Provocazione in forma d’apologo 30

clessidra.jpgÈ piena estate e gli insetti abbondano, sicché Erre non si preoccupa del vistoso eritema rosso fuoco che d’un tratto gli è fiorito su un braccio; però, da bravo ipocondriaco, non lo perde di vista. 

 

E nel giro di qualche ora lo vede mutare: dapprima disegna un otto rovesciato, i cui fianchi panciuti in breve si assottigliano fino a ricordare una clessidra; quindi alcune parti di quest’ultima impallidiscono e lasciano emergere  una lettera scarlatta, una via di mezzo tra una J  e  una tsade. A quel punto Erre capisce: quel segno gli parla del tempo, umano e divino, nonché della giustizia (“giustizia” incomincia  per J in molte lingue, e per tsade in ebraico); per di più, Erre se ne rende conto rimproverandosi di non averlo valutato  subito, il segno non si è manifestato genericamente “su un braccio”, ma in corrispondenza del bicipite destro (ovvero dritto, come si diceva in antico), il muscolo più interessato all’uso della forza  con la quale spesso la giustizia, la divina non meno che l’umana, si mantiene e governa.

Altro che insetti, conclude Erre, questo è un monito prezioso: all’eternità divina si contrappone la fugace brevità del tempo umano, di cui nemmeno un istante va sottratto al servizio della causa della giustizia; senza però scordare che c’è un’altra Giustizia, libera dai limiti del nostro tempo, spesso incomprensibile, ai nostri occhi addirittura ingiusta; ma contro la quale è imprudente alzare lo sguardo e gonfiare il bicipite, destro o sinistro che sia.

E non solo imprudente, ma anche stolto, perché la giustizia è anche amicizia (della Verità, di Dio così in arabo, dalla corrispondente radice). Di più, non c’è amicizia che nella rettitudine: due malfattori possono essere solo complici, non amici. Ragion per cui, opponendo vanamente giustizia a Giustizia, si cancellerebbe ogni possibilità di quell’Amicizia che, pur potendo apparire assurda e impossibile, è nondimeno l’unica speranza che abbiamo.

12 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 30

  1. dopo averlo scelto e messo alla prova, accertati che non voglia chiederti nè, se richiesto, accordarti niente di sconveniente; verifica se ritiene l’amicizia una virtù, e non un affare lucroso, se rifugge dall’adulazione e detesta le moine, se è franco e insieme discreto nel parlare, se accetta con pazienza la correzione, se è costante e saldo nel volere bene: allora gusterai quella dolcezza spirituale che fa dire: com’è bello e quanto dà gioia che i fratelli vivano insieme.
    Allora vedrai quanto ci si guadagna a soffrire l’uno per l’altro, a faticare l’uno per l’altro, a portare l’uno i pesi dell’altro, quando ciascuno trova dolce dimenticare se stesso a favore dell’altro, preferire le volontà dell’altro alla propria, andare incontro alle necessità dell’altro prima di pensare alle proprie, esporsi e opporsi alle avversità per risparmiare l’amico. e intanto quanta dolcezza nel parlarsi, nel raccontarsi progetti e pensieri, esaminando tutto insieme e in tutto convergere su un unico parere (Aelredo di Rievaulx, l’amicizia spirituale)

    un monaco del 1100 capace di ricordare agli uomini e alle donne del 2000 a cosa si tenda , o a cosa si dovrebbe tendere (perchè la perfezione non esiste sulla terra) pronunciando la parola Amico.

    grazie roberto

    elena f

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  2. Altro che insetti, conclude Erre, questo è un monito prezioso

    Oh anche A. non l’ho persa di vista un attimo, la bolla ha comiciato a mutarsi lentamente e si e disegnata sulla parte alta della coscia sinistra, non molto lontano da… una zona ehm… diciamo… topica, nel presente caso, s’intende, l’iniziale alfabetica di …. e pochi giorni dopo, insomma, con il sorriso sulle labbra, A. ed ….. , sotto e sopra e cose così. Una zanzara non al servizio della causa della giustizia ma, bensì, dell’Amor ch’a nullo amato ecc. ecc. con delizioso lieto fine. Happy end.

    c&c

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  3. Gentile Elena,
    grazie a te.
    Mi rendo conto che scrivere: “non c’è amicizia che nella rettitudine: due malfattori possono essere solo complici, non amici” è come si dice metterla giù dura.
    Ma io dura l’ho messa giù sempre, anche quando credevo di essere ateo e di non avere famiglia.
    Poi, per vie traverse, incredibili a raccontarsi, ho scoperto che una famiglia l’avevo, e che ateo proprio non potevo esserlo.
    Una famiglia composta soprattutto di trapassati, d’accordo, ma qualche vivo qua e là pure si trova, anche se non in ottima salute. E come si potrebbe, del resto, godere di una vera ottima salute, in questa residenza terrena?
    Un abbraccio,
    Roberto

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  4. Buongiorno Roberto,
    ho trovato questa tua provocazione più articolata e densa…
    c’è qualcosa di divino anche negli insetti,
    le nostre reazioni di fronte ad essi ci spiegano molte cose.
    c’è chi si cura con il veleno delle api.
    un caro saluto Roberto
    e saluto anche la mia amica C. & C.
    ciao
    carla

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  5. “Eros un giorno non vide un’ape
    posata fra le rose, e restò ferito.
    Punto nel dito della mano
    lanciò un grido di dolore:
    e di corsa volato dalla bella Citera
    “sono perduto, madre, – disse –
    sono perduto e muoio. Mi ha colpito
    una piccola serpe alata,
    che i contadini chiamano ape”.

    Anacreonte, 6º secolo a. C.

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  6. Mi piacciono i post che utilizzano termini che non conosco, e la tsade proprio non sapevo cosa fosse.

    Blackjack.

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  7. Cara Carla,
    grazie per la tua attenzione e per Anacreonte.
    Forse scrivendo questa paginetta non pensavo a Eros, ma pensarci (e guardarsene per quanto si può) non fa mai male: non è certo il nume sorridente e giocoso che qualcuno vorrebbe presentarci. Tiene in mano le nostre vite, seguirlo a rotta di collo o assolutamente evitarlo conduce a rovina sicura.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  8. Cara C&C,
    sì, effettivamente mi è capitato di scrivere tutto maiuscolo e perfino grassettato, ma in altri tempi e altre storie.
    Rileggo dal tuo (scusami il tu, tra zii magari conviene)gentile intervento su NI:
    “il letto è una barca – il vento è leggero – il pavimento liquido – le coltri bianche le sue vele – gonfie verso la rotta ”
    e chissà perché questa “nautica di emozioni” mi fa venire in mente:
    “c’e’ tempesta questa notte
    mare mosso forza sei
    le lenzuola sono vele
    per i sogni che le dai.”
    (dalla canzone “Susan dei marinai”, 1970 o giù di lì: poi siamo passati direttamente a “Jenny dei pirati”).
    Quanto al resto: non liquet… o liquet?
    Un saluto liquido, fluido e sottile,
    Roberto

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  9. Caro Marco,
    questa un tempo era anche la mia opinione: in proposito allora leggevo “L’eccezione e la regola” di Brecht come fosse il Vangelo.
    Ma ognuno ha la sua strada, e se ha la fortuna che gliene sia dato il tempo può giungere almeno a vedere in lontananza la sua terra promessa. E quella vista lo ripaga di tutto.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  10. “opponendo vanamente giustizia a Giustizia, si cancellerebbe ogni possibilità di quell’Amicizia”

    Non vanno infatti opposte; ma è destino che convivano, l’una accanto all’altra, ignorandosi. La prima non verrà mai meno: imprescindibile ma grossolana, approssimativa, che poco o nulla risponde alle istanze sociali, al suo sentimento spesso ferito. (Discorso lungo e senza fine, quello su la “giusta regola” e al sua tutela, nel concreto. La seconda non può esistere, al contrario della prima, se non in uno stato di “parità” sostanziale (ma non quantitativa: do ut des) affettiva e sensibile.

    Grazie, Roberto; un saluto.

    Giovanni

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  11. Caro Giovanni,
    la speranza è che giustizia e Giustizia non viaggino parallele ignorandosi sempre e per sempre.
    La tentazione, in mancanza della seconda, è di fare a meno della prima: è la tentazione del “liberi tutti” che putroppo però si traduce invariabilmente soltanto nella liberazione dei “più uguali”.
    Un caro saluto,
    Roberto

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