Interzona #4:”che cosa so io e che cosa devo insegnare?”

[Foto: La morte di Kurt Cobain avvenuta il 5 aprile 1994. ]
“Vi è nella vita un qualche senso che non venga annullato dalla morte che mi incombe inevitabilmente?” ( da “Confessione” di Tolstoj)

Nel 1882 Tolstoj è ormai lo scrittore più famoso della Russia, ma né la fama né il benessere possono colmare il suo senso di vuoto; comincia a trascurare la letteratura e a dedicarsi sempre più alla ricerca della verità del vivere umano e, infine, religiosa; una ricerca che l’avrebbe tormentato per il resto della vita. Il rifiuto dell’ordine sociale, della Chiesa ufficiale, della morale corrente assume in Tolstoj una forza irrefrenabile che ha come conseguenza la pubblicazione di vari scritti come Confessione (1882).

estratto dal capitolo 2 di Confessione (memorandum per aspiranti scrittori )

.
[…] L’opinione sulla vita di quegli uomini, miei consoci nello scrivere, era questa: che la vita in generale va avanti e si sviluppa e che in questo sviluppo la parte principale è quella di noi, uomini di pensiero, ma tra gli uomini di pensiero l’influenza maggiore l’abbiamo noi artisti, poeti. La nostra vocazione è quella di insegnare agli uomini. Affinché a ognuno di noi non si presentasse questa naturale domanda: che cosa so io e che cosa devo insegnare?, in tale teoria veniva spiegato che ciò non era necessario saperlo e che l’artista e il poeta insegnano inconsciamente. Io venivo considerato un poeta e un artista meraviglioso, e perciò era per me molto naturale adottare tale teoria. Io – artista, poeta – scrivevo, insegnavo senza sapere io stesso che cosa. Per questo mi pagavano, ed io avevo un buonissimo mangiare, alloggio, donne, società, e avevo la gloria. Di conseguenza quello che insegnavo andava molto bene.
Tale fede nell’importanza della poesia e nello sviluppo della vita era un vero culto ed io ero uno dei suoi sacerdoti. Essere un suo sacerdote era molto vantaggioso e piacevole. Ed io abbastanza a lungo vissi in tale fede senza dubitare della sua verità. Ma durante il secondo e particolarmente durante il terzo anno di quella vita, cominciai a dubitare dell’infallibilità di quella fede e cominciai ad analizzarla. Primo motivo di dubbio fu il fatto che avevo cominciato ad osservare che non tutti i sacerdoti di quel culto erano d’accordo tra loro. Gli uni dicevano: noi siamo i maestri migliori e più utili, noi insegniamo ciò che è necessario e gli altri insegnano in modo sbagliato. E gli altri dicevano: noi siamo nel vero e voi insegnate in modo sbagliato. Ed essi discutevano, litigavano, si ingiuriavano, si ingannavano, si imbrogliavano l’un l’altro. Inoltre fra loro c’erano molte persone che non si preoccupavano neppure di chi fosse nel giusto e chi no, ma semplicemente avevano raggiunto i loro scopi interessati con l’aiuto di questa nostra attività. Tutto ciò mi spinse a dubitare della sincerità della nostra fede.
Oltretutto, dopo aver messo in dubbio la sincerità della fede degli scrittori, osservai più attentamente i suoi sacerdoti e mi convinsi che quasi tutti i sacerdoti di quella fede, cioè gli scrittori, erano persone immorali e per la maggior parte persone cattive, delle nullità, per carattere molto inferiori alle persone che avevo incontrato prima nella mia vita scioperata e nella mia vita militare, ma sicuri e contenti di sé come solo possono esserlo o gli uomini che sono veramente santi oppure quelli che non sanno neppure cosa sia la santità. Quegli uomini mi diventarono odiosi ed io diventai odioso a me stesso e capii che quella fede era un inganno.
Ma lo strano è che per quanto avessi capito ben presto tutta la menzogna di quella fede e l’avessi rinnegata, pur tuttavia al rango datomi da quella gente – al rango di artista, di poeta, di maestro – io non rinunziai. Ingenuamente mi figuravo di essere poeta, artista, di poter insegnare a tutti, senza sapere io stesso che cosa insegnavo. E così continuavo a fare.
Dal contatto con quegli uomini ricavai un nuovo vizio: una superbia spinta fino alla morbosità e la folle sicurezza di essere chiamato ad insegnare agli uomini senza sapere io stesso che cosa. Ora ricordare quel tempo, ricordare il mio stato d’animo d’allora e lo stato d’animo di quelle persone (come loro, del resto, ve ne sono ancora a migliaia) per me è penoso e terribile e ridicolo; mi suscita esattamente la stessa sensazione che si prova in un manicomio.[…]

[Numeri di Interzona]

7 pensieri su “Interzona #4:”che cosa so io e che cosa devo insegnare?”

  1. Credo che Tolstoj, arrivato all’apice, non si sia accontentato e abbia voluto ripercorrere certe tappe all’indietro per vederci chiaro. Dunque, sono questo? Solo questo? Con quale sicurezza, quella spartita tra i colleghi ?
    Così facendo, egli ha avuto modo di porsi delle nuove domande che molti illuminati, arrivando lassù, smettono di farsi.
    Tolstoj, evidentemente ascoltava la propria coscienza. Cosa rara, mantenere quell’umiltà di pensiero che sembra una lucina fioca quando in realtà, se seguita con pazienza, rischiara zone che, per altri, sono destinate a rimanere irrimediabilmente in ombra.
    La foto di Kurt, associata all’articolo, è un pugno in pieno stomaco: mezzo braccio, una gamba foderata di jeans, una scarpa da ginnastica. Arti come tanti, uguali a quelli di ogni comune mortale nelle foto di cronaca nera. Quasi anonimi, se non si fosse rettificato il nome del proprietario. Un suicida come altri. Eppure era Kobain.
    Talvolta le risposte non arrivano e le domande uccidono.
    laura

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  2. Ho in me delle culture, pesco a sorte
    dopo mi taccio, o mi addormento, o crepo.
    Quanto è grandioso il Novecento o indietro
    tutti quei libri che mi son bevuta,
    cose guardate a caso sui giornali
    ecco Picasso la tauromachia
    le rupi incise ecco guardare ancora
    Hemingway cacciatore, e si credeva
    tanto vitale, il mito dell’eroe
    il maschio bevitore, vezzeggiato
    dalle infermiere o solo nella giungla:
    quanto niente che resta, che frontiere
    da saltare a piè pari come lepri.
    I professori di letteratura, o
    “dell’impotenza”: me lo sai spiegare?
    Dice (ma chissà chi): “Tolstoj è un gigante”.
    E no, Tolstoj è normale, dico io.
    Se fossimo più in gamba scriveremmo
    cose enormi anche noi, ti metti lì
    e pensi e scrivi e vivi, hai dei quaderni
    la penna d’oca forse, sei persona
    piena di serietà, non hai la tele,
    non ti diverti a fare le cazzate
    stai solo con le donne e i contadini.
    Tolstoj si sdraia sul prato di giugno
    e sente il sole sopra e fra la terra
    e il fuoco c’è il suo corpo di gigante.

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  3. un senso esiste, può
    qualcosa che inietti colore
    o semplice gioia
    che spezzi la fionda del male
    la morte che incombe
    l’amore.

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  4. ciao

    a tutti
    scusate la brevità, ma casco dal sonno.

    A Laura

    Hai fatto centro. (e ricorda il primo settembre alle ore 7 di mattina sulle frequenze di LPELS)

    A Ginevra

    Sì, mancanza di umiltà.
    Io mi metto a disposizione dei lettori, ci provo.

    A Fabio

    Grazie per il complimento.

    Se ti va, lascia un segno (due versi, una frase, un graffito, un suono) in calce a questo articoletto.

    Anna e CArla

    Grazie dei versi. Siete entrati nel meccanismo di Interzona.

    notte a tutti

    f.s.

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  5. poche cose, semplici: luce netta
    in spazio che non adombra, non getta
    domande al di là delle cose. nostalgia
    di quella luce, ora solo ombre. e come
    tornare alla luce, se l’ombra mi intride
    corpo e mani, se ribellarmi
    vorrebbe dire rinunciare alla dignità
    di questa sciagurata libertà?

    [ispirata da una certa nostalgia della mia vita in cui credevo, qualsiasi cosa voglia dire]

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