Aghi sul corpo di un’angela – Parte II

aghi.jpg[Questo racconto sul tema del mobbing è stato scritto per il progetto Farelibri cui sono stata invitata a partecipare lo scorso aprile. Gli altri autori coinvolti sono: Remo Bassini, Saverio Fattori, Giulia Fazzi, Herzog (Flaviano Fillo), Sergio Kraisky, Yari Selvetella, Chiara Valerio. Divido la pubblicazione in due parti, data la lunghezza.
A sinistra: particolare di una foto di Jerry Uelsmann.]

E la sua malattia le faceva venire in mente un vortice, una corrente che tutto risucchiava, una confusione di forme e colori in cui nulla aveva una forma definita, niente emergeva come certo, come chiaramente identificabile.
«È una creatura spregevole. Come fai a resistere? Almeno rispondile! – l’aveva rimproverata la sua collega – Dimostrale che non ti fai mettere i piedi in testa, che anche tu hai carattere!».
Ma quel poco di carattere che le era rimasto le serviva per tranquillizzare sua figlia, per aiutarla a fare i compiti, per darle da mangiare. Non rispondeva mai a certi commenti della sua collega (nella sua mente le decine di donne che si erano avvicendate erano diventate una sola). Continuava a digitare sulla tastiera, facendo di tanto in tanto sì con la testa.
«Prima o poi me ne vado, ti avverto. Questa è l’ultima volta che le permetto di trattarmi così!».
Sì.
«Io capisco che tu abbia bisogno, ma a tutto c’è un limite!».
Sì.
«Se non te ne vai adesso lo rimpiangerai per sempre! È una questione di dignità».
Non poteva richiamare Giulia, adesso. Stava per arrivare il signor Laudonio. Il signor Laudonio era un paziente su cui intendeva puntare molto, le aveva detto la Mugghiani. Le lastre che le aveva portato evidenziavano una massa tumorale importante al polmone sinistro. La Mugghiani gli avrebbe consigliato di farsi operare nella sua clinica. Chiunque avrebbe capito, persino una segretaria come lei, che il signor Laudonio doveva essere trattato con il massimo riguardo e grande gentilezza.
«Cerca di parlare a bassa voce quando accogli i pazienti. Cammina con passo leggero. Non dire una parola più dello stretto necessario. Se proprio devi sorridere, che sia un sorriso discreto. E vestiti in modo più decente! Io faccio di tutto per dare un’impressione di eleganza e serietà e tu vai in giro come una stracciona!». Il primo giorno di lavoro, dopo averle dato le precedenti direttive, le aveva rivolto un’occhiata sprezzante.
«Le scarpe, cazzo. Comprati un paio di scarpe nuove!» aveva aggiunto poi. E lei si era trascinata dietro una scia di grida affilate.
Quando parlava normalmente, la Mugghiani aveva una voce incorporea, quasi eterea, che si fondeva benissimo con tutto quel bianco, vi si spandeva placidamente. Ma quando urlava la sua voce diventava un ago. L’immagine mentale che le si era creata d’improvviso dietro agli occhi, la prima volta che l’aveva sentita strillare, era stata quella di una siringa, oggetto nei confronti del quale lei nutriva una paura irrazionale. La sua voce gridata, proprio perché filiforme, provocava nel destinatario una reazione ancora più sconvolgente, quasi che il contrasto la potenziasse. Era come vedere le immagini di una tragedia accompagnate dalla colonna sonora di un cartone animato.

Nel frattempo, il signor Laudonio era arrivato. Lei lo aveva salutato in tono sommesso e gli aveva fatto strada verso lo studio della dottoressa. Quando la porta si era richiusa alle spalle dell’uomo, lei aveva percorso il breve tratto di corridoio che affacciava sulla sala d’attesa, si era appoggiata a una parete e aveva chiuso gli occhi, sospirando.
Dopo mezz’ora era ancora lì.
Aprì gli occhi e si trovò davanti l’unico centimetro di spazio su cui il suo sguardo tollerava di posarsi da quando aveva cominciato a lavorare in quell’ufficio, un eone prima. Un eone composto da tre anni, sette mesi, due giorni e – guardò l’orologio che aveva al polso destro – quasi due ore.
Durante il colloquio aveva confessato alla Mugghiani le difficoltà economiche in cui versava: l’aveva praticamente implorata di darle quel posto. Aveva una bambina con dei gravi disturbi e le serviva uno stipendio. In più, era brava. Aveva dieci anni di esperienza.
Quando, il giorno dopo, la Mugghiani le aveva telefonato a casa per dirle che il posto era suo, che avrebbe dovuto considerare lo studio Mugghiani come la sua seconda famiglia, che lei l’avrebbe presa sotto le sue ali protettive (ricordava esattamente quelle parole: le erano parse un po’ barocche e nondimeno l’avevano commossa), che lo studio aveva appena aperto ma che sicuramente si sarebbero accordate sul tipo di contratto e sul compenso, a lei era venuta voglia di piangere. Aveva guardato sua madre che la fissava piena di speranza e che poi aveva sorriso. Aveva guardato Giulia, che si era addormentata, la testa appoggiata al braccio, sul tavolo su cui erano sparsi quattro fogli da disegno sporcati da scarabocchi vorticosi. Aveva pensato di sfuggita che disegnare era l’unica cosa che riuscisse ad assorbire davvero l’attenzione di sua figlia e quella bambina stremata che dormiva sul tavolo le sembrò, di colpo, la fine di una storia e, al tempo stesso, l’inizio del viaggio.

La foto su cui si attardava sempre sembrava più un disegno tratteggiato direttamente sulla parete. Lo sfondo dell’immagine era talmente chiaro che tra muro e foto pareva non esserci soluzione di continuità. Lei fissava quella donna dalle forme perfette che guardava incuriosita in basso, sospesa sul laghetto increspato da tre o quattro cerchi concentrici. Attorno alla sua figura si irradiava una luce quasi accecante, ma che era intensa come un sospiro di sollievo. Sin dai primi giorni l’aveva esaminata con attenzione. La sera, di ritorno a casa, Giulia l’aveva tempestata di domande: com’era il suo nuovo ufficio, com’era la dottoressa («È buona e generosa, guarisce i malati», le diceva lei), com’era la sua scrivania, dove lavorava, cosa doveva fare. Giulia aveva voluto sapere tutto, sin nei minimi particolari. Aveva insistito perché le descrivesse le pareti, i divani, le dimensioni e l’altezza delle stanze, i computer, cosa le diceva la dottoressa. Era stato allora che le era venuta in mente la foto: aveva visto una luce obliqua accendersi negli occhi di sua figlia. Le aveva raccontato della donna nuda con le ali dietro la schiena, sospesa su quello che sembrava un laghetto ma che poteva benissimo essere mare, o anche oceano. E gliel’aveva disegnata così bene davanti agli occhi che Giulia aveva preso subito la matita e tentato di riprodurre l’immagine abbacinante che la madre le aveva trasmesso. Poco a poco era diventato il suo soggetto preferito: quando disegnava l’angela – l’aveva ribattezzata così – Giulia si acquietava. Sì, ogni tanto sbuffava, si alzava di scatto, correva in salotto mollando qualche calcio al divano, ma in linea di massima, se era intenta a mettere sulla carta l’angela, non si distraeva troppo spesso. E mangiava. Perciò ogni sera, di ritorno dal lavoro, per prima cosa andava da Giulia e le chiedeva di disegnare tre o quattro angele: il giorno dopo le avrebbe mostrate alla dottoressa che avrebbe dato un voto a ciascuna. Giulia era entusiasta di poterle sottoporre i suoi disegni. Il solo pensiero le illuminava il viso, le iridi sembravano ingrandirsi, allargarsi. Ogni sera la madre le riportava i disegni corredati dai voti altissimi della dottoressa: dieci, dieci e lode, oppure da giudizi entusiastici: Meraviglioso. Voglio vederne altri, Bravissima, Non smettere mai di disegnare.
In verità quella foto era, anche per lei, una sorta di abbraccio da cui si faceva riscaldare senza timori, in cui si abbandonava. Era un esplosivo che scoperchiava l’ufficio e frantumava le pareti, lasciandola sola con il cielo sopra la sua testa. Sospesa nell’aria, circondata dal nulla, davanti alla foto.
Quel giorno, per esempio, rifletteva su un particolare su cui non si era mai soffermata: la donna della foto aveva i piedi tesi verso il basso. Era come una ballerina sulle punte. Oppure forse stava “ammarando”, ed erano le sue ali che frullavano a disegnare sull’acqua quei cerchi concentrici. Entrambe le ipotesi le spalancarono nella mente nuovi interrogativi e nuove possibilità di racconto. L’angela avrebbe danzato sulla carezza liquida del lago o del mare? L’angela avrebbe davvero toccato l’acqua, per poi camminarci sopra, oppure per correre, o piuttosto per immergersi nelle sue profondità, spinta dalla curiosità di vedere cosa c’era sotto?
Avrebbe dovuto ricordarsi di ripetere quelle domande a sua figlia.

Sentì il morbido clic della porta d’ingresso.
Di colpo comprese che la figura grigia intravista poco prima con la coda dell’occhio, mentre lei era appoggiata alla parete e scrutava, avida, i piedi dell’angela, non era stato solo uno scherzo della sua stanchezza, o un’ombra immaginata, ma il signor Laudonio che se ne andava.
E sentì l’ago della voce della Mugghiani che la chiamava, che scandiva il suo nome.
«Ho dovuto accompagnare io il signor Laudonio alla porta…», disse, stridula. La sua tonalità non aveva ancora raggiunto il culmine. Lei non seppe interpretare quell’inquietante via di mezzo.
«Ti eri addormentata, cretina? Che cazzo facevi davanti a quella foto di merda?».
Stavo osservando i piedi dell’angela.
«Quante volte te lo devo dire che devi scattare quando i pazienti escono di qui? Scat-ta-re!». La voce della Mugghiani si era arrampicata alla tonalità successiva. Lei cominciò a tremare. Sentì la cute tendersi, le orecchie drizzarsi.
Sa, dottoressa, che l’Angela tiene i piedi in una posizione curiosa?
«E non guardarmi così. Con quell’espressione di sfida. Tu – e le rivolse un’occhiata insultante – che sfidi me? Antonella Mugghiani? Meriteresti di essere presa a schiaffi».
La Mugghiani le si avvicinò con passo lento ed elegante. Prese a parlarle con la mano destra sollevata. Aveva avvicinato il viso a quello della sua segretaria: le separavano dieci centimetri scarsi.
«Sai che ti dico? Secondo me non sai fare un cazzo. Tu millanti la tua decennale esperienza come segretaria. Scommetto che con un giro di telefonate scoprirei che il tuo curriculum è falso. Sei una povera cretina che, oltretutto, non sa distinguere una bella foto da una foto mediocre».
Il fatto è che non si capisce se l’angela voglia ammarare e fermarsi in superficie, o se sia risucchiata dall’acqua, oppure se stia danzando.
«E non hai un briciolo di dignità. Te ne vai in giro vestita da far schifo, mi rovini la reputazione dello studio. Io ho speso decine di migliaia di euro cash per fare di questo studio un posto accogliente e raffinato, sono tre anni che ti chiedo di comprarti almeno un paio di scarpe nuove e tu niente…».
Mi chiedevo se l’angela volesse per caso immergersi, andare sotto…
«… Le tue ex colleghe saranno state stronze, ma almeno hanno dimostrato di avere le palle!».
… potrebbe esserci una specie di Atlantide, lì…
«E piantala di stare zitta!». La Mugghiani ululò. E fu un ago doloroso quello che si piantò nelle sue carni, quando la sentì urlare. Trasalì.
«Che cazzo guardi? Abbassa gli occhi davanti a me, imbecille. Impara come ci si comporta con i superiori. Ti sono cresciute le palle mentre eri in malattia? Perché se è così ti ci pianto un bella ginocchiata! Non ti puoi permettere di fare la preziosa, è chiaro o no? Sei a un passo dal calcio in culo, spero che tu te ne renda conto».
Lei continuò a tacere.
La Mugghiani si precipitò verso l’angela, la staccò dalla parete, tornò nel suo studio e scaraventò senza troppi riguardi l’immagine incorniciata sulla scrivania.
«Questa me la porto a casa. Tra l’altro è una foto di merda».
… Giulia sarà felicissima di disegnarlo. E domani sera vedrà i voti che le avrà dato la dottoressa.
Con la manica del maglione asciugò in fretta una goccia d’acqua che, dal suo viso, si era depositata sulla tetra superficie della scrivania spoglia, bianca.

14 pensieri su “Aghi sul corpo di un’angela – Parte II

  1. Gaja,se c’è una cosa che mi ha fatto piacere,non ti sembri strano ciò che sto per dire,è il fatto
    che tu,a simbolo nefasto e cruento della tracotanza,abbia scelto una donna,la Mugghiani appunto.
    Perchè dico questo è semplice: la tracotanza,un tempo,ma neanche tanto remoto,era puro appannaggio maschile. Ora,la storia della sacrosanta emancipazione della donna la conosciamo
    tutti:giusto,tutto giusto. Ciò che non trovo giusto è la stupida imitazione di quel modello
    maschile contro cui si è lottato. Tu hai reso la Mugghiani così mascolinizzata e dunque ridicola,
    almeno ai miei occhi,e per questo ti sono grata.Altre donne,purtroppo,hanno confuso la loro
    femminilità col femminismo e il risultato è disastroso per tutti,donne e uomini compresi.
    Detto questo,il tuo racconto è tracciato così bene,con lo stile che sto imparando a conoscere,
    che non saprei cosa dire se non che alla fine quel muto parlare,quel silenzio di cui sappiamo,
    stride così forte,sottile lama d’acciaio su una lastra di vetro,che supera di gran lunga la
    stupida tracotanza della Mugghiani.Mi è sembrata l’unica risposta possibile all’asetticità-morte
    dell’ambiente.Sublime la lacrima che cade sul dipinto.
    Continuerò a leggerti con piacere perchè i tuoi viaggi nella parola coincidono,mi auguro che sia così per tutti,con quelli del lettore.

    un abbraccio forte e a presto
    jolanda

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  2. sì, molto ben costruito, brava Gaja.
    mi è venuta in mente la sceneggiata napoletana con lo schema dell’isso, issa e o’ malamente. perché qui ci voleva qualcuno che, incitato dal pubblico, prendesse a ceffoni la Mugghiani.

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  3. Jolanda, cara, e invece no, non mi sembra strano per niente ciò che mi hai detto: perché, anzi, è stata una scelta consapevole, la mia. L’ho fatto apposta. Le donne sono talmente uguali agli uomini da esserlo anche nelle cose negative. Non vedo perché da una donna ci si debba aspettare più calore umano, più affetto, più dolcezza. Noi non siamo “The Angel in the House”, come ben sapeva Virginia Woolf: è stata la cultura ad affibbiarci il ruolo di custodi delle virtù, non la natura. Per questo ho voluto fortemente la Mugghiani.
    Sono felice che tu abbia messo in risalto questo aspetto.
    E quanto al resto: una frase mi ha colpito, della tua disamina, ossia “con lo stile che sto imparando a conoscere”. È una bella e forte emozione pensare che una persona si sia presa il disturbo di conoscerti e di riconoscere in te uno stile. E dunque grazie davvero, Jolanda. Grazie di cuore.

    Fabrizio: grazie. Spero che la Mugghiani venga presa a schiaffi dalla vita, prima o poi…

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  4. anche esposto al tiro di armi automatiche non ti farei mancare i segnali della mia emozione nel leggere il tuo bellissimo racconto
    da una postazione malfamata tuo

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  5. e ancora più graditi sono questi segnali, mio Auberon, della tua emozione. proprio perché in posizione malfamata mi dimostri quanto tu ci tenga. e per me è una cosa immensa. grazie. un bacio grandissimo.

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  6. Vien voglia di entrare nella pagina e strozzarla, la Mugghiani che, invero sembra a volte il sergente di “Ufficiale gentiluomo”. Per dire dell’ottima tenuta della pagina, in termini di tensione e verità di sentimenti descrizioni. Puskin diceva: “Descrivi e non fare il furbo”. E qui la lezione mi sembra bene assimilita. Il racconto scorre bene, sia nella prima che nella seconda parte. Unico dubbio, ripeto, e la violenza sadica e l’aggressività davvero anomale per unadonna e, soprattutto, per un medico che, per formazione e senso del ruolo, non facilmente, credo, s’abbandona a livelli così alti di maleducazione e aggressività.
    Più che di mobbing, parlerei di frizione individuale e/o delle fasce sociali deboli con l’alterità sussiegosa e volgare di un certo potere datoriale e, più in generale, della classe sociale egemone, se non del potere socio-economico generalmente inteso. Ben resa la fragilità della protagonista, ancora dentro il suo sogno ed incapace di reagire, nella suo (forse) consapevole inadeguatezza, in quel contesto professionale carico di attese e di (dovute) forme.
    Brava Gaja.
    Giovanni

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  7. “Oltre al mobbing, parlerei di…”

    “…nella sua (forse) consapevole inadeguatezza, in quel contesto professionale carico di attese e di (“dovute”) forme.”

    Aggiungo a quanto detto (sub 6) la capacità del racconto di “muovere”, dentro, di mettere a confronto col vissuto di chi legge. E non è poco.

    Giovanni

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  8. Caro Giovanni, intanto ti ringrazio per l’attenta lettura e per le tue osservazioni. Su una cosa non concordo con te: che esistano professioni o formazioni professionali che escludano la meschinità e di aggressività impensabili. Quanto al fatto che si tratti di un’aggressività davvero anomala per una donna, purtroppo temo che “homo sum, nihil umano a me alieno puto”, e che la Mugghiani non sfugga a questa logica.
    Sulla questione del mobbing: è vero quel che dici. Quello tra la Mugghiani e la protagonista è un rapporto vittima-carnefice: Ma penso sia anche vero che il mobbing coincida con qualsiasi atteggiamento non metta in grado di svolgere il proprio lavoro al meglio, suscitando devastanti traumi psichici e difficoltà oggettive. (soprattutto quando il mobbizzato è *costretto* a subire per mancanza di alternative).
    Giovanni, torno a ringraziarti per i complimenti: non capita spesso di ascoltare tante belle parole su ciò che si scrive da una persona che si stima profondamente. Ti abbraccio.

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  9. ruggerosolmi, certo che sì. un uomo che sfida le difficoltà per trasmettermi la sua emozione e i suoi pensieri è di per sé sconvolgente e fa venire i brividi.

    e poi si è firmato “tuo”.

    la squisisco.

    p.s. ruggerosolmi, e che ne pensa, toh, lei che è il listarolo maximus, del mio racconto?

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  10. se dico immensità, va bene comunque, ruggero? (sentirsi, anzi, leggersi chiamar per nome da lei… non ha prezzo!)

    per tutto il resto c’è la solmicard.

    la ossequio

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