Mattino nella casa bruciata, di Margaret Atwood

657casabruciata.JPGCi sono scrittrici e scrittori che amo visceralmente. Il che significa che leggerli mi provoca geyser non solo mentali o spirituali, ma anche fisici. Il che significa che quando leggo i loro libri mi muovo, cambio spesso posizione (leggo di frequente a letto o seduta davanti al mio Mac), mi alzo, parlo con me stessa a voce alta davanti allo specchio, prendo appunti.
Una delle scrittrici alla quale il mio corpo e tutte le sue membra rispondono come un sol uomo è Margaret Atwood, canadese, classe 1939. Autrice di un romanzo che metterei ai primi posti della mia personale classifica della letteratura distopica, insieme a Mondo nuovo di Aldous Huxley e a I figli degli uomini di P.D. James, ossia: Il racconto dell’ancella.
Qualche tempo fa una rivista letteraria con cui collaboro, Leggendaria, aveva chiesto alle redattrici e ai lettori quale fosse (ammesso che esistesse) il libro che aveva cambiato la loro vita e perché. Io ho risposto, per l’appunto, Il racconto dell’ancella.
Perché quel racconto è la storia di un corpo moribondo che si aggrappa alla vita con tutte le sue forze. E la spunta, contro ogni probabilità, pur continuando a vivere nel dolore, pur rendendosi conto che quella è solo una pallida imitazione della vita.
Dal 1992, anno in cui mi sono imbattuta nell’atwoodiana Ancella, ho fagocitato quasi tutti i libri della Grande Canadese: La donna da mangiare, Occhio di gatto, L’altra Grace, La donna che rubava i mariti, L’assassino cieco, L’ultimo degli uomini.
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ai giardinetti

Un gruppo di cinesi faceva il picnic ai giardinetti, nel settore di prato recintato e riservato ai cani. Seduti in terra estraevano cibo da barattoli, le madri nutrivano i bambini nel prato pieno di cacche. Arrivarono due anziani con cani, guardarono i cinesi, dissero loro di togliersi, che quello era il posto per fare andare i cani. I cinesi finsero di non sentire, non capirono. I due uomini con cani erano stupefatti, da un lato si sentivano superiori ma dall’altro non sapevano come comportarsi. Erano due bravi pensionati ciascuno con un botolo, uno regalato dai nipotini, l’altro trovato in campagna.
“Alura, vogliamo togliersi, qui è per i cani!”, esclamò il primo.
Quelli niente. L’altro pensionato si avvicinò al cancelletto, strattonò il cane che faceva per entrare, e cercò di parlare con l’uomo cinese, probabilmente il padre, che nel frattempo si era alzato e lo guardava. Continua a leggere

Del tradurre versi – di Zbigniew Herbert

Come un calabrone sgraziato
si è posato sul fiore
piegandone lo stelo flessuoso
si fa largo tra le file dei petali
simili a pagine d’un dizionario
tende al centro
ove c’è aroma e dolcezza
e benché raffreddato
e sprovvisto del gusto
si ostina
finché sbatte la testa
contro il giallo pistillo Continua a leggere

Altre opinioni sul ’68

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Riccardo Chiaberge, Domenica 24 ore, 21 Ottobre 2007

Com’eravamo prima del Sessantotto? Felici, o almeno illusi di esserlo. Tra boom economico, apertura ai socialisti, Autostrada del Sole, Bob Dylan e Rolling Stones, l’Italia sembrava finalmente aver ingranato la marcia verso la modernità e guardava con ottimismo al futuro. Un decennio breve, gli anni Sessanta, secondo Edmondo Berselli, proprio come il Novecento di Hobsbawm. Breve perchè bruscamente interrotto, all’ottavo anno, dall’arrivo di “certi tipi…con un’aria di palese superiorità” che pretendevano di indottrinarci, criticavano il nozionismo e contestavano l’autoritarismo, proponevano di destrutturare la famiglia e descolarizzare la società. In nome del movimento. Continua a leggere

Due bambini

Il primo si chiama Frank e racconta della sua vita di piccolo irlandese negli anni ’30. Il secondo, anch’egli irlandese, vive negli anni ’60 e si chiama Paddy Clarke. Entrambi fanno parte delle mie irregolari riletture. Succede che di tanto in tanto riprenda Le Ceneri di Angela di Frank McCourt o Paddy Clarke Ha Ha Ha di Roddy Doyle aprendoli del tutto a caso, solo per sentir parlare questi due bambini, due piccoli uomini che crescono. Frank tratteggiato sulla vera biografia del proprio autore raccontata con uno stile “sbrindellato”, Paddy più apertamente inventato eppure non meno vero grazie allo stile di Roddy Doyle straordinariamente vero nella sua “infantilità”.
Due romanzi che dovrebbero far parte dei testi obbligatori in un fantomatico Master per Genitori.

Intervista a Marco Cassardo

foto-marco-cassardo.jpgLa pagina spalancata su un passaggio che piace, lo sguardo che si alza dal libro e poi pensare: ah, potessi chiedere questo e quest’altro all’autore che mi fa compagnia. Grazie a internet e a un poco di faccia tosta ogni tanto la cosa mi riesce. Così ho pensato di dare il mio contributo al dibattito sul perchè si scrive e sugli approcci alle scritture proponendo una serie di interviste ad alcuni scrittori.
Inizio con Marco Cassardo, che ha esordito quest’anno con il romanzo
Va a finire che nevica (Cairo), di cui ho postato una lettura in Bottega di Lettura, in giugno. Continua a leggere

Roma-Napoli 4-3. Anzi, no.

Ar Maggìco, che, come me, nun se l’è potuta véde.

 

the-female-thing.jpgChe fosse saltato il digitale terrestre appena iniziata la partita l’ho capito dall’urlo belluino lanciato da mio padre nell’altra stanza. Mentre Laura Kipnis mi stava erudendo sulle molestie sessuali nei college americani, la tessera ha “smesso” di essere attiva.
2’ del primo tempo: gol di Lavezzi.
Mio padre spegne anche la radio. Guardo il libro della Kipnis nella speranza che possa rivelarmi qualcosa di più sugli abusi di cui Harold Bloom si sarebbe reso responsabile a Yale. La Kipnis è una mia vecchia conoscenza, è quasi una di famiglia, per me. Il suo primo libro – Contro l’amore – pubblicato in italiano è stato il primo libro che ho tradotto per Einaudi.
Squilla il cellulare: è Cletus. Mentre con una mano tengo la cornetta, con l’altra digito il messaggio: “Non posso rispondere, ora. Sono al telefono con i loschi figuri del digitale terrestre”.
Cletus, paziente come al solito, mi aspetta. Non per niente mi ha dedicato un post: Gaja, o dell’attesa.
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Intervista ad Alessandro Bonino, ovvero Eìo che mi pensavo di G.Tramutoli

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Quando hai aperto e perché il tuo blog E io che mi pensavo che la vita dei blogger….?

Come sai, il primo titolo del blog era “E io che mi pensavo che la vita del bancario erano tutti fiorellini”, e l’ho aperto a aprile 2004 per sfogarmi un po’, per raccontare qualche storiella divertente che mi capitava mentre facevo quel lavoro lì che ben conosci. Facevo il cassiere, anch’io ero Uno che conta(va). Poi mi son fatto prendere la mano, ho cominciato a metterci un po’ di fantasia, e quando ho smesso di lavorare in banca gli ho cambiato il nome, trasformando il bancario in blogger, prendendomi un po’ di libertà in più.

So che hai un passato da musicista. Ce lo racconti?

Fidati che è meglio di no, per il bene di tutti.

Quando produci il tuo post quotidiano?

In genere la mattina presto, dopo colazione e le abluzioni mattutine.
Se non mi viene nessuna idea entro l’ora di pranzo, mi vien sempre da pensare
che creativamente sarà una giornata sprecata. Son fatto così. Continua a leggere

Sui blog letterari

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Internet ha dato negli ultimi anni un grande spazio alla letteratura. Fin dagli inizi del fenomeno, e parliamo, per l’Italia, del 2000 circa, il web ha ospitato la scrittura nelle sue varie accezioni. Di certo, gli scrittori già pubblicati su carta non si avventuravano in questo terreno vergine, per lo più occupato da dilettanti spesso allo sbaraglio. Dopo alcuni anni, che per il web sono quasi ere geologiche, anche gli scrittori d’esperienza hanno preso confidenza col mezzo. Scrivere in rete non è più sinonimo soltanto di velleitarismo. Certo, la grandissima parte dei blog sono simili a quaderni a quadretti e diari scolastici nei quali lo scrivente, o lo scrivano, butta giù quello che gli viene in mente. E poi assistiamo al fenomeno di quei blog – di per sé diari elettronici, scanditi da un vero e proprio calendario, ma con la possibilità del lettore di commentare – che mettono in piazza una vita che non si può sapere se vera o inventata. È impossibile, con internet, stabilire in tutti i casi la veridicità e soprattutto la fonte di quel che viene pubblicato. Continua a leggere

Padre mio che sei in cielo, di Francesca Tini Brunozzi # 3

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(ULTIMI CANTI)

XIX
Portavi quel bubbone padre sulla schiena
un fardello che non scoppiava purulento
un favo pieno di vespe chiuse tutte dentro.
Quella rabbia mai esplosa che implodeva
negli anni dentro al ventre il tuo tormento.
Ma la pura tribolazione era del cuore
dove bene sigillato tenevi tuo il terrore. Continua a leggere

La presentazione

Sono qui. La saletta è pronta. Si trova giusto al disotto di una delle più antiche librerie in città.
Per accedervi, si devono scendere delle scalette, buie. La mia, personale discesa all’inferno.
Stasera darò in pasto il mio lavoro. I miei risvegli all’alba, alla luce fioca dell’inverno, le notti, di ritorno dal lavoro, chino sul pc portatile, la luce bassa del salotto, nella mia grande casa vuota.

Verranno in molti, mi ha rassicurato Marzia, una press-agent che la casa editrice ha eletto mio angelo custode, almeno per tutta la durata del tour. Dopo di che, ciao Marzia, tu e le tue unghie curatissime, e quel difetto palatale, che ti fa sembrare, di più al telefono, la nonna di quella che legge il bollettino per i naviganti alla radio. Si, ciao Marzia, le dico non appena nella sala, ancora vuota, mi sorride mentre è assorta sulle sue carte, gelosamente custodite in una valigetta Louis Vuitton, che le sarà costata un occhio, a quanto ho sentito remunerano il suo lavoro.
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Riformiamo il diritto di parola!

censura.jpgUltima ora Ansia del 20 ottobre 2017:
“Roma, la riforma del diritto di parola è finalmente legge!
Oggi è stata raggiunta in Parlamento una storica intesa tra Democratici ora e Liberi subito.
Dopo mesi di battaglia i due schieramenti si sono finalmente accordati per licenziare una legge che attui definitivamente l’art. 21 della Costituzione (Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione).
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Per brindare a # 4

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a ‘a Maggìca, che nun ce stava pòpio

Tutti i premi che premino autori e testi inediti sono da evitare come la peste bubbonica, salvo quelli che si assegnano a Monaco, nel Principato. Perché a Monaco c’è Mario Polverini, l’unico diplomatico italiano che conosce a memoria Salvatore Di Giacomo (una Lassammo fa’ a Dio da brividi); perché il premio lo vince Gaetano Amato (in foto) con “Il monaciello”, Reggio Emilia, Aliberti, 2007, attor giovine ma aneddotista d’altri tempi ed elegante in total colour grigio con cravatta e pochette gialla; perché la di lui fiancée Barbara imita la Vanoni come il parte nopeo e parte napoletano Alighiero Noschese faceva, qualche anno fa.

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