Ali di pezza (di poly-styrene)

aula.jpg

tratto da

http://blog.libero.it/polystyrene/

Immaginavo accadesse soltanto davanti a un plotone di esecuzione, di crollare a terra ancor prima di essere morti. A me accadde in un freddo corridoio color verde istituzionale.
“E’ fuori di sé!” sentii gridare da più parti.


Fuori di sé, già. Ti guardi e non credi che stia accadendo proprio a te, mentre ti accasci sul pavimento come indemoniato mentre il mondo intorno si inabissa in un urlo primordiale. Senti la resistenza della terra al tuo piccolo essere, punti gomiti e ginocchia sul marmo lucido, l’aria diventa rantolo, il naso la prua di una nave e gambe di persone come onde in fuga o alberi schiaffeggiati, e mani, e lacrime; e polvere rossa di foglie morte a offuscare gli occhi; erano quelle cadute dai platani del viale che in crepitanti turbinii si sollevavano al mio passaggio addossandosi in cumuli al bordo del marciapiede, quando puntavo i piedi e mia madre mi trascinava per un braccio per condurmi a scuola.
Troppo presto si dimentica l’odore della polvere che disegna le tracce di un karma nefasto, scritte in piccolo sui muri verdastri e incise del marmo delle mattonelle… Ah, ma un attimo prima della fine, io ricordai.
La porta dell’aula si era bloccata ed eravamo rimasti chiusi dentro – così disse la maestra con aria rassicurante – e i bambini dai loro banchi lanciarono criptomelodie di gioia al soffitto battendo le mani; e anche la maestra sembrava contenta, prima che il mio grido spennasse il suo sorriso di angelo precipitandolo sul pavimento. Ricordai il freddo dei mattoni e il mio corpo senza controllo, ricordai che andavo alla finestra, salivo sul davanzale e allargavo le braccia. Ma la maestra aprì le sue ali più velocemente di me; e subito mi cinsero alla vita.Sono morta nella dolcezza di un abbandono che provano solo gli uomini liberi e che qualcuno ha osato chiamare follia.
Sono morta così, lanciandomi dalla finestra dell’ufficio del Direttore, dove mi avevano trascinata poco dopo che avevo perso i sensi. Il Direttore disse: “Qualcuno vada a prenderle una camomilla!” e tutti i colleghi più il Direttore si fiondarono in massa al distributore automatico, mentre io rimanevo sola su un consunto tappeto armeno in preda alle convulsioni. Quando tornarono non c’era nessuno; persino gli uccelli esotici erano volati via dal tappeto, lasciando delle loro piume scarlatte solo il ricordo di un’ombra smangiata sul tessuto.

6 pensieri su “Ali di pezza (di poly-styrene)

  1. la morte, magnifica la morte, forse meno tragica della nascita:

    31.

    ti hanno sotterrata con le vesti zuccherine

    con le vestali bambine solo per te

    assassinata nell’ebete silenzio

    d’una cometa coltivata, falsa.

    32.

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  2. ecco una – femmina – che non usa l’epidurale con i suoi interlocutori. tutto si deve sentire in fondo alle retine. tutto si deve vedere in fondo alle orecchie. lei è un’accomulatore di energie
    e la sua fragilità schermata con pudore e freschezza, in tutto questo, l’altra lei, è terribilmente dolce e indifesa. da un po’ ci ritroviamo sinottiche e sin/ortiche (nel senso urticante—> sorrido) io e lei.
    ecco. un passaggio. solo.
    per stima.
    un saluto
    paola/

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  3. IL SUICIDIO
    È la fine di ogni speranza,
    È l’inizio di una vita migliore,
    È il desiderio di conoscere quel Dio,
    La speranza di trovare la felicità.
    È un addio alla materia
    Per volare finalmente liberi.
    È il non rivedere splendere il sole
    Ma avere sempre una luce.
    Correre per prati verdi
    O soffrire in fuochi ardenti
    È vigliaccheria di fronte alla vita dura,
    Coraggio di cambiare un’esistenza immutevole.
    È paura di vivere,
    Coraggio di andare oltre.
    È il bisogno disperato di trovare la pace,
    Il conforto del cuore,
    E non avere più lacrime da soffocare dentro.

    un attimo e poi il nulla promessa di un paradiso di pace e amore.

    bello e intenso. grazie
    Stella

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