I linguaggi del lavoro [2].

Boletus satanasPorcini (senza ali)

Ottobre, tempo di funghi. Di prima mattina su un banchetto del mercato si presentano boleti di provenienza slava, simulacri decongelati dei miceti nostrani.
Sono stato in piedi tutta la notte ma non ho sonno, nelle ossa ancora il freddo patito per seguire un fedifrago. Mi accompagni al mercato? mi ha chiesto Roberta al citofono, mezz’ora fa. Io che tentennavo tra il bar e il letto le ho risposto certo, scendo subito.

Roberta sceglie due cachi da maturare, di quelli che raspano la lingua, e intanto racconta che ieri le è scaduto il contratto a termine. Che era al terzo rinnovo. Che il capo del personale le ha detto che non si poteva più. Dopo uno stage, quattro proroghe come interinale e tre come contratto a tempo determinato non si può proprio più. E le ha pure detto non provare a farmi casini altrimenti ti sputtano, non lavori più.
Non so cosa dirle, vorrei incoraggiarla, ma mi distraggo con questi porcini concimati dai resti delle guerre balcaniche.

Allora? mi fa, che ti prende? Io ti parlo dei miei casini e tu ti fissi sui funghi?

Perfetti sono perfetti, peccato per il gusto al propilene, ma le forme sono proprie quelle, di ovolo tondo. Cosa posso dirle? Di rifare la trafila da un’altra parte? Hanno cappelle spugnose e gambazze pasciute come quelle riprodotte nel Grande Libro dei Funghi che sfogliavo al tempo delle ricerche di scienze naturali. Di andare da un avvocato? Dal sindacato? Era un librone rosso con le immagini dei vari tipi di funghi e sotto una didascalia con l’avvertenza: mangereccio! oppure: pericoloso! o ancora: pericoloso mortale! e guarda caso quelli più belli, colorati e invitanti erano sempre i più tossici (che dire del torbido fascino del Boletus Satanas?).

A proposito di casini, glieli fai o no? le chiedo.
Figurati, capace che quello sparge la voce con i suoi colleghi e non mi prende più nessuno.
E tu denuncialo per diffamazione.
Ah sì? E con quali prove? Ma va, va, andiamo, che mi restano giusto i soldi per un cappuccio. E mi trascina via da quella esposizione di porcini arricchiti con uranio impoverito.

Con il naso nel fumo della schiumetta, mi racconta ancora di come è stata licenziata, prima le lusinghe e poi le minacce da parte del brillante manager, mentre io ripenso al Grande libro dei Funghi e rivedo quegli avvisi, velenoso!, mortale!, e in quel momento mi viene l’idea che si potrebbe fare anche il Grande Libro dei Capi del Personale.
In effetti negli anni passati ne ho conosciuti parecchi di questi figli di puttana in grisaglia, tanti che forse non basterebbe la classificazione usata dal Grande Libro dei Funghi. Sicuro, una gran varietà, differenziati per stile, linguaggio, approccio e naturalmente grado di pericolosità.

Ricordo che nel Grande Libro dei Funghi si riportava anche il giudizio dubbio, per dire che era meglio non cogliere.
Quanti ce ne sono di dubbi, tra i capi del personale?
Magari sono dubbi quelli che adesso si fan chiamare responsabili delle risorse umane, o addirittura gestori del capitale umano, quelli che negli articoli pubblicati sul bollettino dell’Associazione (perché sì, ho trovato anche il bollettino dell’Associazione di questi stronzi) scrivono di motivazione e retribuzione, della mission e della vision, quelli che parlano di sviluppo ai seminari di Federpadroni intanto che preparano licenziamenti collettivi. Anzi no, la parola licenziamento non usa più, sarà un ventanni che si parla di ristrutturazioni, riorganizzazioni, terziarizzazioni, esternalizzazioni, delocalizzazioni, dismissioni. E si ammantano questi piani con paroloni di copertura. Tipo quella multinazionale francese che chiamava Plan Social i tagli al personale.

Mangerecci, pochi invero. Piuttosto velenosetti. Dai linguaggi più coloriti, spesso infarciti di riferimenti sessuali. Non c’è niente da fare, a molti esponenti di questa categoria è rimasto l’imprinting che il loro è un lavoro duro, cazzuto. E le mie sante orecchiette trattengono ancora l’eco di alcune espressioni sortite da questi signori.

Dovete essere il mio termometro nel buco del culo dell’azienda, per indicare l’obiettivo primario ai propri collaboratori.

Al posto di licenziarti ti offro dieci milioni per andartene, che è quanto mi costa l’avvocato, per convincere uno a dare le dimissioni.

Le segretarie si lamentano che l’ascensore è rotto? Meglio per loro, fanno le scale e ci guadagnano in chiappe sode, preoccupato della forma fisica delle collaboratrici.

Lei starebbe meglio coricata che in piedi, per essere galante con una neoassunta.

Se non mi porti risultati, al tuo posto assumo una con le tette grosse, magari non fa un cazzo, ma almeno mi rifaccio la vista, proposta di nuova soluzione organizzativa per spronare un sottoposto.

Ma, tra quelli che ho conosciuto, l’apice l’ha toccato il Superdirettorone alle Risorse Umane Italia di una prestigiosa multinazionale, piazzato nelle nostre lande con lo scopo di sfoltire il personale.
Il Superdirettorone, tra un taglio e l’altro, c’aveva il cruccio del sesso in azienda. C’aveva il cruccio che in azienda tutti scopavano con tutti e lui invece no. Che quelli del personale mica possono abbandonarsi con i colleghi ai piaceri della carne, loro che sono depositari di piani segretissimi, informazioni riservatissime, aumenti, licenziamenti, trasferimenti, pensa se gli scappa qualcosa tra un amplesso e l’altro.
Così il Superdirettorone s’inventò una nuova regola: in azienda quelli del personale non possono scopare con nessuno, tranne che tra di loro.
Eh sì, perchè così il segreto è garantito dall’appartenenza alla funzione, quelli del personale sono una casta che protegge i propri segreti, anche tra le quattro mura di una camera di motel.

Il Superdirettorone diffuse il verbo e una disgraziata rispose. Disgraziata che peraltro si dimostrò coerente, in quanto già da tempo proclamava se proprio devo darla a qualcuno qui dentro, che almeno sia un dirigente.
La disgraziata, che era addetta agli organigrammi, un giorno fu vista uscire furibonda dai cessi. Urlava adesso basta! denuncio tutti!! Quando entrai nei servizi vidi una scritta a pennarello sulle piastrelle della parete: gli orgasmigrammi del personale.

Roberta ha finito il suo cappuccino e mi chiede di nuovo allora, cosa faccio?
Vieni, che ti accompagno da un mio amico avvocato.

10 pensieri su “I linguaggi del lavoro [2].

  1. o Paolo,
    sei bravissimo, il tuo pezzo è tragicamente bello,
    guarda: il tuo intercalare o alternare la storia dei funghi velenosi e dei dirigent mudern mi fa “strì”,
    cioè partecipo ma mi si accappona la pelle!

    Come dicesti tu qui,
    ‘na volta avevo un compagno di scuola, bravo, roba delle elementari fino al Liceo, che poi diventa ‘ngegnè e poi dirigent mudern,
    quindi mi telefona dopo anni dal Trentino per lamentarsi che era solo, povròmm, in un albergo a 4 o 5 stelle e doveva di giorno sfoltire personale di un’azienda, licenziare, lavoro gravoso, pesante, poverino…
    I padroni trasferivano l’azienda in Slovacchia, poverini…
    Non ho avuto il coraggio di tirare giù il telefono, però.

    Questi boleti mi sembrano satanas, vero?

    MarioB.

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  2. Grazie Mario. Ebbene sì, in tal caso non potevano che essere satanas.
    Dalle mie parti si dice mi fa “sgiai” ;))
    Ciao

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  3. Attuale! i capi del personale tagliano il personale (l’unica vera mansione a loro assegnata), ne so qualcosa a mie spese (sono un sindacalista CGIL), riduzione dei costi, mobilità lunghe, licenziamenti oggettivi individuali, contratti non più a tempo determinato, etc,etc..

    Ben scritto!

    Marco

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  4. la letteratura serve a dire cose in un modo che ti convince di più. questo è un esempio. era la tesi di Calvino: non si impara il cosa, ma il come.

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  5. Hai ragione Marco. Il miracolo della letteratura è anche consentire uno sguardo critico su tutto questo.

    Ciao
    paolo

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  6. Fende la gelatina ancora fluida del (nostro)tempo, questo racconto, mostrandone lo spirito in incavo di mano, l’umore nero che urta la vista, che maleodora.

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