Luciano Bianciardi su Bruno Tasso: «Tradurre è un mestiere micidiale».

bianciardi.jpg«Vedi, forse tu non sai chi fosse Bruno Tasso. Era un mio amico, faceva lo stesso mio mestiere, il traduttore, e si ammazzò poco tempo dopo l’uscita de La vita agra».
«Perché?»
«Qualcuno dice che si ammazzò perché era alcolizzato o perché non andava d’accordo con la moglie o perché Garzanti l’aveva licenziato, ma non basta questo a spiegare le cose. La ragione vera è che faceva quel mestiere e ne era ossessionato fino al punto di decidere di farla finita. Perché, vedi, non tutti se ne rendono conto, ma tradurre è un mestiere micidiale che ti costringe ore e ore attaccato alla macchina da scrivere a cercare parole che poi tu presti ad altri. E spesso sono parole prestate a persone e a libri inutili e questo a poco a poco logora e uccide».

Questo stralcio di intervista a Luciano Bianciardi è andato in onda all’interno della puntata di Blob di venerdì 31 agosto 2007.
Non mi pare ci sia altro da aggiungere, se non che quando ho visto questo filmato ho sentito il classico nodo in gola e nessuna voglia di parlare. Credo che la verità, talvolta, tolga le parole.

Dopo aver seguito questa intervista con un’emozione difficilmente descrivibile mi sono posta una serie di domande. Fermo restando che non si sta parlando di lavori usuranti, di scavi in miniera, di mestieri – me ne vengono in mente un centinaio – davanti ai quali sono la prima a chinarmi e a soffocare qualsiasi lamentela, vorrei lanciare una provocazione (ammesso che lo sia), stimolata dalle parole del grande scrittore/traduttore.

«Persone e libri inutili» dice Bianciardi. È forse questo il motivo della frustrazione e del senso di alienazione che talvolta caratterizzano la mia professione? O è il fatto di lavorare continuamente con le parole degli altri? Bianciardi era anche uno scrittore. La mia domanda – provocatoria quanto volete, ma per me necessaria – è: chi scrive vive con maggiore insofferenza la traduzione o no? Chi traduce, costretto a ritmi incredibilmente serrati, costretto comunque a trascurare la propria scrittura, non sviluppa forse un profondo rapporto di odio-amore nei confronti della traduzione o questo è indipendente dalle passioni del traduttore? Quanti «libri inutili» si traducono? Quante ore si passano a cercare, a scegliere, a meditare su «parole inutili» di cui non rimarrà nulla? Come può, uno scrittore che traduce, non soffrire di questa «inutilità»? E come può a un traduttore – pur non essendo scrittore – risultare tollerabile l’indifferenza con cui viene trattato dagli «addetti ai lavori»? Mi pare che ai traduttori l’editoria riservi solo una serie di alfa privative.

bianciardi_legge_vita_agra.jpgL’immagine che vedete qui a sinistra è tratta da un filmato che ho trovato in rete, e precisamente su: Riaprire il fuoco: si tratta di Luciano Bianciardi che legge un’antologia di brani tratti dal capitolo X e XI di La vita agra. Vale la pena di vederlo.

72 pensieri su “Luciano Bianciardi su Bruno Tasso: «Tradurre è un mestiere micidiale».

  1. scusa Gaja, mi viene una contro-provocazione : chi dice che le parole o i libri del traduttore diventato scrittore sarebbero meno inutili?
    forse nella traduzione come in ogni nostra attività, pensiero, parola scritta o pronunciata, gesto, bisogna cercare ciò che rimane, come il cercatore d’oro setaccia quintali di sabbia per trovare poche pagliuzze di valore, così noi nei milioni di parole dette, ascoltate, scritte e lette, tradotte ne potremo pronunciare o trovare forse una soltanto che resti davvero , se la trovassimo tutto il lavoro non sarebbe stato vano.

    un abbraccio

    elena f

    Mi piace

  2. Che dovrebbe fare allora un editore? Uno che dà spazio a cose come Melissa P o Pornoromantica, la cui massima utilità è di fare da supporto a una pippa? La verità è che è lo spreco della propria vita che uccide, non il lavoro.
    Il lavoro è per la pagnotta, dà da vivere.

    Mi piace

  3. @ Elena: bella, la tua controprovocazione. Trovo che sia anche giusta, in un certo senso. D’altra parte, se ci sono traduttori che traducono parole inutili, ci saranno stati scrittori che le hanno scritte, quelle parole. Il problema portato alla luce da Bianciardi e che io sento molto (e questo mi dà l’opportunità di ricollegarmi a quanto dice Valter) è che davvero si ha l’impressione di “sprecare” la propria vita dietro a certi testi, a certi ritmi…

    @Valter: hai ragione! Il punto è che io non sono mai riuscita – lo dico sinceramente – a dedicarmi a un lavoro senza esserne davvero coinvolta, senza appassionarmi. Non sono mai riuscita a separare la pagnotta dalla passione. Ci ho provato, ho provato a ragionare così, a sorvolare sulla mia sensazione di inutilità, ma mi sono resa conto che passare anche 12 ore al giorno davanti al computer in compagnia del nulla è difficile e frustrante. So di non essere l’unica, e infatti mi guardo bene dal sentirmi una martire. Ho amato questo lavoro, visceralmente, solo in due occasioni: quando ho tradotto due libri davvero notevoli, che avrebbero meritato di più. Ricordo che ero felice di svegliarmi, al mattino, e di trovare quel tale romanzo ad aspettarmi. Ero parte di una creatura, stavo contribuendo a portarla alla luce. Mai come in quell’occasione il lavoro è stato un “gioco”. Sono passati anni da allora, e non mi è mai più capitato. Non posso non condividere quel che sostiene Bianciardi… Tu dici che il lavoro dà da vivere. Io ti garantisco che nemmeno lavorando 12 ore al giorno, senza sabati né domeniche, a volte si riescono a mettere insieme mille euro al mese (ma che dico mille… Mille quando va bene…). Questa è una delle tante alfa privative che ci riserva il mondo dell’editoria. Vogliamo parlare dell’invisibilità? Ma è naturale! I libri si traducono da soli, no? Ciao, Valterone, un bacio speciale!

    Mi piace

  4. Gaja hai fatto bene a riproporre Bianciardi. Intellettuale dimenticato troppo in fretta, che si è autodistrutto. Putroppo non ho visto in TV quell’intervista; ultimamente vedo sempre meno la televisione e mi perdo anche quel poco che c’è di buono.
    “La vita agra” è secondo me un libro molto interessante (anche se io preferisco Mastronardi, Volponi e Ottieri), frutto di una certa civiltà e di una stagione che ha segnato irrimediabilmente il Nostro Paese i cui frutti malsani ci portiamo dietro ancora oggi.

    Grazie e un caro saluto

    Mi piace

  5. Luca, è stato un caso aver visto quell’intervista. È durata meno di due minuti, credo, e una fortunata coincidenza ha voluto che in quel preciso istante io passassi davanti alla televisione. Mi pare – posso sbagliare – che Bianciardi stia di recente godendo di una certa attenzione, ma – credo – non come meriterebbe. Per me “La vita agra” è un testo fondamentale. L’ho amato moltissimo, non avrei potuto fare altrimenti. E mi sono lasciata avvolgere dalla personalità di quest’uomo che non si aspettava il successo che lo travolse come scrittore e che tornò a “nascondersi” nella traduzione per cercar di recuperare una dignità che sentiva di poter difendere solo con “l’invisibilità” garantitagli – per l’appunto – dal suo mestiere. (periodo assolutamente contorto, ma spero di essermi spiegata comunque… ;-))

    Mi piace

  6. A me sembra un’assurdità che uno si suicidi perché -logorato- (..ma siamo seri) dal mestiere di traduttore.
    Che non ci siano gratificazioni in genere sul lavoro ..mi sta bene, ma le ragioni che potrebbero portare a una follia del genere si devono ricercare piuttosto nella fatica di vivere, che potrebbe , dico potrebbe, annientare fino a certi livelli.
    Saluti

    Mi piace

  7. Chissà, Rina. Tu potresti avere senz’altro ragione: però sono proprio le persone più sensibili (o le più innamorate della vita, quelle, quindi, che devono scontrarsi con una realtà che tende comunque a soffocarne gli entusiasmi: e non mi riferisco solo a chi traduce, ovviamente) ad ammalarsi con più facilità di depressione. Quindi, sai, non è poi così assurdo, quantomeno secondo me, e conoscendo piuttosto bene i meccanismi di questo lavoro, che un mestiere “micidiale” riesca ad annientarti fino a quei livelli, se sei particolarmente vulnerabile. Mi rendo conto, d’altro canto, che non tutti possano trovarsi d’accordo sulla definizione di “micidiale” abbinata alla traduzione.

    Mi piace

  8. Domenico, nel post ho precisato proprio questo: “Fermo restando che non si sta parlando di lavori usuranti, di scavi in miniera, di mestieri – me ne vengono in mente un centinaio – davanti ai quali sono la prima a chinarmi e a soffocare qualsiasi lamentela”. Sono io la prima a rendermi conto di certe differenze, e, ribadisco, non intendo atteggiarmi a martire. Il mio scopo era tutt’altro: quello di cui parlo è il mio lavoro, è la sola cosa per la quale ho titolo di parlare e/o di scrivere e lo faccio volentieri su questo blog che parla di poesia e di letteratura. Per quanto riguarda il mio lavoro mi sento in diritto di fare certe affermazioni, naturalmente senza voler mancare di rispetto a nessuno. C’è sicuramente chi si sacrifica più di me (per quanto alla fine della giornata anche io non è che sia un fiorellino di campo: lo stare davanti al pc tutto il giorno, dimenticandosi quale sia l’ultima volta in cui si è usciti a prendere una boccata d’aria, non è propriamente un comportamento salutare: e credimi, non sto esagerando) e per questo merita tutta la mia ammirazione. Ma, ribadisco, est modus in rebus. Non c’è nulla di “umano” nel tradurre sei libri in sette mesi per mettere insieme otto/novecento euro al mese (secondo i calcoli fatti alla fine dell’anno). Scusami se insisto, ma il lavoro intellettuale *può* eccome essere logorante.

    Mi piace

  9. certo Gaja, ti capisco, anch’io sto otto ore al giorno a tradurre e so bene cosa intendi. ma io vedo mio padre e dico: sono fortunato perché ho tempo – più di lui, di certo -, perché ha cinquant’anni e ne dimostra dieci di più, perché va avanti ad analgesici eccetera. però sottentra anche l’alienazione che questo lavoro comporta, i ritmi, il rapporto con la macchina, la rarefazione sociale e chi più ne ha più ne metta. ciao

    Mi piace

  10. “Scusami se insisto, ma il lavoro intellettuale *può* eccome essere logorante.”

    Gaja, sono totalmente d’accordo con te e penso che sia uno dei mestieri più “impegnativi” se si vogliono ottenere dei risultati apprezzabili. Io stavo sulla chitarra anche 18 ore al giorno, a 25 anni per 400.000 lire al mese e vivevo di uova sode. Ora mi escono dalle orecchie 🙂

    Mi piace

  11. Rispondo alla domanda (che non mi sembra affatto una provocazione) con un piccolo bagaglio di esperienza di traduzione di tre libri, uno di saggi, uno di racconti e un romanzo. E con la prospettiva lavorativa di tradurne almeno altri 4. Credo che molto dipenda in primo luogo da cosa si traduce e da chi viene tradotto. Vero è che anch’io, dopo un’ora passata a fare ricerche su un’espressione americana che non mi è chiara, inizio a desiderare di prendere a schiaffi l’autore. In realtà poi mi accorgo che vorrei solo prendere a schiaffi me per la mia incopetenza. Credo che di fronte ad un testo altrui da tradurre ci si debba porre con la massima umiltà: in questo mi aiuta una poesia di Magrelli che paragona il traduttore ad un imballatore. Magari ci sono (e ci saranno sempre) libri inutili (ma bisognerebbe vedere quali… e soprattutto in relazione a chi…) ma quando si accetta un lavoro di traduzione lo si fa per necessità (non parlo di soldi, anche se l’aspetto economico meriterebbe un discorso a parte). Tradurre un libro è impossibile, però è necessario farlo (per divulgarlo a chi non potrebbe leggerlo in lingua originale). Ergo si parte già sconfitti. Nella traduzione poi molte cose si perdono (e chi traduce si perde in esse). Credo che l’importante sia focalizzare un risultato che si vuole ottenere e cercare di avvicinarsi il più possibile ben sapendo che non sarà mai, per ragioni fisiologiche, perfetto. Meglio imparare a convivere con l’imperfezione (nostra, del testo, della lingua?) piuttosto che tacere del tutto.
    Un dato pratico: io posso asserire che se non disponessi di internet e delle sue risorse mai e poi mai sarei riuscito a svolgere il lavoro che ho svolto. Innegabile il fatto che adesso, grazie alle risorse della rete, fra dizionari online di ogni slang, idiomi, frasi fatte, espressioni colloquiali etc tradurre sia più facile e richieda meno tempo.

    Mi piace

  12. Non sono d’accordo. La depressione non ha niente a che vedere con supposti logorii esistenziali, come dice giustamnete Domenico, penso piuttosto che un logorio fisico, quelllo sì potrebbe essere paradossalmente alla base. Non si fa finita perché non si è contenti ..sennò dammi un indirizzo dove vendono un’arma ad effetto rapido… 😉
    Il lavoro intellettuale, come dici sotto, non ti fa vedere il sole e probabilmente non ti gratifica neanche economicamente. Poco compenso rispetto alla fatica.
    In conclusione, se si è stanchi psicologicamente ..non ci si ammazza di sicuro. La stanchezza fisica, quella gioca un brutto tiro, vedi.
    Tranne casi di problemi legati a una patologia non ci si ammazza perché non si arriva che al cinque del mese senza sorrisi personali.

    Mi piace

  13. @Domenico: sono contento che tu mi capisca, contenta di star parlando con un traduttore. Lavorare davanti al pc 12 ore al giorno, tutti i giorni, può davvero costituire una quotidianità alienante. E l’alienazione può portare alla depressione.

    @MarcoSaya… e ci credo! Abbiamo una curiosa affinità sulle uova sode, allora! 😉

    @MarcoSimonelli: bellissimo commento, meriterebbe una risposta più articolata della presente, ma proverò a essere all’altezza delle tue osservazioni. L’umiltà: giustissimo. L’umiltà è la dote *fondamentale* con la quale porsi di fronte a un lavoro di traduzione (e non solo: è la dote fondamentale con la quale porsi nei confronti della vita, anche se vince sempre “chi si sa vendere” pur non sapendo fare). Il che non significa che il traduttore debba essere “invisibile” (soprattutto per gli addetti ai lavori, intendo). Le parole del libro italiano – che lo si voglia o no – appartengono al traduttore. Ricordo uno scrittore irlandese, Cònal Creedon, venuto a presentare il suo romanzo all’ambasciata irlandese in Italia. Durante la presentazione disse al traduttore, Fiorenzo Fantaccini: “Questo è il *tuo* libro”. Quanto ai libri inutili, intendo questo aggettivo alla maniera di Bianciardi: libri di cui non rimarrà nulla, libri dimenticabilissimi, scadenti, mere operazioni di marketing. sono d’accordo sull’impossibilità – ma sulla necessità – di tradurre un libro, è una cosa che ho sempre sostenuto. Sono d’accordo su tutto quanto si perde (il minor numero di cose possibile, si spera) e ciò rientra in quelle che io chiamo “alfa privative”. Sull’importanza di internet sottoscrivo in pieno: e ciò mi fa ammirare ancora di più il lavoro di traduttori come Bianciardi o Bruno Tasso.

    @Rina, scusami, ma secondo me è proprio quando si è stanchi psicologicamente che ci sono più probabilità di cedere alla disperazione. Si chiama male oscuro non per niente. La stanchezza fisica va bene, però se si è stanchi nel corpo ma sereni nella mente difficilmente ci si ammazza.

    Mi piace

  14. Gaja, il discorso è troppo complesso. Esplicitarlo qui è difficilissimo. Comunque non mi riferivo a quel tipo di stanchezza fisica che passa con una dormita..
    Ciao e grazie

    Mi piace

  15. Spesso il male di vivere ho incontrato

    era il rivo strozzato che gorgoglia

    era l’incartocciarsi della foglia

    riarsa, era il cavallo stramazzato.

    Bene non seppi, fuori del prodigio

    che schiude la divina Indifferenza:

    era la statua nella sonnolenza

    del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

    Mi piace

  16. Sui libri inutili non saprei… forse sono io che non ti seguo, o forse più semplicemente è proprio impossibile stabilire adesso quali siano inutili o quali utili. E’ un fatto che l’utilità di un testo muta col tempo. L’editoria poi è ANCHE un’industria e quindi ci sono delle leggi di mercato, delle strategie, tutte cose che però (almeno per ora!) esulano dalle mie conoscenze. Quando traduco io magari alle volte mi sento anche “scrittore” ma a me piace pensare di essere un “doppiatore”. Presto la mia voce italiana all’io narrante del testo da tradurre e son contento se vedo che ci sono poche sbavature e che più o meno le labbra sono sincronizzate quando parla lui e quando parlo io.

    Inoltre: per esperienza personale posso dire che quando malauguratamente passa per la testa l’idea di farsi fuori, essa passa per motivi che con l’impiego o il non impiego hanno magari connessioni solo apparenti. L’idea arriva da più sotto, o più dentro. Suppongo un poco dalla percezione di sè. Nove anni d’analisi freudiana e tutto ciò che posso dire sull’argomento è solo lo spot del mentadent: “E’ meglio prevenire che curare”. Imparare a prevenire l’idea di distruggersi comporta uno studio e una disciplina. Soprattutto, temo, comporta il porsi una domanda tremenda come “chi sono?”

    Mi piace

  17. @Eugenio: grazie.

    @Marco: non so mica se sei tu a non seguire me o io a non spiegarmi bene. Magari è la seconda che ho detto!;-) Sull’utilità o l’inutilità di un testo io resto fermamente dell’idea che certi libri sono inutili ora e lo rimarranno anche dopo. Ne ho tradotti parecchi, di libri così. Quanto al suicidio e al male di vivere, purtroppo posso parlarne per conoscenza diretta. Semplicemente io non mi sento di escludere che un lavoro logorante possa esercitare su una personalità vulnerabile un’influenza, in tal senso, nefasta. D’altra parte, quando quel lavoro occupa più della metà del tuo tempo da sveglio/a è difficile considerarlo solo “una parte” della tua vita. Le parole di Bianciardi a me non sembrano così fuori dal mondo, ecco. Ti abbraccio (e ti auguro buon lavoro, collega!)

    Mi piace

  18. La traduzione tecnica può pagare, quella letteraria invece è meno che sottopagata. Se qualcuno conosce un editore italiano che paga bene le traduzioni letterarie me lo dica. Sarebbe per me una notizia. Tanto bella quanto inaspettata, anzi, ormai insperata. Del resto il settore editoriale in Italia è quello che è, ho visto traduttori con trent’anni d’esperienza e una cultura formidabile fare fatica ad arrivare a fine mese lavorando tantissimo (questo parlando del denaro e lasciando da parte tutte le altre considerazioni riguardo alla possibile soddisfazione/gratificazione).

    Mi piace

  19. Dimenticavo, un saluto solidale anche da me, Gaja. A te e a tutti i traduttori(e non venga ora qualcuno a dire perché non ai metalmeccanici, ai muratori, ai minatori,… ora si parla di traduttori ed è ai traduttori che lo mando, quando si aprlerà degli altri lo manderò agli altri, uffi)

    Mi piace

  20. @Gugl: se ti riferivi a me, ti ringrazio e ricambio il saluto.

    @Matteo: sottoscrivo tutto. Conosco decine di traduttori tecnici in condizioni assolutamente diverse dalla mia.

    @Marina: a me è capitato solo due volte, come ho già scritto, di sentirmi ripagata e gratificata dal mio lavoro: è stato quando ho dato alla luce la versione italiana di due libri magnifici. (la percentuale è scoraggiante, visto che ne ho al mio attivo una trentina, circa)
    Quanto al pagata mi permetto di precisare: sotto-pagata, purtroppo.
    Concordo con la tua osservazione sulla poesia: davvero “da livido estremo”. E condivido in toto la tua frase conclusiva.

    Mi piace

  21. Matteo, ho letto il tuo saluto un secondo dopo aver inviato il mio commento. Grazie infinite. Era esattamente quanto intendevo dire io: nessuno vuol mancare di rispetto a chi svolge dei lavori usuranti, ci mancherebbe.

    Mi piace

  22. @Marina, cosa intendi con “lavori di base”? Io so che la traduzione letteraria è trattata indegnamente sotto il profilo economico. Ma hai ragione da vendere se ti riferisci al fatto che la cultura non paga.

    Mi piace

  23. una sola cosa: la depressione è una malattia e come tutte le malattie non guarda in faccia nessuno, (ovviamente non parlo di malattie professionali propriamente dette) la depressione colpisce chiunque: casalinghe, operai, intellettuali e tanti altri (anche i bambini, pare) è, diciamocelo, democratica. Poi sono d’accordo che un lavoro intellettuale può essere usurante così come fare l’operaio, c’è il cosidetto mal di schiena dell’impiegato, il tunnel del carpale, le patologie legate alla vista per lo sforzo di guardare un monitor ecc… sicuramente le patologie fisiche sono molto più rilevanti nell’operaio, anche i rischi di lasciarci le penne e questo sì che fa la differenza! Un intellettuale non andrà incontro a una morte “bianca” a meno che non ci sia un cavo scoperto del PC e ne resti fulminato! Ciao Lucia
    Scusate la lungaggine. Ciao Lucia

    Mi piace

  24. Quello che ho capito io, sulla mia pelle, è che la depressione non è generata dalle condizioni di vita, di lavoro, che possono essere comunque una concausa, ma non la vera causa. La causa è la mancanza di affetti, che ha sempre radici nella primissima infanzia. Una persona che ha preso forza dagli affetti, trova le soluzioni, sa organizzare la sua vita nel modo migliore.

    Mi piace

  25. Per Gaja
    Casualmente ho commentato sotto un altro post sulla traduzione, cliccando sul mio nome lo potrai leggere. Risulta chiaro che
    apprezzo il lavoro, tutt’altro che superficiale, del traduttore perché ho imparato per gioco a conoscerlo e a notarne nel mio piccolo le sfumature. Ciao

    Mi piace

  26. @Lucia: concordo assolutamente. Non si sta parlando di depressione in generale, infatti.

    @Orazio: credo che abbiamo anche qualche amico in comune (leggo spesso il tuo blog). Ironie a parte, lungi da me – e spero si sia capito, perché mi pare di averlo spiegato a sufficienza – sostenere l’equazione traduttori=malati di depressione. Ho semplicemente detto – e lo ribadisco – che in persone particolarmente vulnerabili, il tradurre a ritmi forsennati (e i miei sono tali, anche se non sono malata di depressione) e tutto ciò che la traduzione letteraria comporta (a livello economico, di gratificazione, di sacrificio, di rapporti con gli editori e/o revisori ecc. ecc.) può davvero essere “troppo”. Io condivido le parole di Bianciardi. Tutto qui. Mi rendo conto che non tutti possano farlo, e ciascuno ha diritto alle sue opinioni. Come me. Che poi la depressione sia democratica, come sostiene Lucia, è verissimo. Ma, ripeto, io ho i titoli per parlare di traduzione e del contesto in cui è inserita, e questo faccio, senza nulla voler togliere alle altre professioni e ad altri mestieri senz’altro più usuranti. Cosa c’è di così *incredibile* nel ritenere la traduzione un mestiere “micidiale”? Io non fatico a sostenerlo, lo vivo sulla mia pelle e chi mi sta vicino e mi conosce sa che è vero, data la vita che faccio. Il resto sono solo chiacchiere o – per l’appunto – ironie gratuite. Io ho la consapevolezza di aver postato un pezzo in cui credo, e *seriamente*. Se poi c’è qualcuno che non condivide, va benissimo. Il confronto motivato e argomentato tra persone civili è sempre un modo per arricchirsi e io, per mia natura, non ho e non ho mai avuto la pretesa di convincere nessuno.

    Mi piace

  27. @Rina: grazie davvero per l’attenzione che dedichi al lavoro del traduttore. Il che non è affatto una piccola cosa, anzi. Se tutti i lettori facessero come te, forse per noi qualche alfa privativa comincerebbe a scomparire. Per esempio quella dell’invisibilità. Sarebbe bello che un lettore, prima di comprare un libro, guardasse da chi è stato tradotto per accertarsi della validità della versione italiana. Ci sono nomi che sono una garanzia (mi viene in mente Susanna Basso, per esempio). Ma mi rendo anche conto che se il grande pubblico non viene “invogliato” ad apprezzare questo aspetto dagli addetti ai lavori (i recensori, ad esempio), la cosa non è poi così semplice. Ti abbraccio.

    Mi piace

  28. Gaja: scusa se non l’ho detto prima non volevo assolutamente dire che il lavoro del traduttore sia un lavoro “facile”, anzi al contrario penso che sia faticoso e difficile e si assume anche responsabilità non indifferenti: non ‘tradire’ l’opera che si traduce, il pensiero ma anche la bellezza e il suono delle parole. Certo sarebbe meglio per tutti leggere le opere nella lingua originaria ma … per fortuna, parlo per me, che ci sono i traduttori altrimenti come avrei potuto leggere scrittori come Amos Oz, Saramago, Pamuk e tanti altri. Insomma è importante che ci sia il panettiere ma non si vive di solo pane! Ciao Lucia

    Mi piace

  29. @Lucia, no, non ti preoccupare! Avevo capito. Hai perfettamente ragione su tutto quanto hai scritto e ti ringrazio: in realtà la penso come te. L’ho anche scritto in un commento in risposta a Marco Simonelli. Un abbraccio!

    Mi piace

  30. Gaja, era solo una battuta “alla toscana”, non un modo per non prendere sul serio quello che hai scritto. Tra l’altro adoro Bianciardi, sia come scrittore che come traduttore. L’uso dell’iperbole è un espediente retorico per dire qualcosa di vero, ma si presta anche allo smascheramento ironico dell’espediente stesso, no? La qual cosa non significa negare la verità che gli soggiace.

    Mi piace

  31. credo che chi scrive, se vive praticamente di un lavoro extraletterario, in genere non coinvolgente emotivamente, ma che serve a portare a casa ” ‘o ppane”, come dicono a Napoli (dall’avvocato Tessa all’ingegner Gadda, da Kafka a Walser, etc.), abbia sempre la consapevolezza di una situazione schizofrenica, che, in fondo, non è del tutto scontento di non riuscire a sanare …

    Mi piace

  32. dimenticavo, colpevolmente: Bianciardi resta una delle voci più lucide del secondo Novecento – peccato che, tra i tanti Meridiani “inutili” (Bellonci docet, etc.), non si sia dato spazio alle sue opere

    Mi piace

  33. @Enrico e Domenico: e per chi scrive e traduce? Secondo voi, in questo caso, la situazione schizofrenica non ha luogo? Mi interessa la vostra opinione! grazie!

    Mi piace

  34. Gaja, la vuoi elevata alla quarta?
    il dolore del “fuori luogo” o del piccolo schiavo della pagnotta è sempre immenso e, tuttavia, forse sopportabile come hanno dimostrato gli esempi sopra citati. la PAGNOTTA, Gaja, la pagnotta dovrebbe essere ben pagata! e per tutti!

    Mi piace

  35. forse nel caso del traduttore la “tortura” è ancora più sottile: si lavora sempre a un livello sottosoglia alla vera creazione, quasi quasi la si vede, e là, ma non la si può raggiungere. donde la frustrazione, specie per chi vorrebbe volare, come te credo, Gaja.
    ciao

    Mi piace

  36. @Domenico #49: non aggiungo nient’altro a questa accuratissima “fotografia” della condizione del traduttore. A parte, naturalmente, che condivido anche gli spazi bianchi tra una parola e l’altra.

    @Marina #50: altroché. Alle volte i traduttori riescono addirittura a migliorare un testo. Ci sono poi anche quelli che lo peggiorano, e un discorso a parte meriterebbero i revisori, cui non spetta nemmeno il nome sul frontespizio. Figure professionali preziosissime per il traduttore. (ci sono delle eccezioni, naturalmente, anche tra loro).

    Mi piace

  37. @gaja
    credo dipenda da ciò che si traduce (in fondo condivido i nn. 49 e 50); nel complesso, però, se traduco Pennac (che pur non amo) credo ci sia meno schizofrenia che nel metter giù un ricorso in materia tributaria o istruire una denuncia di successione (quel che mi tocca)- tuttavia (rovescio della medaglia) anche universi para- e/o omniburocratici possono fornire materia per la dimensione letteraria (Misteri dei ministeri, di Frassineti, etc.)…

    Mi piace

  38. @Enrico: sono d’accordissimo. Infatti in uno dei commenti precedenti ho scritto che in due casi questa sorta di “schizofrenia” professionale era completamente scomparsa. Sì, dipende *moltissimo* da ciò che si traduce. E, tutto sommato, credo sia precisamente ciò che sosteneva Bianciardi quando parlava di “libri inutili”.

    Mi piace

  39. Faccio questo mestiere da poco e ancora non so dire con certezza se mi permetterà di vivere; ma per anni, prima, ho fatto altri lavori fra cui l’insegnante, il redattore (con tanto di contratto giornalistico e tesserino di profesionista), ma sono andato anche a fare le pulizie, a vendere assicurazioni… beh, a vario titolo tutti questi mestieri erano soul crushing (la sede mi giustifichi l’espressione), ma soprattutto quelli del “giornalista” (nella c.d. “stampa tecnica”) e dell’insegnante: incomparabilmente più che non la traduzione. Il fatto, con la traduzione, di non poter pagare le bollette e il mutuo di casa (se la mia situazione dovesse corrispondere a quella di Gaja, come lei la racconta), ecco, questa sì è cosa che mi deprime e mi angoscia molto.

    Ora, è vero che io non albergo ambizioni letterarie e dunque non sono soggetto a quel certo tipo di schizofrenia nel fare il ventriloquo di parole altrui: ma Bianciardi, parlando di Bruno Tasso, in primo luogo parla dal romanziere che è – lo faceva sempre, anche scrivendo di calcio o degli spettacoli della tv – , in secondo luogo (e mi pare evidente) parla di se stesso. La traduzione, in un modo o nell’altro, è uno schermo o una metafora di qualcos’altro.

    Mi piace

  40. Duff Lucking, ti capisco quando dici che hai fatto un sacco di altri lavori: anche io ho insegnato, sono stata redattrice (in varie case editrici, non in giornali o riviste, però), sono stata segretaria del socio anziano di uno studio legale internazionale (cosa che… vabbé, lasciam perdere…;-)) Ti garantisco che la traduzione – e tutto quanto comporta, perlomeno per me – *è* “soul crushing”, se la si affronta con certi ritmi che ti tolgono il fiato e che non vengono compensati *da nulla*. Nemmeno dal tuo nome, puro e semplice, sulle recensioni.
    Mi interessa la tua affermazione conclusiva: in che senso la traduzione sarebbe uno schermo o una metafora di qualcos’altro? Ti ringrazio!

    Mi piace

  41. in che senso la traduzione sarebbe uno schermo o una metafora di qualcos’altro?

    Lo è quando ne parla Bianciardi. Voglio dire che Bianciardi, con il pretesto del mestiere della traduzione, qui parla del suo male di vivere.

    Mi piace

  42. Concordo con Duff, non per niente fra i comm c’è addirittura quello di Eugenio Montale con “Spesso il male di vivere(…). Per quanto tradurre sia faticoso e problematico, se n’è ampiamente detto sopra, non è il mestiere del traduttore che spinge al suicidio. E’ il male di vivere.

    Mi piace

  43. @Duff e Matteo (ciao, Matteo!): Che tra i commenti ci sia il male di vivere è significativo, sì. Ma io ritengo che comunque questo male di vivere, in persone vulnerabili, particolarmente sensibili, o stanche di un certo tran-tran, possa nascere a causa della traduzione. Mi spiego: non vedo niente di incredibile e di assurdo nel rapporto causa-effetto: la traduzione *è* un mestiere micidiale, è frustrante, stancante, poco appagante e gratificante (scusatemi per tutti questi “ante”). Può davvero scatenare la depressione, o l’esaurimento nervoso, se preferite. Ripeto, est *semper* modus in rebus: tradurre a certi livelli e con certi ritmi può fiaccare la psiche di chiunque, credetemi. Soprattutto quando ciò equivale a rinunciare a buona parte della vita e del mondo esterno per portare a casa una pallida imitazione della famigerata pagnotta.

    Mi piace

  44. e cambiare mestiere se quello che si fa è così deprimente? si ha l’impressine che si guadagni di più a fare le pulizie ,la babysitter o le ripetizioni a ragazzini senza voglia di studiare, a parità di stipendio questi secondi mestieri mi sembrano dare maggiori sicurezze, almeno le ore sono quelle stabilite, il coinvolgimento psicologico nullo, la pagnottella è la stessa se non forse qualosetta in più… e del resto del giorno se ne può usare a piacimento, no?

    lavorare per vivere e non vivere per lavorare …

    Mi piace

  45. @ABBTE (ciao!): ci ho provato. Altroché. A fare qualsiasi altra cosa che esuli dai libri e dall’editoria (ché, si sa, nell’editoria si guadagna pochissimo.) E non lo dico io, è così, purtroppo. I traduttori sono l’ultima ruota del carro editoriale, e l’impressione che hai avuto è giustissima. Ci sono editori che pagano 7 euro, 7 euro e mezzo *lorde* a cartella di 2000 battute spazi inclusi (questo ti dà la misura di quanto si debba lavorare per la pallida imitazione della pagnotta di cui sopra). Il problema è un altro. È che questo *non è giusto*. E quando qualcosa non è giusta si prova a combattere per cambiarla. L’unico modo che conosco io, e di cui posso servirmi, è scriverne, parlarne il più possibile, portare alla luce certi problemi. Sai, ABBTE, il lavoro è anche – e soprattutto – una questione di cuore, di amore, di passione, per me. È come quando sei follemente innamorato di un uomo o di una donna. Non è così semplice togliertelo/la dal cuore… Significherebbe snaturarsi. Io non odio la traduzione letteraria, la amo. È per questo che dico che gli addetti ai lavori dovrebbero rispettarla di più e non trasformarla in un, per l’appunto, “mestiere micidiale”.

    @Domenico: la penso come te. Se ami ciò che fai, il lavoro diventa vita.

    Mi piace

  46. Beh, Gaja è vero quel che dici. Eppure il male di vivere oltre che carico di sofferenza è “patrimonio”(perché voglio vedere il bicchiere mezzo pieno, tanto per cambiare visuale) delle persone sensibili. Mai visto un insensibile in preda al male di vivere, anche gli insensibili hanno i loro problemi certo, fra questi non credo ci sia quello di cadere in depressione. Si suppone che il traduttore abbia una certa sensibilità, per ragioni che non sto qui a enumerare, perciò appartiene a una categoria a rischio. Altro fattore è la vita “grama”, in molti modi, che spesso è costretto a condurre(e anche di questo si è ampiamente detto). Ora non mi piace parlare di me ma in questo caso mi va: anch’io nel mio piccolo ho tradotto e lavorato nell’editoria. Anch’io di male di vivere e depressione so qualcosa. A un certo punto ho dato un calcio alle cose che non mi piacevano(sebbene curare i testi e tradurre mi piaceva molto) e ho deciso di “cambiare”, di inventarmi una nuova vita. Sono stato fortunato, perché ho potuto farlo, ma prima ancora ho “voluto”. E oggi sono felice così. Quando la psiche si sfiacca c’è qualcosa che non va, meglio pensarci prima di arrivare al punto di non ritorno, quello di Bianciardi. Ricordiamoci che il disagio è anche una risorsa: ci può far capire molto e se lo ascoltiamo possiamo capire meglio noi stessi e cosa vogliamo dalla vita. Un saluto affettuoso

    Mi piace

  47. se il lavoro diventa la vita e ti capita di non avere più lavoro che fai non vivi più? non lo so, faccio le cose per passione, ma se mi tolgono ciò che faccio mi resta la vita, che per me è sempre altrove.

    ti auguro di trovare quello che cerchi, gaja

    con affetto ABBTE

    Mi piace

  48. @Matteo e ABBTE: grazie di cuore. I vostri interventi sono carichi di affetto e comprensione e mi hanno commossa. Vi abbraccio. [“Si suppone che il traduttore abbia una certa sensibilità, per ragioni che non sto qui a enumerare, perciò appartiene a una categoria a rischio”: da incorniciare]

    Mi piace

  49. Vorrei dire a tutto il proposito ancora una cosa, ricordando che non sono un mestierante cinico e blasé,onusto di volumi e di anni, ma anzi relativamente novizio al lavoro del traduttore letterario:

    la lamentela più comune, dopo quella della paga grama, è il mancato riconoscimento nelle recensioni dei giornali. È vero, è cosa triste, ma essendomi capitata l’ultima volta molto di recente, ho trovato genuina consolazione così riflettendo: tanto inverecondo è il livello di questa recensione (come di 9 su 10 recensioni letterarie sui quotidiani e i periodici d’Italia), che il non vedervi commisto il mio nome mi dà piuttosto sollievo. E sì che era un recensione entusiatsa di quel romanzo, e anche in tale dettaglio da lasciar capire senza dubbio come la recensrice (?) non l’avesse letto oltre un terzo della sua estensione.

    Mi piace

  50. Traduttori letterari sottopagati rispetto a quelli ‘tecnici’? intendete dire: ‘traduttori di “bellettristica”‘ vs. ‘traduttori di saggistica’? se è così, vi dirò che in Einaudi spergiurano che un traduttore di romanzi, diciamo così, vien pagato meglio di un traduttore, diciamo, di saggi storico-economici et similia. Vi risulta sia così o no?

    Mi piace

  51. Pingback: “25 racconti del terrore presentati da Hitchcock”, vari autori e traduttori (tutti citati nel post). | giramenti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...