovanni Choukhadarian, il suo intervento mi fa sospettare che lei non si sia mai innamorato.

    Caro Asor, obiezioni si scrive con una b sola.

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  18. Cara Pamela, il suo sospetto è fondato ma non risponde alle mie obbiezioni (sull’ortografia del lemma, l’Accademia della Crusca, cioè non propriamente la Federcalcio, si è espressa a favore della lectio con una ‘b’ sola, non negando però la legittimità di quella, d’altronde molto documentata, con la doppia consonante. Prima studiare, poi parlare, la regola è sempre quella)

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  19. Mi spiace ma si sbaglia. Mai portato copricapi. E nemmeno ho detto se il suo racconto mi piace o non mi piace. E ho letto fino in fondo, chi le ha mai detto il contrario? Ma mi sono limitato ad analizzarne una piccola parte. Come vede lei salta con facilità a conclusioni sbagliate.
    Anche se la storia è accaduta dieci anni prima, se lei me la racconta come fosse il presente, non può infilarci dentro nozioni che ha appreso più tardi senza giustificarle dal punto di vista narrativo. Pamela, mi sembra una cosa così evidente che, se non crede a me, vada da un esperto, che so io, da una persona competente, e glielo chieda. Ma quando dico COMPETENTE non dico da tanti che affollano le case editrici senza avere un’idea di che cosa ci stiano a fare lì. La fretta non si addice alle torri, che stanno ferme, fino a prova contraria. Pamela e poi, la prego, le sembra credibile che un uomo in pochi istanti senza averla mai visto le dica tutte quelle cose? Davvero, guardi che nessuno vuole farle il processo, è lei con la sua risposta che mi ha condotto fin qua.
    Ma perché, invece di pensare che gli altri ci stiano facendo delle critiche così per il gusto di farle, non pensiamo che forse, riflettere un po’ sulle cose che ci dicono non potrebbe esserci utile? Perché questa mancanza di umiltà?

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  20. Poi Pamela, di nuovo, la questione della pecorella era una cosa fra me e Lpels. Ma li legge i comm precedenti? No, perché va bene che sui blog si va di fretta, non so se alla milanese o alla tunisina,però bisogna tener presente che se non si leggono i comm precedenti ma solo gli ultimi si rischia di dire cose fuoriluogo.

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  21. Caro Giovanni Choukhadarian, non ero al corrente della concessione dell’Accademia della Crusca. Sa, ai miei tempi un errore del genere veniva sottolineato con matita rossa. Ammetterà, però, che “obbiettivo” è poco elegante, ha un suono romanesco-borgataro.
    Non ho risposto alle sue obiezioni perché non so se lei è in grado di capire. A volte i luoghi comuni sono luoghi quasi universali, escludendo con il “quasi” le persone che non hanno provato un certo stato.
    Se lei non sa che gli innamorati hanno bisogno di segreti, perché non è mai stato innamorato, non troveremo mai un terreno comune.

    Caro Behemot, un uomo che torreggia, di fronte ad una donna seduta su una panchina, non è detto che lo debba fare per secoli, come una vera torre. Per produrre l’effetto di torreggiamento basta qualche minuto, come in questo caso, ma basterebbe anche meno, il tempo di aprire gli occhi e vederlo.
    Se ha letto bene il racconto, la storia del primo incontro con un tunisino non è raccontata come se fosse il presente, ma come un ricordo.
    Sono sicura che lei non sarebbe altrettanto intraprendente con una donna, perdippiù sconosciuta, ma le confido un segreto: nei paesi arabi questa scena l’ho vissuta diverse volte, più o meno con le stesse modalità. Chi aveva figli, mi ha parlato anche dei figli, che per gli arabi sono importantissimi. Ho una collezione di biglietti da visita. Ho molto apprezzato la discrezione di non chiedere recapiti, ma di darmi il loro, lasciandomi libera di telefonare o meno.
    Io rifletto, stia tranquillo, ma le sue garbate critiche non mi sembrano molto fondate.
    Mi fa piacere apprendere che non sono io la pecorella in questione, probabilmente avevo frainteso.

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  22. Bene Pamela. Sono felice che lei abbia usato un tono più amichevole, perché le mie erano sì critiche, ma fatte in amicizia e non certo per distruggere. Le ho dato il mio parere su cose che, da lettore, mi farebbero storcere il naso. Lei mi ha dato le sue ragioni, eppure quelle ragioni lì non hanno niente a che fare con i problemi che ho sollevato.Magari un giorno qualcuno le muoverà le stesse mie obiezioni e allora le verrà in mente questo nostro scambio. Vedo che lei è convinta. Buon per lei, e a lei l’ultima parola. Le faccio tanti auguri, di cuore.

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  23. Cara Pamela, non essendo mai stato innamorato, non sono in grado di capire né te né l’universo immemore. Non soltanto con te, ma appunto con nessuno troverò mai un terreno comune. L’importante, come insegna Cristiano Malgioglio, è finire (meglio se al baretto in piazza, per l’aperitivo lungo delle sei e mezzo di sera).

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  24. Caro Behemot, mi dispiace che lei abbia colto un tono amichevole nelle mie parole. Le assicuro che non era assolutamente questa la mia intenzione.

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  25. rapidamente, causa stanchezza mortale.
    le osservazioni di Giovanni, Behemot, Asor, incredibilmente convergenti, non mi sembrano del tutto prive di fondamento: corrispondono perfettamente ai consigli delle più accreditate scuole di scrittura. mi pare, tuttavia, che i controargomenti di Pamela siano forse ancora più fondati.
    spero che questo giudizio salomonico possa risolvere brillantemente la questione.
    buonanotte.

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  26. Gentile Fabrizio, no. Non potendo rispondere in nome e per conto di Behemot (appellativo fascinoso) e Asor (idem, ti dico che considero feccia le scuole di scrittura e son fermo ai “Libri degli altri” di Calvino giovane editor Einaudi non che alle di lui “Lezioni americane”. Dice Ernesto Ferrero: tutto quello che uno scrittore deve sapere per scrivere è lì dentro. Non mi sembra lontano dal vero.

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  27. su Calvino concordasi a priori et posteriori, Giovanni. ma la conoscenza del personaggio, la congruenza dell’azione et coetera, sono dogmi di ciascheduna di quelle che definisti fecce.

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  28. Caro Fabrizio. Di quello che fanno e dicono le scuole di scrittura non so nulla e non m’importa. Mi importa invece del mio umile orecchio e di quel che mi sembra stonato da ancor più umile lettore, cresciuto con i grandi e perciò esigente. L’incongruenza si può praticare, bisogna vedere in che modo. Altrimenti saremmo tutti poeti e narratori, o no? Italia, paese che scrive molto e legge pochissimo. E questa non è per lei né per altri. Lo dico prima che vi scateniate. Questa è una realtà oggettiva, e tutti i giorni ne cogliamo i frutti.

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  29. Fabrizio, tu conosci come e meglio di me quella famosa lettera di Calvino, in cui spiega a uno sventurato che non per nulla non uscì mai da Einaudi i requisiti di un manoscritto. Tre soli, e semplici: che abbia una lingua, che sia retto da una struttura, che faccia vedere cose, se possibile nuove. Le c.d. scuole di scrittura non inventano niente di niente, ma rimaneggiano questi prìncipi elementari, che non è sbagliato far risalire a chiunque abbia trascritto l’Odissea o l’Iliade (quindi, per comodità, Omero: la scrittura in Occidente racconta da sempre quella storia lì).

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  30. rispondo contemporaneamente a Giovanni e Behemot, che procedono in paso doble.
    i principi sono sempre quelli, infatti, come per altri versi ha dimostrato Propp. Da Omero a Calvino a Giulio Mozzi c’è solo da perfezionare ciò che è già stato prodotto.
    il punto è che la Canali mi pare abbia difeso le sue scelte narrative con pezze d’appoggio che potrebbero essere smontate solo con una corrispondente conoscenza di usi e costumi locali. personalmente non sono mai stato in Tunisia, e soprattutto non ho ricevuto avances da esponenti del continente africano. quindi non posso sbilanciarmi più di tanto, e preferisco comunque fidarmi dell’esperienza della Pamela.

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  31. Va bene Caro Fabrizio, le auguro di diventare editore per pubblicare la sua stimata Pamela e che tale pubblicazione faccia la fortuna di entrambi. Auguri di cuore a tutti e due che, mi pare, a paso doble non scherzate. Mi spaice solo di averla cominciata questa discussione, che tanto è inutile tentare di cavare un ragno da un buco e non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire(viva la saggezza popolare). Per farsi ascoltare da voi bisogna chiamarsi almeno Ernesto Ferrero, con uno pseudonimo vi ribellate a qualsiasi critica. Comunque, sia. Un saluto più che cordiale.

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  32. sei il solito notevole maleducato, complimenti. A che cosa serviva questa tua aggiunta? Satvolta ci vado io sul personale: sei un imbecille maleducato fatto e finito.

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  33. potrei anche aggiungere scrittore fallito che nessuno legge. se l’è cercata lei, che alla sua età non ha ancora capito quando parlare

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  34. Senti imbecille, ho ancora tempo. Quale fallito? e tu chi sei, che non hai le palle per firmarti? Sì, sei un senzapalle. e guarda, adesso ti faccio vedere chi è il fallito, come lo chiami tu. E te lo faccio vedere l’anno prossimo, col mio nuovo libro. Ci fai una figura meno miserrima se ti firmi, la prossima volta. Chiaro?
    franz krauspenhaar

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  35. Per FK: la figura miserrima l’ha fatta lei. Che io e Fabrizio avevamo chiuso civilmente ma lei no, non pago, ha dovuto aggiungere una parola sprezzante. e guardi che cose che le ho detto avrei potuto dirgliele molto prima. ma non ho mai voluto offenderla. nel momento in cui LEI HA OLTREPASSATO LA MISURA per L’ENNESIMA VOLTA che già c’era stato un precedente proprio QUI, allora le sono arrivate le mie belle parole.firmarsi non serve a niente, se non a soddisfare una sua curiosità. mi potrei chiamare carlo rossi, franco verdi o alessandro bianchi e allora? cosa cambierebbe? io sono venuto qui con serietà e rispetto mentre lei ha risposto da villàno, come ha confermato. e ne ha fatte le spese. pubblicare non significa essere letti. e comunque, impari ad avere un po’, dico un po’, più di rispetto per gli altri. le tornerebbe utile in tanti modi.
    E lei FABRIZIO caro, mi delude, davvero. Mi spiace che fiancheggi certa gente. mi spiace sul serio, che da lei mi aspettavo dell’altro vista la sua levatura morale; non capisco perché dia manforte a certe persone.
    Vi saluto per sempre senza ombra di astio che ci crediate o no.

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  36. per fk: dubito che lei possa capire chi sono. non se la prenda con le persone sbagliate. invece che continuare ad adirarsi cerchi di capire perché è successo tutto questo. guardi a se stesso, prima di tutto, invece che agitarsi come don chisciotte coi mulini a vento. lei dà ad altri la responsabilità che è sua e soltanto sua. avesse avuto rispetto per me, ne avrei avuto per lei. solo su questo dovrebbe concentrarsi.

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