Tommaso Landolfi, Le donne di Dostoevskij, in Gogol’ a Roma, Adelphi 2002

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La biografia di Dostoevskij è, si può ben dire, inesauribile; e non ci si vuol qui riferire a quello che di oscuro o di torbido vi è contenuto, piuttosto anzi ai suoi caratteri palesi. Essa insomma è tanto congrua e tipica non solo del suo destino, ma del destino dello scrittore in generale (per non dire dell’uomo, superiormente inteso), da restare una fonte perenne di meditazione e da renderci poi ben accetto qualunque tentativo un po’ serio di interpretazione, di chiarimento o semplicemente di esposizione che altri fornisca.

Difatto tutto quanto si direbbe a priori necessario per stimolare le facoltà dell’animo e per vivere una vita intensamente spirituale, per toccare il fondo della umana miseria e ritrovarvi il pegno di una tragica grandezza, per dominare la realtà e trasformarla, tutto ciò in codesta esistenza accade puntualmente; fino al contatto punto fittizio colla morte, da giustificare la fra setta di molti biografi secondo cui Dostoevskij sarebbe, al pari di Dante, tornato dal regno delle tenebre per raccontarci le proprie avventure. D’altro canto, come le qualità dello scrittore vero non sono sostanzialmente diverse da quelle degli altri uomini, ma soltanto si presentano assai più acute, così le esperienze terrene di Dostoevskij non son forse eccezionali di per sé, se non che eccezionalmente magnificate e quasi fatte esemplari.
Tipiche anche e particolarmente, si capisce, le esperienze sentimentali dello scrittore; che si rappigliano e cristallizzano attorno a tre principali personaggi femminili, tutti e tre in sommo grado dostoievschiani, sebbene due per diritto e l’ultimo per rovescio. Prima in ordine di tempo è quella Mar’ja Dmitr’evna che Dostoevskij conobbe in Siberia di ritorno dalla “casa dei morti” e che sposò non appena fu diventata vedova; creatura debole, agitata e variamente complessa, la quale (se proprio queste identificazioni son necessarie) si può supporre abbia servito di modello ad alcune figure centrali degli Umiliati e offesi, di Delitto e castigo, perfino dell’Idiota e dei Fratelli. Segue, e anzi prima che costei sia morta di mal sottile, quella Apollinaria (o piuttosto Paolina, come Dostoevskij la chiamava) Suslov, l’”eterna amica”, con cui l’amorosa zuffa, l’amorosa schiavitù e l’amoroso dominio (in un senso imprecisabilmente letterale) raggiungono forme parossistiche, e che ugualmente informa numerose apparizioni dell’opera. (Di complicazioni con queste due, specie colla seconda, non si parla: Dostoevskij era già un tipo difficile per conto suo, ma aveva per di più il talento di attirarsene di ogni sorta). Per sfociare da ultimo, se così si può dire, nella Anna Grigor’evna che fu seconda moglie dello scrittore e lo accompagnò fino alla sua morte, ravviando intanto un poco la sua vita arruffata; la quale invece non ha prestato i propri lineamenti ad alcun personaggio, pel buon motivo che la realizzò, certa aspirazione non poi tanto segreta in Dostoevskij, mai dichiarata se non in modo equivoco nell’opera e tuttavia sempre ivi supposta, intendiamo l’aspirazione verso una felicità possibile, minuta e borghese, verso un ordine esteriore e quotidiano. E’ Anna Grigor’evna infatti che si fece editrice del marito, che riuscì (pare impossibile) a pagare i suoi debiti, che gli dette le gioie della paternità (codeste, secondo il detto di lui, fanno i tre quarti delle gioie umane), ed è sotto il suo regno che Dostoevskij smise spontaneamente di giocare.
Ma qui il biografo si porrebbe una questione scabrosa: quella della vita propriamente sessuale dello scrittore. Questione, se si vuole, oziosa, come tutte le puramente biografiche: Dostoevskij non ne dice abbastanza, di questa roba, apertamente o velatamente nei libri e non ne libera alcuni elementi universali? Questione inoltre pressoché insolubile, stante lo spurgo, ad opera della pia e pudica Anna Grigor’evna, sopra lodata, delle lettere che avrebbero potuto fornire elementi sicuri. Tuttavia non c’è forse chi non sia sorpreso ad almanaccare sulle particolarità (dicendolo più chiaramente), sulle mostruosità sessuali di Dostoevskij – ché tutto si è disposti a concedergli tranne una sessualità normale. Il problema difatto è stato in vario modo affrontato dai diversi biografi, quantunque non sia qui il luogo per riferire su tali diversi interpretazioni. Lasciando da parte qualche carattere manifesto di questa sessualità (come il famigerato sado-masochismo), limitiamoci a dire che, sia o no lo scrittore da identificarecol suo Stavrogin, abbiano o no consistenza le ciance di certi suoi contemporanei o le difese di certi altri, innegabilmente l’uomo Dostoevskij ci lascia, pel particolare riguardo in parola, il senso di qualcosa di innominabile (che non vuol dire per forza di turpe), di tragico e mistico e lacerante, di intollerabile in ogni caso. Che è dopo tutto il trionfo della sua personalità e della sua persona stessa, in cui diavoli e angeli s’erano dato convegno.
Tutto il detto è del resto noto. Ciò non toglie che il trovare questa materia opportunamente e ordinatamente sistemata faccia sempre piacere, come si diceva in principio. Ed è appunto uscito di recente in francese un libro che la accoglie ed elucida con sufficiente esattezza: Mark Slonim: Les trois amours de Dostoïevsky, traduzione dal russo di Arianne Morre, Corréa, 1955 (che può anche servire da biografia generale, e non delle peggiori). Esso veramente comincia un po’ alla brava e un po’ sciattamente: Sa vie sentimentale et sexuelle, dice la fascetta, e alla prima sembra proprio che lo Slonim voglia far leva sulle curiosità della gente e sui più triti clichés dostoievschiani, senza tralasciare la famosa esecuzione mancata. Ma convien dire che col procedere egli viene accalorandosi e aggiustando la propria visione, fino a darci pagine vivaci e plausibili, cui lo sciagurato traduttore non ha potuto troppo sottrarre. Naturalmente, vi si tratta anche del problema poco addietro accennato, ma senza soverchia compiacenza e cercando di attenersi ai dati in nostro possesso. Libro, dunque, perfino rigoroso, malgrado alcune apparenze. Generalmente parlando, lo Slonim non pretende affatto di raccontarci novità: egli soltanto si studia di mettere a fuoco le tradizioni e i documenti biografici, attribuendo a ciascuno dei personaggi quello che gli viene. Così, vede nel romanzo a esito coniugale colla Mar’ja tutti i caratteri di una ardente e insostituibile iniziazione (ché invero costei fu la prima grande passione di Dostoevskij); riconosce nella Apollinaria-Paolina la vera e quasi demoniaca, ma altrettanto insostituibile ispiratrice dello scrittore; rende piena giustizia all’Anna, rivalutandone in chiaro che ella non fu soltanto la segretaria e amministratrice dell’illustre marito: il quale, sebbene già un po’ sbollito, la amò nondimeno di costante e violento amore, come basterebbero a provare le lettere che ella medesima si credette in obbligo di castrare.
E infine, che riposo un libro, sia pure una modesta biografia, che non la faccia da padrone coll’infelice oggetto dell’indagine. Oggidì, è infatti da sapere, perfino i biografi son gente con un’esperienza della vita e degli uomini senza confronto superiore a quella dei propri personaggi, che dunque posson trattare, se non addirittura dall’alto in basso, con un sorrisetto di indulgenza per le loro debolezze, quando va bene, e colla solita aria di saperla lunga (questa del saperla lunga è una piaga dei nostri giorni); nonché andare a scuola da quei grandi, essi quasi quasi pretenderebbero sedersi in cattedra di fronte a loro. Donde poi un sistema di sottintesi, continue spremiture (cui lo stesso lettore è costretto) di qualche parte balorda dell’intelligenza e un annaspare a nessun proposito nelle alte sfere della cultura. Lo Slonim invece, senza dar troppo in esclamazioni, serba un salutare rispetto al suo personaggio, peperò si esprime in modo piano, ingenuo e caloroso, e per avventura mostra che anche un libro senza pretese o da gran pubblico può non essere sciocco né volgare.6 settembre 1955

35 pensieri su “Tommaso Landolfi, Le donne di Dostoevskij, in Gogol’ a Roma, Adelphi 2002

  1. Che si parta da amororso rispetto, lo si evince subito, qui: nel trattare la vita, e la vita sensibile (sentimentale e sessuale) del grande D. non porta che acqua nuova, non se ne dubita.
    I tre modelli, evolutivi, archetipici del femminile che incontra ,e con cui si immagina si sia plasmato, la bellezza che queste esperienze rifluiscano nei testi, è tutto cosa buona.
    Poi, resta da rileggersi, subito dopo, il difficle, il diviso e forse poi risolto D. nelle sue pagine.
    Si soffre nel leggerlo, non pè da ogni stomaco, ma vale la pena sempre.

    MPia Q.

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  2. rimaniamo nel solco della discussione sulla biografia degli artisti. ai miei tempi, uno dei “sette modi di fare critica” era quello psicanalitico, che naturalmente contemplava anche sortite nei meandri dell’esperienza esistenziale dell’autore. certo, oggi, ci riuscirebbe difficile capire un Saba o un Pascoli senza questo tipo di approccio. probabilmente può dare un contributo importante anche in riferimento a Dostoevskij.

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  3. @fabry

    l’approccio psicanalitico all’opera d’arte pone sempre la questione del limite fra follia e arte. quella del malato di mente è vera arte o solo un’esternazione della malattia? molti psicotici e schizofrenici e maniacodepressi scrivono, certo non è il caso di Dostoevskji, ma parecchi autori, anche contemporanei, mostrano tratti di disagio mentale di fronte al quale la domanda sulla loro arte fatica a trovare risposte.

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  4. non c’è bisogno di nomi quando si fanno semplici considerazioni generali.
    per approfondimenti sarebbe necessario lo spazio di un post e forse non sarebbe sufficiente.

    prego

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  5. Ringrazio Marina per questa buona lettura e anche perché il libro di Landolfi è lì in fila da anni e ora lo leggerò al più presto. Non per farvi invidia, ma ho l’edizione di Vallecchi del ’71, comperata da mio padre o da mia madre…

    Quest’estate ho letto “Il maestro di Pietroburgo” di Coetzee ispirato a un momento tragico della vita di Dostoevskij, la morte del figlio. Una testimonianza di come i tre quarti delle gioie umane possano venire spazzati via senza possibilità di ritorno. Coetzee scrive anche su D. e il sesso, con grande sensibilità.

    Leggo sempre con tanto piacere questo blog (anche quando non commento)

    fem

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  6. Elena F
    risposta di dittatura.
    anche [tu] sei folle, lo sai?
    tutti siamo folli, lo sai?
    tutti i credo sono folli, lo sai?
    se la poesia è l’anima, l’anima è la poesia, forse!
    solo la religione non è folle?
    anche l’amore è folle, anche la morte è folle, anche la vita è folle!
    ecc.
    ciao e, credimi, non ho proprio NULLA contro di te!

    saluto tutti

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  7. “l’uomo Dostoevskij ci lascia, pel particolare riguardo in parola, il senso di qualcosa di innominabile (che npn vuol dire per forza di turpe), di tragico e mistico e lacerante, di intollerabile in ogni caso. Che è dopo tutto il trionfo della sua personalità e della sua persona stessa, in cui diavoli e angeli s’erano dato convegno”

    Grazie, Marina

    Credo che in arte sia/debba essere l’opera a parlare (presto o tardi, senza trascurare, con le dovute riserve, i riconoscimenti autorali di esperti -accademici e non- e l’accoglienza di pubblico, nel lungo periodo). La follia è un problema 1. per “l’artista”, solo se (l’eventuale “alterazione morfologica o funzionale”) gli crea *sofferenza*; 2. per la società, solo se i comportamenti sono un *pericolo reale per l’incolumità fisica*. Anche perché follia “in psicoanalisi potrebbe essere definita come una sovrapposizione della parte istintuale su quella razionale” (Wikipedia). Dunque, ci siamo tutti, in qualche misura, a partire dai fanciulli…

    Giovanni

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  8. si, io sono viva e vorrò morire viva e non da cadavere ambulante, grazie.
    per il resto ,nessuna pietà,si prega per amici e nemici, per sostenitori e detrattori, per tutti con un’attenzione maggiore per i secondi in lista che hanno sempre la precedenza.

    comunque mi pare che possiamo finirla qui : la cosa sta diventando stucchevole, cara.

    stammi bene… o male, come preferisci.

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  9. beh, marina quanto a tigna siamo del toro entrambe, evidentemente è uno scontro fra teste dure, ma non sperare di offendermi, questo tuo astio mi fa ridere di cuore.

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  10. la lode spetta solo a Dio e a nessun essere umano.
    per il resto spero proprio di no. vorrei riposare in pace per l’eternità.

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  11. dal commento 7 al 29 hai dato una cosa come sei giudizi su di me fra cui perpetua, beghina e piccoletta per non contare le altre amenità. brava marina, sai condurre un incontro con classe.

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  12. ho imparato dalla tua gran falsa classe, e tu sei in grande MALAFEDE con estrema fede. ti ripeto che la folle, come desideri, sono io, bella, svicola! almeno da questo post che è lontano anni luce da te.

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