Cosa fareste se domani vi ritrovaste senza il dio di questo mondo in tasca?

 

Il denaro si è trasformato in qualcosa di più di un simbolo del valore della merce o di un mediatore nelle relazioni di baratto. Avendo acquisito caratteristiche di feticcio il denaro è il nuovo idolo venerato – custodito solennemente nel sancta sanctorum del sistema bancario – in onore del quale vengono sacrificati valori come l’etica, il rispetto delle leggi e perfino le vite umane.

Chi lo possiede si sente innalzato al paradiso terrestre. Chi deve soffrire per ottenerlo si sente in purgatorio. E chi è senza, si sente all’inferno, emarginato dalla povertà e condannato al ruolo di quelli che soffrono, come Sisifo, sotto il peso schiacciante dei debiti. Non è facile per la famiglia, la scuola e la religione proporre ai bambini e ai giovani i valori etici, in una società che venera il denaro e chi lo ostenta. Le istituzioni che lo amministrano – banche e borse valori – sono cattedrali, le cui succursali sono disseminate in tutte le città tramite una rete di agenzie. In esse non si può entrare senza mostrare la stessa compunzione del penitente diretto al santuario nella speranza di benedizioni e guarigioni. La porta è stretta, come quella di ogni sentiero che conduce alla salvezza e alla ricchezza. Onnipresente, l’occhio elettronico della divinità monetaria vigila ognuno dei nostri passi e dei nostri gesti. Una volta dentro, bisogna sopportare la fila con la devozione di chi salderà i propri debiti, ricompensato dal sollievo di poter purgare i propri peccati o di fare offerte a Mammona, aspettando d’essere miracolato con crediti e prestiti. E il rituale, naturalmente, esige di stare al passo con le decime e i tassi delle banche. I mezzi di comunicazione esaltano chi viene benedetto dalla fortuna e emarginano la massa anonima condannata alla povertà. Ciò che il denaro procura non è soltanto il magico potere di ammassare beni, comfort, sicurezza e prestigio. Al di sopra di tutto c’è il potere tout court, l’essere in grado di imporre la propria volontà agli altri. Gente come Bill Gates possiede milioni di dollari che non potrebbe spendere nemmeno se vivesse svariate reincarnazioni, e non ammucchia una simile fortuna per pura e semplice avarizia, ma per essere più potente. Oggi la ricchezza sostituisce il sangue blu. Un tempo la nobiltà occupava il vertice della piramide sociale. Essere re era questione ‘divina’ o meritata in battaglia o di destino dinastico: nobili si nasceva o si diventava per valore. Oggi è il denaro che innalza la persona al trono del potere e, passando di generazione in generazione, assicura un ‘nobile’ lignaggio. Basta un’oscillazione della Borsa per detronizzare re e incoronare plebei o, peggio, delinquenti. Qualunque arrivista privo di carattere può brillare in società, dal momento in cui possiede denaro. “Il denaro è il nervo vitale in una Repubblica e coloro che amano il denaro sono le basi della Repubblica stessa” diceva Poggio Bracciolini, già nel 1487, nel suo “Sull’avarizia e sul lusso”.

82 pensieri su “Cosa fareste se domani vi ritrovaste senza il dio di questo mondo in tasca?

  1. “I mezzi di comunicazione esaltano chi viene benedetto dalla fortuna e emarginano la massa anonima condannata alla povertà.”
    E allora, a noi poveracci, non resta che emarginarli questi mezzi di comunicazione che esaltano solo Mammona….

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  2. In un punto sembra quasi che il nobile fosse meglio dell’imprenditore. Vorrei sapere da uno come te che smaschera il dio denaro cosa proponi.

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  3. Dovete sapere che la pagina DOCUMENTI del mio computer è più vuota di un giardino zen. A dire la verità, un qualche cosa c’è, ma è sempre troppo. E io, nei limiti del possibile, cerco di onorare il cestino. Quel che resta, dovrebbe essere proprio utile, o almeno così io spero. Bene, a proposito di cose utili, che ne dite se salvo questo post nella pagina dei DOCUMENTI? A me sembra così bello, e chiaro, e semplice, e sopratutto corto. Dovendo riempire ogni tanto anche il capitolo delle cose di questo mondo, direi che lo scritto di Gian Ruggero Manzoni era proprio quello che mi serviva. Secondo me, non è per niente facile dire così tanto con così poche parole. E quando questo miracolo succede (perchè i miracoli ogni tanto succedono, non è vero?), bisognerebbe fare proprio un po’ di festa. Tornando alle cose pratiche, direi che questo potrebbe anche essere il primo di una lunga serie di PROMEMORIA o, che ne so, un qualche cosa da rileggere a Natale davanti al caminetto. E poi, tanto per salutarci, volete sapere anche un’altra cosa? A me il denaro fa venire in mente il RYOAN-JI. Qualcuno ha presente il celebre giardino di pietra e ghiaia che sta a Kyoto? Beh, questo e soltanto questo volevo dirvi. E adesso passo e chiudo.

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  4. Corrado Alvaro è stato un intellettuale di ampio respiro e non solo un autorevole scrittore di impronta regionale. Egli aveva avuto modo di scandagliare, nei numerosi viaggi europei, la crisi della modernità – notevole e impressionante per la capacità premonitrice la silloge di racconti “IL mare”, denuncia lucida e lungimirante dei pericoli di alienazione che connotavano quella società di massa e dei consumi che si andava diffondendo negli anni Trenta e che oggi ben conosciamo – ma ciò che più lo sconfortava era una idea di “ricchezza” instillata nell’immaginario collettivo come se fosse un diritto di ognuno. Ecco, è questo il punto, e bisogna stare attenti ché non è in contraddizione con gli aneliti di giustizia sociale di cui è impregnata la sua più celebre opera: “Gente in Aspromonte”. Alvaro condanna il “superfluo”, la devastante violenza dei falsi bisogni di cui oggi siamo costantemente bombardati in maniera esplicita o subliminale, perfida subdola impalpabile, in qualsiasi momento e in qualunque circostanza. Conosco ragazze e ragazzi giovanissimi, li incontro ogni tanto in palestra. Io ci vado per scaricare lo stress, del fisico mi importa poco, non sono mai stato uno sportivo. Ma sono costretto ad andarci perché dopo otto ore di ufficio laboratorio capi capetti ed esauriti vari ho bisogno di scaricare lo stress accumulato. Se no rischierei di finire dentro per rissa lesioni o cose di questo genere… Loro ci vanno, mi dicono, perché devono somigliare a quel tronista o a quella velina della televisione. Se no si sentono brutti deboli insicuri… Nessuno mi dice che fare sport è salutare. No. Non gliene frega un cazzo della salute, sono gli stessi che vanno in discoteca a rintronarsi con quintali di decibel e a bruciarsi i neuroni e spappolarsi il fegato con pasticche superalcolici e cocktail mostruosi. E guai se non ci vanno con gli abiti giusti, quelli che indossano i loro idoli che urlano negli stadi, in quegli spazi enormi e di una tristezza indicibile dove li “adescano” e poi li ammassano come in un campo di concentramento, e li stordiscono con le loro idiozie canore dopo averli spogliati delle loro paghette, che moltiplicate per il numero di spettatori paganti fa una somma oscena. I giovani laureati devono sgobbare nove-dieci ore al giorno sotto il continuo ricatto di essere presi a calci in culo e quelle cifre là se le sognano! Però ai concerti vanno vestiti come quei deficienti dal portafoglio gonfio e dal talento discutibile ancorché ben confezionato. E magari ci vanno col culo di fuori altrimenti non sono trendy.

    Ciao.
    Pasquale

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  5. mi verrebbe da chiedere: come crescere i figli, e come preservarli da tutto ciò? credo che i mezzi di comunicazione abbiano un ruolo precipuo, specialmente la televisione. acquistando casa, ho deciso di non acquistare la tv. a volte quando lo dico a conoscenti e amici, dopo un attimo di costernazione, mi dicono un po’ beoti: “e l’informazione, i documentari?”; come se la tv veicolasse vere informazioni e non fosse, quale è, un mero organo di propaganda consumistica-politica. poi, questo tipo di “informazione” è così pervasivo che ci arriva anche senza tv. mio figlio, quando sarà, in casa si occuperà di altro, tipo giocare con barattoli e altri cose reali che si toccano con mano, ascolterà musica, ascolterà parlare i suoi genitori, lavoro permettendo. mi rendo conto che è un sforzo patetico, almeno in parte, ma qualcosa bisogna pur fare. mi viene in mente quando Pasolini discrisse la televisione come un mezzo di informazione di massa autoritario ed estremamente antidemocratico, perché le informazioni cadono sempre dall’alto dello schermo al basso di chi osserva e ascolta. credo che io debba crescere il mio futuro ed eventuale figlio in un milieu che trasmetta i valori della cultura, dell’ascolto, della pietà, della critica. per questo, secondo me, sono importanti i primi anni della sua vita, e gli oggetti che vedrà in casa, e non saranno oggetti di consumo, per quello sarà possibile.

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  6. Concordo ma , ahimè dal dire al fare ci passa tutta una serie di cose che non sto qui ad elencare.
    Sono madre e come tale ho cresciuto un figlio con poca televisione, ma tanti stimoli umani.
    Posso considerarmi fortunata del risultato in parte ottenuto, ma attenzione solo in parte.
    Subentrano meccanismi di mercato dai quali fatichi a sottrarti, vi sono dinamiche sociali che schiacciano anche esseri preparati.
    Ti auguro Domenico di portar fede alle parole ma se ne riparliamo tra 14 anni, con un figlio adolescente, i buoni propositi, son convinta che saranno deturpati dai sistemi.
    Tornando alla problematica soldi o non soldi caro Gian Ruggero il problema mi si pone poco, avere ancora meno di quello che ho fatico pensarlo. 🙂
    Ma vi è l’amore che fortunatamente non ha prezzo e ben venga un Due cuori e “na” capanna.
    un abbraccio

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  7. e lo so, cara Paola, infatti conto di viaggiare molto, anche per lavoro – essendo precario sotto alcuni punti di vista non ho scelta – forse un figlio un poco “zingaro” sarà anche in po’ più “furbo”, chissà

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  8. @domenico

    tutta la mia solidarietà a chi ha fatto la mia stessa scelta di “buttare dalla finestra” la TV, anche se quella scelta da sola non basta per far crescere bene i propri figli. i giovani hanno bisogno di modelli sani, di figure di riferimento credibili, capaci di trasmettere non soltanto valori ma, e soprattutto, la capacità critica, perchè solo nella capacità di discenimento abita la vera libertà dai condizionamenti, di qualunque natura essi siano.

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  9. recemente sto pensando che gli unici punti di riferimento siano i genitori; il nostro afflato per la religione, per la poesia, per un’etica migliore, ecc. nulla sono se paragonati alla pedagogia genitoriale. insomma, nessuno può fare sinceramente sua la pietà, ad esempio, tanto cara al cristianesimo, se questo “valore” (è più un modo di essere) non è stato trasmesso prima dai genitori. quindi penso che sin da piccoli la nostra forma mentale sia finemente modellata e determinata, e anche per questo, data la malleabilità del processo e l’enormità degli stimoli mediatici ricevuti dai piccoli, penso che non si possa pretendere troppo, ma che l’impegno debba essere massimo.

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  10. Caro Domenico apprezzo le intenzioni e posso dirti che nell’ambiente dove lavoro conosco persone (“aridi” tecnici) che non hanno la televisione e a volte neanche il telefonino, vestono in maniera sobria e trasandata, e non gliene frega un tubo di essere trendy. Io in un certo senso le ammiro. Ma il problema dell’educazione dei giovani rimane, fare il genitore oggi è forse il mestiere più difficile del mondo. Sai, una volta, soprattutto dalle nostre parti, i figli si allevavano per strada, magari andavano scalzi e coi calzoni corti anche in mezzo alla neve, ma nessuno di loro pensava neanche lontanamente di affidarsi alle cure di uno psicologo come capita a tanti adolescenti di oggi (non sarà mica colpa dei genitori, che hanno rinunciato al loro ruolo? Non ditemi che ora non c’è tempo ché i miei nonni partivano all’alba e tornavano dopo il tramonto…). Il problema è quello dei “modelli” e della prepotenza con cui sono imposti. Non basta vivere senza televisione o senza radio, oggi siamo letteralmente invasi da immagini e messaggi che propongono modelli e stili di vita precisi, inequivocabili, e se a trent’anni hai un po’ di pancetta come dovrebbe essere normale per uno che non fa l’atleta di mestiere rischi di andare in paranoia. I giovani del terzo millennio si identificano coi personaggi nullafacenti e nullapensanti dei reality, tutt’al più vorrebbero essere Briatore o Ricucci… Ecco, fai bene a sottolineare il ruolo insostituibile della famiglia (riconosciuta o di fatto non ha importanza) nella formazione dei ragazzi, ma sono ben altri gli input che essi ricevono – spesso subendoli – in questa società dell’informazione globalmente distribuita – e questo è per molti versi un bene – ma praticamente incontrollabile. D’altra parte è impossibile mettere la “museruola” a internet, puoi applicare qualche filtro sul computer di casa ma in questo modo curi il sintomo non la malattia. Occorre intervenire a livello culturale. Mi sono indignato altre volte ma non mi stancherò mai di farlo. Ci sono ancora intellettuali con le palle? A parte Gian Ruggero che è avvezzo a sollecitare le nostre sinapsi con queste intelligenti e attualissime provocazioni (ma, ahimè, nei media di maggior risonanza non lo vediamo), mi viene in mente Massimo Fini, lui sì, dice peste e corna di questa corsa forsennata e innaturale che ci viene imposta: a parte loro non mi viene in mente nessun altro. Può darsi che mi sia distratto ma credo che la sostanza sia questa. Bisogna lottare con le armi della cultura, quella vera che respiriamo ogni giorno sulla nostra pelle negli ambienti di lavoro, per strada, al mercato, dal salumiere… non certo quella accademica. La cultura accademica serve tutt’al più da pungolo, da sprone intellettuale, apre delle finestre su degli scenari teorici. Ma la realtà è ben diversa dall’accademia. Anzi, la realtà dell’accademia se ne fotte.

    Buona serata.
    Pasquale

    P.S. Forte l’immagine del DNA, dove l’hai presa?

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  11. il denaro, Gian Ruggero, lo vedo alla luce del vangelo, che mi parla di un ricco che non ci vuole rinunciare, di un discepolo che viene chiamato mentre lo sta contando, di un altro che lo trova nella bocca di un pesce per pagare la tassa del tempio, di un traditore che lo incassa dopo aver venduto l’amico, di un samaritano che ne lascia all’oste dell’albergo per prendersi cura dell’uomo incappato nei briganti, di un pubblicano di gerico che ci rifonde quelli che ha frodato. il denaro è questo oggetto che può testimoniare su anime generose e anime meschine. il denaro parla di noi, delle nostre mani aperte o del cuore rattrappito. è un racconto che gira di tasca in tasca e ha in serbo un finale logico per ciascuno di quelli che lo hanno visto passare nella propria borsa.

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  12. Leggete (o Rileggete) i Cori da La Rocca di Eliot (che era monarchico) …

    Un discorso interessante che condivido all’ 80 per cento …
    Ho qualche dubbio quando Gianrugge mi parla di etica (glielo dissi anche, una volta)…
    Gli chiedo: cos’è per te l’etica?
    è un fondamento oggettivo? o è l’etica del più forte(i) che si impone diventando oggettivo?
    Per me è insufficiente ad opporsi al Potere almeno finché non diventi prassi rivoluzionaria che lo rovesci, come con l’Ancient Regime …
    Ma quando questo è accaduto, abbiamo assistito a nuovi Poteri – magari anticipati prima da istanze etiche, del tipo “tutti gli uomini sono uguali” o “il capitale è un furto” – ancora più sanguinari dei precedenti … La Russia degli zar non era il massimo: ma l’Unione Sovietica, secondo me, era molto peggio …
    Pol pot, Hitler, Mussolini son tutti partiti da un’etica (la loro) e, in seguito, preso il Potere, hanno fatto fuori tutti quelli che non rientravano in questa loro etica … E i primi due in maniera feroce …
    Mi diceva una volta un noto personaggio: io tremo quando qualcuno mi comincia a parlare di etica perché poi si arriva a Pol Pot… Ha ragione …
    Dunque?
    Cos’è che si può opporre veramente al Dio denaro (il cui strapotere viscido non piace neppure a me…) ?
    Vi assicuro che esistono persone la cui vita è solo volta all’accumulo di denaro, come dici anche tu Gian. E se ,per una ventina di minuti, uscissero da quella loro tremenda logica o abitudine, non saprebbero che fare …
    E infatti non ne escono mai … Certo, ci sono alcune eccezioni ma l’andazzo è un po’ desolante …
    Così non esiste una vera comunità di persone…

    Pasquale: be’ anch’io sono cresciuto in strada, e non tantissimi anni fa, pur essendo figlio di borghesi … Gioco del pallone e risse … Anche nella tua regione natale …
    Qualcuno presto lo saprà, qualcuno lo sa già …
    Il discorso sull’educazione dei piccoli o dei ragazzi per me è centrale, a cominciare dal problema Istruzione, ma non apriamo questa parentesi …
    Sarebbe la mia priorità (come piace dire ai politici) in agenda …

    Ciao a tutti e in particolare all’etico Gianrugge (io mi sento un po’ er-etico ed est-etico, almeno in spirito) …

    bye bye

    Andrea Margiotta

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  13. # 1. Più che giusto Paolo… oppure impadronircene.

    # 2. Cara Giulia almeno l’aristocrazia aveva dei Codici ai quali attenersi (seppure la maggior parte dei nobili, col passare dei secoli, siano divenuti dei poveri mentecatti mentali – non si spiegherebbe, altrimenti, il 1789), invece l’imprenditoria-l’imprenditore (borghese) non ha codici (se non partoriti dall’ipocrisia – fra questi quello di far denaro sulle spalle degli altri piangendo sempre miseria – mai si è visto un aristocratico piangere miseria… anche nella miseria si restava aristocratici)… e neppure cerca di averli dei Codici, l’odierna imprenditoria, come neppure ha uno Stile, se non quello frutto dell’omologazione dilagante firmata: Cayenne, vacanzina, cocaina, struscio con abiti Armani o Dior e via così.

    Per quel che mi riguarda, se rimanessi senza denaro e non ci fossero le prospettive per un lavoro dignitoso (e per dignitoso intendo anche il fare lo spazzino o il vuotare le vasche biologiche dell’Ospedale Civile), lo andrei a prendere, pistola alla mano, da chi ce l’ha. E non è detto che non lo faccia molto presto 🙂

    # 3 – 4. Grazie Lor e Elena… ma non ho ben inteso in che accezione tu, Lor, paragoni il denaro al RYOAN-JI… per rifarmi al come si definisce il redivivo Margiotta, che saluto, da ‘esteta’ trovo il denaro molto più volgare del manufatto giapponese che indichi.

    # 5. Pasquale condivido l’analisi-sfogo, apprezzo Massimo Fini, ti ringrazio del complimento, ma non ci hai detto cosa faresti se ti trovassi senza denaro in tasca e licenziato dal tuo ‘sporco’ lavoro sul quale (visto il come lo descrivi) ti sta molto stretto (e lo stesso sarebbe per me… considerato l’ambientino in cui pare ti trovi).

    # 6. Domenico… di certo pregevole quel che fai, ma io, invece, sono un assertore dell’avere la TV in casa e del tenerla accesa (anche se molti mi pensano una sorta di Elemire Zolla della Bassa Romagna)… questo perché? Perché è giusto avere sempre innanzi la testimonianza diretta di un crollo al fine di riflettere e giungere ad eventuali soluzioni o dis-soluzioni. Cmq ti capisco e ti sostengo. Vorrà dire che provvederò ad agire, all’occorrenza, anche per te. Peccato che non potrai vedere il mio faccione in diretta RAI quando leggerò la lista dei proscritti 🙂 Cmq anche tu non ci hai detto cosa faresti se da un giorno all’altro ti trovassi senza ‘euri’ in tasca e fuori dalla ‘ditta’.

    # 9 . Paola. Cosa ne dici se la costruiamo su un albero? 🙂

    # 11. Elena. Neppure tu ci hai detto cosa faresti se rimanessi senza una lira in tasca (ovviamente inutile dirti che condivido quel che hai scritto).

    # 16. Ottimi rimandi, Fabry, così come, anch’io, ho avuto sempre fiducia nella Divina Provvidenza… ma dimmi cosa faresti se ti trovassi prete, senza prospettive di lavoro, senza la Curia alle spalle o i fedeli che fanno lasciti… e, soprattutto, senza il buon Gesù che ti miracola quotidianamente con due pani e due pesci – e perdona la provocazione che sai iperbolico-paradossale, ma che, infine, mi-ti-ci vuol mettere di fronte a un fatto… e che fatto! 😉

    # 17. Caro Andrea la mia etica, come già ti dissi, ha radici remote, cavalleresche, fideiste, assolute, quindi sono ovviamente di parte… ‘oggettivamente’ di parte… ma non me ne preoccupo più di tanto (se sarà la mia visione a trionfare bene, se risulterà perdente, bene lo stesso, almeno avrò combattutto-lottato-agito in vita e in morte in funzione di un progetto, quindi di certezze che ho… in questa esistenza-società ormai ridotta al trastullarsi nel pur debole e, a mio avviso, ben poco costruttivo dubbio – visto il crinale sul quale stiamo funambolicamente girando) – cmq anche a te ripropongo la domanda: se tu da un giorno all’altro ti trovassi senza più un soldo in tasca così come tu non avessi modo di poter lavorare e nessuno ti mantenesse e non avessi oggetti preziosi da barattare o la fiducia di uno strozzino o un dio che ti fa piovere manna dal cielo… cosa faresti?

    Avanti, amici, rivoltate le vostre tasche e ditemi-diteci come vi comportereste (si accettano anche soluzioni mirabolanti, così, tanto per fare narrativa… cmq più interessante leggervi nella sincerità – io, seppur col sorriso, ho già detto di mio, e non me ne vergogno).

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  14. Per me rimanere senza il dio denaro in tasca non è solo esperienza di oggi. È stata esperienza di ieri (2003) e dell’altro ieri (1993). Senza quei momenti non sarei diventato quello che sono oggi. Non penserei quel che penso oggi.

    L’altro ieri, quando sono rimasto senza soldi, senza lavoro e senza prospettive, ho sperimentato l’importanza che il denaro ha per il mondo contemporaneo. Le cose che ha scritto nel suo post Gian Ruggero Manzoni e altre, talune più pesanti e dure, le ho pensate e sperimentate come graffi sul cuore.
    Il denaro è importante in questo mondo perché se non ce l’hai non puoi comprare, se non puoi comprare non sei un consumatore, se non sei un consumatore non sei un essere umano. Non esisti. Non puoi fare niente.
    Gli altri pensano da consumatori, e fanno cose da consumatori: tu non puoi stare al loro passo di spesa, rimani indietro, vedi le loro schiene che si allontanano, loro non si voltano indietro a vedere se ci sei ancora, non ti vedono più.
    Allora ti guardi intorno, e qualcuno c’è. Qualcuno che ha il tuo passo di non-spesa. Qualcuno che senza troppa convinzione è un non-consumatore. Non è sempre bella gente ma qualche discorso interessante lo fa. Qualche strategia di sopravvivenza, prima mentale che fisica, la si impara e ce la si presta a vicenda. Tanto è una strategia, una cosa impalpabile e che pertiene al campo delle idee. E per le idee vale la regola che se la passo a qualcuno poi siamo in due ad averla, perché io non la dimentico e mi rimane in mente, e lui conosce un’idea in più e ce l’ha in mente. Per il denaro la regola è diversa: se io ce l’ho e lo dò a qualcuno, poi non ce l’ho più perché ce l’ha lui.

    La seconda volta che sono rimasto senza soldi è stato ieri. E con i soldi stavolta è andato via anche l’amore, lasciandomi un po’ più incattivito. Ma come darle torto? Se in una coppia non si lavora per metter su casa, per costruire un nido caldo ai bambini che devono arrivare, di che coppia stiamo parlando?
    Be’, io lo so di che coppia sto parlando. E di che lavoro individuale sto facendo per cercare di migliorare la vita e il mondo di tutti. Sto parlando di un lavoro che non sia prostituzione, che non sia inquinamento. Sto parlando di etica ed estetica.

    È il lavoro che sto facendo oggi e che qualche soldo in tasca me lo mette.
    È il lavoro di scrivere questo commento, anche, sperando che non sia fuori luogo o troppo incattivito (che la cattiveria funziona più per le aggressioni che per le spiegazioni, più per il bullismo che per le argomentazioni).

    Il lavoro che sto facendo oggi è reso possibile dall’esistenza di internet in quanto rete mondiale di computer interconnessi e della blogosfera in quanto rete mondiale di persone interconnesse. Il tutto a un prezzo quasi gratis.
    In internet vale la regola della trasmissione delle idee, per cui se passo ad altri qualcosa che penso – io non la perdo e altri magari la guadagnano.

    Pertanto alla domanda di Manzoni rispondo che, trovandomi senza soldi, ho fatto e faccio quello che sento più pressante. Quello che volevo fare anche quando i soldi li avevo.
    Alla fine ho risposto anche alla domanda opposta: se avessi le tasche tanto piene del dio denaro da non avere la possibilità di svuotarle, cosa faresti? Perché anche con le tasche strapiene farei quello che faccio adesso. Be’, magari in quel caso sarei un po’ più rilassato e sorriderei di più.

    Guido Tedoldi

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  15. io a dir la verità, caro Gian Ruggero, mi sto adoperando affinché abbia sempre meno soldi in tasca passando da un lavoro ati (a tempo indeterminato) a un dottorato, non sto scherzando. credo che almeno una parte di me, forse quella po’ pazzoide, abbia pensato: il problema, il cancro, è il consumo che è coazione; come evitare la coazione? – be’, con l’astensione coatta e con la cultura e la passione per quello che farò. poi, se rimanessi senza il dio-denaro, nemmeno un nichelino, non credo che farei il senza casa o il vagabondo. considerando anche e non solo quello che sta uscendo fuori dai mutui subprime americani (qualcuno che se ne intende ci fa un bel post, per favore?) e altre malefatte tollerate-caldeggiate dalle istituzioni (è geniale ad esempio che ora vengono sì concessi i mutui ai precari, però a un tasso più alto rispetto agli altri, come dire: finché riesci a pagare di spremiamo ben bene… mi stupisce anche che quando senti parlare qualche alto dirigente di banca è tutto un florilegio di posizioni etiche), mi piacerebbe – almeno una volta nella vita, fare un “prelievo” in banca che non gravasse però sul mio conto…
    domenico

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  16. @gian

    a me dovresti chiedere cosa farei se una lira in tasca l’avessi! vivo quel “domani” da talmente tanto tempo che non ricordo sia mai stato “ieri” 😉

    se vuoi una testimonianza:
    quindici anni fa, ne avevo venticinque, un giorno mi svegliai e non c’era più un lavoro su cui fare affidamento, dopo pochi mesi doveva nascere mio figlio.iniziò una precarietà che ancora dura e quando lo guardo al mattino uscire per andare al liceo mi domando come sia stato e sia possibile farlo crescere. poi ringrazio il cielo.

    buona giornata

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  17. Caro Gian Ruggero,
    “Il pensiero nasce in bocca”, dicevano i dadaisti. E io, paragonando il ryoan-ji al denaro, credo di avere semplicemente rinvigorito questa illustrissima tradizione. Non volevo dire niente, sia ben chiaro. Non volevo dire niente perchè questo paragone a niente mi fa pensare. Il ryoan-ji (che io ho visto soltanto in fotografia) e il denaro (che io possiedo in così modica quantità) sono due cose che non mi fanno pensare proprio a niente. Il giardino zen mi regala uno stupore che non ha bisogno di parole, lo sterco del diavolo mi strappa letteralmente la lingua dalla bocca. Ma perchè azzardo una risposta che non mi convince? Che sia tutta colpa del Milan che mi ha tanto deluso ieri sera in coppa? Continuando con queste sacre stupidate, potrei dire che il ryoan-ji è una delle sette meraviglie del mondo e che il denaro è soltanto quella canzone che cantavano i Pink Floyd. Ma io questa volta non volevo dire proprio niente. Uno perchè non ho niente in testa, e due perchè non è poi che le spiegazioni siano mai riuscite a spiegare molto. Secondo me, un po’ di ignoto dovrebbe far sempre parte della nostra dieta quotidiana.
    Chiedo scusa per l’intromissione, ma anche la televisione è un’altra specie di giardino zen o, se si preferisce, di magnifica ossessione. Più la tieni spenta, e più questa non la smette di chiacchierare. E noi le somigliamo, le somigliamo così tanto. Stop!
    Ma Gian Ruggero voleva sapere che cosa faresti se da un giorno all’altro ti trovassi senza euri in tasca. Lo so che lui lo voleva sapere, ma io non so proprio cosa rispondere.
    Guardo nel mio giardino, e mi accorgo che le rondini sono già partite e i pettirossi sono già arrivati. Io, se ne fossi capace, farei come loro.

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  18. ..io farei la barbona ..il clochard..che figura bohémienne 😉 ..però vivrei prevalententente in riva al mare ..ahah. Un sogno retrò, un ritorno alle origini, senza sovrastrutture -borghesi-, che bello sarebbe!
    Un bacio a tutti, nobili e firmati, e w la vie!! a contatto con la natura, che è l’unica cosa bella di questo mondo.
    Bacio a tutti

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  19. # 19 Guido. Ti ringrazio per quel che hai scritto con grande sincerità. Ti sono vicino, come penso tutti i nostri amici, e glorioso (altro termine non lo trovo) quel che stai facendo col cuore… non più pieno di rabbia, e lo comprendo dalle tue parole, ma di futuro. Tieni duro. Un abbraccio.

    # 20 Domenico. Di certo faremo il post sul come si sta giocando la partita economica occidentalmente e globalmente. Mi piace questo tuo dire: “mi sto adoperando affinché abbia sempre meno soldi in tasca”… la trovo una forma di ribellione, nei confronti di questo tipo di società, che ha in sé un qualcosa d’antico, di ‘francescano’, infine di mistico… di monacale.

    # 21 Elena. Grande coraggio e gloriosa anche tu. Pensiamo ai tanti… pensiamo a chi si sta giornalmente unendo a quella schiera di donne e uomini che con fatica arrivano alla fine del mese e hanno figli da mandare a scuola o anziani da accudire – e, il tutto, cercando di mantenere una dignità (altra parola appartenente a quel Codice d’antica nobiltà a cui guardo sempre, non certo vocabolo usato dalla ‘nuova’ imprenditoria…). E che sia Gloria sempre a chi ci può sostenere in questo cammino.

    # 22 Lor. Intelligente questo tuo gioco denaro-ryoan-ji, visto che il Dada è azione mentale che nel suo “nonsense” è sempre rivolta a far riflettere nel “sense”… e in effetti la tua uscita mi ha fatto pensare 🙂 Inoltre molto poetica la fine del tuo commento.

    Cmq vi vedo un po’ rassegnati, o pare a me? FORZA!!! Ditemi-diteci!!! Raddrizziamo la schiena, il nostro compito è essere uomini, non caporali (come diceva Totò).

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  20. # 23 Rina. Non male!!! Peccato che ogni tanto diano fuoco a un qualche clochard 😦 poi, vedendo il come stanno andando le cose, temo che i cittadini (di destra e sinistra) prima o poi domandino al governo di ghettizzare-rinchiudere i barboni in un recinto vicino allo scalo della Malpensa… così che ogni 2 minuti il rombo degli aerei tenga loro compagnia… altro che mare!!!

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  21. Caro Gian Ruggero,per chi non ha problemi economici la risposta alla tua domanda diviene solo un gioco giacchè è difficilissimo compenetrarsi nella miseria quando non la si vive.
    E chi soldi non ne ha o ne ha talmente pochi che veramente gli verrebbe voglia di far conoscenza
    con il mondo dei più,come risposta al tuo quesito ha soltanto il suo dolore da raccontarti,il sordo silenzio che gli spezza anima e cuore e corpo e la fila dei più prossimi che s’involano per non essere costretti a un gesto di umana solidarietà.
    Mio padre mi ha insegnato a credere sempre nella divina provvidenza manzoniana,ma credimi se ti
    dico che non è sempre facile.E se in alcuni frangenti ho superato me stessa in forza e ostinazione,lo devo unicamente alla responsabilità di essere madre e a quei quattro versi
    sgangherati che servivano da tampone al pianto.
    Tu dici che bisogna raddrizzare la schiena,bene,mai arrendersi,giusto,e poi?
    Ti risponderò come se il tuo quesito fosse stato posto all’inverso: se avessi tanti ma tanti soldi li dividerei con i meno fortunati perchè fin quando continueremo a parlare di questo argomento,vorrà dire che nella nostra società il processo di involuzione è già iniziato.
    Carissimi saluti
    jolanda

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  22. ieri, tornando a casa, in un pullman affollatissimo che si inerpicava per le salite di Genova (tanto care a Caproni, a me un po’ meno) c’era un gruppetto di pipelletti tutti fasciati in jeans e con lettori MP3 altissimi. uno addirittura si era seduto sul ripiano posteriore del pullman, e aveva una faccia… come dire, inebetita, e mi faceva ancora più tristezza per il fatto che lui con ogni probabilità si sentiva magari anche “contro”, quando in realtà da come si vestiva e da cosa ascoltava era furiosamente e selvaggiamente omologato allo stato di consumatore che gli hanno imposto da quando era in fasce. In quel momento mi sono chiesto: considerando che quel ragazzo è quasi sicuramente figlio di operai (si andava verso una zona della città con case popolari) e che non ha colpa, quello stesso ragazzo può essere considerato uno “specimen” del “popolo”. al di là della rappresentatività di questo specimen, mi sono chiesto poi se questo tipo di popolo fosse più brutto del popolo di miserabili, magari borgatari romani, che abitava un tempo questo paese. non ebbi dubbi nel preferire i borgatari per una serie di ragioni che non sto a dire, e che forse sono anche personali e soggettive. quando stava per uscire mi sono chiesto se io avessi in quello stato di cose una certa responsabilità, ma io ho ventisei anni, quale responsabilità potrò mai avere? ma che fine fanno i soldi con il consumo? certi in casa hanno due condizionatori, tre rate al mese, vacanze obbligatorie, ecc. e si lamentano che hanno difficoltà economiche (sic). quanto sarebbe migliore la situazione se al posto della conversione soldi-oggetti (o anche eccessi di deiezioni corporee, perché si mangia troppo) ci fosse la conversione soldi-carne ovvero figli? io accetterei di lottare più volentieri per i figli che per mantenere la macchina o per permettermi la vacanza.

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  23. @lombardini
    anche mantenere una macchina o permettersi una vacanza è lottare per i figli, per quella possibilità di vivere il reale con loro, unici non responsabili dei sistemi che si trovano davanti agl’occhi.
    Figli ai quali dare dei valori mentre Gian Ruggero chiede cosa faremmo se, e ci sprona, ci vuole nel sapere che dentro pulsa.
    Per quel giorno ultimo dove non ci son soldi che tengono nel pagare o saldare debiti e crediti.
    @Gian Ruggero ,si costruiscila su un albero la capanna, così sarà più semplice restare nell’aria che è respiro.;-)

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  24. @ Domenico (# 15)

    Grazie, ho visto.

    @ Andrea (# 17)

    “Il discorso sull’educazione dei piccoli o dei ragazzi per me è centrale”

    Condivido, investire nei giovani vuol dire scommettere sul futuro, ma a quanto pare, i nostri governanti preferiscono difendere un “passato” di privilegi acquisiti spesso attraverso metodi che non hanno niente a che fare col merito.

    @ Gian Ruggero (# 18)

    La mia vicenda non è molto diversa da quella di tanti meridionali figli (per meglio dire “figliastri”) di una storia ingrata. Il razzismo nei confronti dei “terroni” è ancora diffuso nella ricca e opulenta Padania che si dice stanca di mantenerci (dimenticandosi che siamo noi a “mantenerli” con le nostre prestazioni, incollati alle loro catene di montaggio a mille e più chilometri dalla nostra terra; negli anni Cinquanta eravamo semianalfabeti oggi abbiamo almeno una laurea e parliamo tre o quattro lingue, ma la sostanza non cambia), certo, è un po’ mitigato dall’intolleranza verso gli extracomunitari (e anche qui si dimenticano che molte fabbriche vanno avanti grazie alle loro braccia, ché gli italiani oramai sono tutti “ricchi” e certi lavori figuriamoci se si abbassano a farli), ma, ti assicuro, il disprezzo nei confronti di questo popolo è ancora evidente, magari non si trovano più i cartelli con su scritto “Non si affitta ai meridionali”, ma la diffidenza o peggio ancora l’”indifferenza” nei confronti di un popolo che fatica a integrarsi nei ritmi frenetici e “noiosi” di una cultura così diversa dalla sua… queste “benevolenze” sono tutt’altro che superate. Riguardo alla monarchia, che dire? Dalle mie parti abbiamo avuto gli Angioni, gli Aragonesi, i Borbone… poi sono arrivati i Savoia, un mio trisavolo nonché omonimo preferì schierarsi coi Mille di Garibaldi anziché darsi alla macchia insieme ai briganti… e poi? Cos’è cambiato dopo l’annessione savoiarda? Che le fabbriche del nord si ingrassarono col saccheggio di quelle meridionali. Non è vero che nel sud non vi era neanche l’ombra di uno sviluppo industriale, nel sud mancava una classe sociale che al nord si era da tempo affermata: la borghesia. Nel sud c’era ancora un’organizzazione sostanzialmente feudale, basata sul latifondo e lo sfruttamento di milioni di braccianti, dunque una distribuzione della ricchezza tutt’altro che equa. Ma il sud nel suo complesso non era povero come tentarono di farci credere gli storici assoldati dai monarchi piemontesi. Quello che il sud si aspettava da loro era una ridistribuzione delle risorse… e in effetti furono ridistribuite: a vantaggio del nord. D’altra parte la nuova classe dirigente reclutata dai Savoia attingeva da quelle stesse casate che comandavano al tempo dei Borbone (vedi “Il Gattopardo”), e ai contadini meridionali non restò che la speranza dell’America (e partire, a quei tempi, significava non fare più ritorno). Sorvolo sul fascismo e sulla liberazione se no facciamo notte… La democrazia. Ah, che bella parola! Ti riempie la bocca, è dolce, gustosa, pare una zolletta di zucchero. Cosa cambiò per il sud con la democrazia? Che i contadini non partivano più per le Americhe ma lasciavano i loro campi ricchi di miseria e poesia per andare a rinchiudersi nelle fabbriche del nord ed essere presi a pesci in faccia dalla “civile” borghesia padana. Molti di quei contadini-operai hanno consentito ai loro figli e nipoti di studiare, conseguire un titolo di studio a cui giustamente anelavano come unico strumento di riscatto… E in alcuni casi il riscatto c’è stato, non lo nego. Però non trascuriamo il periodo: stiamo parlando degli anni Cinquanta e Sessanta, quelli del boom! È stato l’unico periodo di crescita seria nel nostro paese. Quella che c’è adesso la chiamiamo crescita? Siamo prossimi allo zero, agli ultimi posti in Europa. Ma poi cos’è la crescita, un concetto astratto? Vogliamo parlare del potere d’acquisto perduto dai lavoratori dipendenti? Certo, la scala mobile è ormai desueta, non avrebbe senso riesumare la spirale inflazionistica… Eppure c’è qualcosa che non mi torna. L’altra volta sentivo che un operaio FIAT guadagna sui 1100 euro al mese. Ho pensato al mio stipendio (dopo circa otto anni di anzianità con esperienza presso centri di ricerca e sviluppo di eccellenza mondiale): con la differenza non mi ci pago neanche l’affitto del mio bilocale. Possibilità di carriera? Figuriamoci! La carriera è per i venditori di fumo non per gli “artigiani”. I tecnici servono a rimpinguare le tasche degli azionisti. D’altra parte se tutti facessero carriera non “lavorerebbe” più nessuno… E non fatemi pensare all’”investimento” affrontato dai miei per mantenermi agli studi (ché noi meridionali siamo costretti a emigrare non solo per guadagnarci il pane ma anche per istruirci…). Francamente, se tornassi indietro, a diciannove anni quando lasciai la mia terra, anziché farmi il culo nelle aule del politecnico, a Torino, me lo sarei andato a fare coi bulloni e i trapani dei signori Agnelli… Gian Ruggero, mi chiedi cosa farei se mi “trovassi senza denaro in tasca”? È un’ipotesi non tanto remota, caro amico, per come sono messe le cose o mi licenziano loro o me ne vado io. Non so risponderti, posso dirti soltanto che mi cercherei un altro lavoro… non in ambito tecnico però. Ne ho le tasche piene, qui è tutta una presa per il culo, quando hanno bisogno di spremerti la materia grigia ti dicono che sei uno scienziato, quando avanzi qualche ragionevole rivendicazione ti trattano come l’ultimo dei manovali. Al limite tornerei a fare il contadino come mio nonno. Non ne capisco niente ma sono uno che impara in fretta.

    Coraggio!
    Pasquale

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  25. mi raccontavano i miei genitori, nati e vissuti, in gioventù, in piccole comunità di paese, che denaro ne avevano sempre visto poco. in compenso c’era un’economia di scambio in cui ognuno produceva e cedeva ad altri beni e servizi senza circolazione di moneta. non c’era famiglia che non avesse un piccolo terreno (orto o campagna) e una casa, un mestiere, un’abilità da offrire in contraccambio del necessario.
    sappiamo che sarebbe impensabile, ora, il ritorno a un mondo del genere; si tratta di processo incontrovertibile. e sappiamo le banche cosa sono: il potere forte che negli anni ’90 ha (praticamente) imposto ai lavoratori dipendenti (quelli pubblici, almeno) l’accreditamento presso un istituto di credito o presso un ufficio postale del proprio stipendio. ogni lavoratore deve dunque *chiedere* alla banca (custode/erogatore e percettore di interessi infiniti) la messa a disposizione del frutto del propro lavoro. l’alternativa è di recarsi fisicamente ogni mese a riscuoterlo presso la banca delle banche (banca d’Italia). per non parlare di mutui, di ipoteche etc.

    il denaro ha finito per essere, tra le altre cose, un surrogato delle comunità anzidette. il possesso di denaro non obbliga più a *chiedere* lo scambio di beni con altre persone. si va nei negozi e nei market ad acquistare ciò che serve; si paga, asetticamente, e non si ringrazia nessuno, non si dipende da nessuno.

    da qui la domanda se l’uso del credito e del denaro sia per davvero ad un punto di non ritorno, nella civiltà moderna, o se invece sia ancora pensabile, almeno parzialmente, il ritorno ad un’economia di scambio, finanche partendo da forme già in uso come la “banca del tempo” ( http://www.tempomat.it/ http://www.regione.emilia-romagna.it/banchedeltempo/ )

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  26. Non so, c’è qualcosa che non mi quadra nel post. Sarà perché vedo il denaro come lo ‘strumento’ necessario per il mio ‘lavoro’: giocare d’azzardo. Sarà che sono talmente abituato, da sempre, ad averne molto o a non averne per nulla. Sarà che davanti a un mazzo di carte non esiste il miliardario, lo straccione o il medio ben piazzato. Sarà che ho scoperto, da parecchio per la verità, che il ‘paradiso’ non lo fa il denaro – anche se aiuta molto e affermare il contrario sarebbe da ipocrita. Sarà che averne troppo, questa è la mia impressione, crea tanti problemi quanto non averne punto.

    No, non mi trovo nella descrizione. Non è vero che le nuove ‘nobiltà’ sono create solo dal dio denaro; può aiutare a fingere, ma non trasforma i cafoni in Signori; non trasforma chi non sa vivere, in un gaudente vero;uno scemo in intelligente. Allunga solo la coda dei questuanti, dei cercatori di briciole.

    I veri ‘ricchi’ esistono ancora, ma difficilmente finiscono sui giornali e il ‘buon’ Gates non conta i milioni di dollari, conta i miliardi di dollari, ma continua ad aver paura di volare, rimane poco affascinante, non può incontrare chi vuole, gli danno sempre ragione anche quando racconta cazzate e ha una moglie (ex segretaria) che gli gestisce la fondazione.

    Sarà anche il nuovo ‘imperatore’ (forse), ma preferisco il mio mazzo di carte, i miei soldi che vanno e vengono, le donne vere incontrate in luoghi normali e le discussioni da bar che non obbligano sempre a dire cose intelligenti.

    Blackjack.

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  27. X tutti
    non capisco quelle persone (filo-intellettuali?)che snobbano la tv.
    E’ solo uno strumento come tanti,basta farne un uso corretto.tanto i figli crescono e per quanto possiamo sforzarci per dare loro ciò che noi riteniamo sia bene,un giorno per fortuna,avranno le loro idee il loro credo che non deve necessariamente coincidere col nostro.
    Bene farli giocare da piccoli con le famose “cianfrusaglie senza brevetto” ma a casa dei loro compagni di gioco un giorno potrebbero vedere un apparecchio tv e sentirsi emarginati per non averlo a casa propria. E anche se l’intelligenza dei genitori darà loro delle risposte più o meno convincenti,il problema sarà solo rimandato.
    Io non demonizzerei troppo la tv,i figli imparano molto di più dall’esempio,positivo,di una famiglia che è in grado di costruire attorno a loro un clima di serenità e amore,concetto questo che sta quasi diventando un’utopia.
    Gian Ruggero mi sembra che ci sia materiale sufficiente per costruirci sopra qualche pezzo.
    Cari saluti
    jolanda

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  28. io non capisco invece quelle persone (filo-ignoranti?) che snobbano il teatro, la musica cosiddetta colta , le mostre d’arte e le letture dei classici di ogni tempo. non le capisco ma le loro scelte sono, appunto, affari loro.
    per quella che è la mia esperienza da quando il televisore è finito nel cassonetto ho guadagnato in serenità e in dialogo. quanto alla scusa della possibile emarginazione dei figli la reputo appunto una scusa, come tutte quelle frottole che i genitori si raccontano per non doversi confrontare con scelte difficili. il motorino? ma si tanto altrimenti va dietro all’amico! uscire fino a tardi a quattordici anni senza nessun controllo? e come dire di no dal momento che tutti i suoi amici hanno il permesso di farlo? non si sentirà un merziano ? sai , jolanda che ti dico? si, forse si sentirà un marziano, ma non è detto che l’omologazione sia la scelta migliore per diventare adulti.

    bona serata

    elena f

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  29. Cara Elena,chi ti dice che le persone che posseggono un apparecchio tv non siano in grado di apprezzare anche il teatro la musica colta e quantaltro?perchè devono essere per forza dei filo- ignoranti?per quanto mi riguarda ho due figlie ormai grandicelle (anni 29 e 24)e posso assicurarti che sono venute su bene nonostante la tv,il motorino,i concerti e tutte le normali problematiche a cui ci sottopone la vita.Da piccole hanno giocato con tutto ciò con cui si può giocare compresi i genitori.E’ ovvio che anch’io mi sono preoccupata di seguirle per preservarle,quanto più possibile dai mali della società,ma ho capito che la loro maturità veniva fuori man mano che sbattevano il muso con l’esterno e anche man mano che il dialogo,a volte,diventava scontro,come una malattia esantematica che,una volta passata,lascia gli anticorpi.Il punto è :fargli capire che devono trovare una loro identità precisa pur nella
    omologazione con la quale volenti o nolenti devono convivere.

    ti saluto caramente
    jolanda

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  30. scelte, personalissime e insindacabili. (che non scambierei con le mie evidentemente.)

    ricambio cordialità e saluti

    elena f

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  31. Il commento di Giocatore d’azzardo – nel post 36 – mi pare il più vicino al mio pensiero e il più realistico … (sarà che ho avuto un breve trascorso da Pokerista …) ok.
    Questo però non vuol dire che le pro-vocazioni di GianRuggero non siano sacrosante, anzi …
    Nella sua nostalgia – feudal,nobiliar, cavalleresca – ma anche nella sua sete di una Verità, mi ci ritrovo, tanto più che, nel suo caso, non è solo nostalgia ma anche azione nel presente per un ideale …
    Le sue parole Sono un pungolo che spingono alla riflessione e alla messa in discussione di tante cose che i più accettano anche un po’ per abitudine o perlomeno subiscono per quieto vivere …
    Spingono alla critica – da crino greco= scelgo … Bisogna abituarsi a pensare (senza però farlo troppo ché toglie energia e slancio vitale all’azione), cercare di scegliere, criticamente da uomini e non da pecore … Il problema è che non ti danno la possibilità di scegliere liberamente o meglio, puoi farlo ma sempre con grandi limitazioni … Uno può andare a fare il pescatore di aragoste in qualche paese del mondo, rinunciare alla carta di credito, al rapporto con le banche-vampire, alla tv, al pc, all’auto ecc. ecc. : può farlo ma si collocherebbe – in un certo qual modo – out, fuori dalla città-Stato … Sarebbe un’isola …
    Dunque la libertà è molto limitata: il disagio dei tanti (non tutti ipocriti o volpi che non arrivano all’uva ma spesso semplicemente persone un po’ profonde e intelligenti, meno superficiali di altre …) dovrebbe dar da pensare … Ma dovrebbe dar da pensare anche il non troppo misterioso fatto per cui – alcuni paesi africani e non ricchissimi di risorse, petrolio o diamanti – diventino fonte di ricchezza solo per pochi locali o per pochi stranieri che sfruttano …
    Siamo tutti chiamati a combattere, ciascuno nel nostro piccolo o ampio campo, per affermare il nostro pre-sentimento che ci possa essere una vita migliore …
    Io lo faccio in un modo molto semplice e credo realistico: sto dalla parte della Chiesa romana, sto col Papa, che sia il grandissimo Wojtyla, o il simpatico teologo tedesco Ratzinger, meno trascinante ma anche grande per altre cose … Il Papa è il papa, è il Principe della Chiesa a prescindere da quanto ci ispiri (gli ultimi mi ispirano entrambi, certi predecessori un po’ meno, sarò esterofilo?)… E questo “starci” non credo proprio che sia da bigotto – io poi, satanasso qual sono – ma è una tensione e un tentativo di obbedienza …
    Per questo ritengo che l’unico modo per contrapporsi alla mentalità del dio denaro sia costruire la Chiesa, fare pezzi di Chiesa nel mondo …
    Io non sono un grande esempio (o meglio, non sono un esempio eclatante), ma certi amici che avviano o continuano missioni e caritative nei paesi africani, partendo dallo stesso amore e stupore per Cristo che ho io, o che intervengono nella società, nel lavoro o nella cultura, o altri incontrati, come il poeta di macerata che aiutano ragazzi extracomunitari, o don Fabry, per le cose che fa, mi gettano un raggio di luce nel cuore … Sono tutti pezzi di Chiesa nel mondo, per l’uomo, per il bisognoso (e tutti abbiam bisogno di Cristo, anche il Gates ) …

    Quanto al simpatico Bill Gates, che non è solo l’americanone un po’ privo di qualsiasi sex-appeal, ma è anche l’uomo che tenta di comprarsi una delle più belle ville di Capri, (quella di Fenech-Montezzemolo) non so se poi riuscendoci, cioè è uno – almeno spero per lui, sennò e scemo – che la bella vita la fa , mi chiedo che cosa dia – proprio in termini essenziali – all’umanità …
    Dà i computer, a noi, alle aziende … Ci dà una comodità in più, guadagni in più … Ma se non ce l’avesse data, saremmo stati poi così male? Non credo … Il mondo andava avanti anche prima, forse andava pure meglio … E si potrebbe dire questo di tanti altri …
    E invece cosa ci danno i poeti e gli scrittori o gli artisti in genere che ci piacciono o i piccoli o grandi gesti di umanità che – talvolta – ci capita di incrociare?
    Eppure quelli non hanno la contropartita di diventar miliardari (tranne i pochi bestselleristi ), però ci fanno stranamente più felici o ci fanno almeno pensare meglio…
    Ci accrescono – in qualche modo – ci fanno essere di più, ci danno qualcosa di non secondario o superfluo … E questo non per dire che l’arte sia un qualcosa di privilegiato o per privilegiati, o un mondo a sé, non più del gesto della madre che rifà il letto ai propri piccoli o prepari da mangiare…
    Però questi piccoli o grandi gesti, artistici e non, danno molto e muovono il mondo …
    Forse queste cose le sa anche il Gates, o le immagina, per questo colma con la beneficenza quel pochetto di senso di colpa che prende quando ci si trova ultra-baciati dalla fortuna, dall’essere arrivati al posto giusto nel momento giusto … (che poi è anche spesso frutto di un pizzico di genialità, benché rivolta in direzioni che pagano … dunque non certo all’arte) …

    Un saluto

    Andrea

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  32. # 26 Marco. Nessuno! Peccato che nell’oggi si sia trasformato in taccheggio… 😦

    # 27 Jolanda. Frase stupenda la tua: “Ti risponderò come se il tuo quesito fosse stato posto all’inverso: se avessi tanti ma tanti soldi li dividerei con i meno fortunati perchè fin quando continueremo a parlare di questo argomento,vorrà dire che nella nostra società il processo di involuzione è già iniziato” – più che vero. Riguardo la TV… io come ho detto sopra la uso confidando di non farmi usare… ma forse è un’illusione.

    # 29 Domenico. Nel vero sconcertante. Ma non è forse, la tua, nostalgia dei “buon vecchi tempi andati” ? E’nel tornare alle vecchia abitudini una possibile risposta? (E questo lo domando anche ad Elena).

    # 30 Paola. Grande respiro nel vero 🙂

    # 31 Ruggero. In effetti pare proprio così… per molti… ma come mai chi ne ha così tanto si deve sparare della cocaina per illudersi di essere felice?

    # 32 Pasquale. Grazie del racconto. Avanti così che vai bene! Sacrosanto quello che hai scritto. E’ storia. Condivido. E’ andata proprio così. Ma esistono ancora un nord e un sud oppure sono solo pretesti per “fare politica”, come più volte ha scritto Bocca?

    # 33 Giovanni. Grazie dei link. Molto interessante il tutto. Cmq la vedo come una sorta di gestione anarchica dei beni (cioè figlia del pensiero anarchico), non trovi? E’ possibile, per voi, tornare ad una sorta di società in cui il baratto tra beni può supplire il ‘letame’ che sparge il denaro o è solo un volersi convincere di un possibile senso umanitario di ritorno?

    # 35 Ruggero. Non ti preoccupare che siamo con te.

    # 36 Giocatore. Trovi, in me, un vecchio amante-praticante del poker… con tutto ciò che ne deriva: azzardo ma anche possibile bluff… quando il bluff non è per aggiudicarsi il piatto (cioè i soldi), ma brivido adrenalinico per sentirsi vivi (e infine coraggiosi, partecipi, ‘sfrontati’) seppur non avendo il punto in mano. Cmq condivido quel che hai scritto su Gates… metafora della “gabbia d’oro” o dell’impossibilità di poter relazionarsi con gli altri più il conto in banca aumenta. Condivido, anche, quando scrivi: “No, non mi trovo nella descrizione. Non è vero che le nuove ‘nobiltà’ sono create solo dal dio denaro; può aiutare a fingere, ma non trasforma i cafoni in Signori; non trasforma chi non sa vivere, in un gaudente vero;uno scemo in intelligente. Allunga solo la coda dei questuanti, dei cercatori di briciole…” – ahinoi sì… e che pena i questuanti anche in ambito artistico, non trovi?

    PER TV SCRIVERO’ UN POST SULL’ARGOMENTO… COMUNQUE NULLA DA DIRE SE VOLETE CONTINUARE A PARLARNE… ANZI!(segue altro mio commento sul tema ‘dinero’).

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  33. Caro Andrea abbiamo commentato assieme… al # 41 ti darò risposta domani.

    Ora facciamoci una risata per dove questo articolo è stato pubblicato: “Ricco e famoso. Ma infelice. Sembra un paradosso, ma spesso è vero. I soldi potrebbero essere il mezzo per procurarsi di tutto, beni e soddisfazioni, ma a volte diventano una prigione dorata. I destini di certe dinastie nobili o industriali lo confermano. E anche le vicende rocambolesche di certi Paperoni. Come Marc Rich, americano. Si è arricchito con il commercio di materie prime. Peccato che le accuse di frodi, maneggi con Paesi mediorientali ed evasione fiscale l’abbiano costretto all’esilio in Svizzera, per un lungo periodo. Stava nel lusso, ma era infelice. Senza andare nell’esotico, quanti imprenditori devono barricarsi nelle loro ville, trasformate in caveau e bunker, per paura dei ladri? E ai figli negano il denaro, per non trasformarli in viziati e debosciati. O i rampolli stessi, a volte, arrivano a dissimulare le reali possibilità economiche, per avere una vita normale e serena con i coetanei. Il troppo ubriaca. John Belushi, River Phoenix: due attori di successo che avevano tutto, soldi, fama, donne. Eppure hanno cercato nell’alcool e nella droga un rifugio dall’infelicità strisciante. Il denaro è servito ad accelerare la loro autodistruzione e la loro fine prematura ha addolorato e stupito milioni di fan. E allora se la felicità non è qualcosa che si guadagna con il successo o con i soldi, come si ottiene? Si è felici con un pizzico di egoismo o dedicandosi agli altri? La felicità capita per caso oppure si raggiunge con l’impegno? Frullano le solite domande. Millionaire ha cercato le risposte. E ha scoperto che la felicità bisogna costruirla dentro. Mattone dopo mattone. In ogni ambito della vita.
    «Ciascuno di noi è l’artefice del suo destino, spetta a noi crearci le cause della felicità. E’ in gioco la nostra responsabilità e quella di nessun altro» Dalai Lama”

    di Silvia Messa – L’articolo è pubblicato su Millionaire di Ottobre 2006
    http://www.millionaire.it/content/view/615/27/

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  34. La felicità capita per caso. Non credo per niente che si costruisca. è un atteggiamento interiore e quindi non è razionalizzabile. Non dipende dal soldo in tasca, né da realizzazioni di carriera o personali.. niente di tutto questo. Secondo me, è nel modo di approcciarsi al mondo in ogni fatto personale e non, in ogni attimo, che illumina il nostro cammino e ci rende felice.
    …sono stata felice ..di niente..
    Buona giornata

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  35. Stupendo, Rina, “sono stata felice di niente” te lo ruberò e diventerà l’inizio di un mio prossimo romanzo.

    # 41 Andrea. Caro amico quando fai delle dichiarazioni di intenti o cerchi di dare una linea è il momento in cui maggiormente ti apprezzo, così come quando ti dici a cuore in mano. I punti importanti del tuo commento a mio avviso sono questi: 1) cercare di scegliere; 2) Dunque la libertà è molto limitata; 3) Siamo tutti chiamati a combattere; 4) sto dalla parte della Chiesa romana, sto col Papa […] ma è una tensione e un tentativo di obbedienza; 5) E invece cosa ci danno i poeti e gli scrittori o gli artisti in genere che ci piacciono o i piccoli o grandi gesti di umanità che – talvolta – ci capita di incrociare? Eppure quelli non hanno la contropartita di diventar miliardari (tranne i pochi bestselleristi ), però ci fanno stranamente più felici o ci fanno almeno pensare meglio…

    1) Anch’io ho scelto da tempo e la scelta è comunque e sempre una chiamata quindi un giuramento a tale voce.
    2) La libertà è limitata spesso nel concreto, ma mai nell’ideale… e l’ideale non potranno mai comprarcelo o soffocarlo col potere del denaro (almeno io sono fatto così, altri, con facilità, si vendono… i più).
    3) Io combatto da sempre, sia per natali-sangue, sia per Codice, sia per onore, sia per rabbia (e perché no?!), sia perché credo in una visione, sia per chi vedo schiacciato o nella miseria, sia per chi combatte al mio fianco, sia per chi non in condizioni di potersi difendere, sia perché, come indole, sono un fighter… e all’indole non si può sfuggire.
    4) Nel Papa e in certa Chiesa vedo l’unico punto di riferimento etico oggi proponibile.
    5) Noi siamo quegli artisti, Andrea, e come tali siamo chiamati, anche in questo caso, a un compito, e tale compito va rispettato e in tale compito ci rispettiamo e rispettiamo (chi se lo merita).

    6) E questo è mio: l’Opera e l’Assoluto che Essa contiene sono la nostra ricchezza. In Essi la nostra dignità, che mai deve vendersi o, se al servizio di qualcuno, questo qualcuno deve riscuotere da noi la massima fiducia e il massimo consenso. Noi si guarda all’Uomo e l’Uomo serviamo in nome dell’Altissimo.

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  36. …e in nome dell’Altissimo che combatti a muso duro, testa alta con l’umiltà di saperla abbassare in giusta misura rispetto ciò che disarma in positivo…la felicità, essere felici di niente, nel riconoscere la forza dell’amore e di come tale forza rende bellezza, rispetto la quale solo quella estetica non ha meriti, ma quella dell’essere è il risultato di avere combattuto da Uomini veri.
    Un abbraccio Gian mentre non son più stanca e dalla capanna saluto il cielo.

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  37. Il problema della televisione sarà presto superato. Con tutte le riserve dovute alla riluttanza del nostro paese verso le nuove tecnologie (pensiamo a come fu osteggiato negli anni Settanta l’avvento del colore quando in America c’era da una vita). I tempi sono maturi. Senza annoiarvi troppo con queste tematiche aride, vi dico solo due paroline magiche: banda larga e integrazione. Per quanto riguarda la banda larga bene o male dovremmo sapere tutti cos’è (vedi ADSL). Ma non c’è solo l’ADSL, ci sono anche possibilità di connessione wireless: una tecnologia abbastanza diffusa (negli aeroporti, in alcuni parchi…) è il WIFI, ma ha pesanti limiti di copertura e sicurezza (dell’informazione). Questi limiti sono stati superati da un’altra tecnologia che, modestamente, ho contribuito anch’io a sviluppare: il WIMAX. Per darvi un’idea, a regime (non chiedetemi quando, in Italia solo ora il governo ha iniziato a liberare le frequenze, la storia si ripete…), col vostro portatile potrete connettervi in qualunque momento e ovunque vi troviate senza bisogno di alcun supporto fisico di collegamento. Per di più avrete il requisito della larga banda. Veniamo all’altra parola chiave: integrazione. I progressi compiuti dalla microelettronica negli ultimi anni sono stati prodigiosi. Oggi riescono a integrare in una scatolina piccola piccola ogni sorta di diavoleria. Allora, qual è il punto? A meno di ritardi politici e burocratici (in questo campo non ci batte nessuno), fra non molto avremo nelle nostre case – ma non solo, anche in viaggio – al posto del televisore un elettrodomestico smart e accattivante che funzionerà da computer telefono e televisione, e avrà una prerogativa tutt’altro che trascurabile: l’interattività. Saremo noi a scegliere i programmi da guardare. I palinsesti non avranno più significato. Potremo scegliere fra tonnellate di film, documentari, approfondimenti… E scusate se è poco. Ecco, il pericolo della televisione o di internet non lo risolviamo con la museruola. Potremmo anche ipotizzare una restaurazione monarchica o teocratica, volendo, ma sulla tecnologia non si può tornare indietro. Possono esserci dei ritardi, degli impedimenti, ci sarà sempre qualche manipolo di balordi che non hanno nessuna voglia di accettare il nuovo che avanza, di guardare in faccia la realtà… e allora restano abbarbicati alle piazzeforti dei loro privilegi ché tanto se ne fregano del bene comune, l’importante è che stiano bene loro. Ma prima o poi la rivoluzione tecnologica globale li spazzerà via, ve lo assicuro. E a regime si abbatteranno anche i costi. Dieci anni fa il telefonino era uno status symbol, ora uno con buone caratteristiche si può acquistare per poche decine di euro… A questo punto ritorna il discorso della cultura: della “formazione”, da non confondere con l’informazione. Giustamente Pasolini disprezzava la televisione in quanto mezzo antidemocratico. Sono d’accordo: la televisione è uno dei media più antidemocratici che si possano ipotizzare; la televisione ti ammalia, ti ipnotizza… ti informa però non ti “forma”. La televisione – questa televisione – se ne frega di sviluppare il senso critico. Con le “informazioni” televisive un ex barzellettiere-palazzinaro con quintali di problemi giudiziari alle spalle è diventato presidente del consiglio! E ce li ricordiamo tutti i suoi “dipendenti” che invitavano i telespettatori a votare per l’uomo “nuovo” (Mike Bongiorno, i coniugi Vianello etc. etc.). Tutto questo sarebbe stato inconcepibile in una società “formata”, tutto questo non lo avrebbe “consentito” un popolo educato al senso “critico” anziché a chinare la testa come una mandria di pecore. Ecco, la tecnologia non è solo strumento di arricchimento e di potere. La tecnologia ha delle potenzialità democratiche inimmaginabili. Gli intellettuali – quelli che hanno voce – se ne sono accorti? Quanti non ce l’hanno, spero almeno che abbiano le palle di pretenderla, e di onorare la loro missione.

    @ Gian Ruggero (# 43)

    “Ma esistono ancora un nord e un sud oppure sono solo pretesti per “fare politica”, come più volte ha scritto Bocca?”

    Caro amico, tu mi provochi su un problema che mi brucia dentro, è più forte di me. Oggi va di moda la “questione settentrionale” che io non respingo di certo al mittente, è un disagio “sociale” di cui prendere atto, e anche se ho più simpatia per i deboli (non tutti, intendiamoci, anche fra i “deboli” ci sono le carogne) che per i potenti, non posso far finta di essere cieco e sordo dinanzi alle istanze della parte “produttiva” del paese. Ma è il modo di porre la questione che ritengo sbagliato. Gli imprenditori del ricco nord-est si lamentano di essere tartassati ingiustamente, ché gran parte dei loro profitti vanno a finire nelle tasche di uno Stato che li dirotta altrove anziché convertirli in servizi e infrastrutture “locali”. Ecco, è questo il nocciolo del problema. E posso anche capirli, non pretendo che l’imprenditore sia un filantropo, sarebbe una contraddizione in termini. Semplicemente mi fa rabbia pensare che dietro questo disagio ampiamente diffuso (avvertito non solo da quelli che vanno in piazza a urlare “Roma ladrona”) si celi in realtà la questione vera: quella meridionale. Non avrebbero senso certe rivendicazioni se il nostro paese non si trascinasse da tempo immemorabile questa “palla al piede”. E non se ne parla più. Si fa finta che siano cambiate le cose nel nostro mezzogiorno. In realtà non è cambiato nulla, il sud è rimasto fermo agli anni Cinquanta e si allontana vieppiù dall’occidente e dall’Europa (vedi le recenti statistiche sulla povertà). L’unica novità sono quelle migliaia di casermoni privi di intonaco che a volte stridono con antichi borghi e panorami da brivido, iniziati tanto tempo fa da emigranti che hanno lavorato tutta una vita, hanno subito ogni tipo di umiliazione, sono stati irrisi per il loro dialetto, per i loro modi “rozzi” da terroni, hanno sacrificato un’intera esistenza rinunciando alla loro cultura e alle proprie radici nella speranza di un ritorno… E poi si sono accorti che per finire quelle case tutto questo ancora non bastava. Certo, Gian Ruggero, il nord e il sud sono solo pretesti per fare politica. Ma lo sono sempre stati.

    Ciao.
    Pasquale

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  38. la commessa presso una libreria antiquaria o presso una bacarella o presso La Feltrinelli o presso un ospedale o presso una scuola elementare o media o liceale o tecnica, ecc.

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  39. Caro Pasquale,la questione meridionale non finirà mai:nessuno ha interesse che ciò avvenga.
    Piuttosto cerca di essere sempre fiero delle tue origini,io lo sono e se per ipotesi assurda potessi rinascere,vorrei rinascere di nuovo in questa terra meravigliosa piena di acciacchi,e va bene,ma ricca di storia,di miti,di mare,di cultura (il sud dell’anima è in tutto il sud del mondo)di calore umano e grande generosità e accoglienza.
    Anche a me si stringe il cuore quando vedo giovani menti partire per altri lidi per avere un lavoro,e mi si stringe di più soprattutto quando le giovani menti vorrebbere rimanere nella propria terra.Ma ormai,dicono,viviamo dentro un’Europa unita,anche se per me in comune abbiamo
    soltanto quel vil denaro che si chiama euro il cui cattivo impiego sta continuando a piegarci in due e pure in tre o in quattro,sud e nord compreso
    Per quanto riguarda il comportamento delle persone,io penso che educati e maleducati vivano in tutti gli angoli di questo nostro provvisorio mondo.
    Un caro saluto
    jolanda
    Reggio di Calabria città del bergamotto

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  40. Ruggero, i questuanti – quelli finti – sono sempre pietosi e fra poco uscirò, ancora, a giocarmi l’anima per poi riconquistarla, pulirla e stenderla sul banco per un’altra puntata. Esposta. Nuda. Che tutti la possano osservare e spaventarsi. Che si vedano le crepe e i tagli. I rammendi frettolosi. Le risate nascoste. La rabbia incancrenita. Che osservino l’orgoglio. La gioia di poterla esporre, senza timore né giudizio. E spiarli camminare ritti, lo sguardo di sguincio, a masticare l’invidia.

    Ahhh che goduria! Altro che il dio denaro.

    Blackjack.

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  41. Siete fantastici… grandissimi… la Pizzi schianta (è un genio) ! A Pasquale e a Jolanda risponderò quando avrò capito se la Romagna è nel nord d’Italia o nel sud… cmq dirò.

    # 47 Paola. Ma cosa intendi? E’ una presa in giro o stai dicendo la verità?

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  42. # 48. Domenico. Il bavarese in effetti è simpatico… soprattutto quando rientra nei panni di grande difensore della fede. E’ convincente.

    # 57. Carla. Mi inviti a brindare con te?

    # 59. Gran giocatore. Quel giorno godrò anch’io 😉

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  43. # 46
    Che meraviglia, Gian Ruggero! ..naturalmente la prima copia sarà per me, vero? Se vuoi materiale saprò dirti..:) Un piccolo particolare: quel niente era tanto ricco, sai? ..per niente monotono ..tagliava le carni per quanto era intenso ..e vario, ma nulla faceva paura.
    E poi, sai una cosa? mi sa che anche adesso -sono felice di niente-: sto riappropriandomi pian piano di quel magico stato d’animo. Ti sono grata per avermi stupito ancora una volta.
    Un abbraccio.

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  44. La religione del denaro (variamente coniugata) mi pare alquanto antica, oserei dire perenne, almeno per quanto ci fu insegnato a scuola, per certo non è una deriva “moderna”. Stigmatizzarla è semplice quanto vacuo, postulare diverse frontiere è caldamente utopico quanto sciocco, esse non esistendo se non come striminziti postulati appunto indimostrabili. Conviene acconciarsi ad essa senz’altro timore che la severità della legge. Io lo feci, con un socialmente utile “pudore”, e mi sento di testimoniare, banalmente, che a nulla è d’ostacolo l’agiatezza economica, e che i problemi che lascia irrisolti tali restano anche nell’indigenza e che, ovviamente, il nebbioso e variegato mondo dei “sentimenti” si sviluppa/inviluppa tra coordinate altre che quelle economiche.
    Non v’è altra uscita dalla guerra che l’ascesi, scontrandosi di forza ogni assunto con assunti opposti, ed altre figure non date, qui ed ora, che di vinto o vincitore: nessuna delle due ha quarti di nobiltà e nulla garantisce in termini di “felicità”, ché per quella, da sempre, basta soltanto “quel” bacio.

    Un saluto, da Mario Ardenti, benestante.

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  45. Sig. Ardenti,

    Lei ha sicuramente ragione e il suo è un discorso ragionevole, realistico …

    Ma vorrei invitarla a riflettere su quella frase di Cristo che diceva “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno dei cieli” … O all’episodio evangelico del giovane ricco ecc. ecc.
    Ovviamente questa frase è stata – secondo me – frutto di molti equivoci: ha dato il via a quelle interpretazioni, un po’ rigide, per cui pareva che il cristiano dovesse essere necessariamente un povero in canna, dando vita a quelle correnti come il pauperismo che malvedevano la grande ricchezza della Chiesa, ad altre eresie e più in là a Lutero… Certo, San Francesco (che pure era di famiglia benestante), Padre Pio o altri santi, anche ricchi in origine, non è che vestissero d’oro e d’argento … Per non parlare di Cristo stesso – il Figlio di Dio, cioè il Figlio del Signore del Mondo, che lava i piedi ai suoi discepoli e muore sulla croce come un malfattore …
    E allora bisognerebbe chiedersi: come mai Dio ci ha messo di fronte a questa Figura carnale di suo figlio, come mai ha scelto quel viatico di Croce ma anche di Resurrezione? … Il metodo con il quale Dio stesso ha scelto di entrare nella storia – si chiama Incarnazione – è questo: uno può prenderlo sul serio oppure no …
    Se lo prende sul serio, deve necessariamente stare alle modalità scelta da Dio stesso …
    La cosa più importante che Cristo ha detto è stata “Vieni e seguimi”: cioè ha fissato l’importanza e la centralità di un rapporto totale con lui, con la sua Persona …
    La cosa più importante, dunque, non è diventare poveri o fustigarsi o altro: ma offrire tutto se stesso, le proprie ricchezze così come i propri difetti, a Lui … Mettere tutto se stesso dentro quel rapporto, così come avviene nell’amore, no? Se la donna che lei ama dovesse vedere che lei, Mario Ardenti, benestante, fosse più attaccato ai suoi beni che all’amore per la stessa, non sarebbe penso contenta …
    Ma non sarebbe contento neppure lei stesso …
    Non si tratta di contrapporre la Religione del Dio cristiano alla Religione del Dio denaro: ma semplicemente di prendere sul serio, sempre nella piena libertà di un sì o di un no, il rapporto con Cristo…
    Il resto segue… Dalla singola persona ad una comunità …
    Diceva Eliot nei Cori da La Rocca: è la Chiesa che ha abbandonato gli uomini o gli uomini la Chiesa? E, in un altro passo, sempre lo stesso poeta americano sottolineava come – nel momento in cui la Chiesa “crolla” – gli uomini vi sostitiuiscono i feticci di sempre ossia Potere, Denaro e Lussuria …
    Che sono antichissimi, sin dai tempi del vitello d’oro di biblica memoria, ma che, nella nostra storia patria, ad un certo punto cominciano a sostituirsi all’ordine della vita Medioevale che aveva come centro la Chiesa e l’esperienza vissuta dentro … Nel Medioevo, La campana scandiva e regolava la vita di tutti i giorni … Gli atei erano pochi e malvisti … I momenti di felicità erano infinitamente più intensi – rispetto ai nostri – come dice lo storico Huizinga – e i medioevali erano meno soli di fronte alla morte, rispetto a noi moderni, come invece afferma un altro storico, il Lopez …
    Ad un certo punto – grosso modo nel periodo di Boccaccio ma pre-sentito già dal Petrarca – il vecchio ordine medioevale, la Chiesa come centro vitale ed esperienza vissuta, cominciano a sfumare nel ricordo e si profila all’orizzonte un nuovo potere mercantile e borghese che si affiancherà ai patrizi di sempre: borghesia, aristocrazia, clero e popolo: ma non più regolati dal suono della campana della Chiesa, che pur continuava a suonare … Più in là, si sarebbe arrivati al Rinascimento … (naturalmente, lo storico che decise per primo di dare quel nome di rinascita non doveva essere un gran fan dell’epoca precedente… così come i giacobini che si inventarono il secolo buio e oscurantista: basta leggere una storica seria francese come Regine Pernoud e il suo – Medioevo, un secolare pregiudizio – o altro …)
    Ecco perché Dante Alighieri oggi ci appare così lontano, proprio come mentalità, e bisognerebbe accendere tanti ceri al bravo Roberto Benigni che invece, con la sua popolarità, cerca con grande convinzione di portarlo in giro (così come avevano fatto anche Gassman e Sermonti) …
    Se Dio è morto tutto diventa lecito: ecco, è questo che non mi piace troppo dell’epoca nostra: il relativismo e la mancanza d’amore (parlo di amore vero – l’amore di Dante per Beatrice ma anche quello che nella Commedia “move le stelle” – non di fregole o manfrine sentimentali) … Dio sostituito appunto dai feticci di sempre: Potere Denaro e Lussuria … E sotto l’egida della Legge che poi non sempre è uguale per tutti …
    Lei dice “Conviene acconciarsi ad essa senz’altro timore che la severità della Legge.” E c’è qualcosa di terribile in questa sua frase pur realistica ma rinunciataria a troppo di speranza, a troppo di cuore…

    Si rilegga Antigone di Sofocle …

    Andrea Margiotta

    poeta, sceneggiatore di cinema, autore tv

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  46. ma la teoria quantisica, la relatività, la biologia molecolare, l’evoluzionismo sono “relativismo”, foriero di sciagure e messo assieme a “mancanza d’amore”, oppure, come penso io, conquiste dell’umanità? in altri termini: la visione dell’uomo proposta dal vangelo è stata assai “aggiornata” da duemila anni a questa parte, inutile negarlo.

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  47. L’esagerato uso, cioè l’abuso, di ciò a cui ti riferisci, Domenico, secondo me, non è comparabile ad atti d’amore. Credo che l’uomo il più delle volte “aggiorni” la sua visuale, a proprio uso e consumo..
    Ciao
    p.s. ho letto a proposito tempo addietro un articolo di una dottoressa che presentava un tema specifico. Ho apprezzato e qui ne approfitto per complimentarmi con te per averlo postato. Rendere noti certi procedimenti è cultura, logico, ma, pur apprezzando, non condivido l’iter di certe manipolazioni genetiche seppur salvificate da buone intenzioni.

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  48. qui ormai si può dire tutto e il contrario di tutto e se mi consentite stasera viaggio su un bel paradosso: se Dio per ristabilire un’alleanza con l’umanità si è fatto uomo e si è ‘incarnato’ in una vergine donna perchè non leggere questo come un messaggio del fatto che ha voluto ristabilire il centro della divinità nell’uomo stesso? che cristo abbia sofferto una persecuzione e una crocefissione , non è un privileggio a lui riservato i romani avevano codesti usi e migliaia di altri uomini hanno subito la medesima e sofferta sorte. oggi probabilmente sarebbe saltato in aria con il tritolo o finito in una mola che mescola cemento armato o nell’acido muriatico o che so io fate voi. il fatto che sia risorto è altro fatto che farebbe riflettere sulla strada del buon einstein, nessuna energia si disperde e nessuna si crea. e poi ancora se ogni uomo vedesso dio nell’altro accanto a se, non pensate che ne avrebbe forse il giusto rispetto, quale inferno maggiore del non riconoscere il valore della vita in nome di un dio e quale migliore paradiso se l’uomo rispettasse il dio che in ogni altro uomo..
    ci saranno refusi e contraddizioni, ma senza tanto far filosofia infondo è semplice 🙂
    sul rimanere senza il vile denaro che dire.. spero che il mio terzo occhio si sia riaperto e la paura del futuro è sempre in agguato ma per quella basta pensare che si può morire anche domani e quindi il futuro diventa una inutile preoccupazione.. se cio dovesse accadere nel presente non so che farei potrei decidere di usare da donna la stupidità degli uomini o fare qualsiasi lavoro con leggerezza e ironia..infondo chi è precario ed ha scelto di esserlo non è il caso che si ponga questa questione, o no.

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  49. @ Andrea Margiotta #67

    La ringrazio davvero per l’ampia risposta che ha voluto dedicare alla mia traballante nota.
    Purtroppo non mi è dato di seguire il suo discorrere con “emozione”, totalmente mancando di qualsiasi presupposto di fede e dovendomi dunque a forza acconciare a quel relativismo che lei vuol porre a origine di tanti mali. Probabilmente con partigiana ragione, avend’io ben chiaro di quanto “consolatori” siano gli assoluti e di quanto aiuto anche nella minuta vicenda di una singola esistenza.
    Ateo (o come voglia definirmi) qual sono, non ho che i miei occhi a scorrere ed interpretare il mondo, e non ho che dubbi a rimando, ed incolto qual sono posso ben poco giovarmi del sostegno di chi prima di me riflettette, e mi pare a volte con scarso construtto, parendomi da sempre eguali le domande, nonostante la molteplicità (contradditoria) delle risposte.
    Constato, e non concludo, nostalgico di un impossibile e tutto sdraiato sulla terra, che ha i suoni che ha, e non altri. Nel secolo passato (sono vecchio) ho assistito, ed a mio modo condiviso, al tentativo proprio di rivoltare il mondo sul punto preciso del denaro, e la curva tutta ho seguito dall’utopia all’imbroglio ed alla tragedia. Da tempo non ho più occhi per vedere nuove leve, e giocoforza dunque “rinchiudersi”, seppur con sociale eleganza, nella confortevole casamatta delle proprie quattro-cose-private, con integra la coscienza dello squallore, unita, mi conceda, ad un ironico (cinico?) sorriso su quanto di deriva il caso ha voluto vivessi.
    Mi permetta di concludere con una punta di polemica. Non conosco Huizinga, e quasi nulla so delle concrete condizioni di vita delle genti ai tempi del medioevo: genti sicuramente più coese delle attuali sul piano “culturale” e sul filo proprio da lei ricordato. Ma genti sicuramente miserrime, e ben più di oggi carni da macero per intrighi di potere. Qualche strada si è percorsa, ed il privilegio di pochissimi è oggi privilegio di molti. Nessun cammino “etico”, per carità…stiamo tra i vincitori, anche se il volto della vittoria a volte, chissà perché, ha un che di disgustoso.

    Grato per l’occasione
    Mario Ardenti

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  50. Vi scrivo da Peschiera dove abbiamo concluso trionfalmente le quattro giornate di cenacolo Camaldolese fuori stanza.
    Vi ho letto in velocità.
    Siete sempre molto stimolanti ma mi riservo di rispondervi domani notte.
    Sono stanchissimo, però pieno di stimoli e progetti da vivere e per vivervi.
    Ancora una volta queste ore notturne mi portano a conoscervi di parola in parola.
    Penso che continueremo a fare grandi cose.

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  51. Caro, caro Gian Ruggero
    quando mai la Castagna scherza e non dice la verità?
    Quest’ultima sta scritta sulle pagine già lette e che non necessitano di seconda lettura.
    Ah… dimenticavo, ho avuto modo di vedere il realizzo di opere che rappresentano capanne di argilla e ferro…penso che siano le uniche che il lupo con un soffio non è capace di abbattere…
    un bacio.

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  52. Cara Iolanda (# 56), io mi ritrovo nella descrizione a tratti elegiaca della nostra terra, che aleggia nelle opere di Corrado Alvaro. Mah! sarà la lontananza, il senso di estraneità che provi quando l’esistenza ti impone uno sradicamento impietoso dalla tua gente, dalla tua cultura… tutto questo può indurti a rimpiangere il luogo natio come se fosse un Eden… In realtà le cose non sono così schematiche ed è giusto che a questo punto facciamo qualche autocritica. Cos’hanno realizzato e cosa stanno realizzando di concreto ed efficace i nostri politici locali, per interrompere l’atavica condizione di povertà e arretratezza che ci attanaglia? Il voto di scambio poteva funzionare ai tempi di Misasi e Mancini, allora tante famiglie riuscivano a “piazzare” i loro rampolli, bastava muoversi nel modo giusto… Ma ora la pacchia è finita, le sfide di questa nuova economia globale incalzano, tutto è rapido, immediato, non possiamo più permetterci di continuare a perdere quel treno che sfreccia a velocità forsennata nelle plaghe selvagge del neoliberismo. Una volta partivano solo i figli dei contadini, oggi partono tutti. Sì, è questa la realtà, cara Iolanda. La Calabria è la regione più a sud del sud, anche della Sicilia. Basta guardare ai tanti paesini che brulicano di giovani dagli accenti più disparati, feste incontri e sana allegria nei mesi estivi – nell’entroterra come sul mare – e invece appaiono miseri e desolati, a ferie finite: hanno quasi un’immagine spettrale…

    Gian Ruggero, nel tuo individuare la “nostra” chiesa come unico punto di riferimento etico forse hai ragione, personalmente sono convinto della tua buona fede. Non posso però non reagire dinanzi alle tante strumentalizzazioni di cui la chiesa, più o meno consapevolmente, è oggetto da parte del potere non solo all’esterno ma anche nel seno dei suoi apparati. Probabilmente questo “rifugio” che si va diffondendo come naturale reazione a certi meccanismi sociali che diventano vieppiù disumani e insopportabili cela, perché no, anche un qualcosa di romantico e passionale… ma credo che la giustificazione concreta vada ricercata nella mancanza di una robusta etica laica. Sappiamo quanto sia trendy oggi il relativismo (quello etico non quello di Einstein, che era un “assolutista” incallito come ho dimostrato in un altro post), personalmente sono convinto che gli intellettuali (in primis i filosofi) ci marciano alla grande. C’è un gran vuoto, oggi, che in molti casi è colmato nella maniera più sbagliata (mi correggo: meno efficace, non intendo giudicare scelte-militanze etiche o teoretiche attinenti alla sfera della “soggettività”, purché sia genuina e non strumentale): o rifugiandosi nella superficialità dilagante e nell’effimero (per esempio inseguendo un arido modello di arricchimento e potere) o in un’etica irrazionale e dogmatica, spesso fuorviante e dannosa per la collettività (vedi l’ostilità e i pregiudizi di stampo medioevale che ancora durano nei confronti della ricerca scientifica, dei diritti civili… e il loro condizionamento della politica). Ecco, io penso che questo vuoto potrebbe essere colmato dagli intellettuali. Oggi mancano i Voltaire, i Bertrand Russell, i Pasolini, i Montanelli… È questa la vera iattura.

    Per quanto riguarda la “simpatia” di Ratzinger, dicono che sia un buon pianista classico: mi basta.

    Un caro saluto.
    Pasquale

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  53. Infatti Einstein era uno scienziato intelligente: aveva capito l’esistenza di una specie di barriera elastica: più la scienza arrivava a un risultato più quel risultato apriva una zona di non sapere, che poi era il vero stimolo per la ricerca ad andare ancor più in là; un po’ come quando si legge un giallo e vuoi cercare di finirlo per andare a vedere chi sia il colpevole …

    Russell, del quale ho letto molto ma senza troppo entusiasmo, non mi convince… Il mio sesto senso mi dice che bara e le sue prove dell’inesistenza di Dio sono ridicole anche perché vanno contro l’evidenza della realtà, dove tutto invece, rimanda a Dio …
    Ai puri le cose pure …

    Ratzinger: ma non vi rendete conto che fa paura? Guardate l’ultimo numero di Micromega dove partono all’attacco preventivo i soliti cervelloni …
    Il Papa (o la Chiesa) li si vorrebbe solo come forme pleonastiche o decorative, per Natale, ma che non entrassero a occuparsi di questioni dove già si son spartiti il potere – politico o intellettuale che sia …

    sig. Ardenti, non credo che esista nessun uomo ateo, a livello pratico …
    C’è sempre un dio nella propria vita, che sia l’utopia o il denaro o il lavoro o il potere o la figa … C’è sempre un altare dove ci si inginocchia e uno scopo al quale dedicare tutto se stesso …
    Quello che mi piace dell’uomo medioevale è la sua integrità della persona (che poi diventa integrità culturale e sociale o all’inverso …)…
    Noi siamo come a pezzi, divisi, noi viviamo una vita separata dal nostro cuore … Alienati si diceva una volta – ma troppo marxianamente – …
    Camus scrisse Lo straniero… Un uomo gettato nel mondo senza un perché …
    C’è come l’esperienza di una dualità nella modernità … I fiori del male …
    Potrebbe esserci qualcosa di diabolico in tutto questo – sapete che diavolo viene da dià-ballo greco = ciò che divide, separa …
    E il diavolo – non più come lo intendevano i medioevali, o nel Faust – è una figura o termine abbastanza presente anche nel linguaggio della psicoanalisi moderna …

    PS Pasquale, in effetti il mio è più un disagio al trendissimo relativismo etico, non certo al grande Albert …
    Tu sollevi questioni che ci vorrebbe davvero un buon bicchiere di vino e un bel paesaggio per parlarne, vis a vì … Chissà …
    Intanto, posso scriverti in email per un semplicissimo consiglio informatico?
    Mi è – diabolicamente -partito uno dei due dischi rigidi, tempo fa … 😉

    andrea margiotta

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  54. La grandezza di Einstein, come quella di altri fisici teorici del nostro tempo (un nome per tutti: Stephen W. Hawcking), risiede nel fatto che non si limitano a “spiare” l’infinitamente piccolo o l’infinitamente grande con gli strumenti sempre più accurati e potenti che offre la tecnologia. Anzi, delle attività misuristiche se ne infischiano. La loro “speculazione” è molto più alta e nobile, se vogliamo “spirituale”: entrambi tentano di “leggere”… di comprendere attraverso la metodologia scientifica la mente di Dio. Ma il fatto che siano ambedue credenti è solo un dettaglio. O meglio: senz’altro la fede li ha aiutati e sostenuti nei momenti di scoramento e difficoltà con cui qualsiasi scienziato deve quotidianamente misurarsi.

    Su Bertrand Russell non condivido il tuo criterio di giudizio. Tu lo biasimi perché non sarebbe riuscito a dimostrare la non esistenza di Dio. Vedi, il mio punto di vista è quello di un uomo di scienza-umanista-agnostico ma rispettoso della fede quanto della cultura-tradizione altrui. Ieri mi sono gustato uno sketch di Pasolini (in televisione…): “La Terra vista dalla Luna”, con Totò e Ninetto Davoli. Ebbene, io nel valutare tali questioni immagino di scrutare la Terra dalla Luna. Di lassù osservo la storia di questo popolo così giovane, oserei dire neonato, che abita quel pianetino sperduto nell’universo dal nome Terra. E vedo la saggezza (immensa per quei tempi) di Confucio e Zoroastro, i presocratici e i grandi geni e pensatori dell’ antica Grecia, vedo la persecuzione e la morte di Socrate – grande prova di coraggio e dignità – vedo il Cristo e il suo messaggio d’amore, la sua fine in Croce, come tanti altri in quel periodo, ma ci sono i suoi discepoli e il messaggio “Ama il prossimo tuo come te stesso” va avanti, non si può fermare… i romani avvertono il pericolo e la portata planetaria di questa rivoluzione pacifica così scattano le persecuzioni, il cammino indicato dal Maestro appare irto di ostacoli, ed è imbrattato di sangue e dolore… a un certo momento arriva Costantino e il vento della storia cambia rotta, in maniera potente e radicale… poi c’è il medioevo che tanto ami (come lo amano tutti i romantici del resto, ma non tutto ciò che è romantico è accettabile da un punto di vista dell’etica [per esempio cristiana]), le stragi e lo spargimento di sangue perpetrati in nome del Signore, i roghi, le cacce alle streghe e agli eretici, l’idolatria di Aristotele e della sua logica falsa e antiscientifica… e devo aspettare Galileo per vedere la “luce”, e se il grande fisico fu costretto all’abiura poco importa, il cammino della scienza e del progresso è ormai segnato… Posso andare avanti, ma il resto dovrebbe esser noto: la grande rivoluzione foriera di liberté egalité e fraternité – anticipata dalla militanza libera e “irriverente” di quel gaudente di Voltaire – i suoi eccessi e le sue “porcate” come in tutte le rivoluzioni (tranne in quelle pacifiche), il satrapismo imperialistico di quel geniaccio di Napoleone (naturale sviluppo di quasi tutti i grandi stravolgimenti anarchici e libertari: la storia si ripete…), la restaurazione (destinata a non durare a lungo come tutte le restaurazioni) e le conseguenti pulsioni risorgimentali e nazionalistiche… frattanto il capitalismo liberale avanza brandendo nuove potenti armi: i mostruosi macchinari frutto del progresso tecnico (che accompagna sempre quello scientifico, in alcuni casi lo “controlla” anche, innescando una sorta di retroazione; ma la tecnica è ben diversa dalla scienza pura: la tecnica è uno strumento nelle mani della politica e del potere)… vedo gli inevitabili contrasti sociali che scaturiscono dall’iniqua suddivisione del lavoro (pochi capitalisti straricchi e privilegiati proprietari delle risorse, da una parte, schiere di umili lavoratori sottopagati e sfruttati dall’altra), e innescano quelle derive che porteranno alla rivoluzione di ottobre e allo stalinismo, come – per motivi molto diversi, in parte romantici, di profonda avversione nei confronti del vile danaro (e conseguentemente degli ebrei in quanto emblema dell’attaccamento ai soldi e al potere finanziario) – porteranno al nazismo e all’orrore della Shoah… il secondo conflitto mondiale che sappiamo tutti come è finito,
    la successiva guerra fredda… e poi? Pare che alla fine l’abbia spuntata il capitalismo, non quello di Stato ovviamente né tanto meno quello delle piccole e medie imprese, ma quello delle grandi lobby private transnazionali, organizzazioni gigantesche e pervasive, di continuo spalleggiate dai singoli governi a loro volta pesantemente condizionati da questo nuovo “ordine” mondiale… in questo scenario vedo la tragedia delle Twin Towers e le nuove crociate contro i terroristi saraceni… frattanto le riserve di idrocarburi si stanno esaurendo e del protocollo di Kyoto ce ne freghiamo altamente. E in tutto ‘sto marasma di interessi economici e brame di potere c’è chi crede allo scontro di civiltà e di religione. E c’è anche chi lo fomenta. Ecco, questo mio tentativo di analisi penso che al prof. Russell sarebbe piaciuto. Anche se ho sorvolato sull’esistenza di Dio.

    Ciao.
    Pasquale

    P.S. Caro Andrea, riguardo al brindisi di certo non mi tiro indietro. Per quanto attiene ai problemi col computer non so se potrò esserti utile: quando capita a me non faccio altro che chiamare il tecnico… In ogni caso scrivimi pure.

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  55. # 63 CarlaB. Corposissimo… anche se (quale battuta nell’ossimoro) non ho più il fisico per reggerlo… oppure che sia giunto il tempo di concedermi un ultimo colpo di vita? Un ultima ubriacatura? Ci penserò, se già non l’ho fatto 🙂

    # 65 Rina. Sei sempre stupenda… ti dedicherò il libro, come minimo.

    # Ardenti/Margiotta/Giannino. Posizioni diverse… lontane (a momenti)… ma il cuore non vi manca. Ovviamente non mi trovo d’accordo con le teorie/posizioni di Mario, che reputo oltremodo fataliste… quasi un lasciarsi andare al come va il mondo senza tentare possibili varianti ad uno schema vecchio, ma pur sempre non digesto, almeno per me. Cmq interessante come ha posto la questione e lo ringrazio per i commenti e la sua venuta in questo luogo di preziose occasioni (almeno per me).
    Più mie, invece, le ‘carte’ messe sul tavolo da Andrea che, come ben so, quel che dice sostiene da sempre e vorrebbe (come il sottoscritto) tornarlo a vivere.
    Anche Pasquale lo so sincero, quindi degno di essere antagonista in ogni possibile confronto sui massimi sistemi…quelli di cui mi vanto di essere figlio.

    # 68 Domenico. Rilancio non da poco, in particolare quando scrive: “la visione dell’uomo proposta dal vangelo è stata assai aggiornata da duemila anni a questa parte, inutile negarlo.” Ma ora mi viene da domandarti: in che modo? E’ stato un aggiornamento produttivo?

    # 70 Jolanda. Come vedi son sempre qua… come timoniere, anche se (per Rina) avete abbandonato i remi… ma pur si va, se qualcuno tiene la barra… ha il coraggio di tenerla (anche per gli altri) 😉 e di un saldo timoniere questa società necessita… non lo disse anche Mao? E che infine venga! 😉

    # 72 Angela. Quando dici: “Se Dio per ristabilire un’alleanza con l’umanità si è fatto uomo e si è ‘incarnato’ in una vergine donna perchè non leggere questo come un messaggio del fatto che ha voluto ristabilire il centro della divinità nell’uomo stesso?” non è assolutamente un paradosso… ci ha ripassato la palla e dobbiamo giocarla al meglio. Grazie.

    # 76 Paola. Il vecchio GRM abbatte ancora le montagne se il suo Lupo vien fuori… bisogna tenerlo a bada bene… blandirlo… carezzargli la testa… dargli la boccetta e metterlo a nanna come si farebbe con un bambino… altrimenti morde, ed è morso alla gola… o al cuore… non al polpaccio 🙂

    Il denaro “sterco del demonio”

    Simbolo orgoglioso della società dei consumi, il denaro si è mosso con tale rapidità da diventare l’autentico perno sul quale poggiano tutte le certezze dell’uomo moderno.
    “Una scommessa sul futuro” attraverso la quale proiettare l’esistenza dell’uomo verso un mito inarrivabile, inaccessibile ed inesistente. Con delle sintetiche definizioni come quella sopra citata Massimo Fini disegna la genesi del denaro, analizzandone l’essenza e risvegliando, con pochi e rapidi gesti, la coscienza intorpidita del lettore comune.
    Simbolo orgoglioso della società dei consumi, il denaro si è mosso con tale rapidità da diventare l’autentico perno sul quale poggiano tutte le certezze dell’uomo moderno o dell’homo ‘oeconomicus’ che dir si voglia. Il problema centrale, individuato e sviluppato nel libro, è che l’essenza stessa del denaro altro non sia che il Nulla; un nulla che ci ha tragicamente investito, trascinandoci verso un mondo slegato dalla dimensione umana e colorato di ansie, programmi e progetti le cui basi sono imposte e regolate dalla nuova religione, quella del profitto.
    Si tratta di un meccanismo perverso che conduce l’uomo a rilanciare quotidianamente sul “domani”, in attesa di un fine, di un senso che non arriveranno mai, poiché scommettere sul futuro significa giocare a favore di ciò che non esiste, di ciò che per la sua stessa intangibilità è giocoforza sentito e percepito come un dio; con la sostanziale differenza che nel culto religioso l’uomo assume un ruolo privilegiato (almeno apparentemente) con l’entità superiore, mentre nel rapporto con il dio denaro è quest’ultimo a dettar le regole e non esiste modo di uscirne se non chiamandosi fuori dal gioco.
    Ma chi nel XXI secolo ha la forza di seminare dubbi e la coerenza di recitare un ruolo diverso da quella dell’atomo, ha necessariamente (questo è il punto) la parvenza di un visionario, di uno scellerato che si astrae dalla realtà e si pone fuori dall’ordine morale della storia. Il tema fondamentale del libro è appunto la posizione dell’uomo, che da padrone del suo destino o quantomeno da persona inserita in un contesto sociale definito ed accettato, si è progressivamente spogliato di questa veste per divenire schiavo di logiche astratte, lontane dalla sua dimensione e proiettate verso miti inarrivabili.
    Ciò che sconcerta maggiormente e che nel tracciare le linee guida nella storia del denaro colpisce con forza è il cambio di prospettive avvenuto nella società.
    Emblematica in questo senso è la citazione di Sismondi il quale a proposito delle carestie che colpirono l’Europa nel XVIII secolo scrive: “ In periodi così dolorosi si è sentito ripetere mille volte che ciò che mancava non era il grano né gli alimenti, ma il denaro. Difatti vasti granai restavano spesso pieni fino al raccolto successivo; le scorte, se ripartite proporzionalmente fra tutti gli individui, sarebbero quasi sempre bastate a nutrire la popolazione. Ma i poveri, non avendo denaro da dare in cambio, non erano in grado di acquistarlo. Essi non potevano ricevere denaro in cambio del loro lavoro o non potevano ricevere abbastanza per vivere. Mancava il denaro mentre la ricchezza naturale sovrabbondava”.
    Uno spot che farebbe rabbrividire tanto la vulgata liberale quanto quella marxista, entrambe figlie dello stesso padre, entrambe legate ad una visione economicista e quantitativa della vita.
    Il denaro, spogliato del suo valore intrinseco quale poteva essere il metallo della moneta, non ha arrestato la sua folle corsa fino a diventare strumento inesistente di valori inesistenti; ha allontanato l’uomo dalla sua polarità, lo ha portato a ragionare per mezzo dei suoi parametri, sconvolgendo il regime qualitativo dell’esistenza in luogo di un modello quantitativo, più consono alla logica del calcolo e della programmabilità.
    Nei numerosi esempi che Fini ci ha fornito in questo volume, illumina come pochi altri la totale inconsistenza di ciò che è attualmente considerata ricchezza: fiumi di capitali e di centinaia di miliardi viaggiano oggi attraverso la Rete; viene in questo modo reciso anche l’ultimo filo che legava il denaro all’uomo, quel contatto fisico che nell’epoca degli individui è soppiantato dal regime tecnologico, il quale tutto controlla e tutto meccanicizza.
    Abbiamo mercificato, astratto e reso calcolabile la nostra stessa esistenza, l’abbiamo affidata a degli impulsi elettronici che ci governano e ci rendono schiavi della loro stessa essenza: il futuro, l’intangibile, l’inesistente.
    Il Nulla.

    Il denaro “sterco del demonio” / Massimo Fini. – Venezia : Marsilio Economici, 2003 – 288 pp., euro 7.00.

    di Simone Olla

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  56. Caro Gian Ruggero un morso al cuore del lupo rafforza la prepotenza di cui certi esseri dovrebbero andar fieri, lo si sfama, lo si disseta, gli si rimbocca le coperte dandogli la buona notte stringendolo al petto…un abbraccio dalla capanna che è sempre più dimora.
    Attento alle gambine…ai polpacci, ti servono ancora per correre e cantare
    🙂

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