ASCOLTANDO LA NEVE

neve.jpgDare forma di sé; immagine – in qualche forma del mondo – della propria sostanza. Non di ciò che si perde ma di ciò che chiede di essere conservato. Questo può avvenire nella forma dell’arte, che è quella che più sintetizza, che più conserva.

Rappresentarsi. Specchiarsi in qualcuno, in qualcosa. Specchiarsi è parlare, riportare l’immagine e fermarla. Qualunque cosa essa sia. Lo chiedono gli spiriti buoni e quelli cattivi. Vedo adesso degli occhi che già conosco. Accanto a questa donna c’è una bambina down. Le immagini che passano dal finestrino non si fissano ma lo chiedono.

Se vedo i volti dei passeggeri capisco che stanno guardando con diversa intensità, con diversa consapevolezza. Le forme dell’arte sono specchi riflessi, l’arte concentra. Guardiamo cose che gli altri non vedono. Perché allora, da anni, anelo a questa conoscenza? Che cosa vedo adesso? Ciò che il mio sentimento in questo momento mi permette di vedere. L’arte è sentimentale, non vede oggettivamente. Le immagini che passano dal finestrino sfuggono al mio sentimento. E’ la musica in cuffia che le trattiene. E’ questa rabbia, questa indisposizione. Non possiamo cercare la gloria. La gloria mangia l’anima.
Perché maestro? Perché più di me, degli altri?
Eppure Ciaikovsky è stato distrutto dalla critica. E’ vietato essere sentimentali. E quindi non si può cantare. Ma perché, nell’interpretazione di Bernstein della sesta sinfonia, sento il dolore in tutta la sua asciuttezza, nel pianto trattenuto? Siamo noi che creiamo l’opera. Attenti alle classifiche. Attenti a sostenere che c’è un diritto naturale ad essere più grandi. I grandi sono dei gran bastardi. Prendono senza dire. Hanno bisogno di fagocitare per diritto ad esistere. In questo modo, noi santifichiamo la violenza del mondo, autorizziamo il metodo, le epurazioni della Storia. I veri grandi si spogliano, rimangono nudi e si fanno guardare: – sono tutto qui. Mi vuoi? –

Salviamo gli avanzi delle cose che restano, che non sono nostre. Forse qualcuno ci riserverà la stessa cortesia. Come ha fatto Platone con Socrate. Come hanno fatto gli amanuensi. Salviamo senza distinguere il grano dall’oglio perché in qualche futuro, forse, ci servirà nutrirsi dell’oglio, piuttosto che del grano. Se il grano non crescerà più. Se sarà diventato amaro. Noi non abbiamo il compito di assolvere. I nostri occhi non vedono tutto e spesso sono ciechi. Noi lavoriamo nella limitatezza del tempo che ci è stato dato. Verranno altri al posto nostro, prenderanno le nostre carte e le leggeranno. O le distruggeranno. La Bellezza diventerà questo ricordo, questa emozione del prendersene cura. Una sola parola superstite può diventare la visione del possibile, dell’immaginabile. L’oggi è un cimitero di tombe senza nome. Forse questa è la sua funzione necessaria.

Noi diciamo, siamo, vogliamo. Ci siamo noi e gli altri. Gli altri dicono, sono, vogliono. Ma è sempre lo stesso sguardo che rimane qui; è il rischio di Narciso che non vede. Il suo rovescio è Orfeo. Orfeo s/muove tutte le volte che sorride. La madre che guarda il bambino e sorride. E’ l’inizio del canto. E’ l’altro che si muove, il leone che si ferma ad ascoltare il fruscio del vento. Almeno per un momento. Non sempre, ma nel momento in cui sente un canto, una musica. Mistero della parola: quando essa guarda, rinuncia alla propria impronunciabilità e si spegne. E forse muore. Ma è aperta, spalancata. E’ una stanza bellissima dove molti possono contemplare i suoi lacerti e i suoi sommovimenti. I suoi assalti e le sue rinunce. La poesia deve permettere uno sguardo. La critica deve diventare sguardo dei fratelli maggiori che aprono le porte. Come si dice a un bambino che guarda le stelle: questo è il cielo; metti un segno. Di là c’è la terra.

Ascoltando la neve. Ma la neve non ha suono. Allora lo sguardo è sporgenza, apertura. Riusciremo un giorno a percepirne la musica, il soffio?

Sebastiano Aglieco
RADICI DELLE ISOLE

8 pensieri su “ASCOLTANDO LA NEVE

  1. La Bellezza diventerà questo ricordo, questa emozione del prendersene cura

    leggo “prendersi cura” come attenzione, come tendere a, come sguardo che si lascia toccare senza essere dominato da smania di possesso, come traguardo per riuscire ad ascoltare, o forse anche a vedere, la musica della neve.

    elena f

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  2. C’è anche, nell’immagine della neve che cade silenziosa, l’intenzione sottintesa di guardare gli altri, di accorgersi che cadono e si disfano, nel lampo velocissimo dell’apparire al mondo.
    Sebastiano

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