La dea Ragione

Il 10 novembre del 1793 il popolo di Parigi in piena furia rivoluzionaria invase la cattedrale di Notre Dame e mise una ballerina sull’altare, intendendo con ciò proclamare la fine dei miti e delle superstizioni e l’avvento della Ragione.
Si può fare dell’ironia (e magari della psicanalisi) sulla necessità di usare una showgirl per un compito di questo genere. Oppure ci si può scorgere una oscura prefigurazione di come sarebbe andata a finire. Fatto sta che l’evento un po’ folcloristico di Notre Dame celebrava un’idea che da almeno cinquant’anni si era fatta strada nell’opinione pubblica, e cioè che l’unico metro di giudizio serio sia quello della ragione e tutto il resto sia superstizione e oscurantismo. Era un’idea sbocciata fra gli intellettuali, stufi di porre a nobili e preti domande che ricevevano come unica risposta: è così, punto e basta.
C’erano volute un paio di generazioni perché l’idea arrivasse fino al popolo. Quando ci arrivò trovò un terreno fertile ma paradossale: la fede nella Ragione, nata dagli spiriti eletti, si affermava fra gli avventurieri e i pessimi elementi. Prosperava sull’ignoranza e sulle carestie, fra i teppisti e le tricoteuses, e aveva successo perché la gente intuiva che la Ragione toglieva legittimità ai potenti, ma non capiva che ammazzare i nobili non avrebbe reso ricchi i miserabili. Cosa c’era di ragionevole nel tagliare due o trecentomila teste? Più che una rivoluzione era una reazione, un violento contraccolpo contro la boria e la cecità di una classe incapace di giustificare i suoi privilegi.
Ma era fatta. La prima spallata tolse la corona dalla testa di Luigi XVI (e la sua testa dalle spalle). Un’altra cinquantina d’anni, e nel 1848 la Ragione fece crollare il feudalesimo nel resto d’Europa. Nel frattempo si inventavano la macchina a vapore e il telaio meccanico, la medicina si distaccava dall’alchimia, nascevano la scienza, il materialismo, il positivismo. La Ragione illuminò Volta, Darwin e Pasteur. La Ragione sconfisse le malattie, rischiarò la notte, mosse carrozze e aratri senza buoi e cavalli, fece volare mongolfiere e aeroplani. Che c’era di meglio della Ragione?
Mah. Forse qualcosa non restava al passo. Certe istituzioni, come la famiglia, cominciarono a disgregarsi. Non sarebbe stato un gran problema se ci fossero state istituzioni alternative altrettanto valide, che invece non c’erano. Altre istituzioni, come le oligarchie, le monarchie, gli imperi, andarono sempre più in crisi. La politica non riuscì a evitare il più cruento e il più immotivato dei conflitti. Dall’agosto 1914 al maggio 1945 in Europa non ci fu pace. Dov’era andata a finire la Ragione?
Molti pensavano che si fosse radicata in Russia, dove si cercava di raggiungere un sistema sociale razionale, che non badasse tanto all’accumulo della ricchezza privata quanto all’uguaglianza. Era un modello che prometteva, attraverso la Ragione, libertà (dal bisogno), uguaglianza (e fine della lotta di classe), fraternità (e cioè solidarietà). Ma molti altri pensavano che quel modello non manteneva le promesse e invece della libertà portava dittatura, che al predominio dei ricchi sostituiva quello dei potenti, che strumentalizzava la solidarietà a fini imperialisti. Chi aveva ragione? (Ragione!). La Storia ha un modo tutto suo per rispondere a questo tipo di domande: le supera.
Oggi la questione non si pone più in quei termini. Oggi si riaffacciano alla Storia culture che non prevedono una separazione fra religione e politica, che considerano la laicità una bestemmia e che sottomettono la Ragione a una Rivelazione. Possiamo indignarci e ricordare che posizioni intellettuali simili non avevano più corso in Europa già alla fine del Medioevo. Ma a che serve? Se gli altri hanno ancora molta strada da percorrere, forse noi abbiamo tralasciato qualcosa di importante.
Abbiamo allungato la durata della vita, ma è come se avessimo fatto di tutto per toglierle senso. La ricerca della felicità ha finito per coincidere con la ricerca del piacere, e abbiamo scoperto che i piaceri ripetuti perdono di intensità. Ci siamo accorti che la vita non è affatto felice e qualcuno comincia a essere sfiorato dal dubbio che sarebbe molto più sopportabile se avesse un senso e uno scopo. Ma per questa istanza la Dea Ragione non ha risposte valide.
È indispensabile per il progresso scientifico e tecnologico. È efficientissima quando si tratta di distruggere le incrostazioni culturali, le superstizioni, le credenze immotivate. Ma non serve a niente quando vogliamo sapere che stiamo al mondo a fare. Forse da duecento anni abbiamo trascurato altri valori, ci siamo inebriati di progresso, abbiamo ammirato la complessità di un meccanismo dimenticando di chiederci a che serve.
Saremo capaci di tornare a porci certe domande? Riusciremo a trovare una risposta che non ci costringa a buttar via le conquiste della Ragione? Tutto dipende dal nostro atteggiamento, dalla nostra elasticità mentale, dalla nostra onestà intellettuale.

4 pensieri su “La dea Ragione

  1. La deriva post-illuministica ci sarebbe stata risparmiata se le teste d’uovo avessero capito che la ragione è solo una piccola parte dell’intelligenza. La sua forza motrice, non il suo centro, che i greci chiamavano Nous. Già un secolo prima della rivoluzione Pascal aveva ammonito: “Il cuore ha le sue ragioni, che la Ragione non conosce” – voce che grida nel deserto.
    Anche oggi. Vallo a spiegare alle vestali del positivismo.

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  2. Bella sintesi, grazie.
    Aggiungerei che la ragione positivistica è già una ragione molto riduttiva e ridotta ad operare sul solo piano delle realtà oggettivabili e calcolabili.
    La ragione come tale, invece, è uno strumento applicabile anche ad altre dimensioni della realtà.
    Io posso ad esempio fare un discorso del tutto razionale sulla natura degli angeli, oppure sull’influsso di Saturno nel destino di un uomo, o ancora sul rapporto tra le tre persone della Santissima Trinità.
    Il problema cioè mi sembra il restringimento avvenuto negli ultimi due secoli del pensiero entro i limiti della ragione scientifico-tecnica.
    Un restringimento, d’altra parte, mai del tutto vincente in modo assoluto, se è vero che in questi duecento anni abbiamo avuto anche Hegel e Gentile, Bonhoeffer e Jung, Heidegger e Teilhard de Chardin, Schiller e Rimbaud, Celan e Luzi, e così via…
    Grazie ancora
    Marco Guzzi

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