sabbia

t_deserto09_sabbia_bg1.jpgDalla sua terra un mare non l’aveva mai visto. Sui libri che raccontavano i suoi posti fatti di terrazze e scogliere, di ulivi e di serre di vetro, di chiese sconsacrate, c’era scritto che il mare si intuiva attraverso la luce, specialmente d’inverno.
Ma lui, attraverso la luce che si posava sulle cose, un mare non era mai riuscito a vederlo. Neanche attraverso la luce emessa dalle cose, gli era mai sembrato di trovare un mare.
E ci aveva provato per anni, con ogni tipo di luminosità, da ogni posto, angolatura e in ogni momento del giorno e delle stagioni. Un mare era una collina tagliata e senza alberi, per dire che al fondo c’era altro, per illudere, forse, che ci fosse una costa.
A lui il mare non l’aveva mai illuso, non l’aveva mai neanche chiesto a un mare di illuderlo. Di rado aveva sentito il dovere di guardarlo, allora era sceso dalle sue colline terrazzate e s’era portato fin sulla riva. L’emozione era una specie di inquietudine, non proveniente dal mare, ma dai libri, era insomma per tutto ciò che millantavano gli autori. Intuire una luce.
Ma aveva un significato intuire un mare nella luce? Forse, senza salire su un mucchio di pietre e scorgerlo, ma osservando il colpo del sole su una roccia o sulle foglie di una palma, si poteva capire se quel giorno un mare era mansueto sognante o inquieto?
No, per sapere che da qualche parte esisteva, bisogna imparare a tenerlo negli occhi, un mare.
Questo gli era sembrato. Forse bisognava non aver nulla neanche alle spalle per avere un mare.
Così quando giunse per la prima volta sulle dune di IJmuiden, dalle ultime creste, quelle dei bunker, servite agli eserciti per vedere l’orizzonte, egli si accorse che là davanti c’era davvero cosa era venuto a cercare e non c’era altro, perché dove c’era il mare, era sicuro di capire ora, non c’era altro. Sentì all’improvviso come se fosse trapassata ad altra vita dentro il suo essere la stagione dei giorni giovani durante la quale a un mare non aveva mai pensato. Ora l’aveva davanti e sapeva che era lì ad aspettarlo e che un giorno l’avrebbe incontrato. Ora anch’egli, come gli scrittori, immaginava coste laggiù al fondo.
Il mare, dall’acqua torbida lì davanti e poi più chiaro in lontananza, e un molo di scogli verdi di muschio, un lungo dito che puntava l’infinito. Quel molo era l’unica cosa che andava al largo a scoprire cosa si nascondeva là in fondo. E gli sarebbe piaciuto sapere chi era un molo se non era né terra né mare.
Doveva smetterla di pensare nei termini della sua Liguria descritta sui libri, qui di terra non ne esisteva.
Alle spalle e intorno era solo sabbia. Un mondo scavato dal vento e ricomposto altrove, accampato contro l’erba, un mondo dov’erano stormi di stornelli nell’aria e sugli arbusti e gabbiani nelle pozzanghere, e l’erba piegata era un’erba forte come mai nella sua terra ne aveva visto crescere. E acacie che ospitavano i corvi e altre pozzanghere dove stavano altri gabbiani. E poi solo sabbia.
È la sabbia che regala un’idea di mare, si disse.
Gli tornò viva un’immagine. Era ragazzo, intorno ai vent’anni, ogni tanto lavorava nella costruzione, aiutava i muratori, porgeva loro le pietre per i muri, le tavole, i ferri, impastava la malta. Il furgone della ditta lasciava sul posto montagne di sabbia, e lui e un altro manovale accendevano la betoniera, vi gettavano due secchi d’acqua, due palate di sabbia, poi mezzo sacco di cemento, la stessa quantità di calce e altre diciannove o venti palate di sabbia. Un giorno aveva chiesto all’autista del furgone da dove proveniva tutta quella sabbia, e aveva saputo che era sabbia di cava. Non capiva perché il padrone pagava la sabbia, quando il mare ne regalava immensità. Così il manovale, che era più anziano di lui, gli aveva spiegato che la sabbia del mare non serviva per far la malta, perché la sabbia del mare conteneva il salino che avrebbe corroso i muri.
Si diresse verso la risacca, che era lontana, e giunto dopo le dune, si tolse le scarpe e le calze. Camminò fino all’acqua e sentì sotto il piede la sabbia diventare dura e rugosa come la fronte di un vecchio. Era sabbia popolata da piccoli granchi che inseguivano l’acqua, da carcasse di granchi e meduse. Sabbia solcata da rivoli, i gabbiani si abbassavano, gettavano un grido e affondavano il becco nel cibo.
Sentì le conchiglie rotte sotto i piedi nudi e aspettò le onde. Del mar ligure ricordò che le onde non insegnavano mai da dove giungevano, si formavano all’improvviso, appena oltre la boa, e giungevano esauste alla risacca, mentre quassù vide che morivano là davanti dove l’alta marea aveva alzato la barriera di sabbia e conchiglie, e ciò che terminava ai suoi piedi era l’eco della loro morte.
Avrebbe voluto sapere a cosa serviva tutta questa sabbia se non era possibile utilizzarla per costruire case, chiese, galere, ponti. Qualcosa che non serve, ecco, come gli pareva di essere lui a volte, e allora pensò che questo era il posto dove si sarebbe fermato volentieri il più a lungo possibile. Si voltò e si incamminò sulla sabbia, raccolse le scarpe e le calze e penetrò nelle dune erbose.
Sentiva ancora il mare alle spalle, e pensava che fin dov’era la sabbia tutto quel mare non l’avrebbe potuto perdere. Era sicuro che l’avrebbe sentito e visto ogni volta che si fosse voltato a cercarlo. Forse, come se per averlo un mare, fosse bastato ricordarlo. Il sentiero era di conchiglie maciullate, la sabbia non finiva mai, e questo lo preoccupava, le piante del bosco erano piantate nella sabbia, il vento le aveva divelte come denti dalla bocca di un vecchio, e le fondamenta delle case erano in quella sabbia, i fiori e la verdura e i bambini che giocavano, crescevano in quella sabbia, ma il mare, da dov’era lui ora non c’era più. Poteva solo sentirlo, come se tutta quella sabbia fosse stata una conchiglia appoggiata all’orecchio.
Allora capì che la sabbia che gli stava attorno era solo la memoria, ed era nel suo caso tutta la Liguria.
Tornò al quartiere dove aveva deciso di abitare. Le ruspe avevano dissepolto dei grossi tubi arrugginiti che passavano nella sabbia gialla e umida mezzo metro sotto il pavé di mattoni pieni. I bambini avevano giocato nella sabbia e ne avevano accampata molta sul marciapiede.
Entrò nel suo palazzo, e sentì la sabbia scricchiolare sul pavimento, ne trovò persino nell’ascensore. Prima di entrare in casa, si pulì energicamente le scarpe sullo zerbino, nell’atrio si tolse le scarpe, si toccò le calze, contenevano sabbia, se le tolse, i piedi erano sporchi di sabbia, andò a far la doccia, e il pavimento del bagno era ruvido di granellini di sabbia. Si lavò bene tra le dita, dove era rimasta prigioniera la sabbia.
Si lasciò asciugare davanti alla vetrata che dava sul mare.
Non lo vedeva neanche da qui il mare, nascosto com’era dai palazzi e dagli alberi, a tratti l’avvertiva nel vento che spruzzava i vetri, e senza entusiasmo lo cercò altrove come quando studente nella sua terra si esercitava a scoprire la presenza del mare ligure nella luce, ma sapeva che i libri scherzavano.
Aprì la vetrata per odorarlo, ma il respiro dell’acciaieria di là del canale, lo confuse.
Tracce di mare gli giungevano ora attraverso il fascio di luce del faro che stava in cima al molo.
Quando le macchine cessarono di passare sotto il balcone e gli autobus di fermarsi alla pensilina tra i due palazzi, e i bambini del quartiere si addormentarono, e quando le televisioni si spensero, e i moscerini nell’aria morirono, egli, finalmente, dal vuoto che gli stava davanti potè distinguere nel silenzio il rumore del mare, e tornò a dirsi che era il rumore delle conchiglie avvicinate all’orecchio.
Poi sentì freddo e rientrò. Chiuse la vetrata, e andò a letto. Qualche granello di sabbia si spostava sulle lenzuola assieme al suo corpo.
Sorrise ricordando i giorni giovani in cui dopo la spiaggia s’era sdraiato in un letto con una donna. E nella solitudine sentì tutta la sabbia del mondo.

IJmuiden, 1 novembre 2006
( tratto dall’antologia Denkend aan Holland )

6 pensieri su “sabbia

  1. Avrebbe voluto sapere a cosa serviva tutta questa sabbia se non era possibile utilizzarla per costruire case, chiese, galere, ponti. Qualcosa che non serve, ecco, come gli pareva di essere lui a volte

    si, a volte ci si sente così.

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  2. Leggo tra la sabbia che contiene ma corrode e nel mare che accoglie e rigetta,in questo suo
    sparire o apparire,la flessuosità di ricordi che si ricompongono in un mare di sabbia e che
    dalla stessa possono essere spazzati via.
    jolanda

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  3. Grazie,

    al volo. é una cosa pensata e fatta più di un anno fa. In realtà vorrei lasciare quel posto, credo di averlo fatto, magari non la Liguria, ma quella Liguria sí, perché mi pare di trattarla ormai
    meccanicamente, di ripetermi senz’altro, ecco. Di correre comnque quel rischio, anche se poi stavolta, qui, si parla molto di Noord Zee, e a questo del resto si riferiva l’invito di Marina Warners.

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  4. vista così, la sabbia ti raggiunge dappertutto. te la senti addosso quando meno te l’aspetti. t’insegue. t’interroga.

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