Interzona #9: “Il critico è simile all’attore”- F. DE SANCTIS

di Francesco De Sanctis

Il critico è simile all’attore; entrambi non riproducono semplicemente il mondo poetico, ma lo integrano, empiono le lacune. Il dramma ti dà la parola, ma non il gesto, non il suono della voce, non la persona; indi la necessità dell’attore. Togliete alla poesia drammatica la rappresentazione e rimarrà necessariamente un genere monco ed imperfetto. Il simile è della critica. Si sono scritte delle dissertazioni per provare la sua inutilità. Eh! Mio Dio! La critica germoglia dal seno della poesia. Non ci è l’una senza l’altra. Cominciate dunque dal distruggere la poesia.


Il libro del poeta è l’universo; il libro del critico è la poesia: è un lavoro sopra un altro lavoro. E come la poesia non è una semplice interpretazione, né una spiegazione filosofica dell’universo; così il critico non deve né semplicemente esporre la poesia, né solo filosofarvi sopra. Non questo, e non quello: cosa dunque? La più natural cosa di questo mondo: quel medesimo che fa il lettore.
E cosa fa il lettore? Aprire il libro e leggere. E quando l’immagine comincia a mettersi in moto, quando vedete drizzarvi avanti tre o quattro creature poetiche, e la camera si trasforma in un giardino, in una grotta, e che so io, l’incantesimo è riuscito; voi siete ammaliati; voi vedete quello stesso mondo che brilla innanzi al poeta.
E notate: ciò che voi vedete non è solo quello che è espresso nel libro, ma tante altre cose, parte legate con la visione, parte accidentali, mutabili, secondo lo stato d’animo nel quale vi trovate.
Nel lettore dunque sono due fatti: l’impressione che gli viene dal libro e la contemplazione ingenua, irriflessa del mondo poetico. Mettete tutto questo su carta, e ne nascerà una descrizione del mondo immaginato dal poeta, mescolata d’impressioni, di osservazioni, di sentimenti, dove si mostrerà ancora la personalità del lettore.
Oso dire che questa specie di critica gioverà più a formare l’educazione estetica di un popolo, che tutte le teorie. Se tre o quattro uomini di cuore avessero la felice ispirazione di fare delle letture a questo modo, desterebbero nell’anima rozza e aspra delle moltitudini un sentimento di dignità e di delicatezza che fruttificherebbe.
I più de’ lettori, rimasti un pezzo a contemplare quel mondo, lasciano stare e non ne serbano che una immagine confusa. Innanzi al libro rimangono passivi, si abbandonano al frutto delle loro impressioni, indi si raffreddano e se ne distraggono.
Supponiamo un lettore che abbia l’istinto della critica: non si starà a quelle prime impressioni; anzi, immergendosi nella visione, de’ pochi tratti del poeta comporrà tutto un mondo.
Questa maniera di critica è da pochi. I pedanti si contentano di una semplice esposizione, e si ostinano nelle frasi, ne’ concetti, nelle allegorie, in questo o quel particolare, come uccelli di rapina in un cadavere. I filosofi la stimano al di sotto di sé, e mentre il corpo si muove, discutono gravemente sul principio e le leggi del moto; e, mentre leggono e gli uditori si asciugano gli occhi, essi pensano alla definizione di bello. I più si accostano a una poesia con idee preconcette; chi pensa alla morale, chi alla politica, chi alla religione, chi ad Aristotele, chi ad Hegel; prima di contemplare il mondo poetico lo hanno giudicato; gl’impongono le loro leggi in luogo di studiare quelle che il poeta gli ha date.
La critica ha già fatto molto cammino quando ella è giunta a cogliere una concezione poetica ne’ suoi momenti essenziali. È un lavoro spontaneo nel poeta, spontaneo nel critico. Il poeta può ben prepararvisi con una lunga meditazione, di cui si veggono i vestigi nel disegno, nell’ordito, ne’ caratteri, e spesso nell’ultima mano; ma ciò che vi è di vivente nella sua concezione è opera di alcuni di que’ fuggitivi momenti, che talora non ritornano più: il critico può ben apparecchiarsi al suo ufficio con lunghi studii, de’ quali si veggono le tracce nelle osservazioni, distinzioni, paralleli, ecc.; ma quella sicurezza d’occhio con la quale sa in una poesia afferrare la parte sostanziale viva, la troverà solo nel calore di una impressione schietta e immediata.
A questo lavoro spontaneo si aggiunge un lavoro riflesso. Riposato quel primo fervore, se il critico è dotato ancora di genio filosofico, avendo già innanzi a sé il mondo poetico nella sua verità e integrità, può domandargli:- Che cosa sei tu? Che cosa è colui che ti ha creato?
-Che cosa sei tu?- Può allora determinare il suo significato, il valore del concetto che l’informa, considerarlo per rispetto al tempo e al luogo dov’è nato, assegnargli il suo luogo e il suo significato nella storia dell’umanità e nel cammino dell’arte, e contemplar le sue leggi nelle leggi generali della poesia.
-Che cosa è colui che ti ha creato?- E mi determinerà l’estensione e la profondità del suo ingegno, le sue facoltà, le sue predilezioni, i suoi pregiudizi, le corde che risuonano nella sua anima, e quella che mancano o sono spezzate, l’influsso che su di lui ha avuto il suo tempo, la sua nazione, la critica, la filosofia, la religione, l’arte; ciò che in lui vi è di spontaneità e di riflessione, di originalità e di imitazione; e conosciuto l’uomo, può accompagnarlo nell’atto della concezione, e mostrare come sotto al suo sguardo amoroso si sia andato a poco a poco formando quel mondo che desta ammirazione.
Critica perfetta è quella in cui questi momenti si conciliano in una sintesi armoniosa. Il critico ti deve presentare il mondo poetico rifatto e illuminato da lui con piena coscienza, di modo che la scienza vi perda la sua forma dottrinale, e sia come l’occhio che vede gli oggetti e non vede se stesso. La scienza come scienza è filosofia, non è critica.

[F. DE SANCTIS, Saggi critici, vol II, Bari, Laterza, 1957, pp.84 sgg.]

Post presentazione di Interzona

Lo spazio si chiama Interzona. Da adesso in poi, la rubrica tratterà di critica, lettura e scrittura. E’ mia intenzione rileggere alcuni saggi di critica letteraria, selezionare, estrapolare e trascrivere.

Nel mettere insieme i tasselli, quindi, sarà mia cura dare ampio spazio scenico al testo, con poche postille a margine, poiché la rubrica è stata ideata con l’intento di esortare alla lettura o rilettura di alcuni testi.

Ma la rubrica è una “zona internautica” aperta, giacché parte dal presupposto che il vostro redattore non desidera insegnare nulla a nessuno; piuttosto sarò scolaro di tutti quei lettori che vorranno estendere, precisare ed esplorare il panorama della terra e dello spazio della letteratura.

Ultima cosa, il titolo della rubrica. Interzona, chiaro riferimento a uno dei grandi riciclatori della letteratura, lo è stato per programma; colui che smantella e saccheggia la forma convenzionale del romanzo: William Burroughs, bene si concilia con la mia idea di creare un mosaico di testi, linguaggio, riflessioni, usando qualsiasi materiale io trovi a portata di mano.

Ora, il programma da me stilato è lungo e faticoso.

Al prossimo numero.

f.s.

[ Tutti i numeri di interzona]

9 pensieri su “Interzona #9: “Il critico è simile all’attore”- F. DE SANCTIS

  1. Francesco, mi/ti chiedo: da zero a cento, a quale percentuale arriva la nostra critica contemporanea rispetto al modello ideale di cui parla De Sanctis?

    Ciao

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  2. “quella sicurezza d’occhio con la quale sa in una poesia afferrare la parte sostanziale viva, la troverà solo nel calore di una impressione schietta e immediata”

    La spontaneità dell’impressione è anch’essa aderenza al testo.

    E poi: mi piace questa creatività del critico, leggerlo mi dà la gioia di leggere testi godibili in piena autonomia.

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  3. materia delicata. ai miei tempi, nel dipartimento di lett. it. mod e cont. succedeva di tutto. Sette modi di fare critica, I metodi attuali della critica in Italia, Teoria della letteratura, Anatomia della critica, Semiotica della letteratura ecc. ecc.
    De Sanctis non avrebbe retto.

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  4. E’ vero Fabrizio, De Sanctis sarebbe crollato 🙂
    E poi non bisogna dimenticare ‘la critica della critica’.
    Io, parodisticamente, mi sono permesso di scrivere ‘Davanti a San Critico’(ma si sarebbe potuto intitolare anche a San Criptico, non me ne voglia Fabrizio, non scherzo coi santi ma con le persone), eccolo, come contributo al dibattito:

    Davanti a San Critico

    I poeti che spolveri e rimetti
    dietro Virgilio in duplice filar
    quasi in corsa facendosi più biechi
    ti balzarono incontro e ti guardar.

    Ti riconobbero e “In pochi ormai
    stiamo ancora con te col capo chino
    e tu non parli? Perché non lo fai?
    Basta, stasera facciamo un poemino.

    Per i piedi alle nostre odi adorate
    sarai appeso finché soffia il maestrale
    ira noi ti serbiam per le sassate
    tue d’una volta: oh ci facean già male!

    Segni ancora portiam dei vil malori:
    Deh perché piangi ipocrita così?
    Passerai una sera di dolori
    e noi d’intorno ancora. E’ festa qui!”

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  5. Sette modi di fare critica …
    “Sette tipi di ambiguità” è anche il titolo di un famoso testo di critica letteraria di W.Empson, uscito da loro negli anni ’30 …
    Continua l’influenza del numero sette – settanta volte sette – I sette contro Tebe ecc. ecc.
    Lo giocherò al casinò 😉
    Comunque, a mio avviso certe cose di DeSanctis possono essere riprese e ripensate in chiave contemporanea …

    andrea margiotta

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  6. Perché essere teneri con i critici? così Theophile Gautier nell’Introduzione a M.lle de Maupin:

    “…Voi non diventate critico, se non dopo aver dimostrato, innanzi ai vostri propri occhi, che non potete essere poeta. Prima di ridurvi al triste ufficio di custodire i mantelli e di segnare i punti, come un garzone di biliardo o un inserviente del gioco del pallone, avete lungamente corteggiato la Musa e avete tentato di sedurla, ma vi è mancata la necessaria gagliardìa; non avete avuto abbastanza fiato e siete ricaduto pallido e sfiancato ai piedi del sacro monte.
    Concepisco quest’odio. E’ doloroso vedere un altro sedersi al banchetto al quale non si è invitati, e dormire con la donna che non vi ha voluto. Compiango di gran cuore il povero eunuco obbligato ad assistere ai sollazzi del Gran Signore. Lo stesso avviene al critico che vede il poeta passeggiare nel giardino della poesia con le sue nove odalische e sollazzarsi indolentemente all’ombra dei verdi lauri. E’ alquanto difficile che egli non raccatti le pietre della via maestra per gettargliele e colpirlo al di là del muro, se è abbastanza abile per farlo…”
    Ecco una componente della critica da non sottovalutare (ha scritto molte pagine)

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  7. Ciao

    Cerco di dare una risposta per tutti.

    Il lavoro del critico è necessario. Dopodiché, che la critica oggi, come anche la letteratura italiana, sia in crisi è fatto noto a detta di molti, anche se ho dei seri dubbi a riguardo, giacché noi viviamo il secolo e ci riesce difficile valutare bene, nella sua completezza, il fenomeno. Io credo che oggi, come in ogni epoca, ci sia la possibilità di andare avanti nello studio della letteratura come anche nel fare letteratura.
    Bastano quei tre o quattro, come dice il De Sanctis.

    Ora, alla sicurezza del filologo, convinto di poter dominare un passato non solo lontano ma diverso dal nostro presente e spesso confuso (l’arte, come la vita, è caotica), oggi si contrappone il vezzo di ignorare i codici del testo, accontentandosi di una lettura superficiale, approssimata e adattata al lettore medio-basso, ossia critica al servizio del marketing.

    A ciò si potrebbe contrapporre l’invito a sviluppare la propria intelligenza critica con l’esercizio.

    Credo che il De Sanctis sia un buon punto di partenza, e in particolare, il testo da me segnalato ci invita a “contemplare” e a penetrare il testo, serenamente e con garbo. Ciò sarebbe, a mio parere, un buon punto di partenza per tutti, per chi ha scelto di dedicare la propria vita allo studio della letteratura e per chi invece desidera semplicemente scrivere una buona recensione per il proprio blog, oppure desidera poter raccontar bene l’ultimo libro letto alla propria amata.

    Poi, chiaro, da qui, dal De Sanctis, si parte per andare oltre, se uno lo desidera, ognuno sul sentiero che si è costruito, poiché dietro una diversa prospettiva metodologica c’è il convincimento che il testo sia “una galassia di significati”.

    Bene, nei prossimi numeri ci saranno altri Maestri della critica, da Momigliano a De benedetti, da Croce a Segre, da Todorov a Barthes, da Splitzer a Baldacci ecc, se avrò la forza, il tempo e l’entusiasmo di sempre.

    Se desiderate contribuire, potete inviarmi alcuni estratti che ritenete di rilevanza per il discorso da me iniziato su LPELS, sarà mia cura, dopo un’attenta lettura, pubblicarli su questo blog a vosto nome.

    Grazie e buona serata.
    f.s.

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  8. deposito questo omaggio al grande Contini.

    Corriere della Sera (c)

    Sabato, 7 Febbraio 1998

    Gli ultimi scritti del filologo

    Fotogrammi di memoria dell’impolitico Contini

    di CESARE SEGRE

    [Pubblichiamo un brano della postfazione a “Postremi esercizi ed elzeviri” di Gianfranco Contini, in uscita presso Einaudi. Si tratta di una raccolta, promossa dal figlio Riccardo sulla base dei suggerimenti paterni, che contiene in prevalenza scritti risalenti agli ultimi anni di Gianfranco Contini, straordinariamente fecondi. Gli “epicedi” sono ricordi d’incontri con amici, costruiti come ritratti penetranti. Il volume contiene anche una “nota ai testi” di Giancarlo Breschi.]

    Non so quanti, fra i lettori del “Corriere della Sera”, reggessero alla lettura degli elzeviri di Contini: ne’ nel linguaggio, ne’ nei temi, mai il minimo sforzo di captazione. Forse un atteggiamento deliberato, se si confronta invece con l’amabile dettato degli “epiced-i”; ci si domanda che effetto farebbero oggi questi elzeviri, tra le pensose dichiarazioni di qualche diva della televisione e una polemica di letterati alla moda, tanto personalistica quanto insulsa.

    Eppure, Contini coltivo’ sino all’ultimo, anche se a lunghi intervalli, questo genere letterario: l’ultimo suo elzeviro e’, se non erro, del 18 luglio 1989.

    Naturale che, per il fruitore complice, questi elzeviri siano invece deliziosi. Qui si va dall’ironica rievocazione dei non paritetici rapporti tra Manzoni e Pellico, messi a fuoco partendo dai giudizi spesso superficiali degli ammiratori francesi Chateaubriand e Stendhal, allo smontaggio indulgente ma distruttivo dei pensamenti di un dantista peruviano sull’episodio del conte Ugolino. E non occorre poi essere filologi per godere l’approfondita indagine su un probabile errore di stampa di Palazzeschi; che egli stesso potrebbe aver avvalorato con una successiva correzione. Indagine poliziesca fra stampe e autografi, che finisce in un amabile cul de sac.

    Non si ripetera’ mai abbastanza che gli “epicedi” sono un genere cui Contini ha conferito caratteristiche inconfondibili e inimitabili. Sono ricordi d’incontri con amici in vario modo eccezionali, costruiti cosi’ da fornire, di ognuno, un ritratto penetrante e quasi una biografia. Naturalmente poi questa somma di evocazioni finisce per costituire una biografia dello stesso Contini, che si narra attraverso quelli di cui ha narrato. E a questo giova, anche nel presente volume, il fatto che le frequentazioni risalgano a periodi diversi, da quello della giovanile docenza a Perugia e nella Scuola Normale di Pisa (Capitini, Apponi), a quello dell’insegnamento friburghese con frequenti gite a Ginevra (Mastrangelo, Benveniste), oltre ad alludere ai vari incontri con artisti e scrittori (De Pisis, Pizzuto). Certe coincidenze sono viste dal narratore stesso come provvidenziali, per esempio, la fitta frequentazione, a Friburgo, di Pierre de Menasce, di Émile Benveniste e di Contini stesso, che sarebbero stati colpiti molto piu’ tardi da analoghe forme di ictus afasico.

    Inimitabili, questi epicedi, per la capacita’ di cogliere, in fotogrammi perfetti, gesti e tic sintomatici, di registrare col timbro originario battute rivelatrici, di evocare ambienti e paesaggi e sentimenti. L’abbandono alle associazioni mnemoniche allarga spazio (compreso quello della cultura) e tempo.

    C’e’ insomma un’agile disposizione di relitti della memoria, entro un discorso sinuoso che sa non deviare troppo dalla sua linea di fondo, e certo non esclude rimpianti, riflessioni, malinconie. Frequenti anche se veloci le allusioni al quadro politico, di questo “apolitico” alla Thomas Mann, che seppe e volle impegnarsi quando fu il momento.

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