Ferite

kollwitz.jpgSono nata nella Germania Ovest nel luglio del 1961, due settimane prima della costruzione del muro di Berlino. Quando questo, dopo 28 anni, cadde, abitavo già in Italia.
Mi ricordo bene la sera del 9 novembre 1989. Ero andata alla Scala e in due ore, tanto era durato il concerto, le autorità della DDR avevano improvvisamente dato ordine di aprire tutti i punti di confine fra Berlino Est e Berlino Ovest. Sembrava un fatto incredibile. Il giorno dopo telefonai alla mia amica in Germania. Si, diceva, era vero; la televisione trasmetteva in continuazione le immagini della folla che passava liberamente da una parte della città all’altra.
La storia fa presto a cambiare le cose; siamo noi, gregge zoppicante dietro l’invisibile carro, a mettere molto più tempo.

Visitare le città della ex-DDR è per me, tuttora, come fare un viaggio in un paese straniero. Straniero e no: una sensazione ambivalente e incerta di vicinanza e lontananza al contempo. Da sempre ho colto ogni occasione per conoscere questa parte della Germania, che nel mio libro di geografia al liceo era solamente una macchia rosa, senza città, fiumi, montagne, una specie di terra di nessuno.
Per la generazione dei miei genitori, la DDR era semplicemente la Sowjetische Besatzungszone ossia la zona di occupazione sovietica: un territorio ingiustamente annesso dal peggiore dei vincitori della guerra. Per loro le cose erano chiare. Più in difficoltà era certamente la sinistra occidentale che in qualche modo si trovava nella delicata situazione di dover giustificare il sempre più innegabile fatto che la DDR non era per niente quel paradiso terrestre che secondo la teoria marxista avrebbe dovuto essere per necessità storica! Dall’altra parte, secondo l’ideologia ufficiale della DDR, la vecchia Bundesrepublik era l’erede diretta del Terzo Reich: uno stato fascista quindi.

E’ ovvio che ogni forma di comunicazione fra le due Germanie fu impossibile. In questo clima di accecamento ideologico non poteva svilupparsi una relazione autentica e sincera, se non per motivi puramente pragmatici o umanitari, cioè per garantire un minimo di contatto fra parenti, amici, amanti che furono separati con la forza in una sola notte.
Infatti, la sensibilità rispetto al tema della divisione della Germania era soprattutto di coloro che avevano radici nell’est, gli altri erano piuttosto indifferenti. Per lo stesso Adenauer, il primo cancelliere della Bundesrepublik, la Germania dell’est era una terra lontana e sconosciuta; lui era di Colonia, si sentiva più vicino alla Francia che non alla Polonia. Mi ricordo che, quando chiesi di quella macchia rosa al mio insegnante di geografia, mi rispose bruscamente che non mi doveva interessare e che si sarebbe trattato questo argomento più avanti. La verità è che non si è mai parlato a scuola di tutto ciò. Era un tabù.
Forse da qui nasce il mio interessamento.

La divisione della Germania, per la mia generazione, era un dato di fatto. Ciò che per gli anziani fu una vergogna nazionale, una ingiustizia subita dagli alleati, per noi invece era la giusta punizione per tutti i crimini contro l’umanità commessi dalla Germania ai tempi del nazismo.
Non lo si diceva e non c’era scritto da nessuna parte, ma era – ne sono assolutamente convinta – il cuore taciuto dell’anima collettiva.
Per pigrizia della mente e del cuore, o forse per paura, non si voleva approfondire il discorso. Rimuovere fu la parola d’ordine. Prendere le cose così come erano e rallegrarsi del fatto di stare nella Germania migliore che in pochissimo tempo aveva raggiunto uno stato di sicurezza sociale e di benessere materiale imparagonabili in Europa.
Perché mai voler conoscere o volersi confrontare con quella realtà cupa e contraddittoria nell’altra Germania?
Davanti alla scelta di visitare, con molte difficoltà burocratiche, la DDR o di trascorrere le proprie vacanze spensieratamente sotto il sole di Rimini o di Maiorca, è naturale che le masse si mettessero in moto verso l’amabile sud e non verso lo sporco est.

A differenza di quel che si dice di solito in Germania, era possibile visitare la DDR. Io stessa sono stata a Weimar nel 1984, dopo aver atteso per mesi un visto, senza poter portare un libro o una rivista e presentandomi alla polizia locale per 5 giorni sempre alla stessa ora!
Queste erano le condizioni. Non era certo piacevole, ma ovviamente una esperienza indimenticabile, in tutti i sensi. Ancora oggi mi è possibile rievocare dentro di me quella particolare atmosfera, i colori non-colori e gli odori, che ora appartengono a un mondo che non c’e più: meno male, è ovvio! Eppure è esistita anche questa realtà che deve essere ricordata per quello che era: l’ennesimo tentativo, spaventosamente fallito, nella storia dell’umanità di costruire uno stato ideale.
Purtroppo ha ragione Novalis : quando non governano più gli dei, governano gli spettri.

Tutto è cambiato da allora, ma, per quanto strano possa sembrare, molti tedeschi dell’ovest non hanno ancora messo piede nell’altra parte del loro paese, anzi, i pregiudizi o l’indifferenza – questa è la mia impressione – persistono. Pare che sia diverso fra i giovani. Certo, per chi ha vent’anni oggi, la DDR, simbolo più clamoroso della divisione del mondo in due blocchi, equivale allo scheletro di un dinosauro. Roba da museo.

Infatti a Lipsia, dove sono stata ultimamente per la prima volta, è stato da poco inaugurato un museo dedicato esclusivamente alla storia della DDR.
(L’equivalente museo dell’ovest, il Haus der Geschichte, si trova a Bonn)
Sono entrambi musei moderni, con una didattica interattiva, tutto all’avanguardia, tutto come il faut : il risultato della ricerca di storici ben intenzionati a fornire al grande pubblico una verità storica che abbracci tutti e che non faccia torto a nessuno.
Ma una verità storica non contraddittoria non esiste, oppure è come i salotti dei contadini di una volta che non venivano mai utilizzati: impeccabili, certo, senza un filo di polvere, ma privi di vita – perché questa si svolgeva altrove, in cucina, in stalla, negli inferi.
Il Zeitgeschichtliches Forum Leipzig chiacchiera, ma non parla.
Parlano solo, forse, alcune fotografie. Singole vite. Un paio di occhi. Gli occhi, per esempio, di un giovane uomo di nome Arno Esch, nato nel 1928 a Memel (oggi Lituania) , giustiziato nel 1951 a Mosca per attività cospirative contro il suo paese, la DDR. Questo stato che era nato nel 1949, proprio per espiare le colpe del passato – e che nello sforzo di diventarlo a tutti costi, si macchia di sangue e di sempre nuove colpe.
Arno Esch, ucciso a 23 anni, fu riabilitato solo nel 1990.
Naturalmente questo museo, all’altezza del proprio tempo, possiede un bel book-shop molto luminoso dove la storia si comprime in belle e colorate calamite per il frigorifero –

Negli oltre 60 anni trascorsi dopo la fine della guerra, i tedeschi sono diventati perfetti democratici ed instancabili ricercatori del proprio passato. Credo che non ci sia nessun altro popolo in Europa che abbia elaborato la propria storia in modo talmente esauriente. Berlino, sotto questa prospettiva, è un unico grande memoriale. Dappertutto lapidi e monumenti, grandi e piccoli, ricordano il passato. A differenza delle città italiane, quelle tedesche, per la maggior parte, non sono più intatte. Non c’e continuità. Sono città ferite, che come Amburgo, Berlino, Dresda, Lipsia o Hannover furono distrutte fino al 90 % dalla guerra. Città ricostruite in fretta, con scarsi mezzi economici e conseguentemente senza pretese estetiche.

A Lipsia vedo dei vialoni larghissimi; probabilmente al loro posto, prima della guerra, c’erano due o tre vie parallele: è da ciò che manca che nasce l’ossessiva Erinnerungskultur, che caratterizza la Germania di oggi. (E’ interessante notare che l’importanza del ricordare è il cuore della fede ebraica. Diceva il famoso Rabbi Löv : Il segreto della redenzione è il ricordo).
Passeggiando per Lipsia, si notano ovunque delle lapidi che ricordano che qui, una volta, c’era la casa di Bach, di Schumann, di Mendelssohn. C’era, ma non c’e più. Sono gli elementi mancanti a creare quel velo di tristezza che avvolge molte città tedesche, nelle quali il turista cerca invano una bellezza intatta. Alcuni edifici, ormai anche a Lipsia, sono stati ricostruiti: ma il loro splendore nuovo di zecca fa solo in modo che gli elementi mancanti si evidenzino ancora di più. Qualcosa non quadra. Non è come dovrebbe essere: più realtà si intrecciano o si sovrappongono. Non c’e tregua.

Come per miracolo la Thomaskirche, dove Bach, fino alla sua morte nel 1750, fu cantore, è stata risparmiata durante la guerra. Eppure la sua tomba, che si trova proprio davanti all’altare, è nuova. Fu portata lì solo nel 1949, dopo la distruzione del Johannisfriedhof, dove il musicista era sepolto originariamente.
Distruzione, ovunque. Ferite chiuse e riaperte con ogni nuovo tentativo di bandire il passato.
La verità è che certe ferite non si chiudono mai. E forse è giusto così, perché, come dice Emily Dickinson con feroce intuito : consolare l’inconsolabile lo offende.

A Lipsia la gente corre per fare compere.
La concentrazione di grandi magazzini in centro è impressionante. Per quarant’ anni, così dicono, non abbiamo potuto comprare niente, adesso lasciateci finalmente consumare liberamente! E provare ad essere internazionali : nei tram di Lipsia – mai sentito in nessun altra città tedesca – si annunciano le fermate addirittura in tre lingue: in tedesco, inglese e francese!

Il direttore del famoso Gewandhausorchester è il giovane venezuelano Gustavo Dudamel. Con la sua vitalità esplosiva seduce il pubblico, per la maggior parte già avanti nell’età. Dopo la terza sinfonia di Rachmaninov – applausi frenetici. Per un attimo le ombre del passato scompaiono e il presente si fa presente puro.

La cosiddetta Leipziger Schule invece appartiene decisamente al passato. Il realismo, secondo me, ingenuo di pittori come Tübke, Heisig e Mattheuser, non mi dice niente. Anche il fatto che la loro carriera sia segnata da una spaventosa continuità , non mi è particolarmente simpatico. Gente che sa fare, mi dice qualcuno, che si sa vendere bene. Sempre e ovunque.

Ma esiste ancora un altro ambiente. Scrittori e artisti più silenziosi che hanno salvato con le loro opere e il loro modo di vivere qualche cosa che anche apparteneva alla DDR: il rispetto per la parola – detta e non detta. In una dittatura, per una parola sbagliata, si può finire in carcere o addirittura morire. E’ ovvio, ne deduceva il drammaturgo Heiner Müller poco prima della sua morte, che la DDR abbia prodotto una letteratura migliore!

Le contraddizioni rimangono.
Cosa aggiungere?
Forse quel vecchio edificio fatiscente, color grigio-marrone davanti al quale passavo col tram per raggiungere il centro della città. All’epoca deve essere stato il magazzino centrale dei librai di Lipsia. Sulla facciata tre parole in grandi lettere ormai rotte e quasi illeggibili: Lesen-Wissen-Können ( Leggere- Sapere-Poter fare)

Le contraddizioni rimangono.
Anche la mia relazione contraddittoria con il mio paese d’origine che ha generato Bach e Hitler, Weimar e Buchenwald.
Ogni ferita è meritata. Con quest’idea sono cresciuta e probabilmente ne sono convinta tuttora. E’ un imprinting difficilmente modificabile ed è ormai così interiorizzato che, osservando le mie stesse reazioni, noto che la bellezza intatta, quella grandiosa, senza pecca, spesso mi infastidisce, o peggio ancora, mi annoia. Nel profondo, mi sento attirata da tutto ciò – città e uomini – che porta le ferite del passato come testimonianza della fugacità e della vulnerabilità di tutte le imprese umane.

La perfezione mi pacifica, le ferite mi sfidano.
Le contraddizioni rimangono aperte.

( L’immagine è una scultura dell’artista berlinese Käthe Kollwitz: una pietà laica che a alla Neue Wache di Berlino è il monumento nazionale per tutte le vittime della seconda guerra mondiale.)

12 pensieri su “Ferite

  1. “Negli oltre 60 anni trascorsi dopo la fine della guerra, i tedeschi sono diventati perfetti democratici ed instancabili ricercatori del proprio passato. Credo che non ci sia nessun altro popolo in Europa che abbia elaborato la propria storia in modo talmente esauriente.”

    Io credo che questo faccia onore ad un popolo; è forse l’unico modo per far sì che gli errori del passato non si ripetano. Un esempio da imitare.

    La verità è che certe ferite non si chiudono mai. E forse è giusto così, perché, come dice Emily Dickinson con feroce intuito : consolare l’inconsolabile lo offende.”

    Condivido.

    Grazie, Stefanie, per questa tua testimonianza e riflessione.

    Giovanni

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  2. Grazie, Stéfanie, di come hai raccontato la tua vita, la tua terra.
    Nessuna elaborazione del lutto può annullare le ferite, anche se le lascia convivere forse, ed è importante quando dici che la bellezza ogni tanto ti offende; qui, per contro, dove si VEDE benissimo il passato,va meglio,pensa che qui, gli italiani fanno ancora fatica a riconoscere i paesaggi di una guerra civile trascorsa che ha travalicato tutti,tanto è vero che perpetuano rimozione e inconsapevolezza festose.
    Salvo, certamente, le ampie zone di pensiero e ansia di progetti, che soffiano, un pò dove si vuole (come lo spirito).
    Grazie, Maria Pia Quintavalla

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  3. Stefanie, molto bello. Come sempre lucido e appassionato al tempo stesso. E’ come se tu prestassi la tua capacità di scrittura ai luoghi, alle persone, alle cose che parlano per te.
    Grazie, ciao
    m.

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  4. “La storia fa presto a cambiare le cose; siamo noi, gregge zoppicante dietro l’invisibile carro, a mettere molto più tempo.”
    Ciò che è rapido scorda, anzi proprio non trattiene, e questo fa parte della sua forza. Noi che siamo lenti abbiamo la facoltà del ricordo, che ulteriormente ci rallenta e ci toglie le forze; ma è quasi tutto quello che abbiamo,e che ci consente, non potendo andare lontano, di scavare profondo.
    Grazie e un saluto,
    Roberto

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  5. Sono tornato da poco da Berlino. E’ la seconda volta che ci vado, ma mai “prima”. Cammino per le strade sempre con le stesse domande, scrutando gli occhi dei vecchi, specie quando sono nella zona ex-Est: non vedo nessuna differenza. Possibile? No, non è possibile. Com’è stato, che da un giorno all’altro si sono trovati una città doppia a disposizione? Giravano con lo stradario in mano? E com’è stato proseguire la corsa di una metropolitana che fino al giorno prima si fermava e tornava indietro? E i barconi per turisti? Solcavano le acque azzurre della Spree fino a un certo punto? O erano desolatamente vuote? Ma soprattutto, la sensazione più forte, che la caduta del Muro, la “vittoria” sulla violenza oscurantista della DDR abbia traslocato l’esperienza nazista da un’altra parte della coscienza, prendendosi il proscenio, addolcendo i sensi di colpa nei confronti degli ebrei, diventando la chiave interpretativa della storia berlinese più di ogni altra.
    Ma, appunto, forse è solo un’impressione di un turista che vede altri turisti fotografarsi radiosi al Checkpoint Charlie
    Ezio

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  6. Volevo fornire un quadro interiore. Le conoscenze su un paese straniero di solito non scendono mai in profondità : credo che il vero e proprio dialogo interculturale ( di cui si parla molto e in modo molto superficiale!) è possibile solo se ognuno dei due interloctori ha la capacità e disponibilità di interrogarsi sul proprio imprinting e di mettere in questione se stesso e le sue presunte certezze. E’ stato il mio recente viaggio a Lipsia che mi ha spinto a questa autoriflessione che però non intendo come un raccontino della mia vita! In questo caso, direi, ho utilizzato il mio Io per cercare di chiarire un problema colletivo.

    A Ezio: Credo che la città di Berlino viva i due traumi della storia tedesca recente a pari passi: apparentemente per caso coincidono addirittura due date significative: il 9 novembre 1938 – la cosidetta ” notte dei cristalli” , in cui furono distrutte innumerevole sinagoge e negozi ebrei e il 9 novembre 1989, invece, giorno in cui cadde il muro di Berlino…

    Mi fa piacere il vostro interesse! L’ Italia e la Germania sono due paesi storicamente troppo legati per dimenticarsi uno dell’altro o per vivere di soli stereotipi…

    Un caro saluto

    stefanie g

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