NICOLA PONZIO

Nicola Ponzio, L’EQUILIBRIO NELL’OMBRA – Lietocolle

Questa carne
vicino
è la luce che vigila.

Equilibrio
nell’ombra.
(p. 65)

C’è misura ma anche posizione in questo libro; pensiero e sentire. La misura viene dalla ricerca di un punto in cui le cose possono apparire riassunte, provvisoriamente statiche prima di ritornare al movimento: matrici. Quasi una costruzione architettonica, punto e linea, pensiero che si oggettiva nelle forme prima di tornare all’ombra. Pensiero assertivo – ”Nel corpo la parola/è la fornace/primigenia di una fredda decisione.”, (p. 64) – e quindi in movimento, non rinchiuso nella debole luce di un’ intuizione che va a capo, che ricomincia.
  La brevità dei testi sembra appunto alludere a un rapido scatto, alla necessità di cogliere velocemente prima della fuga. Movimenti delicati, che potrebbero ferire le cose se il lancio fosse indirizzato contro, piuttosto che sfiorare e accarezzare.
  Questa prima lettura, tuttavia, non può sottintendere lo stato di ascolto e di apertura, ascolto della materia che si innesta nelle parole chiedendo ad esse il senso, ma anche l’autorizzazione a nominare. Così tutta la prima sezione. Il poeta non scrive per partito preso, per un freddo progetto costruito a tavolino. La parola si apre alle cose e mentre le dice muta, viene illuminata di altra luce.
“Nominare le cose è un’estensione/dolorosa della carne./La facoltà di poter scegliere/l’abbraccio simultaneo/dei filari./Gli sguardi comprensivi/di quest’etica.”, (p. 19).
  Equilibrio precario, dunque, ricerca, ma nella fondata certezza che esseri e cose sono fratelli, che esiste la possibilità di un abbraccio e di un’etica.
  Questa speranza – o intuizione, conduce il poeta alla porta degli antichi miti. Nella sezione “Gli invisibili”, Nicola Ponzio citando in esergo Brodskij, chiarisce bene quali sono i termini della questione “ …pensavo che il tempo avesse una penna e/decidesse di scrivere una poesia, i suoi versi/parlerebbero di foglie, erba, terra, vento,/pecore, cavalli, alberi, mucche, api. Ma non di noi. Al massimo delle nostre anime.”
  Dunque la poesia cerca questa voce, questa apparizione di anime nelle cose attraverso allegorie naturali, messaggeri: “Essere/acqua./Corrente primitiva/della carne./Essere/pietra./Struttura disegnata/sul diaframma/dalla luce di quest’acqua.”, (p. 37).
  Il testo scritto sulla pagina si fa dunque segno tracciato a lettere di fuoco, segno primitivo, graffito, ma anche matrice. L’alfabeto come calco capace di conservare le cose. Tra questa eticità del compito e questa naturalezza dichiarata in ogni pagina, il libro si regge sull’equilibrio tra cogliere per istinto o per pensiero; descrivere piuttosto che dichiarare; annullare il soggetto o gridare, a volte, l’esigenza di un dire necessario.
“Una poesia che non ci sappia provocare/si smentisce nell’alone/derisorio/di un pensiero inappetente”, (p. 75).
“Meglio gli scacchi che esaltarsi/per le mezze verità dei merlettai”, (p. 76).
“Un libro vale solo se è esperienza./Calcio nello stomaco/dei porci che si saziano di luce,/senza aver rotolato in mezzo al fango.”,( p. 78).
  Esperienza dei sensi, dunque, prima di dire, come sintetizzato in questo bellissimo testo:

L’esperienza e la torba.
L’angelo che ci costringe ad una lotta
nella cantina,
dove i libri si annidano, –
  si tarlano
di nuvole,
di corvi. (p. 73)

Nicola Ponzio sembra elencare in questo libro con le forme della sua arte, ma anche con una certa perentorietà, i nodi irrisolti nei quali si dibatte la poesia di questi anni: poesia è ascolto di sé e degli altri, senza illudersi di poter annullare completamente il soggetto; è pensiero; è ancora, lo si voglia o no, linguaggio naturale e artificiale, capace di entrare in sintonia con le cose animate e innominate che popolano questo mondo; come gli spiriti silenziosi sentiti e intuiti osservando l’eiaculazione dei carpini, i proclami delle rane, le intuizioni del tarassaco. Ma anche i fratelli, i nostri simili nella specie perché è tra questi che possiamo scambiare parole condivisibili, parole temprate nel fuoco del dolore.

E brucia così il senso a poco a poco
nel dolore, e la ragione al vivo raggio,
Jacopo, anche tu la puoi vedere nel coraggio
del sole che ci avvince in un’opaca
direzione, in un procedere comune come ospiti.
(p. 88).
Sebastiano Aglieco

5 pensieri su “NICOLA PONZIO

  1. nella poesia di Nicola è evidente lo sguardo dell’artista, la capacità di “prendere” l’immagine e ri-darcela in parola, in poesia, in testo. dove, poi, la presenza della natura (¿Giampiero Neri?) diviene luogo esperienza ascolto.

    un abbraccio

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  2. Nicola Ponzio ha raggiunto una maturità invidiabile. scolpisce parole nella pietra, ma è l’acqua a fare il resto, a levigare ogni dettaglio, fino a ricavarne la sostanza liscia delle cose.

    “L’intagliatore di pietre,
    sfaccetta le sue leggi
    nella silice ottenendone poemi.
    Prodigi elementari
    con le rose.
    E se inarca il suo corpo
    nel buio è per viverne il tempo
    in un nome adeguato.
    Così che un no mediti un sì
    nella primaria seduzione
    d’inventare un’aritmia –
    una reticenza”.

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  3. Vi ringrazio di cuore, Alessandro, Marina, Stefano, avete speso parole davvero commoventi.
    Fabry, che sorpresa veder pubblicata questa mia poesia, se l’hai ripescata da qualche parte nel Web significa pur qualcosa! L’INTAGLIATORE DI PIETRE è il titolo di un libro su cui sto lavorando da parecchio tempo, e che spero prima o poi di terminare.
    Ottima la recensione di Sebastiano, al quale va un ringraziamento particolare.
    Una abbraccio. Nicola

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