Mattino nella casa bruciata, di Margaret Atwood

657casabruciata.JPGCi sono scrittrici e scrittori che amo visceralmente. Il che significa che leggerli mi provoca geyser non solo mentali o spirituali, ma anche fisici. Il che significa che quando leggo i loro libri mi muovo, cambio spesso posizione (leggo di frequente a letto o seduta davanti al mio Mac), mi alzo, parlo con me stessa a voce alta davanti allo specchio, prendo appunti.
Una delle scrittrici alla quale il mio corpo e tutte le sue membra rispondono come un sol uomo è Margaret Atwood, canadese, classe 1939. Autrice di un romanzo che metterei ai primi posti della mia personale classifica della letteratura distopica, insieme a Mondo nuovo di Aldous Huxley e a I figli degli uomini di P.D. James, ossia: Il racconto dell’ancella.
Qualche tempo fa una rivista letteraria con cui collaboro, Leggendaria, aveva chiesto alle redattrici e ai lettori quale fosse (ammesso che esistesse) il libro che aveva cambiato la loro vita e perché. Io ho risposto, per l’appunto, Il racconto dell’ancella.
Perché quel racconto è la storia di un corpo moribondo che si aggrappa alla vita con tutte le sue forze. E la spunta, contro ogni probabilità, pur continuando a vivere nel dolore, pur rendendosi conto che quella è solo una pallida imitazione della vita.
Dal 1992, anno in cui mi sono imbattuta nell’atwoodiana Ancella, ho fagocitato quasi tutti i libri della Grande Canadese: La donna da mangiare, Occhio di gatto, L’altra Grace, La donna che rubava i mariti, L’assassino cieco, L’ultimo degli uomini.

Qualche giorno fa mi è arrivato un volumetto che si intitola Mattino nella casa bruciata, a cura dei bravissimi Giorgia Sensi e Andrea Sirotti (una garanzia quanto alla qualità della traduzione) ed edita dalla meritoria casa editrice fiorentina Le Lettere. Si tratta di una raccolta di poesie della Grande Canadese, divisa in cinque parti, con un’introduzione di Biancamaria Rizzardi e un’illuminante appendice dal titolo Scrivere poesia, nella quale la Atwood spiega i perché e i percome del suo amore nei confronti della stessa.
Di recente alcuni commenti ai miei racconti mi hanno fatto riflettere sull’aspetto sessuale e fisico della mia scrittura. È una caratteristica della quale non ero consapevole, ma che ora riconosco vera (uno dei motivi per cui sono grata a questo blog è che mi ha fatto scoprire alcune cose della me stessa scrivente che non avevo mai preso in considerazione). Ecco, forse se c’è una “responsabile” di questa cifra stilistica è proprio Margaret Atwood: lei mi ha fatto desiderare che la mia scrittura fosse anche corpo, sesso, fisicità. Evidentemente ho interiorizzato così bene la sua lezione da averla fatta mia senza rendermene conto. Che io ci riesca o meno è un altro discorso, e non è materia di discussione in questa sede. By the way, mi scuso per l’autoreferenzialità che trabocca da questo articolo. È solo che quando si parla della Atwood non riesco a non sentirmi coinvolta in prima persona.
Quello che leggerete qui di seguito è un estratto dalla poesia che si intitola Elena di Troia balla sul bancone. Ve la propongo prima in versione originale, poi nella traduzione di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti.

I do give value.
Like preachers, I sell vision,
like perfume ads, desire
or its facsimile. Like jokes
or war, it’s all in the timing.
I sell men back their worst suspicions:
that everything’s for sale,
and piecemetal. They gaze at me and see
a chain-saw murder just before it happens,
when thigh, ass, inkblot, crevice, tit, and nipple
are still connected.
Such hatred leaps in them,
my beery worshippers! That, or a bleary
hopeless love. Seeing the rows of heads
and upturned eyes, imploring
but ready to snap at my ankles,
I understand floods and earthquakes, and the urge
to step on ants. I keep the beat,
and dance for them because
they can’t. The music smell like foxes,
crisp as heated metale
searin the nostrils
or humid as August, hazy and languorous
as a looted city the day after,
when all the rape’s been done
already, and the killing,
and the survivors wander around
looking for garbage
to eat, and there’s only a bleak exhaustion.

Speaking of which, it’s the smiling
tires me out the most.
This, and the pretence
that I can’t hear them.
And I can’t, because I am after all
a foreigner to them.
The speech here is all wartly gutturals,
obvious as a slab of ham,
but I come from the province of the gods
where meanings are lilting and oblique.
I don’t let on to everyone,
but lean close and I’ll whisper:
My mother was raped by a holy swan.
You believe that? You can take me out to dinner.
That’s what we all tell the husbands.
There’s sure are a lot of dangerous birds around.

Not that anyone here
but you would understand.
The rest of them would like to watch me
and feel nothing. Reduce me to components
as in a clock factory or abattoir.
Crush out the mystery.
Wall me up alive
in my own body.
They’d like to see through me,
but nothing is more opaque
than absolute transparency.
Look – my feet don’t hit the marble!
Like breath or balloon, I’m rising,
I hover six inches in the air
in my blazing swan-egg of light.
You think I’m not a goddess?
Try me.
This is a torch song.
Touch me and you’ll burn.

Il mio è un buon rapporto qualità-prezzo.
Come i predicatori, vendo visioni,
come la pubblicità del profumo, desiderio
o il suo facsimile. Come nelle barzellette
o in guerra, è tutta questione di tempismo.
Rivendo agli uomini i loro peggiori sospetti:
che tutto abbia un prezzo,
un pezzo per volta. Mi guardano e vedono
un massacro con la motosega appena prima che avvenga,
quando coscia, culo, macchia, fessura, tetta, e capezzolo
sono ancora uniti insieme.
Quanto odio gli batte dentro,
i miei adoratori gonfi di birra! Odio, o un ebbro
disperato amore. Vedendo la fila di teste
e occhi rovesciati, imploranti
ma pronti ad azzannarmi le caviglie,
capisco i diluvi e i terremoti, e l’impulso di pestare
le formiche. Mi muovo a ritmo,
e danzo per loro, perché
non lo sanno fare. La musica ha un odore volpino,
crepita come metallo riscaldato
e brucia le narici
o afosa come l’agosto, caliginoso e languido
come una città il giorno dopo il saccheggio,
quando lo stupro è fatto,
e la carneficina,
e i sopravvissuti vanno in giro
a cercare cibo
fra i rifiuti, e c’è solo un cupo sfinimento.

A proposito, è il sorriso
che mi estenua di più.
Il sorriso, e il far finta
di non sentirli.
Non li sento, infatti, perché dopo tutto
sono straniera per loro.
La loro parlata è ispida e gutturale,
ovvia come una fetta di spalla cotta,
ma io vengo dalla provincia degli dèi
dove i significati sono lirici e obliqui.
Io non mi svelo a tutti,
se ti avvicini all’orecchio te lo sussurro:
Mia madre fu stuprata da un sacro cigno.
Ci credi? Mi puoi portare fuori a cena.
È quello che diciamo a tutti i mariti.
Davvero, ci son tanti uccelli pericolosi in giro.

Certo che qua dentro solo tu
mi puoi capire.
Gli altri vorrebbero guardare
senza sentire nulla. Ridurmi alle componenti
come in una fabbrica di orologi o un mattatoio.
Spremere fuori il mistero.
Murarmi viva
nel mio stesso corpo.
Vorrebbero leggermi dentro,
ma non c’è niente di più opaco
della trasparenza totale.
Guarda – i miei piedi nemmeno toccano il marmo!
Come fiato o aerostato, mi sollevo,
lèvito a quindici centimetri da terra
nella mia luce di fiammeggiante uovo di cigno.
Pensi che non sia una dea?
Mettimi alla prova.
È una canzone torcia* la mia.
Se mi tocchi bruci.
*”Torch song” è la definizione di certe canzoni melodiche sentimentali cantate in particolare da donne nei pianobar.

6 pensieri su “Mattino nella casa bruciata, di Margaret Atwood

  1. Che dire mentre Ishtar la Signora della Luce Risplendente esegue la sua lap dance? niente. nel puzzo della birra tacere e fissare ai suoi piedi lo spazio vuoto della sua levitazione. non ho bisogno di assaggiarti per sapere che sei una Dea. comprendo l’impulso a pestare formiche: molto cristiano da parte tua (tua sorella celeste schiaccia il serpente, dopotutto).
    Not that anyone here
    but you would understand: nessun dubbio. parla con me.
    Grazie della lama di luce in un’uggioso mattino di pubblicazioni storiografiche, Gaja.

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  2. @Carolina, grazie davvero. Quello che penso della Atwood mi pare fin troppo chiaro da ciò che ho scritto nell’articolo. Potrei parlare di lei per ore senza stancarmi. Che altro dire? Concordo con te. Se non hai letto i suoi romanzi, ti consiglio caldamente di farlo: sono una rivelazione. (“Il racconto dell’ancella”, in primis.)

    @Auberon: bellissimo commento. Sono io a ringraziare te, per esserti offerto di porgere l’orecchio alla Dea. Ishtar la Signora della Luce Risplendente sarebbe felice di leggerlo, mi faccio sua portavoce. Ho trovato questa poesia assolutamente sferzante. Da donna mi sento assai ben rappresentata (tanto per proseguire con l’autoreferenzialità). E poi, lo ribadisco, la scrittura della Atwood è puro corpo, è fisicità al mille per mille.
    “They’d like to see through me,
    but nothing is more opaque
    than absolute transparency.”
    In questi versi c’è tutto, secondo me. (e tutta me stessa, anche).

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  3. Concordo con Gaja su Margaret Atwood
    e mi complimento per la maniera di presentarla (ma perché mai scusarsi dell’autoreferenzialità? ciò che conta è il modo di essere autoreferenziale, nel tuo caso pregevole).

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  4. Della Atwood ho letto solo “Il racconto dell’ancella”.
    Concordo con Gaja, è un libro notevole, che non sfigura accanto alle più celebri distopie di Orwell o Bradbury.

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  5. @Luminamenti: grazie davvero. Fa piacere sapere che gli “ammiratori di Margaret Atwood” sono più di quanti io creda. E, considerando anche te e Valter, sono in ottima compagnia. Tra parentesi: grazie anche per il complimento. Sono sempre un po’ restia a parlare di me quando devo presentare i libri degli altri. Ma in questo caso non riesco a essere distaccata…

    @Valter: felicissima di condividere con te questo amore per “Il racconto dell’ancella”. È una delle mie distopie preferite (se non la preferita in assoluto). E di nuovo: bentornato. Ti abbraccio forte.

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