Maria Grazia Calandrone su Antonella Anedda

anedda.jpgAntonella Anedda scrive alcune fra le poesie più belle degli ultimi anni in una lingua di animale sopra un corpo morto. Batte la testa sopra un corpo morto e dallo scuotimento e dalla pesantezza terrestre di questa morte si sporge per lasciare il suo lamento.

Sì, il corpo è il luogo da dove ci affacciamo, ma è il vero punto interrogativo di questo libro-candela, è quello che ovunque duramente ci manifesta e che si vorrebbe chiamare apparenza e miseria.

La sua, la solitudine del corpo, è una solitudine che spezza il cuore, quella dura e feroce dei bambini, la solitudine ossessa dalla colpa dei sopravvissuti, la solitudine di chi parla agli oggetti come un oggetto: Tu lo vedi candela quanta rovina – è un’eco all’indietro verso la classicità delle pietre e oltre, è un graffito di cava, la parola rovina, il pianto di una che siede sola in cucina.

Qui Anedda non si cura più di far poesia, mette in gioco le faville del corpo e la mano scolpisce, con la durezza vera degli impalpabili.

I suoi scarni lamenti potrebbero essere ripetuti come mantra, hanno il valore e il peso dell’ululato dell’animale che si lascia morire di fame. Aglio, ginepro e sposo. Il cibo, il sesso, i quadri. Ogni bisogno è al suo stato zero, tutto l’essere dice solamente dove sei, è la parete cava della caverna dove lasciamo il segno di poco sangue e cenere del nostro passaggio, la curva dove si proiettano le ombre del mondo provvisorio.

È immobile ovunque in questo libro animato, plurale, corale e strutturatissimo, il dolore di chi non è “raggiunto” – è scritto per terra l’accanimento della luce scucita in spettri che ci chiamano alla loro grandissima lezione.

Così avanzando a tentoni nel suo lutto con le dita spinate viene da dire all’autrice che si sopporta quello che non credevamo di poter sopportare.

Si ricomincia dal cercare le scaglie povere del mondo, un museo di dettagli che ricomporranno le immagini prima dell’orrore: questo spetta al teatro poetico messo sulla scena – mai bidimensionale – delle pagine di Anedda, dove si alternano umili stazioni sacre e sacre comparse e sgretolamenti del dolore, una muraglia di dolore mite e disperato intorno a un essere umano – in occasione d’amore, in occasione di morte – un silenzio e una solitudine eletti a regola mistica, alla fine cercati come antidoto alla malattia che essi stessi sono.

Tutto il libro è la luce della candela dietro la quale si vaga e si cerca nella casa pre-storica e si confonde di continuo io e noi, la vita vera con la vita possibile, l’evidenza e il segreto, finché la voce dice: rendi smisurata la tua solitudine, tanto da arrivare ad amare da sconosciuta, guarda con i tuoi nuovi occhi minerali il dio sconosciuto che è l’uomo fatto per metà di ombra che gira la sua chiave nella serratura e muove i suoi neri passi verso una casa che non è la tua.

Ecco raggiunta l’estraneità da sé, finalmente la voce del coro dice – non più asma, non più vento, ma – respiro: il corpo, sì, è il contenitore che porta la voce, ma quando tutto il silenzio è stato scavato a unghiate nel petto il secondo corpo inizia a risplendere nel corale umano che finalmente ci avvera in misura di – osiamola!, la parola desueta – anima: oltranza.

Maria Grazia Calandrone

Antonella Anedda, Dal balcone del corpo, Mondadori 2007

13 pensieri su “Maria Grazia Calandrone su Antonella Anedda

  1. Cara Maria Grazia che Ti fai postare da Fabry:

    Ti auguro di PUBBLICARE anche TU su/in MONDADORI.

    [le poetesse, le poete, ecc. se non ben “sposate” hanno un destino tragico, ben più tragico! dei già morti: EVVIVA i già morti! e i NON nati!]

    con la stima di MARINA per la/le ANTONELLA del cielo velatissimo e gravidantissimo d’ITAGLIA senza la grandezza d’IRLANDA!

    con viva vicinanza e sodale viandanza… a Te la GRAZIA, Maria Grazia, ciao e augurii sinceri di buone cose da Marina

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  2. Non ho letto il libro della Andedda… ma quel che dice la Calandrone è, di per sé, già un “respiro” di poesia. Così si parla di poesia. Ho apprezzato tanto.

    Gianluca Pulsoni

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  3. La mia voce è fuori dal coro. La mia prima lettura del libro dell’Anedda è stata ed è rimasta scostante. Quand’é così io preferisco aspettare, il giudizio sarebbe affrettato. Forse il libro mi parlerà più in là. Però due cose le devo dire. A mio avviso il libro di Anedda più maturo rimane il primo. Il secondo mantiene ancora l’altezza, il terzo no. In quest’ultimo mi sembra addirittura di assistere a uno sfilacciamento del tessuto sonoro. Non vorrei che fosse un caso la pubblicazione nello Specchio, dove di cose belle se ne leggono poche. Mi scuso, in genere non sono così tassativo nei giudizi, ma forse si potrebbe aprire un confronto su questa mia opinione.
    Ritengo comunque, che la migliore Anedda sia nella prosa. In una particolare prosa che sposa la critica. Lì c’è poesia.
    Sebastiano

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  4. grazie tante marina, accolgo e ricambio ogni augurio – grazie tante gianluca, mi saprai dire se questo libro splende come io sento – sebastiano: sì – una sera al teatro argentina ho ascoltato anedda leggere un’anticipazione da questo libro e il mattino dopo ho avuto urgenza di averlo: alla prima lettura ho provato imbarazzo e l’ho richiuso, ero spiazzata dalla sporcatura quasi diaristica della lingua, dalla prosa spiegata senza suono – poi una sera che avevo camminato sola e avevo il cuore aperto l’ho ricominciato e hanno cominciato a commuovermi invincibilmente quel travolgente stonato dolore, quella solitudine umana, quel lutto indicibile eppure che ostinatamente cerca di essere spurgato in parola – ma non c’è che dolore per far eco al dolore, un male così forte che ci mette coraggio in quanto specie che resiste: è il suo libro più strutturato e nello stesso tempo più antiletterario. “Residenze invernali” è un capolavoro, hai ragione, che sta tutto nella tradizione letteraria (europea e russa più che italiana) – qui siamo difronte a un corpo esposto – è oltreposia, musica zero – e io aderisco con gratitudine a chi mi mette in imbarazzo con la sua nudità
    un bacio
    maria grazia

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  5. tutta la poesia nasce dal dolore e dal talento, quello che dici può andar bene per qualunque buon poeta, compresi i rarissimi o assenti COMICI.

    non metto in dubbio la tua buonafede, ma l’EDITORE è fondamentale (soprattutto ad una certa età) e la PIRAMIDE FASCISTA italiana non è mai esplosa o implosa. e la cara, buonissima CHIESA? e il denaro per pubblicare, ecc.!
    ciao,

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  6. la musicalità, o meglio la sonorità può anche essere a-tonale e l’atonalità diviene specchio e riflesso delle angosce, dei dolori in figura poliedrica che altro non è che quel “corpo” che ci “accompagna” in una sorta di teatro molteplice dell’immaginario.
    bel post M.Grazia.

    un abbraccio

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  7. Sì, certo. Non tutti i libri ti arrivano subito. A volte ci litighi, a volte li lasci in un angolo per mesi. Poi ritornano o rimangono lì. E questo è uno di quelli. Non è immediato. Tornerà.
    Grazie
    Sebastiano

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  8. L’editoria è un altro discorso. Non lo voglio neanche prendere. Si sa comunque, ma ormai da tempo, che le cose buone si trovano nei piccoli editori. Paradossalmente pubblicare presso un grande editore, è più pericoloso. Non ti dà fama ma responsabilità. Ecco: forse nella mia lettura ha influito questo. Ho sentito nel libro la necessità di essere più responsabile.
    Sebastiano

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  9. Proviamo a parlarne: ritengo anch’io come detto più sopra che il primo libro dell’anedda sia stato folgorante (molto mi garbò). Il percorso poi si è diversificato di libro in libro e Il catalogo della Gioia se messo a confronto con quel primo libro sembra quasi un suo precursore, non un successore. Ma non è detto che una scrittura possa e deva mantenersi sempre alla stessa altezza, c’è da considerare l’esigenza artistica, il tempo che si evolve (Anedda sembra molto sensibile a questo tema).
    Di quest’ultimo libro -che mi è piaciuto, tutto sommato- penso che Anedda offra al lettore una gamma di strutture diverse e mi sentirei di dire che si tratta di una sua sperimentazione, intravedo, cioè, un suo tentativo di uscita da una modalità espressiva e anche tematica che ha pieno diritto di evoluzione. Credo che per questa scrittura si stiano aprendo nuove strade e nuove possibilità e che questo sia un’anticipazione di qualcosa che deve ancora arrivare. Tutto sommato, così composto da materiale eterogeneo tuttavia legato da una continuità stilistica, l’ho trovato molto interessante, direi al pari del secondo libro di Anedda, se non di più.

    Non so se il fatto che venga pubblicato da Mondadori possa avere una qualsiasi importanza ai fini della lettura (per me non ce l’ha, è una vita che i libri li compro su internet perchè l’idea di andare in una libreria coi carrelli e i punti degli sconti mi ricorda il supermercato, anzi, peggio, giacchè non c’è nemmeno l’estathè, lì).

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  10. A me il libro dell’Anedda mi ha colpita subito, sarà che ero appena (ahimè!) uscita dalla feltrinelli di torre argentina e stavo su un affollato 87 e quindi ero tra corpi affacciati sì ma dietro le finestre ben chiuse dei loro occhi… quindi i primi versi li ho scorsi tra sbalzi e fermate e odori e parole estranee… Poi l’ho portato al mare e mi ha parlato ancora, diversamente, nella doppia direzione della poesia, nell’andata e ritorno della parola e del senso. Ha parlato a me donna, madre, figlia e poeta, al mio corpo frastagliato, alla mia anima sempre affacciata… Un abbraccio e un grazie a Maria Grazia, Lucianna

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  11. grazie caro alessandro e grazie a voi marco e sebastiano per la lucidità: la meta è la Poesia, non la mondadori – la mondadori è una vetrina che più di altre crea aspettative, ma questa piccola cricca di lettori di versi sa bene dove scovare le sue ghiottonerie. cara Marina, io credo che bisogna istruire i bambini e i ragazzi su questa gustosa caccia al tesoro, come so che fanno alcuni benemeriti tra voi e come credo faccia ogni scrittore di versi appena gliene viene offerta l’occasione: proprio un’ora fa parlavo con una professoressa di liceo molto intelligente, preparata e volenterosa, che non sa chi sia non dico anedda, ma: caproni – non lo dico con scandalo, lo dico con rispetto e come un dato di fatto – la conseguenza del quale è che pochi soldi vengano investiti per pubblicare questa materia oscura
    (aggiungo un bacio all’amica lucianna)
    con affetto
    maria grazia

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  12. questa, Maria Grazia, è un’ITAGLIA in perenne sfascio, pessima, che non ha mai avuto un briciolo di vera giustizia per niente e per nessuno, figuriamoci per i poeti ormai “in forza” di tonnellate di persone. solo chi timbra il cartellino ministeriale della poesia può accedere al “grande” editore. anche qui, in questo sito, si pubblica di tutto e di più, come alla Rai o presso una qualsiasi televisione privata. c’è, per dirla con una parola inglese tanto di moda: mobbing e boss mobbing: se qualcuno ti depenna sei finito. personalmente non voglio istruire nessuno, mi considero uno studente a vita. ciao

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