Da: Sposa del vento, di Roberto Rossi Testa

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Ora verso i cinquanta
non divenendo saggio
son pur vecchio abbastanza
per lasciarmi sfuggire
quattro cose di me,
e prima che sia tardi
catalogarmi i cocci
dietro intorno e davanti.
Non si temano o sperino
esibizioni o scandali:
dei vivi e dei presenti
nulla se non il bene,
altrettanto degli altri;
poco quindi da dire.
Ma Musa dammi aiuto,
sia quasi come il detto,
più del detto, il taciuto.

*

Perché la storia vera
e intera non vien detta,
d’ogni collana bella
il filo ormai si spezza,
le pietre si disperdono
tutte qua e là per terra.
Collo adorno e coperto
avrà solo chi in fretta,
come in brusco risveglio,
tiri su qualche pietra,
senza scegliere infili
e riannodi alla meglio.

*

Ed allora, Roberto,
cosa aspetti a morire?

Tangheri dappertutto,
incompetenti e ladri
senza onore e pudore,
un mondo a gambe all’aria
ove nulla e nessuno,
giovane ancora, trovi
di caro o almeno noto;
solo i gatti ti guardano
costernati e sgomenti
come una volta i vecchi.
Ed allora, Roberto,
a morire che aspetti?

*

Da tempo ogni mattina
tra bagno e colazione
spando versi di cui
i parassiti d’Eros
e i predoni del Logos
s’empirebbero gola
e tasche, fra balletti,
schizzando tutt’intorno.
Io invece li lascio
scorrer verso l’oblio
contemplandoli freddo
e guardandomi bene
dal metterli per scritto.
Quei milioni di versi
sepolti a lume spento
in terra sconsacrata
sono il miglior tributo
che pago alla Bellezza;
da questo si misuri
quanto valga la luce
fioca che a pena faccio
filtrare dal mio buio.

*

Scrivevo: “O Novecento,
parlottio di becchini
intorno a un letto vuoto”;
ma in quel letto io stesso
in una lotta impari
contro di me sognavo
i sogni di Rimbaud
Bacon Hindemith Kafka
impotente persino
a svegliarmi e morire.
E sopra il comodino
torsi d’opere e torsoli
di pomi divorati
fino all’ultima polpa,
all’estrema discolpa.

*

Ero una foca sacra,
tenevo la Visione
sulla punta del naso,
in equilibrio come
un pallone da spiaggia.
Se adesso stufo il Cielo
coi miei lamenti è per
estrema fedeltà
verso di Lei: che disse:
“Non ti serve la fede
perché ora mi vedi.
Ma quando me ne andrò
tu continua a cantare,
canta quello che vedi:
sarà così che tu
ancora canterai
ciò che non vedrai più”.

*

“Belle le sue poesie.
Oh magari soltanto
le avesse scritte un altro!”
Ma se è questo il problema
il problema non c’è:
io le ho solo copiate,
ve lo posso giurare,
dalle mobili tavole
dell’acqua e delle nuvole
di un cielo sotterraneo,
sulle ancora più mobili
tavole della mente;
poi le ho solo tradotte
nella lingua corrente,
con la perizia che
quantunque obtorto collo
tutti mi riconoscono
in quest’umile compito;
non aggiungendo più
di quanto aggiunga il cuoco
per far cuocer la pasta
all’acqua, al sale, al fuoco.
Perciò, se spiace il padre,
mai come qui insicuro,
e le figliole piacciono,
non sembri troppo duro
il dubbio dell’origine:
veramente il problema
non c’è, non c’è, lo giuro.

*

All’apparir del vero
miseramente caddi,
deprimermi fu il modo
d’esaltarmi e rialzarmi,
zoppicare fu il segno
della lotta e del dono.

*

La Provvidenza opera
come una grande scopa,
ci spazza via in un angolo
tra i cocci e l’amarezza
dove riconosciamo
la nostra essenza vera.

*

Prendimi come oggetto
dal banco d’una fiera:
oggetto mezzo rotto,
ma evocante ricordi
e lontani orizzonti,
ma passibile d’usi
e colmo di bellezze
palesi a te soltanto.
E poi, a casa tua
mettimi sul deschetto,
con pennelli e pinzette
accomodami, dammi
una fisionomia
forse prima impensabile,
che accetterò per mia.
Ai tocchi lievi e netti
grato non urlerò,
o urlerò ma piano,
e gli urli non saranno
che un differente canto.

*

Tu scegli per entrambi
ogni istante che passa
dalla riva dell’oggi
a quella del domani
qualche cosa si perde
per sempre mentre tu
trafelata ed immobile
volgi gli occhi all’interno
io cado dove i denti
battono inascoltati.

*

È morta prima d’essere
la storia che avrei scritto.
Sbircio l’ultima pagina:
bianca, ma in controluce
ha già solchi tracciati,
e la penna mi cade.
Stesi le mani a un fuoco
che fa battere i denti;
meglio allora l’aperto,
scaldarsi nella corsa,
gridando “Ancora grazie”
correre ciecamente
all’abbraccio del vuoto.

*

Tu volevi la calma,
un semplice sfiorarsi
di lontano con gli occhi,
e quasi con durezza
hai respinto i miei brividi,
il mio mutare, i miei
tentativi di stretta.
Pure per qualche istante
io ti ho fatta mia sposa,
sposa mia del vento.

(Anticipazione. Il libro “Sposa del vento” in imminente uscita da Aragno Editore. Immagine:Anselm Kiefer – Dein goldenes Haar, Margarethe, 1981)

8 pensieri su “Da: Sposa del vento, di Roberto Rossi Testa

  1. ….io le ho solo copiate…

    ….poi le ho solo tradotte…

    per me è la vera essenza della Poesia.
    Versi notevoli che mi hanno commossa,grazie.

    Cari saluti
    jolanda

    Mi piace

  2. fa sempre bene lasciarsi andare, mio caro Roberto…
    sai che apprezzo molto la tua poetica!
    un caro saluto
    Charlotte

    Mi piace

  3. “Io invece li lascio
    scorrer verso l’oblio
    contemplandoli freddo
    e guardandomi bene
    dal metterli per scritto.
    Quei milioni di versi
    sepolti a lume spento
    in terra sconsacrata
    sono il miglior tributo
    che pago alla Bellezza;
    da questo si misuri
    quanto valga la luce
    fioca che a pena faccio
    filtrare dal mio buio.”

    Molto belli questi versi, Roberto.
    Voce nuda e soppesata per carsico lavoro di vento, in fuga o rattenuto nella roccia, nell’eco di memoria che resta: milionesimo verso a lume acceso.

    Giovanni

    Mi piace

  4. devo rompere una barriera, che a volte mi divide dal verso o versicolo musicale, piano. ma una volta superato l’ostacolo, si trova qualcosa di prezioso.
    grazie, Roberto.

    Mi piace

  5. Cari amici,
    grazie per i vostri commenti. Desidero rispondere in particolare a Stefanie Golish e alla Signora del Ponte di Lance, che toccano aspetti che costituiscono il cuore della mia esperienza poetica.
    A parte il fatto che quando si parla di “traduzione” si parla di ciò che ha cambiato radicalmente, da ormai un ventennio, la mia vita, spero che nelle parole di Stefanie Golish non ci sia solo apprezzamento per i miei lavori, ma anche il riconoscimento di una cert’aria di famiglia. Da quando ho intensificato le mie letture e riflessioni sulle poesia tedesca del Novecento, aiutandomi anche con la faticosa lettura dell’originale (il mio tedesco ahimè è ancora troppo scarso), penso che anche la mia poesia abbia guadagnato in essenzialità. E, venendo alla Signora del Ponte di Lance, proprio l’essenzialità, la rapidità, la facoltà di lanciare ponti sospesi che si sostengono l’un l’altro nel nulla, sono la mia ossessione, fin da quando scrivevo endecasillabi peraltro abbastanza convincenti. Ad un certo punto ho cominciato non più a costruire versi ma a captarli, a coglierli al volo. E questi ultimi erano tutti settenari. Per me il settenario è la forma in cui qualcosa mi viene donato perché a mia volta lo trasmetta. Se posso fare un parallelo azzardato, il settenario è come la voce dell’organo, cioè la voce di Dio, mentre l’endecasillabo è come la voce del violoncello, cioè la voce dell’uomo, sia pure nella sua espressione più alta. So bene che che questa impressione vale soltanto per me e non è generalizzabile; ma mi accompagna da anni dirigendo le mie scelte, le quali forse, conoscendola, diventeranno più comprensibili.
    Per quanto poi riguarda il dire il dolore (in poesia e altrove), desidero indicare un libro che mi è stato e mi è viatico prezioso: si tratta di “Eco a me stesso”, dello psicanalista Marco Alessandrini.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  6. Mi scuso con Stefanie Golisch per averne inavvertitamente storpiato il cognome nel commento precedente.
    Ancora un saluto,
    Roberto

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