Noi, dandy di Lambrate – di Francesca Genti

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Noi, dandy di Lambrate, ci ritroviamo alla stazione. Non quella Centrale, va da sé. Quella Centrale è sporca e rumorosa; non è contemplativa. Quella di Lambrate: piccola, vicina, familiare. Con davanti pochi alberi verdi che respirano l’aria di Milano. Ci ritroviamo ogni sera alle sette e la domenica mattina alle sette. La sera, all’imbrunire, ci beviamo l’aperitivo decadente: il chinotto e le noccioline, la cedrata e i pistacchi, la sanguinella e i fonzie. Noi, siamo disgustati dagli aperitivi non decadenti della Milano centrale. Continua a leggere

Alessandro Ghignoli – da: Fabulosi parlari – Gazebo 2006

fosse somma cosa il fabulare fabuloso insieme de come li poeti
deono parlare de l’amistade de i viaggi andati si todo fuera la vita
vera del dire sfinita e todavía in questa curva via ancora scriventi
ancora cercando una sola una palabra mia Continua a leggere

per P.P.P.

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“Ah, giorni di Rebibbia!”
Maratona dei poeti
Per Pasolini
mercoledì 14 novembre 2007,
ore 17,00
Casa del Parco di Aguzzano
Via Schopenauer, snc, Roma
con i poeti
Paolo Arceri, Luca Baiada, Silvana Baroni, Tomaso Binga, Paolo Borzi, Lea Canducci, Alida Castagna, Luigi Celi, Angela Cuomo, Chiara D’Apote, Francesca Farina, Lidia Gargiulo, Carla Guidi, Marco Masolin, Donatella Mei, Faraon Meteosès, Terry Olivi, Ivan Paduano, Giulia Perroni, Enrico Pietrangeli, Roberto Piperno, Domenico Sacco, Eugenia Serafini, Luigia Sorrentino, Giuseppe Spinillo
con una lettura dei testi di Pasolini a cura di
Marco Masolin
coordina Francesca Farina
servizio video-fotografico di Vincenza Salvatore
(rosafrancefarina@fastwebnet.it)

Aghi sul corpo di un’angela – Parte II

aghi.jpg[Questo racconto sul tema del mobbing è stato scritto per il progetto Farelibri cui sono stata invitata a partecipare lo scorso aprile. Gli altri autori coinvolti sono: Remo Bassini, Saverio Fattori, Giulia Fazzi, Herzog (Flaviano Fillo), Sergio Kraisky, Yari Selvetella, Chiara Valerio. Divido la pubblicazione in due parti, data la lunghezza.
A sinistra: particolare di una foto di Jerry Uelsmann.]

E la sua malattia le faceva venire in mente un vortice, una corrente che tutto risucchiava, una confusione di forme e colori in cui nulla aveva una forma definita, niente emergeva come certo, come chiaramente identificabile.
«È una creatura spregevole. Come fai a resistere? Almeno rispondile! – l’aveva rimproverata la sua collega – Dimostrale che non ti fai mettere i piedi in testa, che anche tu hai carattere!».
Ma quel poco di carattere che le era rimasto le serviva per tranquillizzare sua figlia, per aiutarla a fare i compiti, per darle da mangiare. Non rispondeva mai a certi commenti della sua collega (nella sua mente le decine di donne che si erano avvicendate erano diventate una sola). Continuava a digitare sulla tastiera, facendo di tanto in tanto sì con la testa.
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“Il miele” disse

di Emanuele Kraushaar

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All’età di nove anni, nell’estate dell’’83 a voler essere precisi, mi è cresciuto un alveare dietro la testa.
Ho incontrato molti problemi soprattutto a scuola e quando andavo a giocare a basket con gli amici, poi un giorno (nell’’89 credo) – era primavera perché ricordo l’affollamento intorno alla mia testa – mia madre sorridendo mi ha annunciato che non dovevo più andare a scuola.
“Il miele” disse “sarà la tua risorsa!”.

Aghi sul corpo di un’angela – Parte I

aghi.jpg[Questo racconto sul tema del mobbing è stato scritto per il progetto Farelibri cui sono stata invitata a partecipare lo scorso aprile. Gli altri autori coinvolti sono: Remo Bassini, Saverio Fattori, Giulia Fazzi, Herzog (Flaviano Fillo), Sergio Kraisky, Yari Selvetella, Chiara Valerio. Divido la pubblicazione in due parti, data la lunghezza.
A sinistra: particolare di una foto di Jerry Uelsmann.]

Lo studio era di un bianco ghiaccio che travolgeva gli occhi e annientava la vista.
Tutto era bianco. Anche il pavimento. Anche le scrivanie.

La Mugghiani diceva che il bianco «allargava. Che faceva sembrare l’ambiente più grande, più pulito. Che la gente si sarebbe sentita a proprio agio. Perciò aveva fatto ridipingere tutto e buttato via le sedie e i divani beige che sembravano parte della tappezzeria. Appena arrivata aveva chiamato l’architetto: “Non importa quanto mi costerà, io pago cash. E la voglio qui, domattina all’alba”.

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(lasciti dell’anacoreta)

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I.

ci siamo – abbandono la stele, lascio alla vita dei ragni la virtù, sospingo
tutta la memoria dietro il masso muscoso: non c’è mondo,
c’è il rantolo dello sconosciuto,
dell’ignota presenza che non nomino – seppi: nominare è morte e polvere,
ché in questo annullarmi alla congrega vivo, amandola di pura assenza,
come una vitale persuasione, una resa completa…
poi, vederli dall’alto, lumini in moto perenne nel vallone,
sapere di questo amore
che senza abbraccio vede ogni istante,
egoista del trascendere del legno,
offre una specie di ragione che si piega, un’elezione di qualcosa che sorregge
e spegne, accende e polverizza – ora impasto il fango, fratello,
vanamente erigo
muri a secco… Continua a leggere

Secondo consuntivo

deserto-2.jpgOgni tanto bisogna fare il punto. Perché siamo nomadi del tempo e dello spazio, e nel mondo virtuale è più chiara la consistenza effimera dei messaggi e dei silenzi, in cui si rivelano e nascondono paure e desideri, tensioni che non trovano sbocco e sollievi temporanei per un cenno d’intesa, un’idea finalmente condivisa. Sappiamo. Sappiamo che la parola scritta sullo schermo è una foglia che danza, prima di atterrare ed essere schiacciata: la guardiamo con gli occhi spalancati di bambini che non sanno scacciare le illusioni, anzi, se ne nutrono, ne fanno il cavallo o il cammello che avanza nel deserto di un’attesa ingenuamente ostinata.

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Tu alla cassa 5. Io alla 6


Signore, signore, fa 22 e 75, signore… guardi che c’è la coda.
C’era la coda, c’era ressa, c’era che non trovavo la carta di credito; e così ti ho persa di vista. Io ero alla cassa numero 6, tu alla 5.
Lo so, ne sono certo: mi hai visto, ne son certo, ma poi hai abbassato la testa. Non dovevi.
La canzone di Venditti diceva
la più carina, la più cretina, cretino tu, che rideva sempre…
Già: tu eri la più carina. Cretina no, non lo eri.
Bella, intelligente, inavvicinabile. Eri troppo per me. Per la mia timidezza. Mi bastava sognarti. Continua a leggere

Bloc notes. Appunti di viaggio: in Grecia. 3

di Giorgio Morale

Quanto conta che un monte si chiami Olimpo; una valle, Tempe; un fiume, Peneo; una terra lontana, Eubea?

Per un mese – essere pietra, essere acqua.

Il senso dell’ora viene meno. Guardiamo un tratto di mare e cielo, e potremmo essere in qualsiasi luogo. Continua a leggere

Non avevo le parole, di M. e U. Brancia

Marco e Umberto Brancia

 

Non avevo le parole

 


8 novembre 2007 // ore 18.30

Sala San Carlo, corso Matteotti, 14 Milano

Interverranno

 

Silvia Borghi

Caritas Milano

 

Fabrizia Bugini

Gruppo Asperger ONLUS

 

Angelo Fasani

presidente Lehda

 

Igor Salomone

pedagogista e scrittore

 

Saranno presenti gli Autori

 

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YOUTUBE E L’ISOLA DI PASQUA di Valter Binaghi

isola di pasqua

Youtube è uno dei siti Internet più celebri, una sorta di blog collettivo dove si possono postare brevi filmati amatoriali a piacimento. Come potete immaginare, ce n’è per tutti i gusti: satira politica, porno più o meno soft, ma soprattutto scorci di vita quotidiana.
L’esaltante balzo in avanti che siti come questo hanno fatto fare alla “vetrinizzazione dell’esistenza” si è subito notato anche in Italia, dove già abituati agli incidenti più o meno spontanei di “Paperissima” è iniziata tutta una caccia, soprattutto tra i più giovani, alla “produzione” di frammenti del quotidiano in cui esibirsi come attori o registi.
Ma poichè tutti i media conoscono una saturazione breve (è lo stesso con le droghe pesanti), le capriole del cane di casa e le grazie della fidanzata non ricevono più visite (il counter dei siti, che misura quante volte un post viene visitato, è molto simile al meccanismo dell’audience televisiva), quindi bisogna andare su qualcosa di più fortino. Tipo schiaffeggiare il compagno di classe handicappato e registrarne le reazioni tristemente rabbiose. L’abbiamo visto, come si sono viste dodicenni spogliate e palpeggiate dai compagni, o rapporti sessuali tra adolescenti ubriachi nelle toilettes delle discoteche, o risse provocate ad arte fuori dalle medesime, fino a ferite aperte, girate forse già in un pronto soccorso.
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Massimo Sannelli a La camera verde – Roma – 28 Ottobre 2007, 0re 18,30

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memo: stasera: Emily Dickinson

October 28th, 2007

e. dickinson LA CAMERA VERDE
Via G. Miani, 20 (zona Ostiense) – Roma

oggi, domenica, 28 ottobre 2007,
dalle ore 18:30

Massimo Sannelli presenta

Su un Io Colonna

traduzioni da Emily Dickinson

(edizioni La Camera Verde, mise en page di Giovanni Andrea Semerano, Roma 2007, pp. 150) Continua a leggere

improve your english

Ho letto Manzoni e Foscolo, ma non solo.
Il Morgante del Pulci, le Stanze
del Polizano, la Secchia del Tassoni.
Ho un background discreto di studi classici
(sì, faccio per vantarmi).
Da giovane traducevo
Esiodo Pindaro Alceo,
oltre che Cicerone.
Ma, a parte l’arteriosclerosi e l’oblio
che tutte cose involve (to involve),
sono un illiterate, non c’è rimedio.

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Sguardo Nuovo

Mio figlio, in terza media, deve leggere e commentare questo sonetto di Ugo Foscolo.

A Zacinto

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

Presagisco un pomeriggio noioso, invece iniziamo a cercare le foto di Zacinto in rete per vedere concretamente le “sacre sponde” e le “onde del greco mar”, la “petrosa Itaca” e la tomba di Foscolo. Così ci troviamo a leggere e rileggere le strofe, i singoli versi, alle volte gigioneggiando “alla Gassmann” lasciando stare l’accademico rispetto ma trattando la poesia come una poesia e basta.
Finito il compito ognuno si dedica a qualcos’altro ma dopo cena, quando mando mio figlio a buttare la spazzatura, alza il sacchetto e mi dice: “Gli darò illacrimata sepoltura” ed esce ridendo, regalandomi uno sguardo nuovo su una poesia che credevo sterile.