OCCORREVA CHE NASCESSI

Gianfranco Lauretano OCCORREVA CHE NASCESSI – Marietti 2004

Il libro si apre con un vibrante poemetto dedicato alla nascita di una bambina e si chiude con la dichiarazione dell’appartenenza a un coro, a una comunità: “io sono cristiano, lavoro/e non so cos’è la solitudine/i suoi premi perituri/un coro canta sempre/e mi prepara un posto”, p. 121.Nel mezzo ci sono gli affetti, la propria terra, uno sguardo disilluso sul presente e la fiducia nel tempo della promessa.
  Queste poesie, dunque, si collocano nella vita, in attesa. La voce viene per un richiamo: “all’inizio l’amore e una/voce che genera”, p.13. Anzi, è la stessa carne che si fa parola mostrando la sua venuta, carne spirituale che guarda ogni padre negli occhi. Così per commozione la poesia trascina nel suo flusso buono e lento le persone, la terra. Ma soprattutto l’autorizzazione delle parole ad esistere – esseri, esse stesse – capaci di dare o togliere, di parlare o di tacere malgrado i segni. Si deve scrivere, dunque, quando le parole sono in grado di trasmettere una loro forza necessaria; quando le porta un angelo:“Vedi occorreva che nascessi perché prima/c’era nel mondo un buco di parole/a chiederti dolorosamente/da essere senza fiato né voce”, p. 22.
  C’è in questa poesia la certezza che esiste un enorme tempo vuoto che procede senza senso; le persone lo abitano senza spostare di un millimetro la storia del mondo, “e in quelle minime/ varianti noi abitiamo”, p. 25. Ecco allora un tono di distacco, di sguardo che guarda con pietà senza farsi atterrire. Se la storia è un’altra, e cioè una storia di salvezza, il poeta è colui che attraversa le strade della città a malincuore, osservando che “Le masse corrono, non sentono/vanno di dolore in dolore/nel niente, nella possessione”, p. 27.
  C’è una differenza tra massa e comunità, non tanto nell’accezione evidente tra forze che divergono e forze che aggregano, ma nel senso di quell’andare di dolore in dolore, di quel correre, nella possessione. Se la massa disperde e quindi sperpera il dono del sentire attraverso la sofferenza, la comunità riporta tutto alla nominazione nel cerchio, all’elevazione, di modo che anche il dolore possa essere riconosciuto come dono, non come maledizione. Il segreto della felicità, dunque, mai come ora, è in questa rinuncia alla frenesia del tempo, dell’esporre anche le bende, a condizione che siano firmate; dell’aspettarsi l’ora in cui avvenga qualcosa, a tutti i costi: Se nel tempo viviamo, il tempo vuole il suo obolo. “E’ tutta qui la promessa/il futuro che avanzava a falcate/in un male d’orologio/nella lampadina fulminata/che non accende anima”, p. 42.
  Il libro allora prosegue il suo cammino tranquillo e inflessibile guardando il mondo dal finestrino di una macchina, tra andata e ritorno, stanchezza dello sguardo che non capisce la modernità e spesso si proietta in visioni apocalittiche dove le cose ritornano nel loro ordine, ma anche dove i figli si riappacificano con i padri e le case accolgono il ritorno dei ragazzi dalle loro scorribande. Sono versi, questi, che descrivono una nostalgia, il desiderio di una riappacificazione dove la casa accoglie, sempre, a tutti i costi, e il padre accoglie il figlio, e il figlio ritorna al padre dal quale si è allontanato. Ma il libro è soprattutto Giornale, cronaca di una modernità descritta nell’invettiva buona con parole che non hanno potere, tale è il potere del Male in questo tempo: “Cosa sarà di te, Europa, casa?/Piena di fast food e prostitute.”, p. 119. “La pioggia farinosa/che imbratta il parabrezza/ cosa respiriamo dio mio/cosa ci fanno vivere/ lo sporco attorno alle persone”, p. 102. Sono i segnali di un tempo che ha bisogno di una voce, della forza della poesia che si riappropri di un compito, almeno in nome della salvezza della specie, se non proprio di una fede comune. E il compito è urgente se anche “gli alberi aderiscono/alla nostra immondizia/tristi e spelacchiati/ai bordi della statale/non hanno voglia di fiorire/i fossi sono saturi, gli amori/i filari pregni di fango/dai cervelli alla terra”, p. 102.
  Questo richiamo a una legge interna alle cose, all’ascolto delle voci, è compito, lavoro e preghiera. Lavoro e compito quando non può essere preghiera, e viceversa. E’ la strada inflessibile ma dolorosa verso un’idea di salvezza. Questo è il senso di figure qui evocate: padre Kolbe, Teresa di Calcutta, Falcone e Borsellino. L’etica, su questa terra, è lavoro: “il fato, il fato non esiste/esiste una donna o mille/che si chinano, suscitate sempre”, (p. 105). Ma c’è anche la speranza di un esistere altro, dove l’etica di questo mondo, le domande del giudizio, della pesatura nel tribunale delle anime, non hanno più necessità di esistere. Perché esistere è continuare a cantare, sciogliere il dolore in un fiume di canto e di pianto; o continuare a parlare, a guardare altrove, stare verso un altro giudizio.
  Preghiera e lavoro, attesa e perdono, comunque sempre, se sappiamo riconoscere il segno della rinascita nel giorno di Lazzaro, il giorno “della nostra mancanza/dei nostri irrealizzati desideri/(…) sepolti con un pianto intorno/di parenti e turisti”, p. 110.

Sebastiano Aglieco

6 pensieri su “OCCORREVA CHE NASCESSI

  1. Saluto l’amico Gianfranco, i suoi bei versi, che solo in terra emiliana potevano fiorire(parlo di un’etica civile), così affettivi e intrisi intrecciati – alla vita, e saluto Sebastiano per averli postati, e recensiti.
    IL “coro” che canta sempre, è l’antidoto alla possessione della frenesia(e autodistruzione) cui allude Gianfranco..Ha buena vista!

    Maria Pia

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  2. Ottimo libro e ottima analisi Sebastiano. Ho avuto il piacere di ribadire più volte che Lauretano è uno dei poeti più interessanti e veri presenti oggi in Italia e che il suo è un libro che resterà.

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  3. sì, una voce limpida, direi coraggiosamente, coi tempi che corrono:

    “Vedi, occorreva che nascessi perché prima
    c’era nel mondo un buco di parole
    a chiederti così dolorosamente
    da essere senza fiato né voce
    da non sapere che eri tu
    che giochi e ridi di nascosto
    tu così, tu figlia
    eri tu che non c’eri
    in quel vuoto che non ricordo
    tanto era assurdo
    che non mi figuro più
    come se fossi qui da sempre, tu che ci
    sei sempre stata”.

    grazie.

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  4. Acuta e fine galoppata di Seb. nei luoghi di Gianfranco …
    Quando pubblicai il mio primo libro, Gianfranco Lauretano, avendomi ben presente come uno dei cavalli buoni del giro di clanDestino, disse a un altro poeta che il libro gli era molto piaciuto ma che , se proprio doveva trovarci dei difetti, quelli stavano, paradossalmente, in un eccesso di bravura e di mezzi (troppo esibita, penso che intendesse) …
    Poi lo ha recensito sulla rivista con esatta cordialità …
    Non mi dispiaceva affatto quel suo rilievo …
    Quanto a me – la sua poesia, che conosco dalle cose più antiche – all’inizio mi pareva un po’ troppo (apparentemente) semplice, piana, priva di metafore e di nascondigli o tesori segreti e di gorghi, troppo lieta, troppo “borghese”: insomma come una donna un po’ struccata e senza tacco a spillo …
    E avvertivo meglio invece il suo (e mio) amico Rondoni che mi sembrava – se non stilisticamente – molto più vicino al mio mondo interiore …
    In questo agivano anche le sontuosità e il barocchismo che io – da leccese di origine, di quel Salento così simile alla Sicilia normanna – mi portavo dietro …
    Ma Lauretano è come un maratoneta paziente …
    Così è passato del tempo, io sono cresciuto e – negli ultimi due libri di Gianfranco, Diario Finto (Edizioni l’Obliquo) e in questo “Occorreva che nascessi”, che lui volle regalarmi nonostante fosse l’ultima copia in suo possesso, ho scoperto un poeta innanzitutto importante per la mia vita (che è ciò che più conta) … Insomma ho scoperto una cosa: l’estrema verità, come accento su ogni parola o come tensione ad arco, nei suoi testi faceva piazza pulita di ogni discorso su eleganze formali o tripudi metaforici … E ho sentito il fascino di certi crocifissi lignei antichi, magari senza troppi intarsi o diademi … Ho ritrovato la secca forza di certi poeti russi …
    Ed ho capito che quello che io chiedo alla poesia è anche quello che Gianfranco mi restituisce …
    E credo che il movimento, il tentativo, verso la semplicità e la chiarezza – delle mie cose che saranno raccolte nel prossimo libro – deve qualcosa anche a Lauretano e alla sua saggezza …
    Così Gianfranco Lauretano – che io associo molto ad un altro poeta che mi piace, più laico, diciamo così, che è Claudio Damiani – è sicuramente tra i poeti di oggi che preferisco …
    Ne ho un po’ parlato nel penultimo post sul mio blog – quello con la foto di Patty Pravo – nei toni che un po’ mi contraddistinguono ma che non tolgono possibili esattezze e colpi a segno , specie quando tiro fuori un’ intuizione – quella sul Nominalismo di Sannelli – buttata lì ma che sarebbe degna di un grande critico d’altri tempi ( cosa che, per altro, non mi è mai passato per la mente d’essere o, meglio, di sembrare…),
    quando uno come Fortini vedeva perfino le scelte metriche come posizioni etiche sulla vita …
    Hasta luego …

    Andrea Margiotta

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  5. hasta luego.
    rondoni. lauretano.
    il mio amico sgarbi (sempre lui).
    innamorata di enrico.
    patty pravo sul blog.
    troppa bravura.

    saluti, nonostante

    rs

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