SI PUO’ (S)DEFINIRE LA MUSICA? Il rock progressivo, le definizioni, il problema della comunicazione musicale

di Donato Zoppo

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Venezia, 3 ottobre 2007, Auditorium S. Margherita. Un’occasione importante per l’ambiente del progressive-rock, che si è messo a confronto in modo serio e attento con la musica contemporanea di area colta. Sono due ambiti diversi, lontani ma non incompatibili, e il convegno organizzato dall’Università Ca’ Foscari, in collaborazione con l’Opus Avantra Studium di Donella Del Monaco e il Conservatorio di Vicenza, diretto da Paolo Troncon, lo ha voluto dimostrare. D’altronde l’attività musicale della stessa Donella, sempre in bilico tra popular e colto, a partire dalla straordinaria esperienza Opus Avantra, si è svolta in un sistema di “vasi comunicanti” tra generi alti e bassi, e la sua presenza centrale in questa giornata di studi è stata un sicuro elemento di garanzia.


Un’indagine nel campo del rock progressivo italiano, alla ricerca del conflitto tra libertà artistica e sicurezza mediatica.

Dalla sua nascita, il progressive-rock è la “branca” del rock più sensibile alla libertà compositiva, aperto com’è stato alla musica colta classica e contemporanea, al jazz, all’elettronica, a nuove formule come la suite, il concept-album, fino all’opera rock. Eppure, anche la musica di King Crimson, Yes, Soft Machine e Genesis ha subito un “ingabbiamento” in innumerevoli definizioni, in origine vere e proprie “correnti”, oggi puri riferimenti di catalogo: rock sinfonico, art rock, new prog, Zeuhl, jazz-rock, RIO, folk-prog, Canterbury sound, space rock e quant’altro.

Alla maggior parte delle formazioni italiane attualmente operanti nel campo del rock progressivo (sia provenienti dagli anni ’70 che odierne), è stato sottoposto un questionario concernente il loro rapporto con le definizioni. Ne emerge un panorama eterogeneo: dalla creazione di nuove e accattivanti “etichette” (soprattutto da parte della stampa specializzata) alla conflittualità tra esigenze di mercato, di “immagine” e di libertà, dalla consapevolezza del potere del mercato e dei mass-media, fino ai più ardui e audaci tentativi di (s)definire la propria musica.

170 formazioni (143 nuove, 27 storiche; 91 settentrionali, 45 centrali e 34 meridionali) hanno risposto, dandomi la possibilità di comprendere qual’è il rapporto di questi gruppi con il problema comunicativo e definitorio della propria musica. Ad una prima lettura generale, il panorama risultante mi ha confuso: un intreccio di incertezze, difficoltà, amarezze e disillusioni, ma anche grande fantasia, consapevolezza del ruolo artistico, profondità del pensiero e dell’espressione. Non dimentichiamo che nella maggior parte dei casi le formazioni non svolgono attività musicale professionale, e suonano poco dal vivo per cui il loro lavoro è concentrato in studio, con la produzione e la pubblicazione di un cd, dunque un’attività intimamente legata alla fase comunicativa, nella quale le parole e le definizioni sono necessarie. Ometto premesse di carattere prettamente statistico, desidero che il lettore abbia un’immagine immediata – anche se più generale e meno dettagliata – dei risultati.

La prima domanda che ho posto è stata: “Qual è la definizione che solitamente date alla vostra proposta musicale?”. I risultati sono molto interessanti: il 52% degli intervistati (con 8 band degli anni ’70) fa solitamente uso delle definizioni standard (rock progressivo, art rock, rock sinfonico, rock romantico etc.); il 33% ( con 9 band anni ’70) ha coniato definizioni nuove, di fantasia (da “indie-rock da salotto” a “musica componibile”, da “entità vivente” a “rock non ortodosso”), a volte anche coincidenti con il proprio nome o con il nome di un proprio album (Fonderia, Opus Avantra, Fiaba, “tesa musica marginale”), il 15%, dunque la porzione minoritaria, ha rifiutato una risposta poichè non contempla definizioni nella propria attività artistica. E’ interessante notare che di questi ultimi 26 gruppi, 7 sono degli anni ’70, e continuano a non usare definizioni (ricordiamo che all’epoca si parlava solo di “pop”); altri colleghi dell’epoca invece usano la definizione “prog”.

La seconda domanda è stata: “Quali sono i motivi per i quali avete scelto questa definizione?”. Il panorama torna a farsi eterogeneo e sfaccettato, ma pour cause: ogni gruppo ha una personale storia, un’esperienza, un vissuto e dunque un obiettivo artistico, per cui i motivi sono diversi e legati alla personalità di ogni band. C’è chi definisce perchè in questo modo descrive il proprio stile e chi – più immesso nel mercato – definisce perchè sa di dover presentare in sintesi la propria musica; chi definisce con etichette nuove per far colpo e ditinguersi, chi le ha ereditate dalla stampa; chi definisce per un motivo di appartenenza storica al genere, chi definisce in modo diversi a seconda dell’interlocutore. Qualcuno, pur essendo fuori dal mercato, sa di dover dare una connotazione immediata al proprio sound, qualcun altro invece usa una definizione perchè è insita nel proprio progetto musicale, altri ancora ne fanno un uso più battagliero, in antitesi al termine “commerciale”.

La terza domanda è stata: “In che modo avere una definizione può avvantaggiare?”. La quasi totalità degli intervistati sa bene che la definizione afferisce alla fase comunicativa, al momento successivo a quello creativo, per cui sa che i vantaggi ricadono esclusivamente sulla seconda fase e non sulla prima. Altrettanto generale è la consapevolezza che i vantaggi riguardano i rapporti con la stampa, l’industria discografica, i promoters e i gestori di spazi per la musica dal vivo, anche con il pubblico. Chi fa uso di definizioni nuove sa che esse servono a distinguersi e a fare colpo sui giornalisti, ma sa anche che solo i più curiosi possono approfondire; chi usa quella standard sa di fare affidamento ad un mercato e ad ascoltatori di nicchia, e sa che lo svantaggio è nel non interessare ad altri. Un dato significativo è nella consapevolezza che la definizione avvantaggia, ma può anche penalizzare pregiudicando potenziali cambiamenti.

La quarta domanda è stata: “Come viene accolta la vostra definizione dai mezzi d’informazione e dalla stampa specializzata?”. I rapporti con il mondo dell’informazione sono un’interessante cartina di tornasole, poichè la stampa riceve definizioni e conia definizioni: i gruppi le respingono se non rispondenti alla reale proposta, le accettano favorevolmente soprattutto se legate a responsi positivi, le usano se intriganti e nuove (es. “rock pittorico”, “pop futurista”). In generale i gruppi rimproverano alla stampa un’eccessiva immediatezza nel definire, affidandosi a elementi troppo superficiali (es. Firenze = new wave; tempi irregolari e Mellotron = prog), oppure aderendo eccessivamente al materiale promozionale e spesso recependo con difficoltà definizioni curiose o addirittura l’assenza delle stesse. Gli intervistati sanno che la stampa è un ottimo banco di prova, in particolare quando si tratta di fanzine, che per la loro indipendenza sono fonti di grossi stimoli, ma che sono anche legate eccessivamente a schematismi e facili accostamenti (es. il piano elettrico fa jazz-rock, il flauto Jethro Tull).

Ultima domanda, in linea con il tema portante del convegno: “(S)definire la musica: è possibile?”. Un quesito provocatorio, dalla cui risposta emerge una panorama assai contraddittorio, visto che i gruppi che usano definizioni standard o nuove, auspicano comunque la necessità di un ritorno ad una musica non definita… Solo i 26 che hanno rifiutato la definizione sostengono l’assoluta indefinibilità della musica, anche se molti altri sono consapevoli delle difficoltà di questa opzione, soprattutto in un panorama dominato dall’industria discografica. Qualcuno – vivaddio – mi ha messo sotto accusa, invitando ad assumermi la responsabilità dello (s)definire: è vero che la stampa in questo senso ha la sua responsabilità, ma è anche vero che per chi opera nel campo comunicativo è decisamente impossibile fare a meno delle definizioni, visto che lavora per orientare – rectius: per dare delle coordinate, delle indicazioni – il lettore.

Un’ultima riflessione riguarda l’importanza di questo evento: un segnale forte che ha mostrato l’interesse da parte di una fetta di studiosi e compositori colti verso l’area della popular music più incline ad una riflessione storica, sociologica e filosofica. Iniziative come questa (e come il formidabile Pawn Hearts Day tenutosi qualche giorno dopo a Guastalla) ci fanno capire che gli anni ’90 sono finiti: l’invasione delle ristampe, il morboso spulciare tra vinili d’epoca, l’esaltarsi delle fanzine, è finito. Ora tocca entrare nei meccanismi del rock progressivo, capire nel dettaglio – e tra le note! – la sua importanza storica e soprattutto l’eredità di questa esperienza nell’attività che portano avanti tante valide formazioni contemporanee.

Donato Zoppo (Salerno, 1975): giornalista musicale e incorreggibile divulgatore di rock progressivo, jazz e musica di confine, scrive per testate come Wonderous Stories, Le Vie Della Musica e L’Idea. È tra i fondatori del popolare portale MovimentiProg, è responsabile musica del free-magazine romano Metromorfosi. Ha scritto Premiata Forneria Marconi 1971-2006: 35 anni di rock immaginifico (Editori Riuniti 2006), ha partecipato ai volumi Racconti a 33 giri (2003), Altre Storie – La Compagnia dell’Anello (2006) e 100 dischi ideali per capire il rock curato da Ezio Guaitamacchi (Editori Riuniti 2007). Scrive racconti zen, coordina il progetto TranSonanze, collabora alle produzioni della Vocidentro Films, lavora per l’ufficio stampa Synpress 44.

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