Per Donarsi, intervista a Marco Guzzi

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http://www.paoline.it/site_ecomm/libreria/prodotto.asp?dep_id=62&IdProd=4127

Il libro si presenta al pubblico come “un manuale di guarigione profonda”. Quali sono le lacerazioni o le colpe che maggiormente
affliggono gli uomini e le donne di oggi e dalle quali si vorrebbe guarire? Tutte le grandi tradizioni della terra, da Platone al Buddismo, dalla rivelazione biblica fino all’hinduismo, ci dicono che l’umanità vive ordinariamente in uno stato di alienazione, in un mondo che è in parte distorto, illusorio, decaduto dalla sua realtà originaria. Questo concetto di alienazione arriva fino a noi attraverso le riflessioni di Marx, di Freud, e di Heidegger, che parla di inautenticità.
Oggi tutto questo sembra non interessare, ma poi tutti noi, credenti e non credenti, ci rendiamo conto di quanto dolorose siano le conseguenze di questa nostra distanza dalla verità. Le lacerazioni contemporanee fioriscono tutte, come piante velenose, da questo mistero di alienazione originaria, con cui dobbiamo tornare a fare i conti.

Come è strutturato il contenuto del libro?
Il libro è strutturato per passaggi concreti, attraverso i quali comprendiamo quali siano le aree maggiormente distorte nella nostra
vita, e comprendiamo altresì che tutte le nostre distorsioni derivano da alcune ferite che abbiamo subito nel nostro bisogno di essere amati incondizionatamente. Queste ferite sono come la ripetizione a livello di storia psicologica personale del mistero della alienazione originaria. Il manuale tenta di offrire un itinerario culturale, psicologico e spirituale di progressiva liberazione da tutti i blocchi e le paure che ostruiscono la nostra fioritura, e quindi di ritrovare
anche il senso profondo del perdono ri-generativo che ci viene donato in Cristo.

Che valore assume oggi “il tempo” che, il più delle volte, manca sempre a tutti?
La carenza universalizzata di tempo mi pare che indichi il forte malessere in cui siamo immersi. Non abbiamo più neppure il tempo per respirare. Ma questo significa semplicemente che stiamo asfissiando. Dobbiamo ritrovare invece il gusto della pausa e del respiro ampio. Perciò nel manuale c’è anche un CD con tre meditazioni guidate che accompagnano il lavoro di autoconoscimento.

Spesso ci sentiamo come imprigionati dal peso dei nostri mali interiori. Cosa è necessario fare per rinnovare la propria vita?
Innanzitutto dobbiamo voler cambiare. Il che non è affatto scontato. Anche Gesù chiede: Tu vuoi guarire? Se davvero desideriamo curarci, dobbiamo poi acquisire un’attitudine costante di ricerca, un anelito sempre da ritrovare alla liberazione, alla grazia, alla pace interiore. E questa attitudine richiede pratiche regolari: meditazione, preghiera, autoconoscimento psicologico, e tanta, tanta pazienza e fiducia nell’amore di quella Potenza che ci ha messi al mondo e ci accompagna nei nostri sforzi.

Parole come: perdono, meditazione, preghiera, quale significato, quale “sapore” hanno per gli uomini e le donne del nostro tempo?
Io credo che queste parole stiano tornando a significare qualcosa di profondo. Dobbiamo però ritrovare il loro significato fuori da ogni ideologia religiosa, fuori da tutto ciò che crediamo di sapere. Dobbiamo confrontarci cioè semplicemente con i nostri sensi di colpa, con le nostre paure, con le nostre angosce, e vedere se c’è un qualche modo per attenuarne la sofferenza.

8 pensieri su “Per Donarsi, intervista a Marco Guzzi

  1. Dobbiamo confrontarci cioè semplicemente con i nostri sensi di colpa, con le nostre paure, con le nostre angosce, e vedere se c’è un qualche modo per attenuarne la sofferenza.

    sì, è così.

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  2. Grazie a te, Fabrizio, e grazie a tutte/i voi.
    La cosa che in questi anni mi ha coinvolto di più è la convinzione che il pensiero, oggi più che mai, debba essere accompagnato da una pratica che ne verifichi la plausibilità umana.
    Il mio primo insegnante di pensiero è stato Nietzsche, che diceva che bisogna diventare esperimenti viventi della verità.
    Perciò non ho mai potuto inserirmi nel mondo filosofico accademico.
    Mi sembra che abbiamo bisogno di una forma inedita di sapienza incarnata, e quindi di itinerari concreti in cui condividere un processo trasformativo fisico, psichico, integrale.
    Anche la Chiesa è alla ricerca di cammini iniziatici nuovi, al di là di una catechesi astratta, dottrinaria, e moralistica.
    Fuori da un pensiero che si faccia prassi condivisibile mi sembra che resti solo un senso straziante di confusione.
    Quella che mi prende quando entro, come ieri, in una libreria.
    Io credo che dobbiamo costruire piccole nuove tradizioni, forse delle scuole, che siano al contempo di vita e di pensiero.
    Dobbiamo incominciare a costruire cose durature, piccole ma tenaci, dentro il grande calderone delle cose enormi ma effimere in cui siamo immersi.
    Questo è poi il senso dei gruppi che conduco.
    Grazie ancora a tutte/i
    Marco Guzzi

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  3. Caro Marco tu scrivi: “Che valore assume oggi “il tempo” che, il più delle volte, manca sempre a tutti?”, e indichi la necessità di una pausa.
    Ma io, farei un po’ di attenzione, nel senso che se non si capisce cosa significa sospendere il tempo, anche la pausa rischia essere solo un riempitivo, consolatoria e per niente incidente né su noi stessi né sugli altri.
    Non credo a soluzioni così semplificate, né credo alle oasi personali, individuali, né ritengo possa esserci salvezza individuale se non diventa salvezza collettiva.
    Anch’io partecipo a ritiri, pratico forme di meditazioni, ma le trovo esclusive del mondo degli altri.
    Certo mi aiutano a rigenerarmi, a guardarmi dentro, ma penso però che ciò sia insufficiente e spesso diventa un atteggiamento difensivo nei confronti del divenire, della frenesia della vita moderna, ma che niente o molto poco incide sul cambiamento della direzione del Mondo.
    Questo implica che quello che possiamo fare non può essere scisso dalla direzione che il Mondo ha intrapreso. Solo un’azione accompagnata da una riflessione filosofica può implicare una mutazione epocale. L’azione senza pensiero è vuota e viceversa.
    Ma così come lo dico non significa niente e non è affatto indicativo.
    Occorrerebbe mostrare e argomentare intorno al fatto che il dominio di esistenza fisica sorge nelle spiegazioni delle pratiche di vita dell’osservatore, come caratteristica dell’ontologia dell’osservare (la mente non è uno specchio della natura)

    Alla radice di tutte le forme di pensiero occidentale agisce la volontà che una certa struttura semantica sia il fenomeno, il contenuto del phainesthai.
    Tale struttura è il Tempo, la temporalità dell’essere (non è un caso il titolo del capolavoro di Heidegger, Essere e Tempo, dove Heiddegger non riesce a portare l’Essere fuori dal Tempo, anzi dove l’Essere va a coincidere con la Temporalità). Ed essa rende possibile la volontà in generale.
    Che l’essere sia tempo non è l’oroginaria evidenza fenomenologica, ma l’originariamente voluto (che si presenta a sé come l’originariamente veduto): e solo se la volontà vuole che l’essere sia tempo, e quindi dominabile, la volontà può volere tutto ciò che, sul fondamento del proprio atto originario, essa è consapevole di volere.
    Quindi la stessa finitezza dell’essere e dell’uomo, che scaturisce dalla loro temporalità, non è l’evidenza originaria della coscienza, ma è il prodotto della volontà che interpreta come tempo il mondo, le cose, la vita.
    Certo che ogni cosa è nel tempo, ma nel senso che il tempo è il modello, lo specchio deformante all’interno del quale viene fatta apparire e viene pensata ogni cosa e viene fondato il significato del mondo e quindi del nostro esser nel mondo.
    La comprensione scientifica del mondo è l’espressione concettualmente più rigorosa di tale modello; e dunque una delle varianti decisive dell’atteggiamento fenomenologico.
    Ma resta uno scarto incolmabile tra la vita e il modello del tempo.
    La vita non si può lasciare ricondurre al significato vitalistico della vita, dove la vita finisca col coincidere con volontà e bìos mostra la propria sconcertante vicinanza a bìa, la violenza.
    Solo quando il Mondo ri-conoscerà la posizione fenomenologica dentro la quale si muove, allora è possibile che la sospensione del Tempo sia altro. Solo allora il Mondo sarà l’Altro (l’Oltre) Mondo. Solo allora fermarsi, prendersi una pausa sarà veramente altro! Solo allora saremo Altro!

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  4. Carissimo Luminamenti,

    nell’intervista intendevo solo parlare dei ritmi frenetici del nostro mondo. Recuperare il senso della pausa e del respiro risulterà sempre più come una semplice esigenza di sopravvivenza.

    A livello più profondo invece mi pare che dobbiamo ben distinguere tra le forme evasive della spiritualità e le forme sostanziali.

    Per quanto mi riguarda la pratica spirituale non è mai separata dalla vita concreta, non è mai una fuga né una mera consolazione.
    Piuttosto è un luogo di cura, di restaurazione, e di rafforzamento per l’opera di rigenerazione del mondo, per penetrare sempre più profondamente nelle pieghe oscure della carne esistenziale e storica con la forza di una luce di integrità.

    La spiritualità che anima anche i gruppi che conduco è direi di tipo messianico. La meditazione profonda e la preghiera mi trasformano in quel agente messianico che il Cristo invia nel mondo per sanare, illuminare, trasformare.

    Lo stesso contatto contemplativo con il mistero dell’Eterno, del Principio che mi origina nel tempo e come temporalità, è funzionale a quel processo di Ri-Generazione dell’umanità e del mondo a partire appunto dal Principio, che caratterizza la “messianicità” dei tempi finali: di quei tempi cioè in cui questa configurazione (distorta e corrotta) del tempo viene consumata.

    La scissione tra processi interiori di liberazione e processi storico-politici è proprio la lacerazione antropologico-culturale che siamo chiamati a superare/sanare.
    Grazie
    Marco Guzzi

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