Foier, di Claudia Venchiarutti

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Favoloso / lei è stupenda / un po’ lento nella parte centrale, vediamo se riparte / le luci sono eccezionali / già visto a Londra, con maestranze migliori, siamo i soliti provinciali / quella davanti a me si è addormentata / magnetico, parla ed è puro magnetismo / sarà giovane ma promette tantissimo, con la sua regia è convincente, nonostante tanta televisione / è vero che se le passa tutte? / so io cosa gli passerei / banale, enfatico, ridondante / hai notato quella citazione pop? / saluta, da brava, saluta che poi lo andiamo a trovare / io sono stufo, è lungo / dove hai la macchina? / caffè, grazie.
Un piattino.
Un sottotazzina in carta traforata.
Un’occhiata alla mano appoggiata sul bancone (mancino).
Un cucchiaino alla sua sinistra.
L’asola della tazzina alla sua sinistra.
L’avvicinamento dell’alzata con gli zuccheri.
Avanti il prossimo.
Crééé-créck! L’ultimo cicalino.
Quello che doveva essere il prossimo cliente fa perno su un tacco, volge le spalle alla mancata consumazione e si rifugia, con gli altri ritardatari, dietro pesanti tende di velluto color porpora. Il foier si svuota.
Il barista rimane per un istante impettito davanti al movimento del largo tessuto. Non appena questo si ricompone, carica il cestello pieno nella lavastoviglie e avvia il programma breve. Il soffocato ronzio del lavaggio, al centro di un progressivo silenzio, è sempre un buon segnale: la serata è finita. E’ ora di andare a casa.
Su un bordo bianco di ceramica gli sorride l’ultima impronta di un rossetto indelebile, una bocca muta per pochi secondi, il tempo di imprimersi e di lasciare un flessibile segno, prima d’essere grattato via, con un gesto energico, sotto il getto d’acqua bollente.
Non è il servire a renderlo insofferente, è il vociare dal quale si elevano scandite le più grosse puttanate mai pronunciate. Un giorno se le annoterà. La parete tappezzata non trattiene le stronzate dette e qualcuno dovrebbe scriverle, sulla carta da parati, in modo da azzittire tutti, in lettura: già pensato, già detto, già scritto, tieni quello stupido becco serrato.
Si gira e si accorge della presenza di due persone, immobili, una seduta sulla sedia Napoleone III, la seconda su una distante panchetta in ferro battuto.
Se ne andranno, non c’è più nulla di interessante in un foier fuori servizio. Passa la spugna sul piano di travertino, asciuga con lo strofinaccio e inizia a occuparsi della macchina del caffè. Le tende imbavagliano i primi vagiti dell’ultimo atto di un testo teatrale e la macchina per l’espresso è nuovamente pulita.
Le due belle statuine non si sono spostate di un solo centimetro.
Il barista sistema il lavabo, guarda impaziente il pacchetto di sigarette abbandonato in prossimità delle spoglie di un limone, toglie il cestello dalla lavastoviglie, riordina tazzine e piattini, prende la scopa, spazza velocemente la pedana dietro al banco, svuota i cestini e aspetta che gli intrusi escano in direzione del velluto, o delle scale.
La donna sulla sedia si appoggia allo schienale imbottito e guarda il moderno soffitto a cassettoni, con un sospiro; l’uomo sulla panchetta ha tolto un block notes dalla tasca della giacca e ne legge le prime pagine, toccandosi una tempia.
Il barista apre la cassa e prende le banconote, le mette nel portafoglio, chiude il cassetto e ruota la chiave per terminare il rilascio degli scontrini, la estrae, la infila nel taschino del panciotto, abbassa le luci della stanza, afferra il pacchetto di sigarette e pronuncia perentorio un “Si chiude, Signori!”. I due seduti si risvegliano dal rapimento estatico e si palesano per la prima volta l’uno all’altra.
Alogene svogliate illuminano i tratti e le tinte, ingannano la percezione inscenando un’alterata atmosfera d’altri tempi; l’abito rosa della donna è ora delicatamente seppiato, la divergenza cromatica tra le calze e i pantaloni dell’uomo è diventata gentile; le labbra della donna opache e morbide, lo sguardo dell’uomo arcaico. Lui si alza sotto lo stimolo di un istinto, ma nei passi iniziali litiga con il blocchetto per farlo scomparire. A un metro e mezzo dalla donna l’uomo accusa una recrudescenza di educazione e imbarazzo, impacciato cerca una parola, due parole, quattro parole mal riuscite, e le porge una mano insicura. Lei non lo ascolta, è sola e annoiata, osserva le dita curate di chi non conosce fatica, e accetta l’invito.
Il barista è il testimone inconsapevole del primo atto dell’unico vero evento drammaturgico della serata.
Sipario.

(Immagine: Alberto Sughi, Al bar – Litografia colorata a mano)

9 pensieri su “Foier, di Claudia Venchiarutti

  1. Blackjack, non sono mai stata in simili luoghi di perdizione (enfasi) 🙂

    Carla, non avevo pensato al sipario chiuso, ma aperto; devo dire che la tua interpretazione mi porta a una diversa rilettura del testo, grazie. 🙂

    Adesso cerco due salatini, non sia mai che si beva a stomaco vuoto. (coro: non sia! non sia!)

    C.V

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  2. Quadro molto attento e preciso, anche lento: il che va bene.

    Grazie, un tè english breakfast con latte freddo
    e du’ pezzi de pane secco che me li taglio da me,
    ché son le sette

    MarioB.

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  3. MarioB, ti ringrazio per l’attenzione e, per domani mattina, mi attrezzo per offrirti una tazza di vino caldo e la mortadella da infilare nel pane.

    C.V.

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