“I vini dolci non li vuol più nessuno” (Montale, “Satura”)

Sulla presentazione di Album feriale di Maria Pia Quintavalla da parte del critico Luigi Metropoli (7, 9, 2007)
di Giorgio Morale

A conclusione di tutto, Luigi Metropoli confessa:
“E’ stato un caos!”.
“Ma no,” faccio io “nel momento in cui si rappresenta, il caos diventa cosmos”.
Solo dopo avrei capito l’inconsapevole preveggenza contenuta in questa affermazione, il richiamo a La nascita della tragedia di Nietzsche e alla dicotomia apollineo-dionisiaco, che si sarebbe riproposta più volte durante la serata.

Salvatore spiega:
“Siamo partiti da una birra dei frati trappisti belgi, che non si beve fredda: è andata ad accompagnare salmone affumicato. Poi siamo passati a uno spaghetto filetti di pomodoro, foglia di alloro, peperoncino fresco e grattugiato di formaggio di pecora e capra, annaffiato con un verdicchio classico. Poi abbiamo assaggiato dei caprini freschi, con un sauvignon dell’Alto Adige; mentre con i caprini più stagionati e con la robiola di Roccavero abbiamo bevuto un barbaresco della cantina di Elvio Pertinace…”
“E pertinace era il vino” interviene Rosa.
“… per finire con cioccolato 75% di cacao e rhum vieux agricole della Martinica”.

La presentazione era cominciata con i saluti del poeta Franco Manzoni, che ha fornito una nota biobibliografica della poetessa Maria Pia Quintavalla, verso cui ha avuto parole di grande apprezzamento, tanto è vero che…
“E’ l’unica donna presente nella rassegna” ha dichiarato.
Luigi Metropoli poi avrebbe ripreso l’assist:
“Doppiamente onorato, a presentare una donna”.
Franco Manzoni ha avuto parole di apprezzamento anche per il critico:
“E’ uno pungente” ha detto.
E l’ha guardato.
Luigi Metropoli rideva, misurato, garbato.

Maria Pia Quintavalla ha presentato il critico, leggendone una interessante nota biografica.

Luigi Metropoli, invece, ha saltato le note biografiche. Avrebbe potuto parlare della biobibliografia di Franco Manzoni, ma è entrato subito in tema: è un libro tormentato, questo Album feriale, come dice nella premessa Franco Loi, ed il tormento presuppone un fare i conti con un vissuto, una ferita, un dolore. Superato nella catarsi dell’arte, come dichiarato dai versi di Pascoli in epigrafe: “E’ quella infinita tempesta/finita in un rivo canoro”. Lo stesso titolo dà la cifra del libro: “album”, come una serie di foto, un confronto con il passato, con la memoria, la famiglia. Un andare incontro a ciò che è stato, nello specchio della memoria. Mentre “feriale” invece dice un abbassamento del registro, il quotidiano. Ci troviamo infatti di fronte a istantanee di vita che compongono una narrazione in versi. Metropoli coglie un curioso ribaltamento rispetto a Romanzo di figure di Lalla Romano: il romanzo fatto di foto, l’album fatto di parole… Poi ha citato i riferimenti, Dante, Zanzotto… le figure dell’Album, il fiume, l’albero, il padre, la madre…

Il poeta Paolo Rabissi ha fatto un bell’intervento, definendo la figura della madre fantasmatica (ha ben altro rilievo, però, nelle altre opere di Maria Pia Quintavalla, e nel poema ancora inedito), in contrasto con la concretezza della figura del padre.

A un certo punto è successo un inghippo. Forse la poetessa e il critico si erano accordati su quale poesia leggere prima, non so se prima quella delle due sorelle e poi quella del fiume, o prima quella del fiume e poi quella delle due sorelle. Sta di fatto che il critico chiedeva a sostegno del suo discorso la lettura della poesia delle due sorelle e la poetessa avrebbe voluto leggere quella del fiume.

Bella, la lettura di Maria Pia. Guarda come legge bene, mi dicevo, ha una bella voce. E sta bene, sotto i riflettori. Anche la poesia era bella, a un certo punto pareva proprio di vedere una fotografia, veniva descritto l’abbigliamento delle due sorelle, ed era bello, sembrava di vederlo, tutto quel bianco dei vestiti.

“Leggi bene”, ho detto più tardi alla poetessa, davanti a un bicchiere di bianco.
E Salvatore ha confermato:
“Sì, mi sembrava di vedere il fiume. Non erano le onde, era lo scorrere del fiume. Bellissimo. E te lo dice un uomo di mare”.
E Rossella:
“E’ vero, si riuscivano a percepire spazi e vuoto”.
“Però ero emozionata” diceva Maria Pia. “Non amo la lettura teatrale, enfatica, né quella da disincanto civico”.
Io volevo intervistarla e le ho chiesto:
“Perché eri emozionata?”.
Maria Pia mi ha guardato strano.
“Cerchi il gossip?” mi fa.
Così ho rimesso il bloc notes nel taschino.

Il pubblico, circa venticinque persone, ascoltava attento, ogni tanto chiedeva a Maria Pia di avvicinarsi al microfono, sfuggente. A sorpresa si sono visti tra il pubblico il già citato poeta Paolo Rabissi, la poetessa Anna Lamberti Bocconi, che però a conclusione della presentazione sarebbe andata subito via, e la giovane poetessa Ilaria Secrì, bella, con capelli neri lunghi e ricci. Si notavano per la loro assenza Franz Krauspenhaar e Marco Saya, che sul blog lapoesiaelospirito avevano assicurato la loro presenza.
“Sì, tutti pazzi per Mary, scrive quello…” diceva Maria Pia.
Quello sarebbe Krauspenhaar.
“Io ci sono!” le ho detto.
“Perché cerchi il gossip” mi fa di nuovo.
E me lo dice anche in napoletano:
Nun me piace u gossip”.

Da quel momento in poi, la presentazione è andata avanti con una certa vivacità. Anche in questo caso ho pensato che era bella, questa interazione tra poeta e critico, che non si dà di frequente.
“Due o tre volte ti ho deviato l’argomento” diceva poi la poetessa al critico, mentre cercavamo un bar per un aperitivo.
“Avevo preparato un intervento” diceva Metropoli “quasi un saggio… è saltato un pezzo”.
A questo punto è venuta la confessione che ho riportato in apertura, e la spiegazione di Salvatore.
A cui è seguita l’esclamazione di Maria Pia:
“Ah, ecco perché era così solare, mi sorrideva tutto il tempo. Non sapevo, sicuramente, ho pensato, è di ottimo umore”.
Ma Rossella l’ha corretta:
“Non era solare, era dionisiaco”.
(Io però non mi ero accorto di niente, anzi ero rimasto colpito dalla scioltezza con cui Luigi Metropoli si muoveva nella vigna del testo, come chi l’ha abitata a lungo).
“Perché non me l’avete detto?” ha protestato Maria Pia. “Sarei venuta anch’io. Se m’invitavate a pranzo, mi mettevo in sintonia, sarei stata dionisiaca anch’io. Io amo l’estasi, mica mi accontento del primo gradino!”.

Intanto eravamo arrivati al bar Titanic e abbiamo ordinato del bianco, tokai. Abbiamo chiesto il parere a Luigi Metropoli, noto enologo, oltre che critico di poesia e appassionato di cinema, come può constatare chiunque visiti il suo blog, Vocativo.
“Per me” ha detto Metropoli “questo vino si potrebbe chiamare tanto tokai, quanto greco, o chardonnay… il solito bianco bananato di stile internazionale”.
Più tardi Maria Pia voleva prendere un secondo bianco e io l’ho guardata preoccupato. Ma Salvatore mi ha tranquillizzato:
“Va bene, va bene, il primo bicchiere non è pervenuto”.

Io tentavo di carpire qualche dichiarazione per scrivere un’intervista, ma ogni volta che tiravo fuori il bloc notes la poetessa interrompeva il discorso. Ha fatto tante rivelazioni (ad esempio come sono i poeti milanesi, cosa fanno i poeti milanesi, come si comportano i poeti milanesi, ecc.), ma alcune non le ricordo, alcune le ho perse, perché non riesco più a decifrare la mia scrittura. E poi i discorsi erano tanti, tutti interessanti, e s’incrociavano, si spezzettavano, si riprendevano.
Metropoli invece era accondiscendente, ma faceva dichiarazioni ermetiche, ad esempio:
“Tutto s’è svolto tra le radici e una nuova serra, però probabilmente il fiume portava su una vigna d’angelo”.
Oppure:
“Alla fine c’era un’anguilla che andava verso il mar dei Sargassi di ramo in ramo e poi di capello in capello”.
Però alla fine mi dà anche un’idea buona.
“I vini dolci non li vuole più nessuno. Da Satura di Montale. Questo è il titolo del tuo pezzo”.

A un certo punto ho sentito la poetessa dire qualcosa di importante:
“Io ho scritto tante volte della storia, il buco nero della storia”.
Ma appena l’ho guardata ha cambiato discorso. Ha addentato una polpettina e ha detto:
“Queste potrebbero essere ciappi ciappi, sai, quel cibo per cani”.

A un tratto ci siamo riscossi, perché abbiamo sentito calare una saracinesca.
“Senza dircelo ci hanno chiuso dentro” ha detto qualcuno.
Siamo andati subito via e appena fuori ci è venuto incontro un signore dello Sri Lanka che vendeva rose rosse. Ne ho comprata una e l’ho offerta alla poetessa, che si è illuminata.
“Mi hai conquistata! Io da oggi sono schiava d’amore” mi ha detto. “Puoi fare di me quello che vuoi”.
“L’intervista!” direte voi.
Invece no, ormai era tardi e siamo andati tutti a casa.

Ah, dimenticavo! Quando eravamo al bar Luigi Metropoli mi ha detto:
“Il tuo scritto, lo finirai così: ‘Ich nicht'”.

36 pensieri su ““I vini dolci non li vuol più nessuno” (Montale, “Satura”)

  1. Bellissimo, Giorgio, il resoconto. Mi dispiace di non essere potuto venire, difficilmente manco a questi appuntamenti. Purtroppo sono anima e corpo davanti al pc perchè devo consegnare un lavoro per lunedì. Saluto Luigi e Mariapia (che già ho incontrato) e alla prossima!

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  2. Bella la serata, Marco, non di quelle “ingessate”. Alla prossima, allora, magari per una serata musicale (l’altra volta alla Palazzina arrivai alle 21 invece che alle 18!).

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  3. Ci credo, Giorgio! e me ne dispiace, davvero. Avevo assicurato anche a Luigi, via mail, la mia partecipazione. cmq non mancherò for the next!

    Un caro saluto

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  4. Blackjack,in effetti potrebbe essere una buona strategia promozionale! La prossima volta ti avviso.

    Ginevra: la signora sì che se ne intende!

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  5. @Giorgio, perfetto però, mi raccomando: non chiedetemi di esprimere un parere altrimenti, per evitare figuracce, vi organizo seduta stante una partita di Black Jack…

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  6. veramente le visite totali sono seicentocinquantamila:-)
    grazie per il resoconto, Giorgio. sei uno dei pochi che comprano le rose ai signori dello Sri Lanka.

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  7. ah, shinystat:-)
    a quest’ora sono fuso, più di quel matto di Gian Ruggero: ma davvero hai tutti quei tatuaggi?:-)

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  8. Giorgio, enologo no, per essere enologi occorre una laurea in scienze agrarie e poi una specializzazione specifica, magari fare la tesi in enologia.
    Io mi definisco un degustatore indipendente 🙂

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  9. Bel resoconto!Peccato non aver potuto essere presente.
    Questa è Poesia e vale più di mille chiacchiere virtuali sul nulla… 🙂

    Un caro saluto e buona domenica!

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  10. Luigi, laurea o non laurea, per quanto riguarda vini e poesia mi fido di te a occhi chiusi.

    Ciao, Luca, c’incontreremo… un caro saluto e buona domenica anche a te!

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  11. … e d’altra parte sui “laureati”, poeti o critici che siano, ieri mi sono riletto Montale (I limoni, Ossi di seppia) (stavo cercando in Satura la poesia sui “vini dolci”).

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  12. Ciao Giorgio, se mi parli di vini…

    IL VELENO, di Charles Baudelaire
    da “I fiori del male”

    Il vino sa rivestire il più sordido tugurio

    d’un lusso miracoloso

    e innalza portici favolosi

    nell’oro del suo rosso vapore,

    come un tramonto in un cielo annuvolato.

    L’oppio ingrandisce le cose che già non hanno limite,

    allunga l’infinito,

    approfondisce il tempo, scava nella voluttà

    e riempie l’anima al di là delle sue capacità

    di neri e cupi piaceri.

    Ma tutto ciò non vale il veleno che sgorga

    dai tuoi occhi, dai tuoi occhi verdi,

    laghi in cui la mia anima trema specchiandovisi rovesciata…

    I miei sogni accorrono

    a dissetarsi a quegli amari abissi.

    Tutto questo non vale il terribile prodigio

    della tua saliva che morde,

    che sprofonda nell’oblio la mia anima senza rimorso,

    e trasportando la vertigine,

    la rotola estinta alle rive della morte!

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  13. Ciao, Carla, grazie per Baudelaire. A proposito di vini, ti segnalo il poeta che (mistico o non mistico) secondo me è il massimo, in fatto di ebbrezza, Rumi. Basti pensare, ad esempio, alla poesia che comincia così:

    “O cammelliere, guarda ai cammelli! Da un capo all’altro della carovana sono ebbri,
    ebbro il padrone, ebbra la guida, ebbri gli estranei, ebbri gli amici!

    O giardiniere! Il Tuono fa da menestrello, la Nube da copppiere, e ormai
    ebbro è il giardino, ebbro il prato, ebbro il bocciolo, ebbra la spina!

    Fin quando te ne starai a girare, o cielo? Guarda al girare degli elementi:
    ebbra l’Acqua, ebbra l’Aria, ebbra la Terra, ebbro il Fuoco!

    Così si presentan le forme, quanto all’intimo senso non chieder neppure:
    ebbro è lo Spirito, ebbra la Mente, ebbra la Fantasia, ebbri i Cuori!…”

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  14. Che bella la poesia quanto viene raccontata così.
    Vale di più un post come questo per darle vita di tante “esegesi” (pseudo)critiche che la vita e la poesia hanno dimenticato che colore hanno e che ritmo seguono.
    Mi allineo all’amico Luca (ehi, forse ricominciamo a rincorrerci per il web, dai, anche questo è più poetico di tante paroli informi fatte passare per versi) sia nel dispiacere per non esserci stati (Maria Pia, come dicono le guide turistiche, VALE IL VIAGGIO !!!)sia nel dare a un resoconto come questo – raffinato e garbato – il giusto valore.

    Berto P (ancora orfano del suo PC)

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  15. però,
    chissà che Djelal el Din Rumi non si riferisse all’ebbrezza provata per il contatto suo con l’assoluto, o con l’Assoluto, ad libitum…
    Forse non beveva manco un goccio.
    Chissà?
    Il corpo suo riposa a Konya e lo chiamano Mevlana Pascià.
    Se uno ci dice ad un muslim che magari El Din Rumi beveva alcoolici quello magari ti tira ‘no schiaffone.
    ( io dico, suppongo, tuttavia, che ‘l vin gli piacesse assai…)
    era per dire,
    tanto per dire

    MarioB.

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  16. Che Rumi sia davvero il cantore del vino lo dimostra anche l’adorazione che per lui ha Sandro Sangiorgi, una delle più raffinate, colte e argute penne dell’enogastronomia, nonché, forse, il più sopraffino naso-palato del panorama enologico italiano.

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  17. Grazie a Berto e a tutti gli intervenuti.

    Luigi, sono lieto della tua conferma su Rumi.

    Mario, il misticismo mi pare aggiunga ebrezza a ebrezza, infatti Rumi, bevesse o no, è insuperabile, per me, nell’ebrezza, proprio perché in lui essa diventa un fatto umano e cosmico insieme. Ma senza perdere, mai, una tangibilità quasi fisica, come succede sempre ai poeti, anche quando parlano di cose che non hanno vissuto se non con l’immaginazione.

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  18. Caro Giorgio, e cari amici,

    sono di ritorno ora, in questo istante, da Pistoia essendo partita domenica mattina per il Premio Contini Buonacossi, (premio speciale ad Album), supervincitore Scrignoli,), in una villa medicea con giardini rinascimentali, e dove dalle rose e quadrifogli uscivano musiche soffuse…Una regia superba,
    ma viaggi da sfinimento..

    Allora: il racconto è davvero l’antintervista, e solo un animo delicato come Giorgio poteva raccogliere tutte quelle note ( lo si vedeva a testa china, che pigliava appunti), e restituirle in una cosa leggera e scherzosa, ma piene di notizie dettagli, come sa fare lui..
    Concordo con Fabrizio: idem per le rose, cosa che mi ha stupefatto, e poi il lato roseo-rosae del gossip, è questo, insomma..e grazie da

    Maria Pia

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  19. Due cose, più da vicino(all’amico ed écrivain):

    il dopo teatro c’è tutto, e ci vuole mano molto fine a riprenderlo: i dialoghi,(tutti) e i soliloqui (alcuni), di Luigi, alla fine, sono deliziosi e poetici; è il colore che restituisci, compreso il non detto.

    Beh, a volte me lo ricordo un pò diverso, ma è il gioco del racconto(io di Franz, avrò detto “lui”,è più caro da dire, oppure sulle rose- una donna non usa la parola conquistare, o mi conquisti, la usa semmai un uomo;forse era, Ma se fai così…sono la tua schiava d’amore, etc
    = osservazionid da poeta, noti?o per maore del dettaglio
    Ma insomma è come un gran mazzo di rose, ora che ci penso, tutto il pezzo(io esclusa però dai vostri riti del vino, scurnacchiati…)
    Maria Pia

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  20. Maria Pia, mi fido più della tua memoria che della mia, anche perché la compagnia era piccola ma scatenata e nella sarabanda è più quello che ho perso che quello che ho trattenuto. E’ quello che succede quando si recita a soggetto, con attori che entrano ed escono dalla parte con tanta maestria! Purtroppo non avevo, come insinuava Salvatore, un registratorino in tasca, non è mia abitudine, e né la penna né la memoria poterono tener testa agli eventi. Altrimenti ben altro avrei messo su schermo!

    Lascio comunque così com’è il testo, in modo che il tuo commento possa giustamente interloquire con esso.

    E ancora grazie della serata!

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  21. Ci mancherebe altro, caro Giorgio!
    era una di quelle spiegazioni che una donna e/ o poeta dà, non richiesta,per vezzo. . accussì.

    Il tuo pezzo è amor di leggerezza, e bravura, e come spiega il buon Calvino dietro la leggerezza c’è il tanto.. La gaiezza era quella,e la bellezza delle battute velocissime anche..

    N.B.a proposito, la tua rosa troneggia con insperata forza e VIVE! sorprendente, di una vita propria: sta dritta ad ascoltare poesie e prosa, il fruscio del mare eccetera, e tutto trattiene e offre, com’è brava.
    The rose is the rose is the rose, ma questa picciridda e rossa, ancor più. Thank you, data la rima.
    Abbracio, MPia

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  22. che bello leggere queste cose! E bravo Giorgio (che non ti conosco, ma prendo appunti).

    sui vini, pur astemio, rilancio con Omar Kayyam.

    un saluto carissimo a tutti.

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  23. Un abbraccio, Maria Pia, e alla prossima (magari venerdì 21 settembre al Centro san Carlo di Milano alle ore 21…)!

    Grazie, Stefano. E sul vino ri-rilancio con Hafez, “Il libro del coppiere”!… Un caro saluto

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  24. Allora peccato essere dovuta andare via! Comunque io sono per un altro tipo di presentazione – un altro tipo di tutto – dove si BRUCIA di più. A parte le poesie della carismatica Maria Pia che sono davvero belle. Non capisco e non ho mai capito perché la poesia in pubblico debba sempre risultare con un’aura di vecchio, di sfigato… Di roba fra quattro gatti. Senza una tesi forte, senza una rivolta che sia qualcosa di più che “garbata”, scivolando così, coi microfoni fiappi… Boh. Ho trovato belli: Maria Pia, le sue poesie, Metropoli come ragazzo, anche se troppo accademico per i miei gusti, la location dell’Umanitaria, la tipa al tavolino dei libri. Tanti baci a tutti, e solo per stuzzicarvi un po’.

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  25. Sì, peccato, Anna, che tu sia andata via. Anche a me sono piaciute le poesie di Maria Pia e Luigi Metropoli (ma non come “ragazzo”, bensì come critico e come persona) e… altre cose di cui ho parlato su.
    In particolare, conoscere, nel prima e dopo-presentazione, Maria Pia e Luigi nella loro veste più informale… Ma anche la presentazione, del resto, non era proprio formale, per come l’ho vissuta io e per come ho visto coinvolte alcune persone (a parte i classici 25 gatti di manzoniana memoria e il microfono che scivola sempre)…

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  26. A proposito delle presentazioni e dei readings,

    c’è distanza, è vero, a volte notevole, tra il flusso di una lettura e le presentazioni, che suonano come esegesi, e forse per questo inconsciamente risposi, chiosai, creando un dialogo, (ma anche perturbando l’ordine, come scherza Giorgio);
    perlatro avendo ricevuto l’invito, da F.Manzoni, per “Poesiaduemila”, in quanto monografico, dunque sull’ultimo libro, mi trovavo per forza di cose, non ad una antologica mia, dove avrei potuto spaziare anche a volo,ma proprio su uno specifico.
    Sul fatto della gaiezza, che oggi non torna in diretta (non per caso c’è stata prima, e dopo!), ma è una riflessione sui readings allora che va fatta.
    Luigi Metropoli, poi, mi conosce da pochissimo tempo, e la performance vera e propria, nasce proprio dall’esperienza, dall’avere suonato insieme,(come nel jazz credo).

    Il racconto di Giorgio tiene il prima e il poi, forse perché una diretta della presentazione sarebbe stato impossibile, o superletteraria.
    MPia

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  27. Lontana da me l’idea di discutere temi così impegnativi come presentazioni e readings. A questa, io ci andai non intenzionato a far da cronista, che non è il mio mestiere. Ciò che scrissi fu uno scherzetto, e lo scrissi perché mi piacque: ancora adesso infatti, se lo rileggo, mi scappa da ridere, perché mi torna in mente ciò che accadde…

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  28. Ringrazio Anna Lamberti Bocconi per avermi trovato “bello”. Concordo con lei sull’aver “intonato” (visto che Maria Pia ha parlato di jazz) un parte troppo “accademica”, ma alla fine è risultata perfino troppo da teatro di rivista (non so fino a che ora è rimasta).
    In altre occasioni, muovendomi a braccio, è risultato meno accademico di questa volta. Ad ogni modo terrò presente, così da trovare il giusto equilibrio per una prossima presentazione 🙂

    Saluti a tutti e per chiudere trascrivo l’intero componimento montaliano, dalla sezione Xenia II di Satura:

    8
    “E il Paradiso? Esiste un paradiso?”.
    “Credo di sì, signora, ma i vini dolci
    non li vuol più nessuno”.

    E’ una ripresa del componimento 6, in cui si versa un vino che Montale chiama Inferno (non so se avesse a che fare con l’omonima sottozona valtellinese), evidentemente non dolce.

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  29. si, Luigi,
    l’inferno è un vino tipico della Valtellina Superiore!

    un trio da degustare con gusto (pieno):

    Sassella,Grumello e Inferno.

    🙂

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  30. Sì, Carla, conosco bene la situazione della viticoltura in Valtellina e i suoi vini (oltre alle 3 sottozone da te citate, nella DOCG del Valtellina Speriore ci sono anche le “minori” e meno note Valgella e Maroggia). Infatti mi chiedevo se anche Montale la conoscesse e quindi se Inferno fosse un riferimento preciso o una casualità.

    Personalmente sono molto perplesso dal “nuovo corso” dei rossi valtellinesi. Sulle tracce della maison Nino Negri (che, diciamolo, è gestita dalla GIV, Gruppo Italiano Vini, quindi ha ormai un processo in qualche modo “industrializzato” e non certo artigianale) molte altre case stanno generando “mostri”, vini muscolosi e poco eleganti, che poco si confanno alla tradizione valtellinese e all’uva utilizzata, la chiavennasca (come localmente è chiamato il nebbiolo). Lo sforzato in particolare è troppo… sforzato in tutti i sensi!

    Questa era una piccola parentesi polemica nei confronti di chi continua a perseguire risultati omologanti, con vini poco espressivi e incapaci di sorprendere e soprattutto privi di quell’idioma vernacolare che ogni vino di territorio normalmente dovrebbe parlare 😉

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  31. be’, Carla, a volte finisco per essere noioso se mi lascio trascinare dal discorso, quindi cerco di contenermi e, per l’opposto, potrei deludere per non aver accolto l’argomento.
    Così, nell’indecisione, non ne parlo troppo, se non con chi so che non si stanca di ascoltarmi 🙂

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