Genesi, di Giuseppe D’Emilio e Roberto Fogliardi.

barboni-e-ponte.jpgVedi, signore, è che ogni tanto mi dimentico di essere vecchiarella; quando passa un bel giovanotto mi viene spontaneo fare come facevo trent’anni fa; poi vedo che per lui è come se non esisto, come se sono un sacco di monnezza; e mi ricordo che non sono più quella di una volta e che sono una povera vecchiarella.

Ma mi ricordo, trent’anni fa, pure venti, la gente si fermava, qualsiasi cosa faceva; passavo io, vedeva a me e si fermava. Gli uomini che mangiavano al ristorante rimanevano con la forchetta a mezza strada tra il piatto e la bocca. Una volta uno s’è preso pure uno schiaffo dalla fidanzata. Quante risate, signore! Quante risate!

Le femmine mi guardavano, pure, ma era diverso il guardare delle femmine.

Certe volte andavo apposta sull’elibus per farmi toccare il culo dai giovanotti. Si facevano rossi come i pomomeloni!

Ma tu, signo’, mi senti? Mi capisci quando parlo? C’hai ‘na faccia strana… sei tanto bello, ma perché ti sei tagliato tutti i capelli?

Mo ti racconto qualcosa io, se tu non parli.

Io ci vivo qui, sotto al ponte, lo sai? Io sotto al ponte non ci vivo male; magari se mi sposavo quello dell’olotelevisione mo stavo meglio; però è lo stesso; e poi lui mo è morto in guerra; sto bene pure così, forse pure di più; mangio dalle suore, mi vogliono bene e io pure a loro gli voglio tanto bene e le aiuto sempre a pulire la chiesa; quanto è bello sta’ dentro la chiesa quando non c’è nessuno; la chiesa è vecchia, tanto vecchia e io mi penso a quante persone sono state là dentro a pregare; chissà dove stanno adesso quelle persone; e mi sento tanto bene; e mi sento che quelle persone gli voglio tanto bene e che loro pure vogliono bene a me.

Ci stanno le croci, nella chiesa, ma non come queste croci strane che c’hai tu sul braccio; ma perché ti rovini il braccio co’ ‘sti segni?

C’ero stata a trovarlo quello dell’olotelevisione, ma mi ha detto che non mi vuole sposare più; forse ha pensato che io andavo a trovarlo per sposarlo; ma io ci andavo solo per salutarlo.

Ma l’olotele a me non mi piace; a me mi piace solo quando la suora cieca, quella che gli hanno sparato gli Svizzeri, mi racconta le storie di Ulisse e di Dante Alighiero; la suora cieca sa i pezzi di Dante Alighiero a memoria e io quando li sento so’ tanto tanto contenta, pure se tutto tutto non lo capisco; mi pare come di sentire una bella musica.

Certe volte, dormo da sveglia; è ‘na cosa strana, non te la so spiegare.

Comunque i soldi li facevo lo stesso, e pure tanti; se facevo i film zozzi guadagnavo pure di più, ma col fatto che non c’ho l’ombelico non me li facevano fare; “la gente si impressiona” mi dicevano; ma mo è da tanti anni che non li faccio più, i soldi. Ma tanta gente a me mi vuole bene ancora; Antonio, se solo glielo chiedo, mi dà da mangiare tutti i giorni gratis al ristorante suo; ma io mi vergogno di approfittarmi e ci vado solo la domenica. Due litri di vino, mi bevo la domenica, e il vino di Antonio è tanto buono, lo fa con le buste buone, e io sono tanto contenta e lui mi dice che ci devo andare tutti i giorni mattina e sera a parte il martedì che è chiuso e a parte quando suona la sirena, così sono sempre con la pancia piena; ma io mi vergogno, mi pare di approfittarmi.

Ma ‘sta catena che c’hai in mano, non è mica quella del cancello di Antonio?

Tante volte vado a trovare Peppe, quello che c’aveva la balera, prima della bomba grande; con lui non mi approfittavo di niente; mi mettevo lì e sentivo la musica e guardavo le persone che ballavano e mi ricordavo di quando andavo io a ballare, e stavo tanto contenta. Vieni quando ti pare, io ti voglio tanto bene, mi diceva Peppe.

A primavera è bello, qui sotto al ponte; la mattina quando mi sveglio so’ tanto contenta, è fresco, ma non è freddo, ci stanno gli uccellini che cantano, anche se mo so’ rimasti pochi e so’ un po’ spelacchiati; l’acqua del fiume c’ha un colore bello, tutto rosso, e quando guardo l’acqua del fiume che passa sono contenta, ma pure c’ho un po’ di tristezza; ma è una tristezza bella.

I pesci fosfoni, però, certe volte mi danno fastidio, la notte, perché mi svegliano quando lampeggiano; ma non fa niente, devono campare pure loro, poveracci.

Mario, quello che dorme dall’altra parte del fiume, mi saluta con la mano e mi fa tanti sorrisi con la bocca senza denti; una volta mi ha portato pure un gelato al limopera. Quant’era buono! Un giorno per farlo contento gliel’ho fatto con la bocca; io mi credevo che lui non era contento perché mo c’ho la bocca brutta; ma quant’era contento, invece, signo’! A vederlo così contento so’ stata contenta tanto tanto pure io; solo se ci penso so’ contenta pure adesso.

Un topo con sei gambe e tre occhi è pure amico mio; gli do un po’ di pane e lui è contento; ma non mi viene a trovare solo perché gli do il pane; viene pure quando non ho niente; e rimane vicino a me; poi, a un certo punto, si stufa e se ne va; ma il giorno dopo ritorna, pure se non ho il pane. La gente mi dice che il topo puzza e che non lo devo toccare perché mi attacca le malattie; ma secondo me non è vero per niente.

Io una volta lo volevo fare con la bocca pure a lui, ma non lo sapevo se a lui gli piaceva, ma se gli sto vicino se ne va.

Ma tu non mi racconti niente, signo’?

Che fai co’ ‘sta catena, signo’? Così mi fai male! No…

…oddio, la sirena, signo’!

La sirena!

Cos’è quella luce, signo’?

Il Prof. Qfwfq roteò i pedipalpi in segno di gioia incontenibile. I resti calcinati sepolti dal ponte crollato, appartenenti con tutta probabilità a una vecchia femmina, contenevano ancora brandelli di informazione utili per il MemoRex di ultima generazione. Forse il viaggio su quel pianetucolo devastato da una qualche rara forma di suicidio collettivo non era stato proprio inutile. Il progetto RESE (Recupero Ecologico Specie Estinte) avrebbe avuto almeno un ulteriore anno arturiano di finanziamento dal Senato Accademico. Ci sarebbe scappata anche una bella pubblicazione sul Betelgeuse Journal of Alien Phisiology e un congresso su Taurus IV, il pianeta con i migliori ristoranti della galassia!

L’aracnoide glutinoso si arrampicò sul terreno arido e sconnesso e si diresse, ondeggiando, verso il siluro argenteo.

Silenziosa

Solenne

Tremenda

L’astronave si levò in volo.

Dal Betelgeuse Journal of Alien Phisiology, 324656 (12): 195-201

Tutte le proiezioni evolutive, anche quelle che attribuiscono un consistente peso probabilistico alle transizioni entropiche con effetti degenerativi, indicano che il materiale reperito è di altissima qualità. Eventuali decadimenti del materiale genetico derivante da tali campioni sono da ritenersi trascurabili (P<1.12%).

[…]

Si può quindi affermare che nel pianeta sopravvivevano nicchie di informazione genetica non degenerata e utilizzabile secondo i parametri del progetto RESE.

[…]

Da questo DNA, prezioso e insperato superstite della Catastrofe, si può, si deve ricominciare.

Dalla Genesi (3,20)

L’uomo chiamò la moglie Eva, perché essa fu la madre di tutti i viventi.

17 pensieri su “Genesi, di Giuseppe D’Emilio e Roberto Fogliardi.

  1. una storia vissuta, piena di umiltà e verità, che lascia una punta di amaro in gola, quasi un rimpianto, per come troppo spesso le cose non vengono viste nella loro più semplice – naturale – dimensione.

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  2. vorrei che qualcuno mi spiegasse il “Bello” di Gaja e il “Bellissimo” di Valter.
    e il riferimento a questa frase “Io una volta lo volevo fare con la bocca pure a lui, ma non lo sapevo se a lui gli piaceva, ma se gli sto vicino se ne va.”
    e, anche, “Un topo con sei gambe e tre occhi è pure amico mio;”

    credo che la vita sotto i ponti nelle quasi fogne dei barboni sia immensamente più tragica e drammatica; in più qualsiasi barbona ha ben altri problemi del guardare con rimpianto i bei ragazzi che passano.

    se poi il/lo fine-scopo è didattico-religioso-populista-del volemose bene con le briciole dell’elemosina ecc. allara va benissimo: il punto di vista è accettabile e accettato come qualsiasi altro punto di vista, ma la riuscita letteraria può risultare di poco interesse o, forse, anche mediocre

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  3. Marina, te lo spiego subito: a mio avviso il racconto è bello soprattutto per l’atmosfera di tristezza che chi l’ha scritto è riuscito a creare con il monologo della donna. Quella parte, secondo me, è molto ben riuscita. Quanto alle altre tue osservazioni, lascio agli autori l’onore e l’onere della risposta. (dal mio punto di vista però è chiaro che i dolori della vita non hanno lasciato indenne la mente della barbona: in una persona devastata un passato “felice” può essere l’unica ancora di salvezza di fronte alla crudeltà del presente. Insomma, io non ci vedo niente di strano. Anche l’accostamento bislacco delle riflessioni rispecchia – sempre secondo me – una personalità quantomeno disturbata). Non so se ci fosse un fine didattico-religioso-populista, a me non è sembrato. Non credo poi che ci fosse di mezzo la politica del volemose bene, ma questo magari sarà meglio che ce lo chiariscano/spieghino gli autori.

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  4. In effetti la faccenda del pompino al topo con sei zampe può legittimamente apparire eccessiva, fine a sé stessa, ma ci pareva che fosse funzionale al personaggio e che, assieme a sciocchezzuole tipo i pesci-fosfoni, “alleggerisse” il racconto, visto che, appunto, c’è il rischio della solita retorica sulle barbone/prostitute buone.

    Il nostro intento era anche che il racconto fosse grottesco (è una “modalità” di scrittura che io e Roberto usiamo anche in altri lavori: qualcuno la apprezza, altri dicono, appunto, che a volte è “eccessiva”). Non volevamo realisticamente analizzare la vita di una barbona, anche perché il racconto è ambientato in un futuro postatomico, topos fantascientifico.

    Non ci sono fini didattici-religiosi-populisti: la prostituta, certo, è per noi un personaggio “positivo”, ma resta l’ambiguità semiseria del fatto che essendo i futuri Terrestri suoi discendenti, discenderanno sì da una persona “buona”, ma saranno tutti dei figli di puttana… 🙂

    Grazie ancora a tutti per le interessanti considerazioni.

    Pronto per il fritto di pesci fosfoni! 🙂

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  5. Quelli che non capiscono la vecchiarella è perché sono troppo puri per commettere peccati. Il futuro non serve se non a farci ricordare meglio il passato. Di pesci fosfoni ci puzzeranno i piedi ben presto. Ma almeno ci faranno un po’ di luce, quando toglieremo le scarpe e così vedremo dove “metteremo i piedi”, nello schiacciare il topopolipoide :-).
    D’Emilio sei grande e plantigrado atropomorfo. Ottimo racconto. Fatti pubblicare anche gli altri, per esempio “Campanellini…” Ciao a tutti,
    stepen kong

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  6. La natura bella e pura è già stata assassinata da molto tempo, stepen kong, qui si tratta di un “racconto” scritto con i piedi [ancora] di creature all’apparenza : ne consiglio la pubblicazione presso l’ufficio relazioni con il pubblico a cura di una qualsiasi metropolitana.

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  7. Perchè tanto odio, Marina?
    Un racconto semplice: uno sberleffo alle religioni, la sessualità come elemento fondante dell’umanità, la violenza una maledizione ciclica. Nella tradizione della sf tradizionale, una strizzata d’occhio a Poh, Shechley, Adams.
    Certo, questi due non sapranno scrivere “cintola di storia arena di spettacolo/la micro-macro perla di contare/i morti/le reti strette alle balìe.”
    Ma non è che mi dispiaccia troppo… non tutti hanno sensibilità poetica.

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  8. Pingback: ALCUNI RACCONTI IN RETE | giuseppedemilio

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