Noi, dandy di Lambrate – di Francesca Genti

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Noi, dandy di Lambrate, ci ritroviamo alla stazione. Non quella Centrale, va da sé. Quella Centrale è sporca e rumorosa; non è contemplativa. Quella di Lambrate: piccola, vicina, familiare. Con davanti pochi alberi verdi che respirano l’aria di Milano. Ci ritroviamo ogni sera alle sette e la domenica mattina alle sette. La sera, all’imbrunire, ci beviamo l’aperitivo decadente: il chinotto e le noccioline, la cedrata e i pistacchi, la sanguinella e i fonzie. Noi, siamo disgustati dagli aperitivi non decadenti della Milano centrale. Odiamo le tartine farcite di nulla e maionese, di vuoto e pasta d’acciughe, di degrado e cetrioli. Ci vestiamo in modo sublime. Avete presente i quadri di Pellizza da Volpedo? Così. Sciatti, ma bellissimi. Semplici, ma rifulgenti. Sobri e arrapanti. La sera, all’imbrunire, ci scambiamo poche, pochissime parole. Dense di significato. Parliamo di Parini, immenso poeta, ma sottovalutato. Parliamo dello sciopero dei medici e dei cigni immolati all’influenza aviaria. Diciamo: quando è che noi scenderemo in piazza? Parliamo delle piante d’appartamento e dei cancelli verdi, che serrano i posti belli e fanno finta di mimetizzarsi con la natura che non c’è. Poi andiamo a casa. Qualche volta prendiamo mezza Valda e contempliamo gli scarafaggi del caffè e i treni che passano e le romantiche crepe sui muri. Siamo dei sentimentali totali. La domenica mattina beviamo il caffè vestiti a festa. E, nel fondo della tazzina, non manchiamo mai di vedere precisi presagi per la giornata che si schiude davanti a noi. Po prendiamo l’espresso, il treno più dandy d’Italia, e andiamo giù, a trovare gli amanti. Tutto il pomeriggio lo dedichiamo a fare l’amore con dedizione assoluta. I nostri amanti, commossi, ci ringraziano e ci accompagnano alla stazione, per tornare su. Poi comincia un’altra settimana, senza infrangere MAI la grande legge. Noi, dandy di Lambrate ci chiamiamo Francesca Anna Adele. E se fossimo tanti di più l’Italia sarebbe un paese migliore.

II. Negli smisurati pomeriggi di metà agosto con la luce che si inoltra per i muri camminiamo per i viali amati. Da piazzale Loreto fino a Sesto San Giovanni con i nostri sandali di gomma rossa, che gli igienici tedeschi usano nei mari ricolmi di meduse. Abbiamo i sandali di gomma rossa, i jeans del nostro venerando padre, e una maglietta completamente camolata. Siamo belli da morire e camminiamo. Mendichiamo amore per la strada: se una commessa ci sorride pensiamo che lei ci ama o ci vuole bene. E questo diventa vero, e anche giusto. Entriamo allo Sma di via Rucellai, entriamo nel Toys Center a forma di castello e anche di torta, entriamo al finto Brico Center dei comunisti della Coop. Ore e ore a fissare i chiodi di varie dimensioni, i tasselli, le attaccaglie, le viti, i bulloni. Incontriamo Maria. Maria con il suo grembiule azzurro, Maria del reparto giardinaggio. Lei è la nostra ragazza. Prima aveva una gelateria, poi aveva un disco pub in ticinese, ora è qui per noi; al reparto vasi, concimi, semi e fiori. Ci dice come curare i fiori. Ci dice “ciao Francesca, come stai? Hai dormito bene, bambucci mia?”. “Sììì” le dico barbarica e innocente. “Io finisco alle 15.30, mi aspetti?”. “Sììììì”. Ti aspetto. Esco dal Brico, posso andare a comprarle un regalo, cercare una poltrona o una televisione abbandonata all’angolo di una strada e farla diventare un oggetto degno della mia ragazza. Proseguo verso Sesto Marelli, dove abita il mio astrologo, ma non gli suono. Parlo con la panettiera che mi dice “che dio ti conservi la vista!”, perché ho comprato molta pizza per la mia ragazza.

(Immagine: “Ipnotica Breda” di Francesca Genti)

23 pensieri su “Noi, dandy di Lambrate – di Francesca Genti

  1. uno stile inconfondibile: ironia allo stato puro. sto pensando a un equivalente romano, se mi viene in mente te lo dico. una stazione dandy, a Roma, non riesco a immaginarla.

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  2. Ode all’aperitivo decadente e ai sentimentali totali!!!!!!!!!

    O yeah!

    grazie Francesca, riconosco ogni tuo sguardo e movenza

    fem

    bellissimo il quadro, non puoi mettere un’immagine ingrandita un po’ di più quando la si clicca??

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  3. Mi riempie d’orgoglio sapere di fare parte insieme a Francesca e ai nostri gatti della razza di quelli che camminano donati alla bellezza con le tasche bucate per i viali di Milano. La grande legge non la infrangeremo mai e saremo per sempre giovani.

    ps: don Fabry, ma dov’è tutta questa ironia? Io non la vedo.
    ppss: segnalo un refuso, settultima riga del primo pezzo, “Poi prendiamo…”.

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  4. “Sciatti, ma bellissimi. Semplici, ma rifulgenti. Sobri e arrapanti. La sera, all’imbrunire, ci scambiamo poche, pochissime parole. Dense di significato.”

    Quasi un manifesto esistenziale, se non generazionale; di gusti e sentimenti, se non etico.

    Uno sguardo vivo e pulsante sul qui e l’oggi, che si avverte assai familiare e vera un po’ ovunque.

    Complimenti a Francesca

    Giovanni

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  5. Complimenti a Francesca per questa scrittura che, parafrasando il poeta, la vita la sfiora – e concordo che “se fossimo tanti di più l’Italia sarebbe un paese migliore”

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  6. bellissimo pezzo. Segnalo qualche consonanza con il famoso Manifesto del comunista dandy, del Maestro Francesco Forlani.

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  7. ciao a tutti,
    e grazie per i commenti!
    @fabry: un posto equivalente a roma? sai che proprio non saprei… io ci vengo spessissimo e sto a primavalle dove sembra di essere in un quadro di sironi, tra le case basse e molto fatiscenti talvolta spuntano dei piccoli giardinetti e orti… noi dandy di lambrate ci fermiamo ad ammirarli. E poi: pic nic infiniti sotto le palme!
    @francesca e magni: tue opere mi piacciono molto, sono andata sul sito. Quel quadro è abbastanza piccoletto: 25per 30, non so come fare a ingrandirlo. baci!
    @a biondillo: sicuramente ci siam incontrati, anche se io in verità giro più per precotto, mio quartiere, up and down per viale monza (segnalo un raro albero di giuggiole alla fine verso sesto marelli)
    @ alb e ftb: bau bau bau!
    @ giovanni nuscis: sì, per me è un manifesto etico.
    @ tutti quelli che sono o passano per milano: quando è che ci si incontra per un aperitivo decadente?

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  8. A me questo pezzo mette sana nostalgia. Non per un momento particolare, ma se si può dire, per uno stato d’animo – per come qualcuno si inventa le città, i luoghi, anche le persone, che ordinariamente incontra. Non so quanto è spiegabile… ma in fondo è tutto scritto qui sopra.

    Un po’ come i “bottoni” dell’immagine, che non riattaccano, né chiudono nulla – stanno lì, per i loro colori, la forma di candito, ad aspettare un nuovo fantastico significato. Sarà che mia nonna è sarta – ed ho sempre razziato i bottoni più assurdi, anche solo come collezione improbabile.

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  9. cara Francesca,
    mia nonna non era sarta, ma aveva una grande collezione di bottoni e fibie che ora ho io e che spesso uso per lavori di arte visiva.
    Aspettare un nuovo significato… è proprio così: fare diventare una cosa un’altra cosa: un’attività importante che dona gioia perché dona un senso (nuovo).

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  10. Sono a mio agio solo nei dintorni di un vulcano attivo. Al mattino non bisticcio con la cravatta, guardo il cielo per vedere if is a good day to die. Nel garage serotino ripongo il casco e ringrazio Dio per avermi donato 1 altro giorno, mentre la Ciudad celebra il fasto tecnologico e vive all’ombra dei propri escrementi. Tengo l’immondizia in salotto per non perdere il conto di quel che consumo. Percepisco il pericolo solo in politi borghi dell’etruria.
    Conosciuta la lambrate dandy-grazia, il vivere e il morir m’è pari.

    refiners fires co.

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