COMPILATION 2

ORDINAZIONE

l’ultimo che aspetta, la cascata
di luce e il calendario dei suoi dolori,
il paradosso che esista un Dio
nonostante lo svanire, la preghiera
di terra: oscurità magnifica
raccolta per marcire, consacrata
alla polvere amara dell’incenso,
alla bruma che sale, diafana, nel vuoto.

Fra le poesie lette in rete di Fabrizio Centofanti ho scelto “Ordinazione”. Io vedo un corpo riverso a terra, chissà in quale tremenda contorsione emozionale mentre si consacra totalmente all’altro. E sa che la sua decisione è per sempre. L’ultimo che aspetta. E dice una preghiera di terra, la bocca a terra, come ad accettare questo essere a contatto con la gravità che ci riporta qui, riservando il salire al dopo, come un dono. Solo al dopo. E’ l’esserci tutto; rinunciare al porsi la domanda “perché questo?”. Accettare invece il “questo è”. Non so capire questo mistero. Lo desidero ma non lo so capire. Questa mia difficoltà avviene, forse, quando il pensiero diventa un demone, uno che scombina le pedine tutte le volte che ci vogliamo fermare. Accettare di essere in basso. Fermi. Una cascata di luce che si spalanca sopra di noi come un regalo di nozze; il salmodiare dei giorni che si portano via l’umano e lo illuminano nella luce necessaria, nel momento della scelta in cui non ci chiediamo ma decidiamo. Essere sacerdote, caro Fabrizio, è decidere di essere per sempre in un presente? Decidere di stracciare il calendario dei propri dolori? Di rinunciare a un tempo che non ci consola, che non può consolarci perché è il finito che abitiamo a consolarsi col pasto della nostra carne?
Mi piace considerare questo gesto come segno della necessità di un esserci, malgrado tutto. Mi ricordo di un mio amico sacerdote molto giovane che diceva: Il papa è lì. Io sono qua. Come a segnare una distanza; non una presa di posizione, ma un esserci in un altro modo, malgrado tutto. Lui sarebbe rimasto sacerdote malgrado tutto. Essere qui, perché il lavoro ci chiama alla terra, alla preghiera, all’oscurità, magnifica raccolta per marcire. Perché marcire con beatitudine? Perché ubbidire, nostro malgrado, alla polvere amara dell’incenso? Questo corpo che ubbidisce ha come dono il fardello del compito della testimonianza di un Dio che ha santificato con la sua morte violenta la nostra morte violenta. E santificare vuol dire, in qualche modo, custodire, conservare per sempre.
Se esiste un Dio nonostante la nostra preghiera, il nostro marcire, vuol dire che Dio è distante da noi? Allora il nostro gesto è solo un sacrificio? Ma se è solo un sacrificio, vuol dire che il nostro compito è imitare la morte di Cristo? Ma imitare la morte di Cristo, vuol dire consacrarsi alla sua resurrezione? Ma questo ubbidire al silenzio, per un sacerdote, è forse la gioia dell’essere amato dal silenzio?
Mi ricordo, quand’ero bambino, venne in casa mia un signore. Chiedeva ai miei di mandarmi al seminario, di farmi studiare lì. Non so che cosa sarebbe stato della mia vita se i miei genitori avessero fatto questa scelta. Chissà, forse mi avrebbero cacciato dal collegio subito dopo i miei primi atti di disubbidienza. Oppure, chissà, forse avrei trovato un’altra strada. Risento in questo testo di Fabrizio, le mie ultime preghiere a un Dio silenzioso, il peso del mio “perché” non esaudito. Forse non capii che Dio ascolta l’ultimo che aspetta, chi ha più pazienza. Che le nostre azioni possono essere compiute nel paradosso che esiste un Dio malgrado lo svanire, il percepirne l’assenza. Io ho capito che a un sacerdote non è possibile rivolgere la domanda: “perché l’hai fatto?” La risposta è semplicemente uno sguardo. Come nel bellissimo finale de “Il sorriso eterno”, un racconto di Lagervist. Una moltitudine di morti muove alla ricerca di Dio. Lo trova, infine. Una lucina piccola appare di lontano. Dio è un vecchietto curvo, un falegname intento nel suo lavoro. Dice che lui non ha tempo di rispondere. Che è troppo impegnato nel suo lavoro. Sembra quasi scocciato di quella visita. La gioia che questi morti pellegrini provano è semplicemente nell’averlo visto lavorare. Nell’aver capito che devono fare altrettanto. Che, pur nella distanza, il padre è lì.
Sebastiano

6 pensieri su “COMPILATION 2

  1. “Tu sei colui che scrive e colui che è scritto”, Sebastiano. E questo è privilegio, dono, vertigine, dolore, silenzio di pochi. Qualunque sia l’immagine che la parola cerca di trattenere nelle sue reti, tese sull’abisso che separa la finitudine dal cielo. O dal nulla.

    fm

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  2. Scrivere ed essere scritti. Eppure la modernità ha drammaticamente separato queste due cose. Forse anche per colpa dei poeti. Scrivere presuppone un atto di volontà, un voler esserci. Essere scritti la pietà che chiediamo a qualcun altro, l’umiltà del riconoscere di essere solo carta copiativa. Allora si può scrivere e nello stesso tempo essere scritti. Come se fossimo un tramite, tra Dio e le creature più umili che ci sono state date in custodia.
    Sebastiano

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  3. Non ricordo più quale rabbino “immaginario” affermasse, nel “Libro delle interrogazioni”, che solo chi ha attraversato il deserto, fino a confondersi con la sua materia inerte e apparentemente amorfa, è in grado di riconoscere (di “leggere”) le lettere che ogni granello di sabbia è stato. Leggere l’ “altro”, come fai tu, è attraversare quel deserto (la “separatezza”) come si attraversa la propria pelle mutata in polvere, poro per poro; o la propria voce, mutata in silenzio, sillaba per sillaba, respiro per respiro. Assenza per assenza.

    Ti sono grato per quello che scrivi. E per come lo scrivi. Perché si è proprio quello che si scrive e il modo in cui lo si scrive.

    fm

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  4. Non conosco altri modi per uscire dall’impasse della letteratura, dalle sue cronologie, dalle sue manie classificatorie. Quando il testo chiama, vuol dire che ha superato la soglia di sopravvivenza. E non ci sono “supposizioni” o “constatazioni” critiche che tengano. Bisogna scriverne. E’ un atto di libertà. Soprattutto verso se stessi. Perché il libro è una creatura libera. Non possiamo stare alla logica del “si parla solo dei primi dieci”. Sarebbe come dire che il nostro cuore è talmente piccolo da poter contenere solo dieci parole. Ma poi questa, per stare alla tua metafora della sabbia, è una voce che grida nel deserto.
    Sebastiano

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  5. Essere “quello che si scrive e il modo in cui lo si scrive”, è rivendicare la propria “libertà”. E’ la scrittura stessa, allora, che si fa esercizio vivente alla “libertà di un grido”. Fosse solo la coscienza che il deserto è madre. E la voce che grida tra le sabbie non è mai sola.

    fm

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  6. grazie, Sebastiano e Francesco. abbattere la barriera tra scrivere e essere scritti per me è un fatto previo, la premessa che coincide con l’esperienza di quel silenzio donato di cui parla così bene Sebastiano. hai colto il punto d’intersezione tra l’abbandono delle proprie sicurezze e la rivelazione assente di Dio. credo sia anche il punto d’incontro tra chi scrive e chi legge: solo in quella confluenza ci si può scoprire fatti dello stesso dolore e della stessa speranza.
    un abbraccio a entrambi.
    fabrizio

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