Per certuni un personaggio ingombrante per altri uno “squalo”, per altri ancora un “benefattore”. E’ morto Raffaele Crovi…fu vera gloria per la cultura italiana?

di Alessandro Scansani (direttore editoriale della Diabasis)

Non ci eravamo tanto amati. Nonostante gli amici comuni, nonostante le comuni radici (la montagna e la “bassa” reggiana, il Concilio).

Dopo un breve periodo di dialogo intenso (tra cui un suo libro, alcuni autori proposti, la partecipazione a un’assemblea della casa editrice), avevamo preso atto, con inevitabile durezza, delle nostre diversità. Profonde.
Per Raffaele Crovi – geniale per molti aspetti come editore, acuto come scout letterario, capace organizzatore culturale, ma il cui libro più bello e più vero resta, io credo, “Le parole del padre” – era inconcepibile che qualcuno, piccolopiccolo, si sottraesse alla sua tutela, alla sua amicizia, all’assegnazione ex abrupto di una identità che doveva essere o diventare la tua, dentro al suo sistema di relazioni e alla scacchiera multipla della sua azione (editore, autore, consulente, organizzatore, scout…). Di cui intendeva essere unico e assoluto regista.
Il fatto è che Diabasis aveva troppo vivo il senso dell’autonomia e della libertà, ed è troppo insofferente alle identità che ti danno gli altri o posticce, se è vero che paga questa caparbia autonomia identitaria da oltre vent’anni, nel sistema istituzionale e politico di Reggio Emilia. Non potevamo riconoscerci nella casa editrice di un luogo, perché non potevamo stare, consistere in un luogo, essendo tutto il progetto di Diabasis nella tensione continua tra globale universalità delle culture e locale appartenenza a una geografia umana, sociale, antropologica, nella curiosità esplorante, nell’avere un’Itaca (anche se abbiamo dato alla nostra una configurazione più lunga), ma nell’evaderla continuamente, nel cercare e amare gli incontri: altri uomini, altre città, altre culture e lingue, altri fiumi, mari.
Crovi ironizzava su quella che chiamava la mia tentazione permanente della mongolfiera; ma noi si teorizzava la contemporanea appartenenza e disappartenenza ai luoghi, e il rifiuto di una letteratura dei luoghi come marketing, a partita doppia; o come permanente epigonìa di un luogo-mastro o di un maestro di luogo. Transpadana, la prima rivista identitaria della casa editrice, di cui – per un imbroglio – uscì solo uno sperimentale e incompiuto numero zero, voleva essere questo: lo strumento delle tensioni, delle andate e dei ritorni ma per ripartire, dell’abitare e del disabituare, e dell’abitare e disabitare degli altri.
Su questo Diabasis ha cresciuto la sua identità e il suo catalogo. Su questo ha consumato un dissidio profondo, molto profondo e molto capace di ferire. In modo profondo e molteplice. Ci separava anche il modo di concepire e fare editoria: un terreno sul quale pure abbiamo cercato di esprimere, con passi ancora incerti, una specifica identità. Selezionare i testi, fare editing, educare gli autori giovani, dialogare con essi. Su tutto abbiamo fatto valere quell’autonomia e quell’orgoglio caparbio di sé che Vittorini, di cui Crovi fu segretario, fece valere con Togliatti. Non senza offese e ferite, profonde e molteplici.
Gli avevo fatto gli auguri qualche tempo fa, quando avevo saputo della sua malattia da Giuseppe Benelli, nell’unico modo in cui sono capace: So che non ci ama, so che non ama la nostra libertà e indipendenza; ma so anche che è un leone. Le auguro con il cuore di farcela.
Che ciò nulla tolga al riconoscimento di grandi capacità, testimonia il fatto che, di alcuni autori e libri del catalogo Camunia (la sua creatura più sua, e anche più strategicamente pensata), Diabasis sarà la prossima casa editrice. Di altri vorrebbe poterlo essere.

Sottoscrivo in toto ciò che Alessandro ha scritto in questa mail eR – lettere n.58 Diabasis, spedita a soci, autori e nostri lettori, giuntami questa sera. In breve, nel 1998 Crovi, io in ospedale per la mia malattia, il Crohn, con un abile colpo di mano convinse, con arte, l’editore della rivista “Origini” (creatura mia e di Marisa Vescovo, quadrimestrale di segno e letteratura, Ed. La Scaletta – San Polo d’Enza, Reggio Emilia – tirata in 3500 copie ad ogni uscita – finanziariamente in attivo) … rivista che dirigevo letterariamente, di affidargli la direzione della stessa, riuscendoci. Io, tornato, preso atto del ‘golpe’, rimasi in redazione, ma mai, ovviamente, corse buon sangue col Raffaele nazionale. Nel 2000 la rivista naufragò, rovinosamente, dopo 14 anni di onorata attività. Ciò non toglie che auguri a Crovi un buon aldilà e che Giustizia Divina sia fatta (Gian Ruggero Manzoni).

6 pensieri su “Per certuni un personaggio ingombrante per altri uno “squalo”, per altri ancora un “benefattore”. E’ morto Raffaele Crovi…fu vera gloria per la cultura italiana?

  1. Interessante, come sempre, questo post di Gian Ruggero che – come sempre – scrive e dice le cose che pensa con franchezza e sincerità tipica del suo spirito romagnolo.
    Per quel poco che ho conosciuto Crovi non ho un ricordo piacevole, ma questa è un’altra storia, personale.
    Di solito poi da morti vengono tutti rivalutati e diventano intoccabili: ammiro questo post perchè non è retorico e le persone, nel bene e nel male, bisogna ricordarle come erano da vive…

    Un caro saluto e condoglianze ad amici e parenti di Crovi

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  2. Caro Gian Ruggero,

    forte come sei nel toccare la verità, perché scotta, ma del fuoco non soltanto si può avere paura..ho letto tutto d’un fiato.
    Potrei sommare un ricordo, dei contattie colloqui, e dialoghi -non dialoghi avuti con lui.
    Ma aggiungerei un’esperienza similare..preferisco ricordare la bravissima voglia e capacità di vivere nei territori del letterario con tutto il cuore e tutta l’anima, come lui faceva.
    Certo con le donne, non era tenero..e suggeriva dettami di poetica sempre (“così mi piacerebbe, il resto non mi tocca”), perché il rischio più alto nei poeti, diciamolo, è proprio questo: di filiare, come spieghi molto bene, e forgiare un popolo, dei figli fedeli (e conformi al giusto!),dediti all’idea QUELLA idea del padre.
    Così, senza neppure “volere” di esserlo,con coscienza come noi diciamo, ma sia la cultura contadina emiliana, fortissima, sia l’esperienza delle lotte intestine, perennic che affliggono le nostre aiuole, lo aveva convinto così..

    Ora i suoi libri, il suo impegno restano, come un ammestramento di servizio..e amore alla causa. Riposi nella pace.

    MPia Quintavalla

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  3. Quando una persona muore, ne vedo il corpo immobile, le mani incrociate sul ventre, immagine che finisco per associare alle grandi assenti della mia vita. Penso così alle persone care che lo piangono. Questo è il mio modo di stare loro vicino, pensando alla mia esperienza di dolore.

    Leggo ora del direttore di una rivista (Gian Ruggero Manzoni) fatto rimuovere approfittando della sua degenza in ospedale; e anche qui immagino il tempo e la passione dedicati a quell’impegno, e la rabbia, poi, il dispiacere, l’indignazione per un atto che non doveva compiersi, che non poteva, in una realtà che ci si aspetta che ne resti immune. Ma queste cose, invece (dico parafrasando il titolo di un articolo letto su Nazione indiana, a firma di Gianni Biondillo), fanno parte e da sempre anche di questo “piccolo, grande mondo” delle lettere. E “piccoli e grandi”, forse, lo si è un po’ tutti, seppure in misura diversa, talvolta, caparbiamente e volutamente diversa.
    Ciò ovviamente non basta per assolvere e auto assolversi.

    La domanda che mi pongo – riguardo a quegli intellettuali e operatori culturali che nascono poeti, scrittori, studiosi – è che cosa accade, quale molla potente, quale interesse incontenibile sospinge, nel tempo, oltre i confini naturali della propria passione letteraria – fatta di letture, di scrittura, di amori – oltre le strette esigenze di sostentamento, al di là della ragionevole ambizione a migliorare le cose che si fanno? Cosa scatta di così incontrollabile per azzerare di colpo sensibilità e consapevolezza della nostra infinitesimalità, come testimonia proprio la poesia qui trascritta? E’ il bisogno di affermazione, l’eccesso di generosità e di entusiasmo a fare entrare nella lotta, la convinzione di avere la giusta idea di editore, di narratore, di poeta, come dice più sopra Maria Pia?
    Non ho idea di quale sia la “giusta” misura di impegno letterario, tra iperattivismo presenzialista e condizione appartata, dedita solo allo studio e alla scrittura; penso però che ognuno di noi maturi nel tempo una sensibilità che lo avverte quando certi impegni, certi progetti, certe proposte di collaborazione magari su insistenza di terzi – stanno rompendo un equilibrio, la calma percezione del mondo e della nostra identità, dei nostri valori.

    Di Raffaele Crovi serbo il ricordo di quando teneva a metà degli anni ’80 una rubrica dedicata ai libri: la prima, che io sappia; ne ricordo la sapienza e la passione, nel brillìo del suo sguardo occhialuto e bonario; e la mia gratitudine di spettatore, pur nell’esiguo spazio televisivo, e nell’ovvia opinabilità dei gusti sui libri proposti.
    Penso ora, di nuovo, ai suoi familiari, e qualche no in più che andrebbe detto a sé stessi e a chi ci chiede, anche in buona fede, qualcosa in più di ciò che sappiamo o possiamo dare.

    Giovanni Nuscis

    (Raffaele Crovi – da: La vita sopravvissuta – Einaudi 2007)

    Il tempo futuro
    non è la tua vita futura:
    ci sarà chi al tuo posto
    costruirà e vivrà
    quel che chiamiamo avvenire.
    Futuro è il tempo di un verbo,
    futuro è uno spazio da esplorare,
    futuro è progetto
    di quello che verrà.
    Dei giovani e dei vecchi?
    Chissà.

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  4. Mi trovo concorde con Giovanni N. sull’assurdità di voler emergere a ogni dove.
    L’ambizione sfrenata, in qualsiasi campo, non la condivido, in realtà non riesco neanche a capirla.
    La finitezza della vita dovrebbe essere un monito per tutti noi.
    A Gian R dico che mi son trovata anch’io scippata del mio, e a tutt’oggi vivo ..monca, e posso capire, per quanto si sopravviva lo stesso, come ci si rimane. È un po’ come tarpare le ali a una farfalla. Confido sempre in una giustizia che va oltre il visibile immediato, e questo mi dà forza.
    Ciao

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  5. Putroppo la nostra bella società ci ha incultato l’illusione che se non primeggi ad ogni costo, se non hai successo in TUTTO sei un fallito. Ma dove sta scritto? Il giorno che l’uomo tornerà ad una dimensione più umana (scusate la tautologia ma penso che ci siamo capiti!) forse avrà risolto qualcuno sei suoi problemi.
    Concordo con Rina e Giovanni!La poesia, il mondo letterario sono solo uno specchio della vita reale di tutti i giorni.

    Un caro saluto

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