Quella mattina quando il coniglio s’innamoró del campanile. Di Alessandra Galetta

Ian B,. maestro nella scuola elementare di Oegstegeest, s’accorse subito che il pulmino era in anticipo.
Da quindici anni Ian B. arrivava a scuola alle 7.30 per accudire i conigli, accendere le luci e svuotare i sacchi della carta.
Un pulmino di un’impresa privata parcheggiava nella piazzola di fronte al cancello d’ingresso della scuola alle 7.50 – caricava quattro studenti, due maschi con felpe sgargianti e cappellini bizzarri da americani del nord e due ragazze con le facce e i capelli scuri da europee del sud – e ripartiva alle 7.55.
Capitava a volte che uno dei quattro ragazzi giungesse qualche minuto prima o qualche minuto dopo e invece di consultare il proprio orologio o quello del campanile cercasse con lo sguardo lui, Ian B., aspettando un suo cenno a proseguire – ognuno veniva con una macchina diversa – o a scendere perché tutte le mattine tra le 7.50 e le 7.55 lui era davanti al container della carta a svuotare i sacchi..
Ian B. aveva fatto caso allo sguardo degli studenti circa un anno prima e d’allora aveva preso l’abitudine di riflettere, mentre svolgeva le sue incombenze, sull’esattezza dei suoi orari che coincideva con quella di un pulmino scolastico: per questo c’era l’obbligo della puntualità, ma per lui questo vincolo non esisteva.
Allora si domandava se non fosse il caso di dargli un calcio a queste incombenze e soprattutto alla precisione con cui le svolgeva, ma poi sollevava le spalle e concludeva che quello era un dettaglio di superficie, che avrebbe cambiato di un punto minimo la vita dei quattro studenti e per nulla la sua.
Perciò quel sette gennaio mentre legava la bicicletta alla rastrelliera e vide alla fermata il parallelepipedo rosso, si sorprese, fissò i vetri tentando di penetrarne il riflesso, sollevò lo sguardo all’orologio del campanile e l’abbassò a quello che portava allacciato al polso destro: entrambe le lancette stavano per toccare il trentunesimo minuto dopo le sette.
Il mio stupore è durato quasi sessanta secondi, pensò.

Ian B. aveva un viso affilato, due occhi verdi che si modificavano a seconda della luce, una pelle che non pativa né il vento né il sole e di cui andava fiero, un corpo lungo e asciutto, da centometrista che taglia il traguardo.
Ed era un uomo solo.
Lui non ci aveva mai fatto caso alla sua solitudine e si disperdeva in un mucchio di impegni pomeridiani e serali e in una variegato circuito di conoscenze, anzi in una girandola di voci e di occhi, e quando andava a far visita la domenica mattina a sua madre al ricovero per anziani e lei gli domandava come stai, frugandogli dentro, lui rispondeva: sereno.
Sarebbe stata un’esistenza tranquilla la sua, se non ci fossero stati quei ragionamenti contorti che gli pungevano lo stomaco nell’ora che precedeva l’inizio delle lezioni. Inoltre era senza una fidanzata da un tempo immemorabile, ma non se ne rese conto fino al giorno in cui notò lo sguardo interrogativo degli studenti e allora cominciò a riflettere sul tempo immemorabile, sulla sua puntualità, sulle donne che aveva intorno – alcune sorridenti e morbide, altre serie e appuntite – e a ripetersi che non c’era un’analogia tra la sua precisione e la scomparsa d’attrazione fisica verso l’altro sesso.
Pian piano s’immalinconì della sua vita e di sé, e smise di andare al pub il venerdì, al jazz bar il sabato e la domenica, uscì dal gruppo che correva dieci chilometri tra le 18 e le 19 e diradò le visite a sua madre, angosciato dalla sua domanda e da quegli occhi che gli guardavano il cuore.
Mantenne solo l’impegno del giovedì quando andava con Ana, la sua vicina, al club degli obesi a tirare freccette e a bere sidro.
Il club era stato aperto da un italiano che si chiamava Attilio che aveva copiato l’idea a un parente emigrato in Francia qualche anno prima. Se ai Francesi avevano accettato di bere sidro, perché non sarebbe dovuto andar bene agli olandesi?
Il gioco delle freccette e quella bevanda semisconosciuta erano state gli elementi catalizzatori, ma l’elemento legante che assicurò il successo del locale fu quello del soprappeso.
A Marsiglia era permesso l’ingresso solo agli obesi, ma a Oegstegeest Attilio decise che non ci sarebbero stati divieti in omaggio alla tolleranza del paese che l’ospitava. .
Comunque Ian B. era l’unico magro che frequentava il locale e lì, periodicamente, sbaciucchiava qualcuna senza chiederle mai di uscire però.
Mi hanno chiesto se sei anaffettivo gli disse una notte Ana mentre pedalavano sulla ciclabile lucida di ghiaccio.
C’era uno spicchio di luna e un cielo giallo marrone.
Ian B. sorrise e pensò che non aveva voglia di sfogliare quelle donne oltremisura, ma si divertiva a baciare quei visi riscaldati dalle mele fermentate. Non gli interessava di conoscere i loro pensieri, ma rideva alle loro battute intorno al tavolo in compagnia degli altri.
Non chiese ad Ana quale fosse stata la sua risposta.
A un certo punto per rompere il silenzio che gli pesava sulle gambe, staccò la mano dal manubrio e indicò quel cielo dal colore assurdo e disse: la luce della serre batte quella della luna dieci a zero stasera.
L’ultima rapporto con una donna risaliva alle vacanze estive di cinque anni prima, quando aveva passato l’estate sul lago di Garda e aveva incontrato Matilde, una cameriera della piccola pensione dove alloggiava. Di lei conservava qualche foto, una maglietta imbevuta del suo profumo sigillata in una busta e un foglio di carta a quadretti dove erano scritte in stampatello alcune frasi in italiano.
La sera del 6 gennaio prese un sacco e c’infilò dentro i resti di Matilde e delle altre che l’avevano preceduta e si liberò di quei ricordi che non gli ricordavano nulla.

Quella mattina, mentre pedalava sulla ciclabile, Ian B. pensò che non avrebbe saputo dire se il cielo fosse limpido o appannato, e che non gliene importava più un accidente di scoprire quello che aveva sopra e intorno. Pensò, inoltre, che avrebbe potuto ammazzarsi quella notte, prima di cena.
Il camion avrebbe svuotato il suo container della spazzatura proprio quel giorno, e lui se ne sarebbe andato via tranquillo, senza lasciare tracce da decifrare.
Non aveva mai ragionato sul suicidio prima di allora e fu contento che la decisione fosse stata rapida, senza dispersioni. Si sentì leggero e l’inquietudine che l’aveva sommerso negli ultimi mesi defluì di colpo come se qualcuno avesse strappato via il tappo a una pozza d’acqua putrida.

Ian B., dopo essersi stupito del suo stupore, decise di dare un’occhiata all’autista.
S’alternavano in tre alla guida e li conosceva tutti. Così invece di scavalcare la staccionata della scuola, s’avviò verso il cancello d’ingresso.
Il giorno che me ne vado e il giorno dei cambiamenti, si disse, e soffocò una risata.
C’era una donna che giocherellava con la radio e quando lui affiancò il pulmino, lei sollevò lo sguardo e gli fece un cenno di saluto.
Lui ne fu sorpreso e si dimenticò di rispondere. Si pentì subito per la sua scortesia e pensò che forse poteva tornare indietro e scusarsi, ma poi alzò le spalle, tolse il gancio al cancello e si diresse alla gabbia dei conigli.
Gli diede una razione doppia perché il giorno dopo nessuno si sarebbe ricordato di loro: quando era malato doveva chiamare la scuola più volte per ricordare alle colleghe di rifocillarli.
Prese il coniglio nero, se lo mise a due centimetri dal viso, e cominciò a sussurrargli i dettagli del suo progetto. Le ultime parole del suo discorso furono mangiate da un frastuono pazzesco e per un attimo Ian B. pensò che qualcosa stesse per ingoiare la scuola, Oegstegeest e il mondo intero.
Anche il coniglio nero lo pensò e con un salto sgusciò dalle sue mani e con un altro imbucò la porta.
L’aereo militare risalì di quota mentre il coniglio saltellava nello spiazzo di fronte alla chiesa.
Ian B.si avvicinò lentamente con un asciugamano e un fascio d’erba medica, lo depose sul selciato e guardò l’orologio del campanile.
Le 7.40.
Anche il coniglio guardò il campanile e le sue orecchie sussultarono più volte.
Ian B. fece due passi senza respirare.
Il coniglio arricciò il naso e con un balzo mantenne immutata la distanza.
Ian B. aprì l’asciugamano e corse, pareva un vecchio albatros che fatica a spiccare il volo.
Il coniglio saltò ancora e di nuovo guardò verso il campanile.
Stupido, disse Ian B.
Posso offrire una delle mie carote? disse una voce alle sue spalle. Ne ho cinque per il pranzo, sono a dieta.
Era l’autista che l’aveva salutato prima.
Mentre aspettavano che il coniglio s’avvicinasse alla carota, lei lo informò che aveva preso servizio quella mattina e che aveva cominciato una dieta il primo gennaio. Lui le raccontò che era maestro in quella scuola da quindici anni e che da cinque avevano i conigli. Lei aveva degli occhi orientali ed era un po’ robusta sui fianchi, ma non troppo.
Alle 7.50 il coniglio s’avvicinò alla carota e quando ne ebbe mangiata metà, Ian B. lo catturò con l’asciugamano.
Per ringraziarla posso offrirle un caffè? Abbiamo una nuova macchinetta che fa un espresso speciale!
Lei indicò l’orologio del campanile e rispose che era tardi.
Ian B. tirò fuori un sorriso qualunque e si girò con il coniglio stretto al petto, ma lei lo trattenne per un braccio e disse: un momento.
Poi aggiunse che si chiamava Christine e che lo avrebbe bevuto il giorno dopo il caffè, ché sarebbe arrivata in anticipo come quella mattina. Disse che quando avrebbe terminato la dieta, avrebbe lavorato su quella sua mania di arrivare sempre prima, ma chiuse la frase con una risata e Ian B. non capì se fosse stata una battuta o una verità o entrambe le cose. .
Mentre versava l’acqua nelle ciotole della conigliera decise di rinviare il suo progetto.
In fondo quello era il giorno dei cambiamenti.

( Questo racconto é apparso nell’antologia bilingue Denkend aan Holland )

5 pensieri su “Quella mattina quando il coniglio s’innamoró del campanile. Di Alessandra Galetta

  1. “In fondo quello era il giorno dei cambiamenti.”
    A volte mi è capitato di avere qualche parte in un “giorno dei cambiamenti” e di scoprirlo ovviamente, con gioia o dolore, soltanto dopo.
    Perciò questo racconto mi tocca in modo profondo.
    Grazie e un saluto,
    Roberto

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  2. mi pare un racconto molto bello, ale. Soprattutto c’è quella tua capacità di mettere in scena una pietas che è completamente laica, che non ha niente di consolatirio e religioso.

    bello.

    d.

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  3. Molto piaciuto. Una scrittura asciutta ma non al punto da seccare, resta dell’acqua nelle frasi e nel “canto”, quella ciccetta che contorna l’osso e lo conforma e lo fa muovere.
    Così il testo si muove, ed assomiglia al coniglio che dici e noi siamo Ian,lo catturiamo piano con una voce alle spalle.

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