La notte dell’Azteca. di Sira De Guglielmi e Francesco Sarchi

In precedenza vi siete interessati di storia, come è nata l’idea di un racconto giallo?

Dall’interesse a livello di storia delle mentalità per il clima culturale e storico in cui è nato e si è sviluppato il racconto di investigazione.
È un periodo caratterizzato dall’ottimismo e dalla fiducia nella scienza e nella ragione. Tra le altre discipline conoscono un notevole sviluppo il metodo clinico, la criminalistica e il pensiero logico matematico, e la detection ha a che vedere con tali ambiti più di quanto possa sembrare a prima vista. Ricodiamo che Conan Doyle nel creare Sherlock Holmes si ispirò ad un suo docente, il dottor Bell, un po’ meno noto ma altrettanto significativo è il fatto che il criminalista Locard andava orgoglioso della sua monografia sulle ceneri di tabacco proprio come faceva il celebre inquilino di Baker Street nella finzione letteraria. Nello stesso periodo Peirce formulava il concetto di abduzione o ipotesi esplicativa, il tipo di inferenza logica che permette di giungere a nuove conoscenze … o risolvere casi polizieschi.
Tutto ciò ha favorito la nascita di un nuovo tipo di eroe, che non affronta più mostri, enigmi e misteri ma che risolve problemi. Un eroe legato non più al mithos ma al logos, le cui avventure sono state anche educazione alla razionalità e al metodo scientifico.
Noi abbiamo cercato di riproporre ai nostri giorni e nella nostra terra il racconto di una sfida tra intelligenze, come nella tradizione del giallo classico.

Operazione un po’ ardita considerati i tempi…

Certo, è mutato il contesto socio-culturale e quindi anche occasioni, metodi e moventi della criminalità, resta però l’ancoraggio del detective al metodo razionale, alla fiducia nella ragione. Certo in una ragione che non è più il faro degli illuministi, soluzione per ogni problema e panacea per tutti i mali. Agli occhi disincantati che hanno attraversato il Novecento appare come una pallida luce in una notte buia. Non è questa però una buona ragione per spegnerla definitivamente: è quanto ci è rimasto e il suo sonno genera ancora mostri.
In questo siamo d’accordo con Asimov quando dice: Oggi il giallo è inzuppato di alcol, imbottito di droga, marinato nel sesso e rosolato nel sadismo, mentre per me l’ideale degli investigatori resta Hercule Poirot, con le sue cellulette grigie.

Nel vostro racconto le cellulette grigie appartengono a Carlo, un investigatore un po’ insolito…

Un libraio, maturo, solitario, vissuto più nelle sue letture che nella realtà che si trova di fronte ad un delitto, indaga e lo fa seguendo un metodo logico-matematico, con la sua esperienza di lettore. È la sua riflessione, a volte un po’ pedante, professorale, sul giallo classico, di cui è un appassionato, a fornirgli elementi utili per l’indagine: Holmes, Poirot, Maigret, Padre Brown diventano i suoi suggeritori.

C’è spazio anche per considerazioni extra-indagine sui personaggi e sull’ambiente?

Nel racconto si intrecciano ricordi, a volte un po’ nostalgici di un passato recente, sguardi alla società d’oggi, ai giovani, visti con affetto e speranza.
Appaiono anche due diverse storie di affetti: una tra giovani, piena di contraddizioni ed una tenera e profonda che coinvolge il nostro libraio e fa comprendere che la giovinezza, quella vera di cuore e mente non è una questione anagrafica.
L’ambiente è Genova, la Liguria vista, e non poteva essere altrimenti, con l’affetto che fa amare anche le giornate ventose, la sua cucina povera, i suoi abitanti un po’ scontrosi, se vogliamo, un po’ schivi, ma sinceri e profondi nei sentimenti.

Il vostro Carlo è un ex giocatore di pallanuoto, come Robert Langdon, il protagonista dei best sellers di Dan Brown. Si tratta di un caso o di una citazione?

Solo un caso. Quando stavamo costruendo il nostro personaggio nessuno di noi due aveva ancora letto né Il codice da Vinci né Angeli e demoni. Forse non ci crederà nessuno, ma abbiamo lo stesso la coscienza tranquilla. Non vediamo chi potrebbe mettere in dubbio che un pallanuotista cresciuto tra Sestri Levante e Sestri Ponente sia più credibile di uno cresciuto ad Harvard. Insomma Carlo era più forte di Robert, magari lui ha affrontato anche Eraldo Pizzo, l’americano con chi vuoi che abbia giocato?

Sira De Guglielmi, nata a Sanremo il 27/06/49, laureata in Lettere a Genova, vive a Sanremo con la famiglia.

Francesco Sarchi, (per gli amici Gianfranco) nato a Sanremo il 04/12/54 diplomato ISEF a Torino, laureato in Storia a Genova, vive a S. Stefano al mare con la famiglia

Insieme hanno pubblicato un testo di storia locale Il sole negli occhi. Sport e società ai primi del ‘900 visti da Sanremo (Managò Editore – Ventimiglia 1999) e il romanzo giallo La notte dell’Azteca (Ennepilibri – Imperia 2004)

2 pensieri su “La notte dell’Azteca. di Sira De Guglielmi e Francesco Sarchi

  1. grazie, Marino, per le novità che ci porti. se ti può interessare sto in un comitato scientifico col criminologo Carmelo Lavorino:-)

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