Parole con Leo Muscato – di Gessica Franco Carlevero

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Ho incontrato il regista Leo Muscato a Torino, in occasione di un workshop finalizzato alla ricerca degli attori per il suo prossimo spettacolo sul Gabbiano di Ĉechov. Il laboratorio, però, si è presto rivelato essere ben lontano da un classico provino o audizione. Il laboratorio è stato piuttosto l’occasione per un’approfondita analisi del testo, per una riflessione sul ruolo dell’attore, e sul significato del teatro oggi.

Stai lavorando sul Gabbiano di Ĉechov, e per questo spettacolo sarà necessaria una riscrittura del testo. La tua precedente pièce, Romeo e Giulietta. Nati sotto contraria stella, si rifaceva ad un testo di Shakespeare, come ti poni davanti alla riscrittura di un testo?

Quello che cerco di fare, forse con un atto di presunzione, è tentare di restituire allo spettatore di oggi quello che ritengo essere stato il principio che ha spinto l’autore a scrivere quel testo cinquecento, cento, due anni fa. Non intendo una bieca ambientazione contemporanea di un’opera scritta in un’altra epoca, ma penso che sia importante cercare di restituire quel rapporto che c’era tra lo spettatore e l’attore. Per esempio, tutti i testi di Shakespeare sono contaminati della loro realtà quotidiana. In La dodicesima notte, per esempio, Shakespeare ha tratteggiato in ciascun personaggio dei caratteri che allora chiunque poteva riconoscere, ogni personaggio era in qualche modo una parodia delle persone che gravitavano intorno alla corte di Elisabetta, Malvolio, per esempio, era il maggiordomo di Olivia, quando entrava l’attore in palcoscenico che interpretava Malvolio, tutti riconoscevano la parodia del maggiordomo. Oggi chiaramente il pubblico non ha gli elementi per riconoscere quel tipo di caratterizzazione, allora bisogna trovare un modo per restituire quelle peculiarità. Il problema della riscrittura è trovare il modo per rimettere in scena un’opera che parlava ai suoi spettatori, di modo che quelle stesse sensazioni e tematiche passino agli spettatori d’oggi. Ci sono diverse maniere, trovare riferimenti al mondo contemporaneo o ai personaggi pubblici per esempio, ma bisogna sempre tenere presente che è un testo di Shakespeare quello che si porterà in scena. E’ un’operazione complicata, si cammina su un filo, la differenza tra il giusto e sbagliato è così sottile che è molto difficile non cadere. Bisogna lavorare sugli intenti dell’autore, e non dare per scontate le cose.

Che cosa rimane di tuo e delle tue esigenze negli spettacoli tratti da testi preesistenti, specialmente in casi in cui i riferimenti sono così grandi come Ĉechov e Shakespeare?

Tutto. In realtà un regista fa sempre lo stesso spettacolo, rispetto ai periodo che sta vivendo, anche se con forme diverse. Tutto ciò che va in palcoscenico rispecchia che cosa sono. Nel Gabbiano riconosco un’affinità con ogni personaggio, forse perché cerco di non tagliare con l’accetta i personaggi. L’essere umano è complesso, io non credo nei buoni e nei cattivi, un cattivo è anche vittima dell’ambiente in cui è vissuto, un cattivo avrà comunque dei lati positivi. Per me diventa importante capire cosa c’è dietro il primo livello, il mondo invisibile dei personaggi, cosa c’è dietro il primo livello di significazione delle sue azioni. Non è una giustificazione, ma necessità di capire cosa c’è dietro, cosa c’è dietro i cattivi, i buoni, i belli, i brutti le vittime. Non conosco il motivo, ma sono sempre attratto da storie in cui i protagonisti sono gli ultimi della società. Io considero ultimi anche quei personaggi che hanno dei privilegi, come i protagonisti del Gabbiano, nonostante siano letterati e attori, e i veri ultimi siano altri. Però io credo che anche una persona che occupa un posto importante nella società, ma che in cuor suo si sente male, per se stesso rimane un ultimo. Trigorin, Nina, Masa, sono degli ultimi, quasi degli avanzi, perché sono loro stessi a sentirsi degli avanzi, al di là del posto che occupano in società. Quello sul Gabbiano per me è un lavoro importante, tratta della necessità di fare teatro oggi, per chi lo fa e chi lo vede. Prima di cominciare a lavorare sul Gabbiano la mia idea era quella di mettere in scena Bassifondi, l’albergo dei poveri di Gor’kij, lì i protagonisti sono una quindicina di derelitti che vivono all’interno di uno scantinato tremendo pagando una pigione molto alta. In quel caso avrei fatto una riscrittura del nostro mondo contemporaneo, i protagonisti lì sarebbero stati i veri ultimi della nostra società, senza per forza dover ricorrere all’iperrealismo.

Sembra di capire che la tua necessità sia indagare l’essere umano. Quanta importanza ha quello che tu vivi e vedi, rispetto a quello che poi porti in scena?

L’essere umano è fondamentale. Io non penso al mio privato, che sta sempre da parte, ma è il mio sguardo sul mondo, quello che entra nel mio teatro. Anche se mettere in scena Il Gabbiano, oggi,nasce da una mia esigenza personale di capire che funzione abbia per me l’arte, quale ragione di esistere abbia l’arte. In questo caso non voglio occuparmi di intrattenimento, ma esplorare un mondo fatto di persone. Ogni testo che prendo in considerazione, i testi che mi piacciono, sono quelli che parlano di esseri umani. In un monologo Trigorin dice: “Io faccio paesaggi, ma dovrei occuparmi della mia società”. Forse sarebbe più giusto occuparsi veramente del nostro mondo, offrire allo spettatore la possibilità di assistere a un’interpretazione del nostro mondo come lo viviamo oggi, forse l’arte deve avere questa funzione. Forse al teatro è rimasta questa ultima possibilità, considerando tutti i mezzi di massa che ci sono oggi, penso che al teatro sia rimasto il compito di dare allo spettatore la possibilità di immaginare, di farsi critico rispetto alle cose che vede. Perché se il teatro deve assolvere alla funzione di solo intrattenimento, forse è riduttivo. Dovremmo trovare una forma per dare la possibilità a chi guarda di farsi un’idea critica di quello che vede. Brecht questo l’ha teorizzato molto bene col suo teatro di straniamento. Quando si fa questo lavoro non ci si può permettere il lusso di dare le cose per scontate e sedersi sugli allori senza assumersi delle responsabilità, perché ogni volta che scriviamo un testo o andiamo in palcoscenico sono atti di presunzione enormi: tu prendi dei pezzi isolati di vita, te li metti su una mano, e dici al mondo che la vita è fatta così. Se la vita che presenti al mondo è fatta di corpi di donne che diventano merce o se è fatto di superficialità, in quel momento stiamo dicendo al mondo che la vita è quella cosa lì. Non che non vada bene dire al mondo che la vita è superficialità, se però si trovano elementi che offrono allo spettatore la possibilità di essere critico di fronte a quel mondo. Se invece si mostra, come spesso accade, che questa superficialità siamo noi ed è la normalità, questo è un problema. Si ha una responsabilità. Anche nella letteratura vale questo. Roma non è il Colosseo o Piazza di Spagna, il mondo non è fatto di quei ragazzi e ragazze bellissime che ci propone la televisione, il mondo è fatto di essere umani, la cui forma fisica non conta niente. Eppure succede che si sta a casa e si viene bombardati da modelli culturali che vengono imposti, e si sviluppa in noi la necessità e il desiderio di assomigliare a quei modelli culturali. Perciò chi sta da questa parte, chi si assume l’arroganza di dire delle cose, deve farsi per forza un esame di coscienza. Io credo che la tv, il cinema e il teatro abbiano una grandissima responsabilità sulla superficialità verso cui si va incontro.

Tu parli di superficialità verso cui si rischia di andare incontro, ma qual è invece la paura nel tuo lavoro, la personale paura di Leo Muscato?

Di livellarmi verso il basso, di subire un cambiamento che mi porti a considerare questo lavoro non una necessità ma un mestiere. Vorrei continuare a conservare questo fuoco che mi fa sentire che ciò che facciamo ha un senso. Anche in questo laboratorio, io vorrei che la gente tornasse a casa con la convinzione che è stato utile stare qui, per se stessi e per gli altri, che ognuno di loro avverta questa esperienza come importante per il proprio lavoro. Mi terrorizza la paura di livellarmi, perché sono bravo a fare gli spettacoli, a metterli su, ho imparato a farli gli spettacoli, ma vorrei avere sempre la possibilità e la lucidità, considerando anche le difficoltà quotidiane della vita, di sentire il teatro come una necessità e non come un mestiere. Vorrei avere la possibilità di lavorare per quello che credo sia veramente necessario, per me e per la società che mi circonda, è un atto di presunzione, lo so, ma è quello che sento.

Prima di tornare di là in sala, mi racconti della prima volta che sei andato a teatro?

La prima volta era al mio paese, Martina Franca, in terza media, lo spettacolo era Questi fantasmi con Enrico Maria Salerno. L’unica cosa che ricordo è che hanno interrotto lo spettacolo tanto era il rumore che facevamo, questa è stata la prima volta che sono andato a teatro. Invece la prima volta che ho veramente incontrato il teatro ha una data precisa. A sedici anni ricordo di aver lavorato tutta l’estate, giugno, luglio e agosto, facevo il cameriere, dalle sei della sera alle quattro della mattina. Dopo un’estate così, andai a vedere le prove di uno spettacolo, fu un caso, mi invitarono dei conoscenti, e lì ho incontrato il teatro. Si trattava di Harvey, una commedia americana il cui protagonista ha come migliore amico un coniglio immaginario. In quella prova, il coniglio non c’era, ma io riuscivo vederlo. E a partire da quella prova io ho cominciato a pensare che cos’è il teatro: il luogo che ti permette di immaginare. Dopo quella prova ho deciso che avrei fatto teatro, non sapevo ancora che sarebbe potuta diventare una professione, però ho deciso che volevo provare. Quando sono riuscito a vedere quello che non c’era, sono rimasto affascinato. Ed è quello che ancora perseguo oggi, trovare dei segni che diano la possibilità di immaginare quello che non c’è.

(Foto di Gonzalo Hernàndez Baptista)

2 pensieri su “Parole con Leo Muscato – di Gessica Franco Carlevero

  1. Letto e apprezzato, Marino, grazie. Ciò che dice Leo Muscato mi fa venire in mente un brano di Artaud: “Alla visualizzazione grossolana di ciò che è, il teatro, grazie alla poesia, contrappone le immagini di ciò che non è. D’altronde… un’immagine teatrale… obbedisce a tutte le esigenze della vita” (“Il teatro e il suo doppio”).

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  2. Grazie a te Giorgio e soprattutto, assieme all’ottimo Muscato, al gran lavoro di Gessica Carlevero di cui abbiamo già avuto il piacere di parlare.

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