Architetture del vuoto. Diego Scarca

Parte seconda

(1991-1997)

I

Quando la sera scende
sulle nostre spalle come un manto
che non avremmo voluto portare,
non chiedermi di cercarti,
non chiedermi d’amare.

Quando la sera ci inietta nelle vene
la droga che ci fa tremare,
come una carezza perduta,
l’amore che avremmo dovuto amare,
lasciami vagabondare
per le vie in salita,
lasciami sbattere la testa
contro un muro,
lasciami insicuro, ubriaco,
contento di sbagliare.

Quando la sera scende
sulle nostre spalle in un minuto
nel quale non ci saremmo voluti tuffare,
non chiedermi di tornare.
Lascia che come volute di fumo,
come esalazioni nerastre,
le tenebre mi avviluppino
e mi s’offuschi la vista.

Che come un cane fiuti
la mia pista e con la morte
giochi a scacchi la mia partita.
Che un tossicomane m’abbagli,
che una prostituta o un pederasta
m’accostino, che una donna
che credevo morta
mi chieda aiuto dall’oltretomba,
da un’altra vita.

Quando la sera scende sui nostri sbagli
come dita che sentiamo chiudersi
in una stretta, come il viaggio
che non avremmo voluto fare,
come le cose a cui abbiam dovuto
rinunciare troppo in fretta,
come tutte le altre sere,
come ogni sera,
la stessa fitta, la stessa febbre,
un’euforia smarrita…

Quando la sera come un manto
scende sulla nostra vita,
lascia che questo manto
io non lo sopporti,
lascia che cerchi
di scrollarmelo di dosso,
lascia che a più non posso
io mi metta a gridare.

II

Contro uno stipite della porta,
nella semioscurità, un cencio
slacciato dal resto del corpo,
parlami della nudità.

Parlamene come per la prima volta
con il corpo che accarezzi a metà.
Ma nel gioco tu sei scaltra, raccolta
in un fascio di luce che se ne va.

III

La poesia della fine
che mi hai recitato stasera,
lo sguardo perso nello specchio…

Di fronte a te, di fronte a me,
lo stesso imbarazzo,
lo stesso stupore.

La poesia del tramonto.
Nei nostri occhi
uno sbaglio di troppo,
la memoria che sbanda.
Nello specchio il riflesso
di uno sguardo incolore.

La poesia del tradimento.
Una parola che manca,
un verso che zoppica,
nella tua voce che ansima
una rima che affiora.

Ma siamo privi di senso
e non c’è più luce a quest’ora.

IV

Dal finestrino del treno sorridi:
sei avvolta in un lenzuolo.
Parti per Praga o Parigi.

Lungo il binario mi ritrovo solo.
Riaccendo un mozzicone di sigaretta.

Scanso un gruppo di turisti
o una banda di tifosi,
mentre una zingara
mi chiede l’elemosina.

Ripenso ai nostri litigi:
avremmo dovuto fare qualcosa.

A una vecchia un giovane
strappa di dosso la borsetta.
Chiudo gli occhi, ormai è tardi,
e me ne vado in fretta.

V

Guido, io vorrei
che tu, mio padre ed io
ci potessimo rivedere
e dimenticassimo per mezz’ora
la città che ci ignora,
la città che ci separa.

Guido, tu non sai come io vorrei
che per un momento
si potesse stare insieme
ad ascoltare il vento
che scuote le foglie
del frutteto di mio padre
sotto il cielo che stanotte
è una lastra di vetro.

Seduti intorno a un fuoco
o sotto un pergolato di rami
a guardarci negli occhi
come se con gli occhi
noi potessimo parlare,
mentre lontani si odono
i rintocchi di una campana
e si perde nella notte
l’abbaiare dei cani.
Guido, la nostra vita è disumana.

Guido, tu non sai
che cosa non darei
perché per un momento
si potesse stare insieme
ad osservare le stelle
del firmamento
che brillano stanotte
come se brillassero
per la prima volta.

Io vorrei, Guido,
che la nostra vita fosse
ad una svolta,
che si mettessero da parte
i dubbi, i sospetti,
e che insieme ci mettessimo
a rileggere, perché no,
i sonetti del Petrarca
e a declamarli ad alta voce
lungo un viale di pioppi,
sotto la luna che ci rischiara,
come se nel mondo
noi non fossimo sconfitti,
come se non ci dessero per morti,
come se i nostri versi nella notte
risuonassero più forti
perché li abbiam riscritti.

Come se tu, mio padre ed io,
Guido, noi non fossimo
dei derelitti.

VI

Alle mie domande
lei non risponde
perché lei non le coglie.

Il suo corpo è un letto di foglie
ingannevole, timido.

Non m’ascolta, s’agita.
S’addormenta, trema.
Trema nel sonno.

Il suo corpo è uno strato di foglie
arrendevole, umido.
Un ricordo, un brivido.

Lei sprofonda nella terra.
Io la cerco inutilmente
con le mani
mentre un’altra l’afferra.

VII

Dove vado per il mondo?
Vado a tentoni.

Un ubriaco mi strattona.
Un avvocato seduto
al tavolino sta componendo
la sua ultima arringa,
mentre un uomo d’affari
con il telefonino
parla alla fidanzata
del suo prossimo viaggio
in India.

Mi lascio andare ad un inchino
davanti a una signora
con il sorriso della Gioconda
che bacia, affettuosa,
il proprio cagnolino.

Siamo tutti passeggeri del mondo.

La locomotiva sbuffa, il treno cigola,
il vagone sbanda,
e ci ritroviamo a Torino.

VIII

Nevica a Parigi
sugli alberi di carta,
sugli addobbi di Natale sgonfi,
sui bambini di plastica
e sui castelli di latta.

Nevica a Parigi una neve fiacca
che s’incolla ai cappotti della gente
che si trascina per strada
con aria distratta.

Nevica nei caffè,
attraverso i vetri,
sui boulevards deserti
e sui nostri sguardi tetri.

Si colorano di bianco
la cupola dell’albergo di lusso,
il tettuccio dell’edicola senza giornali,
il carretto delle castagne arrosto,
il marciapiede su cui scivola una dama
e cerca un cantuccio il barbone.

Nevica a Parigi, senza ragione,
sulle donne e sugli uomini.

Nevica nei grandi magazzini,
nelle chiese vuote
e nelle nostre stanze.
Sulle autostrade inondate di fango
che corrono sopra la città,
sulle scarpate coperte d’immondizia
e sulle nostre frasi lasciate a metà.

Nevica a Parigi sulla terra
del parco in cui non attecchirà
più l’erba, sulla nostra visione
acerba delle cose.
Nevica a Parigi come per illusione.

Nevica perché non ha
nessun senso che nevichi,
perché siamo in inverno
ma non è detto che torni
il bel tempo.

Nevica sul cemento
di chi ha avuto il coraggio
di costruire i grattacieli per i grandi
e le cabine di comando
per gli uomini d’affari
dagli occhi stanchi.

Nevica sui ghetti e sulle città satelliti,
sulle lampade al neon
dei luna park abbandonati.
Nevica, in televisione e al cinema,
per i negri, i bianchi,
le persone sole e gli alcolizzati.

Nevica e le cose si perdono
in un pulviscolo.
Da un vicolo sbuca
un autobus senza autista,
da un altro una carrozza
trainata da elefanti.
In un carosello di fiocchi di neve
impazziscono le immagini.

Nevica a Parigi sui camposanti.

Nevica nei bordelli e nelle bettole,
nei salotti alla moda,
nei negozi degli antiquari
e nei quadri che i pittori
non hanno fatto a tempo
a terminare…

Nevica sugli operai stanchi
di non lavorare,
sulle matrone che si abbandonano
alle braccia dei drogati.
Nevica sugli ospedali e sugli ammalati.

Nevica sugli aeroplani e sulla notte,
sulle navi e sul vento,
sull’eco delle stragi,
sul pianto dei feriti
e sul rantolo dei moribondi.

Nevica a Parigi
sul tempo che finisce
in un’esplosione di secondi.

Nevica sulla neve
e nevicherà ancora.
E’ una neve che a tratti ci sferza
e a tratti ci ignora.
E’ una neve che spazza via tutto,
una neve spietata.
Perché a Parigi da oggi nevica
nella nostra mente annebbiata.

IX

E adesso dimmi a cosa è servito
aver toccato insieme il fondo
e aver sfiorato l’infinito,
se adesso, battendo i denti,
tu pronunci a fatica
la tua frase odiosa:
tra noi due è finita.

A cosa è servito
aver dormito insieme
sui treni, negli aereoporti,
nelle mansarde, negli alberghi sporchi,
aver fatto e disfatto le valigie,
aver colmato le attese
e bruciato i minuti,
se adesso, dimmi, dopo aver bevuto,
di noi due ti ricordi appena,
ti sfugge il nesso di ogni frase,
non riconosci una scena.

A cosa è servito
esserci stretti l’uno all’altro
quando faceva freddo
ma inutilmente,
esserci persino scambiati i vestiti
perché non avevamo niente,
aver sofferto tanto
pur di crederci felici,
se adesso, dimmi, con lo sguardo
assente, tu mi osservi, annuisci:
il nostro giro del mondo
è una mia invenzione,
noi non abbiam toccato il fondo,
è stata tutta un’illusione.

Adesso mi ripeti:
che cosa vuoi che ti dica?
Non dovevamo incontrarci.
La nostra storia è finita.
A cosa serve pensarci?

Un pensiero su “Architetture del vuoto. Diego Scarca

  1. mettere insieme dei pezzi come in un domino o un puzzle e ritrovarsi sul tavolo la vita. in fondo il poeta compie gesti in apparenza comuni, ma che lasciano intravedere per un attimo, in una scansione più lenta o più veloce, il segreto che tutti cercano, ognuno a suo modo.

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