Aghi sul corpo di un’angela – Parte I

aghi.jpg[Questo racconto sul tema del mobbing è stato scritto per il progetto Farelibri cui sono stata invitata a partecipare lo scorso aprile. Gli altri autori coinvolti sono: Remo Bassini, Saverio Fattori, Giulia Fazzi, Herzog (Flaviano Fillo), Sergio Kraisky, Yari Selvetella, Chiara Valerio. Divido la pubblicazione in due parti, data la lunghezza.
A sinistra: particolare di una foto di Jerry Uelsmann.]

Lo studio era di un bianco ghiaccio che travolgeva gli occhi e annientava la vista.
Tutto era bianco. Anche il pavimento. Anche le scrivanie.

La Mugghiani diceva che il bianco «allargava. Che faceva sembrare l’ambiente più grande, più pulito. Che la gente si sarebbe sentita a proprio agio. Perciò aveva fatto ridipingere tutto e buttato via le sedie e i divani beige che sembravano parte della tappezzeria. Appena arrivata aveva chiamato l’architetto: “Non importa quanto mi costerà, io pago cash. E la voglio qui, domattina all’alba”.

Le piaceva pronunciare la parola cash. Si sentiva dalla lascivia con la quale accompagnava il suono finale, una lieve folata d’aria che le usciva di bocca, una specie di esortazione al silenzio.
La Mugghiani era una professionista profumatamente pagata con la passione per la fotografia. Era del parere che non si dovesse affardellare lo studio, che la bellezza risaltasse maggiormente nel bianco abbacinante, che una bella fotografia dovesse gridare al mondo la sua presenza senza correre il rischio di venire soffocata. Aveva scelto solo quattro foto di Jerry Uelsmann. Lo studio misurava più di duecento metri quadrati, e le immagini di Uelsmann, strutturate su diverse tonalità di grigio – e sistemate una nel suo ufficio, due nella sala d’attesa, una nella stanza delle segretarie – somigliavano a occhi, o a bocche, oppure ad abissi che si spalancavano (Per urlare? Divorare? Piangere?) sulla liscia uniformità del candore.
La tecnica di Uelsmann è quella di predisporre su più espositori i negativi per poi proiettarli su una stessa carta ai sali d’argento. Le sue sono immagini composite: la Mugghiani era rimasta folgorata dalla mostra che aveva visto a Verona all’inizio del 2007, al Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri, e non aveva esitato a comprarne quattro, rincorrendole fino alle gallerie che le ospitavano. Anche in quel caso aveva pagato cash. La foto che campeggiava sulla parete alla sinistra della sua scrivania ritraeva, su fondo completamente nero, un volto di donna con lo sguardo assorto nel vuoto, dalla cui nuca spuntava fuori il pugno stretto di un uomo. Ogni volta che aveva un attimo di tempo la Mugghiani indugiava su quell’immagine, cullata dalle note sommesse della filodiffusione. Si fermava, in piedi, reclinando il capo di lato, e sospirando di quando in quando.
Nella stanza delle segretarie aveva scelto di mettere quella con un corpo di donna, nudo, quasi prostrato, sopra al pugno di un uomo visto di lato. Due figure chiare, ma anch’esse risucchiate da uno sfondo nero.
Nella sala d’attesa il busto di una donna nuda riposava supino in mezzo a una catena di montagne. La parte inferiore del corpo si frangeva in un fiume che scorreva nella valle. L’altra foto ritraeva una donna nuda, con le mani dietro la schiena e due grandi ali d’angelo, sospesa su un laghetto sul quale si stavano allargando cerchi concentrici. Rispetto alle altre era una fotografia sorprendentemente luminosa, quasi accecante. La Mugghiani non l’amava molto. Tra le quattro che aveva acquistato era quella che meno incontrava i suoi gusti. Tuttavia aveva deciso di acquistarne quattro accomunate dallo stesso leitmotiv e in sala d’attesa aveva messo le ultime due che era riuscita a comperare e che non stridessero con le prime. Ma il chiarore che si sprigionava dall’ultima immagine le sembrava eccessivo: tra l’altro si confondeva troppo con il bianco della stanza, non spiccava abbastanza. Sembrava inghiottito dal ghiaccio delle pareti e dei mobili.
La Mugghiani, che per l’ennesima volta fece riposare lo sguardo incantato sulla foto di Uelsmann nel suo studio, d’un tratto si scosse. Erano le quattro. La sua segretaria – momentaneamente ne ha solo una, l’ultima si era licenziata due settimane prima – dovrebbe essere già qui. Stava per tornare dopo una settimana di “malattia”.

E ogni volta che metteva piede lì dentro le veniva voglia di fuggire.
Non era il suo posto, non le apparteneva nulla in quello studio, tantomento la sua scrivania.
Doveva essere per via del bianco che la aggrediva tutti i giorni. Si sentiva frugata, era come uno schiaffo in faccia. Era insultante ed eccessivo, quel bagliore. Non c’erano nicchie, né ombre, né angoli in cui rifugiarsi. Quel bianco era un grido che le squarciava la testa e la stordiva. Non c’era niente di umano, di intelligente, di creativo in quel bianco.
No. Quel posto era una sfilza di no, di negazioni, di occasioni mancate, di sottrazioni.
La Mugghiani era stata tassativa: ogni sera le scrivanie dovevano essere sempre completamente libere. Non si doveva vedere altro che una superficie bianca e sgombra e il computer. Non c’era nulla di suo, in quello studio. Non una penna, né un taccuino. La Mugghiani aveva comprato da sé tutto quanto occorreva alle segretarie e aveva preteso che usassero agende uguali. Sulle scrivanie aveva tollerato con fastidio i monitor color crema dei vecchi computer, ma poi quando aveva scoperto gli ultimi iMac con lo schermo a 24” e niente chassis aveva pagato cash e ne aveva comprati tre. Erano bianchi.
Da due settimane, da quando anche l’ultima collega si era licenziata, quello studio le si richiudeva addosso, le toglieva il respiro. Pareva che il ghiaccio dei muri le avesse rivestito anche le pareti dello stomaco. In quei giorni nemmeno dover portare al parco lo yorkshire della Mugghiani e raccoglierne la merda l’aveva turbata. Quando aveva lavato il bagno dello studio («e olio di gomito con la tazza, capito?», si raccomandava sempre la Mugghiani) non aveva provato la solita fitta allo stomaco, il nodo alla gola che la frantumava. Sempre meglio che stare da sola, in quella stanza color bianco-vuoto, davanti alla scrivania. La sua collega non aveva mai avuto granché pazienza con la Mugghiani. Era arrivata molto dopo di lei e aveva resistito solo tre mesi.
«Lasciala nella cacca, andiamocene insieme! Quella bastarda se ne approfitta, conosce la tua situazione. È convinta che nessuno ti offrirà mai più un altro straccio di contratto. Vedrai che insieme ce la caveremo – le aveva detto –. Ti darò una mano io». Ma lei non era riuscita nemmeno a risponderle.
«Sei in ritardo».
La Mugghiani era seduta alla scrivania, stava sfogliando la sua agenda. Non alzò nemmeno lo sguardo. La sua voce aveva un tono casuale, disinvolto.
Lei rabbrividì. Avrebbe voluto nascondersi da qualche parte. Ma non c’erano parti in quello studio. C’era un unico spazio indivisibile dalla cui sfrontatezza si sentiva insultata. Si guardò intorno. La foto appesa sulla parete alla sua destra la costrinse ad abbassare gli occhi che nascondevano un urlo. Di tutti i quadri dello studio, quello era il più inquietante.
«Il… l’autobus. Sì, lo so, dottoressa».
«E non potevi uscire di casa prima?»
«Pensavo che…»
La Mugghiani sollevò lentamente la testa, gli occhi erano due fessure, un angolo della bocca trafiggeva la guancia in una smorfia sorridente e assassina. Sbatté la mano sulla scrivania.
Lei sobbalzò, sbarrando gli occhi.
«Io non ti pago per pensare, ti pago per fare quello che dico io. Quando ti metti a pensare fai cazzate. E io non posso permettermelo. Lo studio Mugghiani non può permetterselo!». L’ultima frase le uscì in un grido frastagliato. Era il solito grido che somigliava a un graffio.
Lei sentì lo stomaco contrarsi e diventare un grumo di freddo. Aveva le mani strette a pugno nelle tasche della giacca. In una teneva il cellulare, che cominciò a vibrare.
Dio, non adesso. No, Giulia, non adesso.
«Adesso vattene. Vai di là. Il primo appuntamento è per le cinque, giusto?»
«S…sì. Credo di sì… non ho sottomano…»
«E che aspetti ad andarla a prendere?». La Mugghiani si alzò di scatto in piedi, appoggiando le mani sulla scrivania.
Lei fece un balzo indietro. Si precipitò nella sua stanza.

La Mugghiani si riavviò i capelli dietro alle spalle.
Andò all’armadio a muro nascosto nel bianco della parete, tirò fuori il camice, si legò i capelli lunghi e biondi in una coda e tornò a sedersi.

Lei guardò il cellulare: Giulia. L’aveva appena lasciata con la nonna. Le pareva tranquilla, aveva mangiato persino. Aveva sperato che si sarebbe addormentata e invece, evidentemente, la nonna non era riuscita a calmarla. Nessuno ci riusciva mai, d’altronde. La prima volta che aveva sentito parlare della malattia di sua figlia era rimasta soffocata da una sorta di vertigine. Il medico le aveva snocciolato una sigla incomprensibile: ADD/ADHD. Quando aveva visto il suo sguardo terrorizzato, si era affrettato a tradurre in italiano: “Disturbo dell’attenzione e iperattività”. Per un momento le era parso di afflosciarsi. Non era malata, non era veramente malata, allora.
Ma le parole, come spesso capitava – e lei lo sapeva bene -, erano solo maschere.
Giulia era malata, invece.

12 pensieri su “Aghi sul corpo di un’angela – Parte I

  1. Piacere a leggerti. A quando la seconda parte? (La Mugghiani: un mostro marino con un’esistenza color maalox? Compra angele da Uelsmann, ma poi preferisce immagini di donne che sono la negazione di Pallade Atena?) non dico niente. E’ solo per restituirti l’abbraccio.
    A.

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  2. A domani, alle due, sempre su questi schermi, la seconda parte. Grazie, sono davvero felice che tu mi legga, Auberon. La Mugghiani è quanto di più detestabile esista al mondo, a partire dal nome. Un bacio.

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  3. “ma le parole…….erano solo maschere”

    a domani Gaja per la seconda parte
    un abbraccio
    jolanda

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  4. @Paolo: è uno dei miei pensieri costanti. Come diceva De André: “ho poche idee ma, in compenso, fisse”. (sarà che il lavoro è una sorta di ossessione anche per me). Grazie mille!

    @Jolanda: bello trovarti qui, bellissimo sapere che mi leggi. Sì, le parole sono maschere, in un certo senso. In molti sensi. E ciò si ricollega al commento che ho lasciato al tuo post: il significato deflagra nel silenzio, nello spazio bianco tra una lettera e l’altra, tra una parola scritta e l’altra. A domani, ti stringo forte.

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  5. bello ritrovarlo qui. Ne avevamo gia’ parlato, e mi piacerebbe farlo anche qui, adesso, se non fosse quella luce bianca, si, accecante, ci crederesti ? Proviene da un quadro…mi da un fastidio…

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  6. ma questa Mugghiani esiste veramente? meglio saperlo prima, non vorrei trovarmela di fronte all’improvviso…

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  7. Il tema del mobbing è al centro di un mio romanzo che spero di affidare presto alle stampe. Il mobbing è qualcosa di subdolo impalpabile sfuggente. È impossibile definirlo. Al massimo puoi tentare di abbozzarne i contorni, evocare certe fitte che ti bruciano l’anima. Lentamente, giorno dopo giorno. Puoi richiamare il dolore lancinante delle stilettate che ti colpiscono, senza preavviso e sempre alle spalle (non ti è concesso neanche di guardarlo in faccia il tuo nemico, di fissarlo negli occhi). Ma questo mostro riesci a conoscerlo a fondo solo quando lo subisci. Soltanto allora ti accorgi di essere debole e indifeso come un bimbo che ha emesso il primo vagito. E non pensi neanche di parlarne con qualcuno perché sai già che nessuno ti ascolterebbe, in primis quelli che ritenevi amici. Sei solo. Non hai scampo. Hai una sola via d’uscita: presentare le tue dimissioni. È una prassi molto diffusa, soprattutto al nord. Ed è attuata da gente “per bene”, gente in giacca e cravatta che viaggia in Mercedes e gioca in borsa e parla un inglese fluente e si muove sicura e disinvolta negli intrichi del mercato globale. E ha una rete di complicità e omertà da far rabbrividire il mafioso più incallito.

    Brava Gaja.

    Ciao.
    Pasquale

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  8. Quasi un secolo fa, quando la parola mobbing non si usava ancora , ho subito per parecchio tempo un mobbing pesantissimo, che mi ha molto segnato. Niente di psicologico e/o di personale, solo conflitti di interessi reali, con in più il sadismo di chi sa di avere le spalle coperte e di potersi permettere.
    Di queste cose non si parlerà mai abbastanza fino a quando tutti ma proprio tutti non avranno chiaro che cosa s’intenda per “rispetto umano”.
    Grazie e un saluto,
    Roberto

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  9. @Pasquale: sottoscrivo *OGNI TUA PAROLA*. Il mobbing ferisce, uccide, spegne. A me è successo esattamente quello che dici tu: mi sono dovuta dimettere. Quell’uomo era di una normalità feroce, era quanto di più banale esistesse al mondo. Eppure. Eppure, Pasquale, quelle dimissioni – almeno alla luce delle evoluzioni successive – sono state la mia salvezza. La mia storia di “mobbizzata” è assurda e dolorosissima. Ha segnato la mia vita. E non si possono nemmeno ripetere le frasi che mi sono state rivolte da quello che secondo la Natura – troppo benigna – dovrebbe essere definito “uomo”. E grazie, Pasquale.

    @Roberto: hai ragione. Finché esistera gente convinta di essere “migliore”, o di avere “più diritti” sulla base di un non ben precisato – e bieco! – senso di superiorità, la questione mobbing è destinata a non risolversi. un saluto a te, Roberto.

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